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Archive for Mag 2015

Era tanto che non rimanevo così irreversibilmente folgorata da un pezzo degli Editors.

Sto facendo rituali propiziatori perché tutto l’album sia di pari livello.

 

 

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1995. Tobe Hooper – il papà di Poltergeist tanto per capirci – firma questa trasposizione di un racconto di King, Il compressore, contenuto nella raccolta A volte ritornano (1978).

Produzione tutto sommato minore e distribuzione ancor più ridotta, The Mangler in Italia non arrivò neanche nelle sale e si dovette aspettare che approdasse alle seconde serate televisive. Essendo distribuito da Mediaset, sono ragionevolmente certa che abbia fatto la sua prima comparsa proprio all’interno di Notte Horror ma dovrei verificare gli elenchi della rassegna per esserne sicura al cento per cento.

Anyway. Non saprei neanche io spiegare esattamente il perché ma questo Mangler mi ha sempre terrorizzata. Fin da subito, dalle prime inquadrature, mi ha trasmesso una sensazione immediata e fortissima di inquietudine e, soprattutto, di disagio. Ecco, è un film che mi ha sempre messo a disagio. E non era solo una cosa dovuta alla tensione della prima visione. Ogni volta che lo rivedo c’è comunque un sottofondo di malessere che si fa sentire.

Poi ogni volta, arrivata alla fine, mi ritrovo a ripetermi che non c’è poi niente di così sopra le righe per cui agitarsi, ma tant’è, non posso farci niente.

Sicuramente centra il metallo. Il metallo mi angoscia. Che siano strumenti o attrezzi (potenzialmente impiegabili per infliggere dolore), che siano giganteschi macchinari o che siano protesi o propaggini applicabili al corpo umano (anzi, forse soprattutto in quest’ultimo caso), sta di fatto che il metallo nell’horror per me si associa tendenzialmente a sensazioni negative. Poi è vero che c’è tutto un risvolto steampunk – non del tutto assente neanche qui – che invece mi esalta oltremodo, ma c’è una linea sottile e nettissima che separa i due ambiti e ne cambia radicalmente la percezione.

Il mangano in questione qui è un vecchio modello industriale Hadley Watson Model-6 Steam Ironer & Folder. Una macchina che stira e piega la biancheria, impiegata nelle lavanderie industriali. Non so se sia esattamente lo stesso modello al quale aveva lavorato King nel suo periodo pre-esordio, e che tanto rimase impresso nel suo immaginario, ma è un fatto che questo modello ben si presta al ruolo di macchina infernale – come abbiamo dovuto infelicemente specificare nel sottotitolo italiano.

Enorme, minaccioso e imponente come un mostro che finga di dormire in attesa di avere una preda a portata di mano, il mangano comincia subito col mietere una vittima proprio in apertura del film. Alla lavanderia c’è un incidente e una donna vi finisce schiacciata dentro. Fin da subito si intuisce che la macchina ha assaggiato il sangue. L’incidente è costruito in modo estremamente angosciante e benché non ci sia di fatto molto splatter – si vede solo un po’ di sangue ma quasi niente dettagli – risulta subito piuttosto disturbante. E disturbante è la parola che meglio si adatta a tutto il contesto. Benché l’ambientazione sia contemporanea, la lavanderia costituisce una sorta di antro fuori dal tempo, forse più plausibile in un contesto di inizio secolo. E’ tutto vecchio, cupo e opprimente. A ciò si aggiunge la figura del padrone, William Gartley, un vecchio orribile di carattere e di aspetto, terribilmente sfigurato e con protesi meccaniche al posto delle gambe, tirannico e crudele, una sorta di Scrooge infernale, senza possibilità di redenzione.

A ciò si aggiunge il calore soffocante della lavanderia che contribuisce a trasmettere la sensazione di una discesa agli inferi.

L’incidente della donna schiacciata (e piegata) richiede ovviamente l’intervento della polizia nei panni del cupo e tormentato Detective John Hunton, che da questo momento si trova coinvolto in un susseguirsi di avvenimenti sempre più inspiegabili.

Patti col diavolo, oggetti malvagi, una ragazza in pericolo e un tributo di sangue che non può essere eluso.

Una dimensione complessivamente opprimente con richiami un po’ gotici e un po’ steampunk.

E il terrore atavico di venire mangiati dal mostro che si avvinghia alle viscere e suscita il panico irrazionale.

Il film presenta diverse differenze rispetto al racconto ma nel suo insieme funziona e non è per niente male.

