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Archive for the ‘A. Ryan’ Category

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Regia di Spielberg, sceneggiatura dei fratelli Coen, protagonista Tom Hanks.

Sei candidature agli Oscar, tra cui miglior film, miglior attore non protagonista per Mark Rylance e miglior sceneggiatura originale.

Ora, non credo che meriti addirittura di vincere qualcosa ma di sicuro le candidature ci stavano. Lo so che c’è un qualcosa di perverso in questi miei ragionamenti del non-merita-l-oscar-ma-merita-la-candidatura ma la candidatura va considerata una sorta di riconoscimento di per sé, tant’è che le nomination sono a tutti gli effetti menzionate nello status di un film o nel curriculum di un attore.

Basti vedere quello di Di Caprio.

Va bene, la smetto.

No, non la smetto. Andrò avanti così fino agli oscar, mettetevi l’anima in pace.

Ma si diceva, il film.

Il ponte delle spie racconta la storia vera di James Donovan avvocato americano che prima, nel 1957, si trovò a dover difendere d’ufficio Rudolf Abel, accusato di essere una spia dell’Unione Sovietica e poi, nel 1962, condusse il negoziato per lo scambio di Abel con il pilota americano Francis Gary Powers, catturato in territorio sovietico e a sua volta condannato per spionaggio.

Siamo in piena guerra fredda, la tensione tra USA e URSS è al culmine. Quando Abel viene catturato, l’opinione pubblica è ancora esasperata e resa ipersensibile dallo strascico del caso Rosenberg, del 1953.

L’esecuzione dei coniugi Rosenberg sulla sedia elettrica ha profondamente scosso la coscienza americana. Più di quanto l’America stessa fosse pronta ad ammettere.

Nel momento in cui Abel viene catturato l’America ha bisogno di conferme. Ha bisogno di vedere all’opera quello stesso sistema giudiziario che ha condannato a morte i Rosenberg e ha bisogno che esso conduca inevitabilmente alle stesse conclusioni.

Perché l’ipotesi di un errore o anche solo di una relativizzazione non è contemplabile, neanche inconsciamente.

Da qui, la costruzione del processo ad Abel, fortemente viziato dall’esigenza di un esito che non può essere incerto perché equivarrebbe a mettere in discussione le basi stesse del patriottismo americano. A mettere in discussione quei valori assoluti che hanno gravato le coscienze degli americani del peso irreversibile della morte dei Rosenberg.

Però la difesa è affidata a Donovan. E Donovan è un uomo tutto d’un pezzo, come lo definisce Abel stesso. Che sa muoversi nel sistema ma che sa, sempre e comunque, quali debbano essere le ragioni fondanti di quel sistema. E Donovan sa, oltre ogni dubbio, che ogni uomo ha diritto a una difesa. E che i valori di giustizia e uguaglianza di cui l’America si fa paladina, debbono essere universali e non spendibili all’occorrenza, solo per cittadini americani.

La lungimiranza e la tenacia di Donovan daranno i loro frutti e lo vedranno artefice di negoziati altrimenti destinati al fallimento, se fossero stati condotti attraverso le vie ufficiali della politica.

Il ponte delle spie è un gran bel film. Coinvolgente e realistico.

La parte a Berlino Est è impressionante. E’ un pugno nello stomaco, un promemoria di una realtà storica che sembra lontana secoli ma che è appena alle nostre spalle.

Anche il modo in cui viene trasmessa l’atmosfera che si respirava in quegli anni negli Stati Uniti è estremamente efficace.

Così come è sconfortante l’immediatezza dell’analogia che inevitabilmente prende forma con la condizione attuale, per lo meno per quel che riguarda i meccanismi delle masse. Alla fine, l’unica cosa che conta è avere un nemico. Possibilmente grande, cattivo e ben identificabile. Qualcosa che plachi la cattiva coscienza della sedicente democrazia occidentale e che per contrasto soffochi le incongruenze di fondo.

Ma probabilmente sto divagando.

Ottima costruzione sotto tutti i punti di vista, struttura solida e ritmo sostenuto.

Ottimo come sempre Tom Hanks, con la sua espressività posata ma penetrante e davvero degna di nota l’interpretazione di Rylance.

Da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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