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Archive for giugno 2015

E con questa cosa meravigliosa – per la cronaca è la mia preferita di Drones – il blog va in vacanza per un po’.

Luglio e agosto, direi. E magari anche qualcosetta in più.

Ci si risente in quel di settembre o giù di lì.

Buona estate a tutti. 🙂

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James Wan è bravo eh, questo è fuor di dubbio.

Esordio nel 2004 con Saw, che al di là dei seguiti splatterosi cui ha dato origine, è un ottimo esempio di horror psicologico, cattivo e inquietante. Poi il primo Insidious nel 2010, che magari non era una cosa da strapparsi i capelli ma era buono. Intelligente, non banale e tecnicamente promettente. E poi il mio preferito, nel 2013, The Conjuring, che per me rimane uno dei migliori film horror degli ultimi quindici anni. Poi sì, quest’anno ha anche diretto Fast and Furious 7, e non lo ha neanche fatto male, ma al momento mi interessa il James Wan orrorifico, quindi quello lo lascio da parte.

E’ bravo, dicevo.

Però qui gioca un po’ sporco.

Riprende la storia del primo capitolo e va a spiegare le origini di quel seccante problema con l’aldilà che tormenta la famiglia Lambert risalendo agli eventi che avevano colpito Josh (sempre Patrick Wilson) da piccolo. E fin qui, niente di male in sé. L’idea è buona e di materiale per inventarsi roba nuova ce n’è ampiamente.

Peccato che Wan si adagi un po’ troppo sui riferimenti al primo, riciclando di peso intere sequenze del film precedente, saccheggiandone presupposti e motivazioni e limitandosi a inserire qualche variante nel campionario spettrale.

La tecnica di regia è sempre buona, le case infestate gli piacciono e ci si trova a suo agio. La tensione si crea abbastanza e qualche spavento come si deve ce lo si prende anche. Però.

Però sa tanto, veramente tanto, troppo di minestra riscaldata. Sembra un po’ un’extended version del primo più che un seguito vero e proprio.

Alcune sequenze, per quanto magari efficaci, sono piazzate proprio un po’ solo per allungare il brodo. Sta cazzeggiando e si vede.

Non so. Più ci penso (e più guardo la cronologia) e più ho idea che si sia un po’ fatto prendere dalla frenesia commerciale del seguito a tutti i costi e che l’abbia tirato via malamente nei ritagli di tempo residui dalla lavorazione di The Conjuring (uscito solo un paio di mesi prima e del quale, tra l’altro, vedo un seguito previsto per il 2016, sperando che stavolta gli dedichi un po’ più di tempo).

Insomma, non è male ma è un po’ inutile.

Adesso nelle sale c’è il terzo, manco a dirlo, un prequel, che però è diretto da Leigh Whannel, coideatore con Wan del soggetto di Saw e sceneggiatore dei due precedenti capitoli di Insidious (oltre che di tutta la saga di Saw, compresi i capitoli non diretti da Wan).

In realtà è un prequel rispetto agli avvenimenti della famiglia Lambert ma è sempre successivo all’antefatto di Josh da piccolo, nel 1968, perché qui Elise, la sensitiva, ha già vissuto quei primi avvenimenti.

Cinematografo & Imdb.

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Insidious 2 trailer  (Screengrab)

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Allora. Tenetevi pronti che qui il livello culturale si alza vertiginosamente.

Dwayne Johnson (…) ha l’espressività di un comodino (non d’epoca) – Maurizio Porro, Corriere della Sera.

Normalmente non vado a pescare tra le critiche ufficiali ma questa meritava.

Devo dire che quando sono uscita dal cinema, sull’onda emotiva della mega catastrofe ero anche piuttosto incline ad un giudizio indulgente. Perché sì, dai, gli effetti son fatti bene, quello è pur vero.

In realtà col passare dei giorni, più ci ripenso e più questo film è proprio un po’ una cagata.

Non per la megacatastrofe in sé, per carità, ho sempre apprezzato le apocalissi postmoderne, quanto perché oltre alla distruzione non c’è veramente nient’altro.

