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Archive for the ‘New York’ Category

Amo molto Woody Allen e mi piacciono quasi tutti i suoi film.

E’ comunque un dato di fatto che da dieci anni a questa parte il grosso del suo lavoro è consistito nel rielaborare gli spunti forniti dai suoi film del decennio precedente. Per dire, Match Point (2005) e Sogni e Delitti (2007) sono “approfondimenti” di quelli che sono i due filoni di trama principali di Crimini e Misfatti (1989). Anything Else (2002) deriva direttamente da Io e Annie (1977), quanto meno per quel che riguarda la coppia Ricci/Biggs – anche se questo si potrebbe dire di quasi tutte le coppie dei suoi film dal momento che Io e Annie è di fatto il prototipo delle dinamiche di coppia alla WA. Scoop (2006) arriva da Misterioso omicidio a Manhattan (1993) e persino in Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni (2010) – che se non è il suo peggior film in assoluto ci va comunque molto vicino – ci sono echi di Mariti e Mogli (1992).

Il legame di Allen con il contesto cittadino-urbano è inscindibile da tutta la sua opera, in particolar modo il legame con New York. A parte ovviamente Manhattan (1979) che è un esplicito tributo, tutto l’insieme dei suoi film è una lunga dichiarazione d’amore per questa città. E se NY è, per così dire, il primo amore, di sicuro al secondo posto c’è Parigi, amante dal fascino europeo, esotica come solo per un americano può esserlo. Un po’ come posa dei suoi personaggi, un po’ per davvero, Parigi e la Francia sono comunque presenti in diversi film, fino a Midnight in Paris con il quale Allen da’ l’idea di aver cercato di ringraziare la città per tutto quello che ha rappresentato, a distanza, negli anni precedenti.

E’ pur vero che, vuoi per questioni di budget o di critica, dal 2005 di fatto WA non gira più negli USA, ma con Londra o con Barcellona non c’è mai stato lo stesso legame che c’era con Parigi. Ecco, da questo punto di vista To Rome With Love appartiene più al filone Londra/Barcellona. Una sorta di filone esplorativo. Per la serie, esperimenti con le capitali europee.

Detto tutto ciò, il film vero e proprio è carino, divertente, molto più in stile WA che non un Basta che funzioni (2009) o un Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni. Riprende lo schema tipico di diverse storie alternate, dinamiche di coppia, dinamiche familiari e il rapporto con la celebrità e il successo. Quest’ultimo argomento in particolare viene affrontato sotto tre diverse prospettive: quella interpretata da Benigni (bravissimo come sempre) che rappresenta l’assoluta arbitrarietà e incostanza della fama, quella del cantante lirico – trovata geniale! – che non anticipo e che rappresenta comunque una presa in giro più che altro dei meccanismi della critica, e quella del personaggio interpretato da Allen stesso (un po’ traumatico da ascoltare senza il doppiaggio di Lionello), malinconico e macchiettistico nella sua incapacità di accettare la pensione. E’ curioso che sia tornato a recitare quando aveva dichiarato che non l’avrebbe più fatto e non posso fare a meno di leggere il suo intero personaggio e le battute del suo copione come un addio. Tutti i suoi ruoli sono sempre stati molto personali e a maggior ragione questo sembra un commiato definitivo. Forse anche dalla regia? Staremo a vedere.

Per il resto, fantastica Penelope Crùz e molto brava Ellen Page nei panni di una nuova versione della Christina Ricci di Anything Else – e in realtà tutto quel gruppetto di personaggi riprende AE, con Jesse Eisenberg e Alec Baldwin che richiamano un po’ (un bel po’ in verità) Briggs/Allen.

Tolto Benigni, un po’ sottotono gli attori italiani fatta eccezione per Scamarcio che, a dispetto della dubbia fama acquisita con i film di Moccia, è un bravo attore.

Forse qualche stereotipo di troppo nel modo di rappresentare gli italiani, forse un eccesso di punto di vista americano in questo senso, ma è anche vero che Allen prende in giro prima di tutto i cliché degli americani stessi.

Qui e qui i soliti link.

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Che io sia una grande ammiratrice di Cunningham è cosa cognita per chi mi conosce.

E’ altresì noto che sono irrimediabilmente innamorata di New York (sarà un cliché o sarà colpa di Woody Allen, ma tant’è).

E’ probabile per cui che sia un po’ di parte nel parlare di questo libro. Mi è piaciuto davvero molto. Sicuramente non è al livello di Flesh and Blood o di The Hours per quel che riguarda l’articolazione della vicenda ma l’intensità con cui viene narrata ne compensa la semplicità.

Peter è un gallerista di New York, non famoso ma comunque dignitosamente affermato; conduce una vita agiata, invidiabile; ha una moglie, Rebecca, affascinante e di successo. La perfezione di questo quadro si incrina però quando arriva a stare da loro Ethan, fratello minore di Rebecca. Ethan è giovane, bello e pieno di problemi, più o meno reali. Peter, suo malgrado, si scopre attratto da Ethan e i sentimenti che si trova a provare diventano il fattore scatenante per una tempesta emotiva che ripercorre e rimette in discussione la sua intera esistenza, dalla mancata elaborazione di un lutto giovanile al turbolento rapporto con la figlia.

L’ambientazione newyorkese è perfetta da cornice e contrappunto per la deriva emozionale di Peter. Le descrizioni delle dinamiche interne al circuito delle gallerie d’arte sono spietate e per certi aspetti divertenti.

E poi c’è il modo di scrivere di Cunningham, di fronte al quale non posso fare a meno di rimanere letteralmente a bocca aperta. E’ uno stile estremamente complesso e strutturato ma altrettanto estremamente scorrevole e coinvolgente.

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