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Archive for the ‘R. Fiennes’ Category

Sezione After Hours. Regia di Claire Denis, per la prima volta in inglese e alle prese con la fantascienza.

Prigionieri nello spazio.

Condannati a morte o all’ergastolo cui viene proposta l’opzione di scontare la propria pena nello spazio, cavie per una missione che non ha possibilità di rientrare – anche se nessuno lo dice esplicitamente.

Una bolla di vita persa nel nulla, diretta verso un buco nero, che manda resoconti ad una terra che non risponde e che, per quanto ne sanno, potrebbe ormai anche essere morta.

Macchine mute, contrapposte all’intensità della vita che, nonostante tutto, si crea a bordo.

Il gruppo di prigionieri è male assortito e problematico.

A tenere – si fa per dire – le redini è la Dottoressa Dibs, ossessionata dai suoi esperimenti sulla riproduzione artificiale cui sottopone i giovani prigionieri.

Tra di loro, Monte, votato alla castità.

Nel ruolo della dottoressa, una strepitosa Juliette Binoche che per me ormai rimarrà in eterno la sciamana dello sperma, altro che Chocolat (diretto peraltro sempre dalla Denis).

Nel ruolo di Monte un bravissimo Robert Pattinson – che ancora una volta dimostra di avere ottime potenzialità, se ben diretto e se non si prende ruoli di merda.

Morboso e bellissimo – alcune scene sono struggenti – High Life lascia a margine la fantascienza vera e propria per concentrarsi su questo ostinato baluardo di vita chiuso che cerca disperatamente di generare altra vita. Autoconservazione oltre ogni limite. Vita ad ogni costo. Amore (forse) ad ogni costo.

Sezione Festa Mobile.

Diretto e interpretato – anche se non da protagonista – da Ralph Fiennes.

La storia del ballerino Rudol’f Nureev prende forma attraverso un puzzle apparentemente caotico di flashback piazzati in modo sparpagliato.

La nascita sul vagone di un treno. Il successo. La profonda e lacerante spaccatura che si crea nel giovane Rudol’f che ama sinceramente il suo paese ma, sostanzialmente, non capisce perché questo debba impedirgli di amare anche tutto il resto.

La sua passione incrollabile, la determinazione fino all’obiettivo e anche oltre.

La conflittualità della situazione che nasce quando l’Unione Sovietica si rende conto che non può tenerlo nascosto ma non può neanche farne la sua marionetta di regime.

Oleg Ivenko regala un’interpretazione perfetta e toccante di un personaggio duro e inflessibile fino alla crudeltà ma animato da una forza inesauribile.

Un quadro inquietante del clima di quegli anni getta luce su retroscena di cui generalmente si sa piuttosto poco.

Ovviamente ottimo anche Fiennes nel ruolo del maestro di Ruldol’f.

Spero che arrivi nelle sale perché merita davvero.

Sezione Onde. L’unico che ho messo di questa sezione.

Regia di Jie Zhou. Cina.

Una ragazza perde suo marito, investito da una macchina. Riceve un risarcimento di cui non sa bene cosa fare. Lavora, fa la spesa, si prende da bere. E comincia a pensare. E comincia a contare.

Quanto vale la vita di un uomo? Quanto valeva la vita di suo marito?

Tutto viene contato. Tutto si può quantificare in Yen. E allora?

Mentre facciamo avanti e indietro tra i numerosi flashback (non segnalati esplicitamente) che ricostruiscono la vita della protagonista fino ad oggi, quello che spicca è la progressivamente crescente tendenza a monetizzare tutto, cose e persone.

Delicato, curato, fortemente espressivo. Triste ma non strappalacrime. Forse solo un po’ lenta la parte finale.

Un film che solleva interrogativi enormi e lascia con un retrogusto agrodolce di bellezza e di perdita.

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Non lo so.

Leggo in giro un sacco di critiche entusiaste di questo Ave Cesare e comincia a venirmi il dubbio di essere io a non aver capito qualcosa.

Non che non mi sia piaciuto. E’ solo che mi sento piuttosto tiepida nei confronti di questo film.

Sinceramente mi aspettavo una cosa molto più divertente. Più brillante.

Invece è una cosina carina, simpatica, indubbiamente molto intelligente, ma è come se non partisse mai veramente.

Ripeto, non lo so.

Non voglio parlarne male perché non lo merita.

Forse è anche un po’ colpa del trailer che lo vende come una cosa da scompisciarsi dall’inizio alla fine. Mi aspettavo un bis di Burn After Reading, tanto per dare l’idea.

Qui abbiamo un cast ricchissimo, un’ambientazione curata in ogni singolo dettaglio, un’impostazione che, per certi versi, ricorda quasi Wes Anderson, nella composizione di un quadro coloratissimo e dai tratti spesso paradossali.