Se avessero presentato il tutto come un documentario tecnico sullo stato dell’arte degli effetti digitali applicati a scenari cataclismatici sarebbe stato a) più onesto e b) più economico, ché si sarebbero risparmiati la paga di Dwayne Johnson e, soprattutto, di Paul Giamatti, che veste i panni del sismologo e suppongo gli sia costato un po’ di più di The Rock.

La faglia di San Andrea si sveglia una volta per tutte all’interno di un panorama sismico che improvvisamente si rivela più critico di quel che si era sempre pensato e si scatena un sisma di Magnitudo 9. Talmente forte e disastroso che lo sentiranno pure sulla costa Est – il che per un momento mi ha fatto temere che fosse l’ennesima scusa per distruggere New York ma poi fortunatamente hanno evitato.

In tutto ciò, Ray, ex militare e pilota di elicotteri di salvataggio si trova a dover recuperare prima la moglie e poi la figlia sparpagliate nelle catastrofi.

Boh. Pathos non ce n’é. Plausibilità, ok non è che uno ne richieda tantissima, ma un minimo sindacale di arrangiamento…

Ray viene richiamato in servizio all’inizio dei terremoti quindi sale sull’elicottero dell’elisoccorso ma dopo pochissimo, mentre teoricamente starebbe svolgendo un servizio pubblico, decide di andare a recuperarsi la moglie senza neanche degnarsi di avvertire qualcuno, che ne so, una comunicazione radio, un segnale di fumo.

Da questo punto in poi è come se ci si dimenticasse di quel poco di contesto che era stato costruito intorno al personaggio e lo si segue semplicemente nella sua missione personale – perché dopo la moglie è la volta della figlia – come se l’elicottero fosse sempre stato suo. Alla faccia dello spirito eroico americano questo si fotte bellamente un mezzo di soccorso senza che la cosa paia turbare minimamente gli sceneggiatori. E via, mettetegliele ‘ste due righe in più di copione in cui fa almeno finta di porsi il dilemma morale tra il suo ruolo ufficiale e i cazzi suoi! No. Troppo impegnativo.

Che poi, anche la scelta del mezzo, se proprio volgiamo, è piuttosto infelice. La scena dell’elicottero che rimane in hovering immobile e impassibile in mezzo ai grattacieli che crollano mentre Ray e la moglie saltellano allegramente tra elicottero medesimo e macerie crollanti è imbarazzante.

Stesso dicasi del canotto che risale lo tsunami.

Decisamente, scelta di mezzi infelicissima.

Che poi ok, non è che la limousine guidata da John Cusack che in 2012 fuggiva in mezzo allo sprofondamento di Los Angeles fosse tanto più adatta, però 2012 era di Emmerich, aveva una trama e aveva dei personaggi che, bene o male agivano in modo plausibile per il contesto, quindi gli si può pure perdonare qualche trovata campata in aria (che tanto in questo genere di film ci son sempre, non è quello il punto). E poi c’era Woody Harrelson che faceva lo squilibrato che mangiava cetrioli. C’è bisogno di aggiungere altro?

Tornando a San Andreas.

Piccola parte per Kylie Minogue (ve l’avevo detto che il livello si alzava).

Cover di California Dreamin’ interpretata da Sia sui titoli di coda. Che anche se Sia non mi dispiace, di questa cover, decisamente, si sentiva la necessità quasi quanto di tutto il film.

Cinematografo & Imdb.

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SAN ANDREAS

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Seriamente. Parliamone.

Mia Wasikowska E Tom Hiddleston E Jessica Chastain.

E fantasmi. E una casa stregata. E atmosfere goticheggianti.

E la regia di Guillermo del Toro.

Devo. Vederlo. Subito.

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“la rivista potrebbe chiamarsi ‘La Guerre Civile’…”

“Perché no?” disse Laforgue. “Non è un brutto titolo e dice per l’appunto quel che vogliamo dire noi. Sei sicuro che non sia già stato preso?”

