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Archive for the ‘2018’ Category

Quando ho sentito che volevano fare il remake di Suspiria ho provato coerentemente un brivido di terrore.

Perché, che piaccia o non piaccia Dario Argento, Suspiria è comunque un classico del genere. Forse non archetipico nell’immaginario quanto un Profondo Rosso ma non ci andiamo tanto distanti.

Poi ho sentito che il remake era di Guadagnino e ho detto vabbè.

Poi ho visto che c’era Tilda Swinton e ciao proprio. Neanche la presenza di Dakota Johnson è bastata a dissuadermi.

In pratica, ho visto questo film perché c’era Tilda.

E mi sono piazzata in sala con sguardo critico e un sopracciglio rigorosamente alzato in piena modalità ok-do-your-magic, con tutto il sarcasmo applicabile alla cosa.

Che tra l’altro, prima di entrare in sala non mi ero neanche accorta che dura 152 minuti il che ha ulteriormente aumentato la mia maldisposizione di partenza.

Detto ciò. Gli dei conservino lungamente Guadagnino perché ha fatto veramente un capolavoro.

Già dopo i primi minuti il mio sopracciglio si era riposizionato a livello dell’altro e dopo la prima mezz’ora ho smesso del tutto di pormi il problema del remake per godermi il film.

Suspiria 2017 è di una potenza incredibile.

La colonna sonora di Tom Jorke accompagna una sceneggiatura che da un lato omaggia il film originale con moltissimi riferimenti e dall’altro la amplia, sviluppandone a fondo tutte le potenzialità inespresse.

Sempre ambientato in Germania, qui siamo in una Berlino divisa in cui il contesto storico è molto più presente rispetto al primo film creando un contrappunto molto stretto tra il Male nell’accademia di danza e il Male che ancora imperversa nel mondo in quegli anni.

Attraverso sei atti e un epilogo prende vita la storia di Susie Bannion, ballerina dell’Ohio, trasferitasi a studiare danza in Europa.

La storia di base è rimasta quella originale.

Nella scuola di danza succedono cose strane e le donne che la gestiscono altro non sono che una congrega di streghe.

Quindi, da un punto di vista strettamente di trama, non c’è la tensione della sorpresa sullo svolgersi della vicenda.

Cionondimeno la tensione si crea molto efficacemente e soprattutto non ha un attimo di cedimento per tutta la durata del film.

Visivamente curatissimo, molto incentrato sulla danza con le sue possibili valenze simboliche e rituali, Suspiria 2017 è un ballo di morte e resurrezione, un sabba moderno affascinante e letale.

Più che sul terrore nudo vero e proprio, Guadagnino punta sull’angoscia. Una sensazione di angoscia stringente e claustrofobica che, in definitiva, risulta molto più inquietante della paura stessa.

Alcune sequenze sono costruite in modo fenomenale da questo punto di vista, una per tutte – un piccolo spoiler –  la danza in parallelo di Susie – impegnata in una prova – e di una compagna di ballo chiusa in una stanza di specchi. Ad ogni salto di Susie, ad ogni movimento di Susie, ad ogni strattone, allungamento, scatto corrisponde un analogo movimento della ragazza nella sala che viene sballottata, lanciata, disarticolata e spezzata come in un rituale voodoo. E’ una sequenza piuttosto lunga ed è meravigliosamente disturbante.

Come anche molto disturbanti, oltre che bellissime, sono le sequenze semi oniriche.

Nel ruolo di Susie abbiamo Dakotan Johnson, curiosamente poco fastidiosa, con una recitazione piuttosto asciutta e senza le sue solite smorfie da aspirante superseduttrice.

E poi, meravigliosa, superba e fantastica, abbiamo Tilda Swinton nel ruolo sia di Madame Blanc sia del Dottor Klemperer, un anziano psicologo che si trova ad indagare sulle strane vicende che ruotano intorno alla scuola di danza.

Una Madame Blac carismatica, fredda, potente e bellissima. Una Tilda Swinton perfetta e intensa che mi ha ricordato gli anni di Orlando.