Nel ruolo del Detective c’è Ted Levine, che ben si addice al personaggio trasandato e sciatto – e che nel ’91 aveva interpretato il serial killer del Silenzio degli innocenti – e che, per la cronaca, non amo particolarmente.

Negli inquietanti panni di William Gartley c’è invece Robert Englund, ossia l’attore che ha interpretato Freddie Kruger in tutta la serie di Nightmare (del quale proprio nel ’94 ha girato il capitolo conclusivo con Craven) e che dà vita ad un cattivo degno di causare una discreta quantità di incubi.

Cinematografo & Imdb.

THE MANGLER, Robert Englund, 1995

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Diciamolo subito. Youth è un film tutt’altro che perfetto. E’ un film che ha un sacco di difetti, alcuni anche macroscopici. Eppure è un film bellissimo. Di una bellezza prepotente che si impone su tutte le pecche e che neanche la più scontata delle banalità riesce a scalfire.

Per certi versi Youth è una sorta di seguito ideale de La grande bellezza. E’ come se fosse La grande bellezza all’ennesima potenza.

Ancora. E’ Sorrentino stesso ad essere all’ennesima potenza. E’ tanto, forse anche troppo, se stesso. E’ un po’ come se stesse cercando il limite, come se volesse vedere fin dove può spingersi con le sue ossessioni, con l’amplificazione del suo modo di girare.

I campi lunghi e le inquadrature fisse che creano l’equivalente di fotografie viventi. L’estetica portata all’estremo con la costruzione maniacale di ogni singolo dettaglio. L’ossessione per il corpo con i nudi sicuramente non volgari ma a volte un po’ estemporanei. Una bellezza artificiale e ultraricercata che vuole essere struggente a tutti i costi, che esige la totalità. Una grande bellezza davvero. Enorme.

E’ anche un film molto pretenzioso, questa Giovinezza. A partire dal titolo ambiguo che di fatto non viene davvero motivato ma apre alla più ampia molteplicità possibile di significati oltre all’ovvio contrasto con la condizione dei protagonisti.

Sullo sfondo di un lussuosissimo albergo nelle Alpi si intrecciano scorci di esistenze che nulla paiono avere in comune se non l’esigenza di ritirarsi momentaneamente dalla vita.

I residenti della struttura sono tutte persone ricche, più o meno di successo. Tutte in pausa, per così dire. O al termine della propria carriera o in un momento di svolta, o temporaneamente in cerca di nuove energie per ripartire.

Attori, modelle, sportivi. Non c’è niente che li lega, se non il fatto di essere lì.

Fred Ballinger e Mick Boyle sono amici da tutta la vita. Fred (Michael Caine) è un direttore d’orchestra e compositore ormai ritiratosi mentre Mick (Harvey Keitel) è un regista alle prese con la sceneggiatura di quello che dovrebbe essere il suo film-testamento.

La figlia di Fred, Lena (Rachel Weisz) è sposata al figlio di Mick e si occupa di gestire gli interessi e gli strascichi residui della vita professionale del padre.

E poi c’è Jimmy Tree (Paul Dano), un attore che cerca il senso del nuovo ruolo che dovrà interpretare.

E Maradona (o il suo fantasma).

E un monaco buddista che dovrebbe saper levitare.

Il ritmo delle giornate è quello di Fred e Mick, la voce quella dei loro dialoghi stanchi e familiari allo stesso tempo. Dialoghi di miserie quotidiane e di grandi verità buttate lì in modo troppo ostentatamente casuale per risultare davvero efficaci ma che comunque non riescono a stonare.

Una continua, ininterrotta riflessione sull’esistenza e sull’arte che presenta diversi punti deboli – perché ci sono passaggi che, si intuisce, si vorrebbero memorabili ma, di fatto, non sono nulla di nuovo – e che tuttavia coinvolge, e avvolge con la delicata e forse ingenua malinconia di chi ha fatto tutto e forse non ha fatto niente. Con l’umanità immediata di grandi personaggi che non sono altro che piccoli uomini e ai quali, per questo, si perdona anche la banalità.

Molta riflessione del cinema su se stesso. E se è vero che il cinema che si autoanalizza è cosa già vista in tutte le salse, fa comunque uno strano effetto presentata da un regista italiano che sembra a tratti prendere in prestito problematiche non proprie. Moltissime citazioni. Riferimenti incrociati e a più livelli – dalla scena esplicita della galleria di donne dirette da Mick che simboleggia, omaggia e riassume quasi un secolo di film, ai riferimenti più o meno sottili disseminati tra inquadrature o accenni di personaggi. Un po’ Birdman con la dicotomia celebrità commerciale vs celebrità intellettuale. E la realizzazione personale che vaga nel mezzo e non si sa dove collocarla.