“La guerra civile è un’idea che deve essere di dominio pubblico”, disse Rosenthal. “Non si brevetta.”

 

Era una sera di luglio, quell’ora sull’imbrunire quando il sudore evapora sulla pelle e tutta la polvere della giornata smette di ricadere come cenere d’un incendio remoto: un cielo abbastanza ampio si estendeva al di sopra del giardino il quale, in realtà, non era che un piccolo chiuso d’alberi riarsi e d’erba malata, ma che tuttavia faceva provare, nel cuore delle colline di pietra di Parigi, lo stesso genere di piacere che dà una prateria.

Negli appartamenti di rue Claude Bernard, che Laforgue e i suoi amici talvolta spiavano per ore come se ospitassero chi sa che importanti segreti, gl’inquilini cominciavano a prepararsi per la notte: si vedeva vagamente passare davanti a una lampada ora una spalla, ora un braccio nudo: erano donne che si spogliavano, ma troppo lontane, perché si potesse distinguere se fossero belle: e non lo erano. Erano per lo più donne di mezz’età che si toglievano fascette, cinture e busti come altrettanti pezzi di un’armatura; le abitanti più giovani di queste case, quelle le cui canzoni zampillavano a volte dal fondo di una cucina, dormivano sotto i coppi e non si vedevano.

Musiche, discorsi, lezioni, pubblicità uscivano dalla gola degli altoparlanti in una ripetizione confusa; di quando in quando un autobus strideva alla fermata di rue des Feuillantines; tuttavia c’erano dei momenti in cui un gran silenzio quasi marino veleggiava pigramente sui frangenti della città.

 

Rosenthal parlava. Parlava sempre molto, perché possedeva una voce profetica e pensava di poter persuadere facilmente solo col timbro della voce; i compagni lo stavano a sentire guardando i riflessi di Parigi, color lampone, al di sopra delle proprie teste, ma pensavano confusamente alle donne che si stavano coricando e dicevano ai propri mariti o amanti parole sconvolgenti di odio, passione e oscenità,

Erano cinque giovanotti nell’età ingrata fra i venti e i ventiquattro anni: l’avvenire che li attendeva era confuso come un deserto pieno di miraggi, insidie e vaste solitudini, ma quella sera non ci pensavano affatto, speravano soltanto nell’arrivo delle vacanze e nella fine degli esami.

“Dunque”, disse Laforgue, “alla riapertura delle scuole potremo pubblicare la rivista, dal momento che esistono dei filantropi abbastanza ingenui da affidarci i soldi che non rivedranno mai più, La pubblicheremo, e al termine di un certo tempo, morrà…”

“Certamente”, disse Rosenthal. “C’è qualcuno di noi abbastanza corrotto da credere che lavoriamo per l’eternità?”

“Le riviste muoiono sempre”, disse Bloyè. “E’ un dato immediato dell’esperienza.”

” Se sapessi, ripigliò Rosenthal, “che una sola delle mie azioni dovesse impegnarmi per la vita e seguirmi come una specie di palla al piede o di cane fedele, preferirei crepare affogato. Sapere quello che saremo è come vivere già morti. Ci vedete, noi, fra una quarantina d’anni, a dirigere una vecchia ‘Guerre Cvile’, con le brutte facce da vecchi che avremo, tipo Xavier Léon e la ‘Revue de Métaphysique’?…Bella sarebbe la vita se gli architetti costruissero le case per il gusto di buttarle giù, se gli scrittori scrivessero i libri all’unico scopo di bruciarli. Bisognerebbe essere abbastanza puri o abbastanza coraggiosi per non esigere che le cose durassero.”

“Bisognerebbe”, disse Laforgue, “essere completamente liberi dalla paura di morire.”

Paul Nizan, La cospirazione, 1938

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Nato come finto trailer, postato in rete su YouTube e poi diventato un film grazie alla produzione del guru dell’horror contemporaneo Eli Roth, per la regia dell’esordiente Jon Watts, Clown mi incuriosiva già da parecchio tempo.