Siamo nella Hollywood degli anni Cinquanta. Al centro di tutto c’è Eddie Mannix (Josh Brolin), fixer di uno Studio cinematografico alle prese con ruoli da assegnare, contratti da procurare, capricci delle star da assecondare, stampa e opinione pubblica da accontentare.

La star del momento è Baird Whitlock (George Clooney), che deve interpretare il ruolo di Cesare in Ave Cesare, colosso a tema religioso sulla vita del Cristo – memorabile a questo proposito, la scena della discussione sul Cristo cinematografico con i rappresentanti delle principali religioni convocati negli studios per assicurarsi che il film non urti la sensibilità di nessuno.

Il film si prospetta come un vero e proprio evento, la lavorazione è quasi alla fine quando Baird improvvisamente sparisce.

Un affresco divertente e dissacrante della Hollywood di quegli anni (e forse non solo). Il cinema che parla/ride di se stesso è sempre un tema a rischio cliché ma i fratelli Coen hanno mestiere e si tengono alla larga da situazioni viste e triti intenti moraleggianti mantenendo un tono leggero e scanzonato.

Il cast è un elenco di grossi nomi e, tolti Brolin e Clooney che hanno le due parti principali, ciascuno interpreta ruoli decisamente piccoli, in quello che sembra un collage di personaggi e aneddoti.

C’è Scarlett Johansson, sirena leggiadra in scena e sboccata diva capricciosa a riflettori spenti. Channing Tatum, che sfrutta le sue doti di ballerino. Ralph Fiennes, regista alle prese con un attore che non riesce a mettere insieme una frase. Frances McDormand, chiusa in una fumosa cabina di montaggio. E Tilda Swinton, geniale dei panni di due gemelle entrambe giornaliste, un po’ come a simboleggiare le due facce della stampa che ruota intorno a Hollywood.

Manco a dirlo, ci sono anche i comunisti, che in quegli anni erano lo spauracchio per definizione – e che sembrano andare parecchio di moda nei film 2015-16 visto che, in un modo o nell’altro, è il terzo film in cui saltano fuori.

Pieno di piccoli dettagli pungenti, riferimenti, frecciatine mirate, Ave Cesare è un film sicuramente non banale. Peccato che difetti un po’ nel ritmo. A parità di materiale e di idee, avrebbe potuto essere più brillante.

Cinematografo & Imdb.

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E niente, alla fine doveva pur succedere. Nonostante tutte le mie lamentele per Daniel Craig in versione Bond, devo dire che ormai mi ci sono discretamente abituata. O rassegnata. Sta di fatto che ormai comincio a percepirlo non solo più come Daniel-Craig-che-fa-James-Bond ma come James Bond e basta. Il che significa, tra le altre cose, che per la prima volta da Casino Royale (2006) non ho passato la prima mezz’ora del film smadonnando per la scelta dell’attore.

Resta il fatto che alcune perplessità permangono e la principale è senz’altro legata all’impronta personalistica che hanno voluto conferire a questi nuovi Bond-movies. Il passato di James. Anzi. Il. Passato. Di. James. Che torna e ritorna, pieno di fantasmi pronti a tormentare il freddo agente segreto per tirar fuori la sua anima umana e vulnerabile.

Mah. Questa faccenda del Bond ferito e sensibile non mi ha mai convinta. Avevo trovato eccessivo il cordoglio per Vesper e ancora più discutibile l’incursione alla tenuta di famiglia in Skyfall.

Con Spectre si continua decisamente su questa strada anche se forse, in questo caso, in modo un po’ più integrato rispetto ai precedenti.

Come suggerisce velatamente il titolo, si va a scomodare addirittura la Spectre, fantomatica organizzazione segreta criminale con la quale Bond si trovò a fare i conti fin dal primo film, Licenza di uccidere.

C’è sempre una connotazione di tributo ai vecchi film, questo va detto, ed è gestita bene, in modo equilibrato per mantenere vivo il legame con i classici pur andando avanti.

Quello che non riesco ad apprezzare troppo è la connotazione strettamente personale che hanno voluto inserire anche in questo caso e che vede James legato alla Spectre non solo dal suo passato investigativo. Non so, questa cosa continuo a trovarla un po’ forzata, così come il continuo reminder delle perdite subite in passato per far leva sui sensi di colpa.

Poi, per carità, non fraintendiamo, Spectre mi è piaciuto, e anche molto. Tolte queste mie considerazioni personali, abbiamo un ottimo film. Divertente, coinvolgente, ben fatto sotto ogni aspetto, dalla costruzione della trama alle sequenza d’azione.

Il supercattivo di turno è interpretato da Christoph Waltz e questo non può che essere un gran bene perché ne risulta un antagonista dalla connotazione sottile e inquietante.