E una Jane Fonda decadente e maestosa che pare incarnare in un certo senso una nuova Marchesa du Merteuil.

E le emozioni, che forse sì, sono sopravvalutate, ma in definitiva sono tutto quello che abbiamo.

E i silenzi.

E i ricordi.

E quello che si nasconde in tutte le cose non dette.

E i gesti fraintesi da tutta la vita.

E le lacrime che ho versato.

E una trama solida e impietosa, che avanza inesorabile, offre ribaltamenti e cambi di prospettiva e mette in luce una relatività assoluta.

Cast strepitoso nel suo insieme con un Micheal Caine immenso.

Un po’ di amarezza per Sorrentino che esce sconfitto da Cannes anche se, onestamente, non saprei dire se a torto o a ragione, perché quest’anno ho seguito veramente poco dei film in concorso.

Da vedere assolutamente.

Cinematografo & Imdb.

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SET DEL FILM "LA GIOVINEZZA" DI PAOLO SORRENTINO. NELLA FOTO  PAUL DANO E EMILIA JONES. FOTO DI GIANNI FIORITO

SET DEL FILM "LA GIOVINEZZA" DI PAOLO SORRENTINO. NELLA FOTO MICHAEL CAINE E  HARVEY KEITEL. FOTO DI GIANNI FIORITO

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SET DEL FILM "LA GIOVINEZZA" DI PAOLO SORRENTINO. FOTO DI GIANNI FIORITO

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Non so. Ok, la Marvel ha un repertorio gigantesco in cui andare a pescare, però questo non mi dà l’idea di qualcosa destinato ad avere un grande futuro in termini cinematografici.

Magari è solo una sorta di preambolo per preparare all’introduzione di un Ant-Man negli Avengers? Ma potrebbero benissimo inserirlo nella squadra senza darsi pena di farci un film dedicato.

Ripeto. Non so. Non mi convince.

In uscita il 12 agosto.

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A mio padre piaceva guardare la lotta, a mia madre piaceva farla; non importava quale. Lei era nel giusto, e poche storie.

Sceglieva le giornate più ventose per stendere i lenzuoli doppi. Esigeva che i mormoni bussassero alla porta. Durante le elezioni, in una cittadina operaia laburista mise alla finestra la foto del candidato conservatore.

Non aveva mai avuto incertezze. Per lei il mondo si divideva in amici e nemici.

I nemici erano:

Il Diavolo (nelle sue varie forme)

I vicini

Il sesso (nelle sue varie forme)

Le lumache

Gli amici erano:

Dio

Il nostro cane

La zia Madge

I romanzi di Charlotte Brontë

Il veleno per le lumache

e io, almeno all’inizio. Ero stata messa al mondo per essere sua alleata nella guerra santa contro il Resto del Mondo. La mamma aveva un atteggiamento misterioso nei confronti del generare bambini; non che non potesse farlo, piuttosto non voleva. L’amareggiava molto che la Vergine Maria ci fosse riuscita prima di lei. Così aveva optato per una soluzione di ripiego e aveva adottato una trovatella. Quella trovatella ero io.

Non ricoro ci sia stato un tempo in cui non sapevo di essere speciale. Non avevamo Re Magi, perché lei non credeva ci fossero uomini saggi, però avevamo le pecore. Uno dei miei primi ricordi è di me in groppa a una pecora il giorno di Pasqua, mentre lei mi raccontava la storia dell’Agnello Sacrificale. Lo mangiavamo la domenica con le patate.

La domenica era il giorno del Signore, il giorno più impegnativo della settimana. In casa avevamo un radiogrammofono con un’imponente cassa di mogano e una grossa manopola di bachelite per sintonizzarsi sulle stazioni. Di solito seguivamo il programma di musica leggera, ma la domenica era dedicata all’ascolto del Bbc World Service, per consentire alla mamma di tenersi aggiornata sui progressi dei nostri missionari. La nostra mappa della missioni era proprio bella. Sulla parte anteriore erano riportate tutte le nazioni e, sul retro, una legenda elencava le varie tribù e le loro caratteristiche. La mia favorita era la numero 16, I Buzule dei Carpazi. Erano convinti che se un topo trovava i capelli tagliati di qualcuno e ci faceva il nido, a questa persona sarebbe venuto il mal di testa. Se il nido era grosso abbastanza, si poteva ammattire. Per quanto ne sapevo nessun missionario li aveva ancora raggiunti.