Nel cast anche Mia Goth, che non ho ancora capito se mi piace o meno ma era comunque adatta alla parte.

Cameo per Jessica Harper, la Susie del ’77.

I tempi e i modi della recitazione sono ovviamente più vicini al canone tradizionale rispetto al film originale ma si nota comunque un’impronta di lentezza e di sospensione che pare essere un tributo al primo Suspiria.

Così come la ricostruzione di alcune scene – le porte scorrevoli all’inizio – o l’impiego di effetti speciali non (quasi) digitalizzati ma fatti alla vecchia maniera, con trucco e sangue.

Splatter in generale moderato ma efficace con non pochi ammiccamenti allo stile di Dario Argento.

Dario Argento che non pare aver particolarmente apprezzato il remake perché, a suo dire, poco spaventoso e con poca musica.

Sarà. Immagino che ogni autore abbia una sensibilità propria per le sue opere. D’altronde a King non piace lo Shining di Kubrick.

In ogni caso per me questo Suspiria è stato una bellissima sorpresa.

Molto molto consigliato.

Cinematografo & Imdb.

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E anche quest’anno ci siamo. Venerdì 23 è iniziata la 36a edizione del Torino Film Festival e io sono mortalmente in ritardo perché non ho neanche messo fuori una locandina o un trailer.

Anyway, ritardi a parte, anche quest’anno sono riuscita a ritagliarmi i miei tre giorni per chiudermi nella bolla TFF e farmi una sana cura intensiva di film da mattino a sera.

E dunque cominciamo.

Wildlife. Produzione statunitense. In concorso.

Inizio un po’ mainstream, verrebbe da dire, e forse in parte è anche vero, ma non per questo meno apprezzabile.

Esordio alla regia di Paul Dano (Il petroliere, 12 anni schiavo), Wildlife porta sullo schermo il romanzo Incendi di Richard Ford.

Attraverso gli occhi del 14enne Joe Brinson, assistiamo al lento e inesorabile disgregarsi dei legami della sua famiglia.

Jerry e Jeanette, i suoi genitori, si sono appena trasferiti nel Montana, quasi al confine con il Canada, e stanno vivendo un momento difficile dopo la perdita del lavoro da parte di Jerry.

Comprensiva e incoraggiante nonostante tutto, Jeanette perde di colpo speranza e fiducia nel futuro e in Jerry quando lui decide arruolarsi nelle squadre che si occupando di domare gli spaventosi incendi che infuriano sulle montagne circostanti.

Jerry lascia la sua famiglia, spinto da un’esigenza che è qualcosa di più del semplice portare a casa lo stipendio. Jeanette non lo capisce e, soprattutto, non lo perdona.

E’ un po’ la goccia che fa traboccare il vaso. O, come sarebbe più adatto, la scintilla da cui parte l’incendio che brucia tutto e che si lascia alle spalle solo macerie.

Joe assiste impotente al progressivo allontanarsi dei suoi genitori e, soprattutto, alla deriva sempre più precipitosa che imbocca sua madre.

In un’inquadratura memorabile, vediamo le fiamme dell’incendio riflesse nelle iridi di Joe, specchio del disastro che si sta mangiando il mondo intorno a lui, fisicamente e metaforicamente.

Jerry è Jake Gyllenhaal, Jeanine è una Carey Mulligan eccezionale – benché il personaggio in sé sarebbe da prendere a schiaffi più di una volta.

Il giovane Joe è Ed Oxenbould e anche lui è decisamente degno di nota.

Un esordio alla regia di tutto rispetto. Un film incredibilmente reale e toccante. Un quadro perfetto della disgregazione dei legami, indipendente dagli affetti.

Una cura per la costruzione delle scene, che in certi momenti, regala delle inquadrature di rara perfezione.

Non so come e quando arriverà in distribuzione in Italia, in ogni caso è assolutamente consigliato.

Cinematografo & Imdb.

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Dall’ultimo album, Simulation Theory, uscito il 9 novembre.

Un meraviglioso, esaltante, gratificante tripudio di anni Ottanta ❤

(volevo trattenermi dal mettere un cuore ma mi è scappato lo stesso)

(magari prossima settimana faccio anche un post decente sull’album)

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In uscita il 1 gennaio 2019.