La Bond-girl è invece Lea Seydoux, bella e ben piazzata nel ruolo.

Chiariamo subito, a scanso di equivoci. Sì c’è Monica Bellucci ma no, non è lei ‘la nuova Bond-girl”. Lei è la facoltosa vedova italiana di un noto criminale con cui Bond si trova ad aver a che fare (adesso si dice così…) nel corso della sua indagine. La sua parte è piuttosto breve: si mette un po’ in posa da donna italiana in lutto secondo l’immaginario anglosassone, ostenta rassegnata afflizione per la sua condizione, concede senza indugio a Bond informazioni e qualsiasi altro genere di attenzione di cui l’agente abbisogna, si rimette in posa, questa volta in reggicalze e poco più. Pronuncia enfaticamente male le sue poche battute. Fine del contributo Bellucci.

La parte girata a Roma però, Monica a parte, è bella sia per le riprese in città, sia perché di fatto contiene il principale inseguimento in macchina di tutto il film, con Bond alla guida dell’Aston Martin DB10 e l’inseguitore su una Jaguar C-X75 concept.

M è sempre interpretato da Ralph Fiennes che non si limita ad essere solo il referente di Bond dal lato dell’autorità ma riveste un ruolo attivo e determinante.

Bella anche la partecipazione attiva di Q e di Moneypenny che non sono solo personaggi di contorno.

Fighissima la sequenza iniziale, durante la festa dei morti a Città del Messico e molto bella anche la sigla, anche se mi è piaciuta più dal punto di vista grafico che non per la canzone in sé che è Writing’s on the Wall di Sam Smith. Non che sia brutta, solo non mi dice granché.

Regia ancora di Sam Mendes e musiche di Thomas Newmann, come per Skyfall.

Da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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In uscita il 5 novembre. Lo so, il taglio del trailer è forse un filo troppo drammatico ma confidiamo in Julianne Moore (e anche nel resto del cast, che comunque è egregio).

Questo invece arriva l’11 febbraio.

Diretto da Todd Haynes (Velvet Godlmine) e tratto da Patricia Highsmith.

Miglior interpretazione femminile a Rooney Mara a Cannes di quest’anno.

Uscita per il 26 novembre. Remake de La Piscina di Jacques Deray, del ’69. Mi incuriosisce. E non solo perché c’è Tilda Swinton. In concorso a Venezia di quest’anno.

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GBH

I film di Wes Anderson mi rimettono in pace col mondo.

In particolare, Grand Budapest Hotel è una sorta di Anderson all’ennesima potenza perché, se da un lato ritornano gli elementi che maggiormente lo caratterizzano, d’altro canto riesce ad amalgamarli in modo se possibile ancora più geniale.

Un po’ thriller, un po’ fiaba, ironico, colto, raffinato. Curato in modo maniacale in ogni singolo dettaglio, dalle ambientazioni surreali e fantastiche con i colori accesi e vivacissimi, alle riprese dal taglio volutamente retrò; dai dialoghi spassosi e brillanti al fitto intrecciarsi di piani temporali e personaggi.

Un lussuoso albergo sulle Alpi, la sua fama e la sua clientela ricca e importante; lo sfondo di un’Europa non esplicitamente definita ma chiaramente sotto lo spettro di una (o più) guerra(e).

Il racconto a ritroso nel tempo di Zero Moustafa, padrone dell’albergo, e la storia di come sia diventato tale.

Le rocambolesche avventure vissute insieme a Gustave H., irreprensibile concierge dell’albergo quando Zero era solo un ragazzino appena assunto. Il rapporto che si sviluppa tra Zero e Gustave in un legame divertente e complesso.

Un’eredità contesa, un lavoro da insegnare e dei valori da trasmettere anche se i tempi non sembrano più essere in grado di apprezzarli. Un quadro di inestimabile valore che sparisce e una giovane aiutante di pasticceria.

Una vicenda sempre più intricata ma dal ritmo velocissimo e dalla costruzione precisa e impeccabile con momenti di vero e proprio spasso.

Un cast ricchissimo, come da tradizione, con un elenco di grandi nomi e un piccolo ruolo per ciascuno.

Maggior rilievo va a Ralph Finnes che nei panni di Gustave è veramente qualcosa di imperdibile.

E poi un Harvey Keitel praticamente irriconoscibile, rasato e tatuato, e una Tilda Swinton che sembra si diverta a lasciarsi conciare nei modi più improbabili.

E ancora, Jude Law, ascoltatore della storia narrata da Zero, Adrien Brody, Edward Norton e un Willem Dafoe conciato da cattivissimo in modo grottescamente caricaturale.

Da non perdere assolutamente.

Cinematografo & Imdb.

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The Grand Budapest Hotel

The Grand Budapest Hotel - 64th Berlin Film Festival

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