La domenica la mamma si alzava di buon’ora e non permetteva a nessuno di entrare in salotto prima delle dieci. Era il suo luogo di preghiera e di meditazione. Pregava sempre in piedi, per via delle ginocchia, proprio come Bonaparte impartiva gli ordini da cavallo a causa della sua statura. Sono convinta che anche il suo rapporto con Dio fosse in fondo una questione di schieramenti. La mamma era Vecchio Testamento dalla testa ai piedi. Il docile Agnello pasquale non faceva per lei, che al contrario era lì, in prima fila coi profeti e incline a ritirarsi imbronciata sotto un albero se il giusto annichilamento tardava a concretizzarsi. Di solito comunque si concretizzava, non so se per volontà sua o di Dio.

Pregando seguiva sempre lo stesso ordine. Innanzi tutto ringraziava Dio per averle concesso di vivere un altro giorno, quindi Lo ringraziava per aver risparmiato anche il mondo per un altro giorno. Poi passava alla lista dei suoi nemici, che era quanto avesse di più simile a un catechismo.

Non appena sentivo rimbombare attraverso la parete della cucina: “La vendetta è mia, dice il Signore” mettevo il bollitore sul fuoco. Il tempo che occorreva per riscaldare l’acqua e preparare il tè era esattamente lo stesso che le serviva per arrivare all’ultimo punto: l’elenco degli ammalati. Era molto metodica. Io versavo il latte nelle tazze, lei entrava e, bevendo un gran sorso di tè, diceva una di queste tre cose:

“Il Signore è buono” (con occhi d’acciaio rivolti al cortile).

“Che tè è questo?” (con occhi d’acciaio su di me).

“Chi era l’uomo più vecchio della Bibbia?”

La numero tre ovviamente poteva avere infinite varianti, ma era sempre una domanda da quiz biblico.

Jeanette Winterson, Non ci sono solo le arance, 1985

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No, alla fine non ha piovuto.

Penso sia stato uno dei loro concerti più belli, tra quelli che ho visto.

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Setlist:

B3 
For What It’s Worth
Loud Like Love
Every You Every Me 
Scene of the Crime 
A Million Little Pieces 
Black-Eyed
Twenty Years 
Too Many Friends 
Special Needs 
One of a Kind 
Space Monkey 
Exit Wounds 
Meds 
Song to Say Goodbye 
Special K
The Bitter End 

Encore:

Teenage Angst 
Running Up That Hill (A Deal with God) 
(Kate Bush cover)
Post Blue
Infra-red 

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Bad house! BAD PLACE!

Ancora lo zio Steve e ancora per la tv, questa volta senza passare dal libro. King replica l’esperienza tutto sommato positiva de La tempesta del secolo e adotta la stessa formula di un suo soggetto-e-sceneggiatura per tre puntate e per la regia di Craig R. Baxley.

Joyce Reardon è una studiosa del paranormale, titolare di una cattedra quanto mai precaria alla Beaumont University di Seattle. Oltre all’attività accademica, Joyce sta cercando di portare avanti un suo progetto, prima che le vengano tagliati definitivamente i fondi dall’istituto. I suoi studi si concentrano su Rose Red, l’antica dimora di Ellen Rimbauer, attorno alla quale si sono sviluppate leggende e fenomeni più o meno verificabili e che nel corso degli anni è stata teatro di eventi inspiegabili.

Rose Red è abbandonata ma ha un potere psichico enorme. E’ il luogo che serve a Joyce per raccogliere le prove necessarie per conferire finalmente uno status inequivocabile al suo lavoro così malamente snobbato dall’ambiente accademico.

E poi Rose Red ha la capacità di crescere da sola.

Joyce è fidanzata, guarda caso, con Steve, l’ultimo discendente della famiglia Rimbauer e ha pertanto un accesso privilegiato all’antica dimora. Steve ha in programma di demolire Rose Red ma accetta di aspettare che Joyce porti a termine il suo progetto.

Progetto che consiste nel radunare un gruppo di persone scelte, tutte con qualche potere psichico o abilità paranormale. Tutti individui ipersensibili alle tracce dell’attività che ha caratterizzato Rose Red nel corso degli anni. Tutti amplificatori del potere che ormai giace sopito nell’imponente costruzione.

Rose Red è una cellula morta, assicura Joyce. Non è più attiva da anni. Non si corre alcun pericolo.