Poi sì, avevo un po’ il timore che fosse la solita bufala da passaparola virtuale che andava magari a parare in una splatterata alla Roth, ma la trama sembrava interessante e la locandina ragionevolmente inquietante – anche se ho trovato un po’ eccessiva la faccenda della censura (in Italia e in altri paesi è stata censurata l’immagine). Boh, onestamente non mi pare così impressionante ma è pur vero che io vedo horror da quando ho undici anni e ultimamente la notte sogno di ammazzare bambini zombie, quindi magari la mia sensibilità non è particolarmente affidabile.

E poi si parla di clown. Che lo so che ho già esasperato i più con la mia fissa orrorifica per i clown ma non so che farci. I clown mi terrorizzano ergo i film horror con i clown mi attirano morbosamente perché do per scontato che in un modo o nell’altro un po’ di paura l’avrò.

Ciò detto, la situazione di partenza è la seguente: festa di compleanno di un pargolo circondato da amichetti e quadretto famigliare di rito. Per animare la festa è stato anche ingaggiato un clown. Il clown ha un contrattempo e non può venire. Il papà del pargolo, Jack, trova casualmente in un baule un costume da clown e se lo mette per la festicciola.

Peccato che poi non riesca più a toglierselo.

Che detta così può pure sembrare ridicola come cosa ma c’è ben poco da ridere.

A dir la verità, sulle prime son rimasta subito un po’ perplessa per il semplice fatto che si arriva troppo in fretta alla situazione centrale. Non c’è costruzione dell’antefatto. Nel giro di pochi minuti, Jack ha già il costume addosso. E oltretutto ci si imbatte casualmente nel baule di una casa disabitata in cui si trova in veste di agente immobiliare. Mpf. Sì, sull’inizio ho storto il naso perché è troppo affrettato e quindi poco plausibile.

Allo stesso modo, ho faticato un po’ sulla prima parte, quando Jack realizza che non riesce a togliersi il costume, perché le reazioni delle persone che lo circondano non mi sono parse adeguate alla situazione.

In realtà, andando avanti, ci si rende conto che c’è una struttura ben precisa, solida e coerente. E che la velocità dell’inizio non è fuori luogo.

Clown è una sorta di fiaba horror e il fatto di liquidare rapidamente l’antefatto per concentrarsi subito sulla situazione in sé è un po’ l’equivalente del c’era una volta.

C’era una volta un uomo che trovò un vestito da clown. Lo indossò ma quando venne il momento di toglierlo scoprì di non riuscirci.

E come tutte le fiabe, ha più livelli di significato e la condiscendente incredulità che circonda Jack nella prima parte è una crudele e impietosa rappresentazione dell’ottusa apatia borghese che per quanto possa trovarsi di fronte all’assurdo, istintivamente riconduce tutto all’interno dei propri schemi di normalità.

Clown è un film pulito e ben articolato. Una variazione sul tema del mostro mangia-bambini con un crescendo di orrore sottile e strisciante che si mimetizza dietro le pareti della normalità.

Jack cerca di risalire al proprietario della casa e del baule. Cerca il proprietario del costume ma quello che scopre è troppo assurdo e terribile perché possa davvero crederci fin da subito.

L’evoluzione di Jack è fatta benissimo perché è graduale e inesorabile e perché fino all’ultimo non si crede possibile. E’ lui stesso a non crederla possibile. Ottimo l’equilibrio tra normalità e orrore che fa sì che entrambe le dimensioni siano egualmente reali e stranianti.

Bellissima visivamente la mutazione di Jack. Un clown che sicuramente – almeno per me – non sarà mai inquietante come Pennywise, ma che è la perfetta incarnazione della deformazione dell’immagine originaria del pagliaccio. L’orrore che si sovrappone all’infanzia e all’innocenza.

Bello. Non sarà forse tra i più terrorizzanti che abbia mai visto ma è originale e intelligente.

Cinematografo & Imdb.

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