E’ un’occasione unica e imperdibile di ottenere finalmente delle prove concrete.

The proof is out there.

Il gruppo selezionato è assolutamente disomogeneo. C’è chi aderisce per curiosità, chi per soldi. C’è chi è scettico, chi preoccupato. C’è chi ha visioni del passato, chi ha mani sapienti e chi ha il dono della scrittura automatica. Ma l’elemento chiave, la partecipazione a cui Joyce tiene di più in assoluto è quella di Anne Wheaton, una ragazzina autistica dotata di poteri straordinari che potrebbe funzionare da catalizzatore per l’energia psichica racchiusa in Rose Red.

Annie accetta. O meglio. Sua sorella Rachel accetta perché il compenso della spedizione permetterà ad Annie di accedere ad un istituto adatto a persone con le sue doti e i suoi problemi: Annie non si esprime verbalmente. Tutta la sua emotività e i suoi stati d’animo si manifestano attraverso i suoi poteri che però lei non è in grado di controllare completamente, soprattutto quando è spaventata o si sente minacciata. Rachel cerca di insegnarle a gestirli e cerca di proteggerla ma sa che da sola non ce la può fare. Sa anche che con la sensibilità di Annie, portarla a Rose Red è tutt’altro che sicuro, ma è un rischio che deve correre.

Tra le altre cose, Annie adora Glenn Miller.

I’ve never heard Glenn Miller play out of a flower before.

Lo scenario così strutturato unisce il topos della casa stregata con il sistema chiuso che tanto piace a King – e che tanto gli riesce bene. Le dinamiche interne del gruppo – prevalentemente collaborativo fatta eccezione per la figura di Emery, immancabile e antipatico elemento disgregate e ostile – si intrecciano con le manifestazioni via via sempre più significative della casa.

L’impronta televisiva della serie si nota ma non ne pregiudica la buona riuscita. E’ breve e questo fa sì che la vicenda si articoli in modo coerente senza eccessive divagazioni e senza che si aprano filoni destinati a rimanere orfani.

E su questo apro un attimo una parentesi. Che è vero che la sceneggiatura è pur sempre di King ma dopo il disastro che ha combinato nel ’94 con L’ombra dello scorpione – cui accennavo anche la scorsa settimana – e date le sue mediocri doti cinematografiche, ho imparato a non dar nulla per scontato in termini di struttura di trama. E’ anche vero che un soggetto originale per lo schermo è sicuramente meno rischioso, a livello di coerenza, che non una trasposizione da un romanzo. Soprattutto se autore e sceneggiatore sono la stessa persona – un caso analogo che mi viene in mente, anche se in tutt’altro ambito, è quello della Mazzantini: tanto i suoi romanzi sono eccezionali quanto le sue sceneggiature tendenzialmente mediocri – suppongo sia proprio un problema di differenza di linguaggio. Chiusa parentesi.

Gli effetti speciali sono discreti – qualche fantasma malconcio, quasi niente splatter. La casa in sé è fighissima e la prima parte dell’esplorazione riserva tutta una serie di trovate inquietanti e rese visivamente molto bene.

Il cast valido anche se per buona parte piuttosto anonimo. C’è Julian Sands nel ruolo di Nick e Judith Ivey nel ruolo di Cathy. Pam è interpretata da Emily Deschanel che sì, è proprio la sorella (maggiore) di Zooey. C’è anche King che come al solito si diverte a fare una comparsa, questa volta nel ruolo del ragazzo delle pizze.

Rose Red won’t let you have what you want.

Nel 2001 è uscito Il diario di Ellen Rimbauer – La mia vita a Rose Red, un romanzo scritto da Joyce Reardon, pseudonimo dello scrittore statunitense Readly Pearson (anche se per un certo periodo sono circolate voci che volevano King celato dietro lo pseudonimo). Il romanzo è una sorta di prequel, ispirato alle vicende narrate in Rose Red anche se suppongo debba esserci stata una collaborazione concordata già in fase di lavorazione tra King e Pearson perché la serie è arrivata sugli schermi statunitensi a gennaio 2002. Sempre che non abbia preso io qualche cantonata con la cronologia.

In ogni caso, sull’onda del successo di Rose Red, nel 2003 dal romanzo è stato tratto un film per la tv, Il diario di Ellen Rimbauer, che in Italia è uscito nel 2005 e che prima o poi dovrò recuperarmi, dato che non l’ho ancora visto.

Imdb.

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64653 (9/19/00) STEPHEN KINGÕS ROSE RED --

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