Sono piuttosto preoccupata, in verità. Dario Argento ha uno stile troppo personale per poterne fare un remake. E Suspiria è un tale classico.

Non so. D’altro canto mi incuriosisce anche perché è di Guadagnino e perché c’è la mia amata Tilda Swinton.

Facevo volentieri a meno di Dakota Johnson ma pazienza.

 

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La storia vera – e, da quel che mi par di capire, anche piuttosto poco romanzata – di Tonya Harding, campionessa di pattinaggio artistico sul ghiaccio divenuta celebre per essere stata la seconda donna al mondo – la prima statunitense – ad aver eseguito un triplo axel in una competizione ufficiale.

E anche per esser finita coinvolta nell’aggressione ad una sua collega e avversaria, Nancy Kerrigan, cui venne spezzato un ginocchio prima delle Olimpiadi del ’94.

Se è vero che la storia e la persona di Tonya offrono già di per sé un materiale di partenza quanto mai ricco e, per così dire, vivace, va indubbiamente riconosciuto il merito di Craig Gillespie per aver dato forma ad un biopic piuttosto atipico e prepotentemente coinvolgente.

Strutturato sull’alternanza di stralci di interviste – modellate fedelmente su quelle realmente registrate con i veri protagonisti della vicenda – e ricostruzione degli eventi, Tonya parte fin da subito con un ritmo serrato e incalzante e rende immediatamente partecipe lo spettatore che è al tempo stesso interlocutore dell’intervista e pubblico cui vengono rivolti (cauti) ammiccamenti nel corso degli eventi.

Fondamenta granitiche di tutta la struttura sono le due immense interpretazioni di Margot Robbie e Allison Janney, rispettivamente Tonya e LaVona, la sua orribile madre.

Entrambe nominate (protagonista e non protagonista) sia ai Globes sia agli Oscar, solo la Janney ne è uscita vincitrice (in entrambi i casi) ma la candidatura della Robbie rimane comunque meritata dal primo all’ultimo fotogramma.

Un ruolo difficile, quello di Tonya. Cattiva ragazza, incarnazione dello spirito di un’America rimasta indietro, a raccogliere solo le briciole del grande sogno. Figlia di un’America in cui in teoria tutti hanno un’opportunità ma in cui, in pratica, l’immagine che si vuole esaltare è quella dei valori classici, alto-borghesi e benpensanti. Un’America che si vanta di premiare il talento ma dove il talento, da solo, è bel lontano dall’essere sufficiente. A questo si aggiunga una situazione familiare ai limiti – e forse anche oltre – del disastrato.

Da tutto questo viene fuori Tonya. Con la sua vitalità, la sua bravura, la sua testardaggine, la sua rabbia.

Un mix esplosivo di forza e fragilità. Di ingenuità e potenza. Di puro talento, determinazione e arroganza.

Un mix che Margot Robbie riesce a rendere in modo perfetto, regalando alla figura di Tonya un’intensità umana ed emotiva di potenza devastante.

Di pari, enorme bravura anche Allison Janney, alle prese con un personaggio negativo al di là di ogni possibilità di appello eppure in grado di creare comunque una forte empatia  – cosa tutt’altro che scontata.

Nel cast anche Sebastian Stan, nel ruolo del marito di Tonya, e una bravissima – seppur trascurata dalla critica – Julianne Nicholson nei panni dell’allenatrice di Tonya.

Bellissimo, assolutamente da non perdere.

Ci sarebbe stata anche una candidatura a miglior film (magari al posto di Get Out, tanto per dirne una).

Cinematografo & Imdb.

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Miglior attrice Diane Kruger a Cannes 2017.

Golden Globe 2018 come miglior film straniero.

Regia di Fatih Akin – La sposa turca (2003), Soul Kitchen (2009), tra gli altri.

Germania. Katja, tedesca, Nuri, curdo.

Marito e moglie. E Rocco, il loro bambino.

Una famiglia mista, come tante. La quotidianità, il lavoro, le bollette da pagare, gli sbagli da superare e da lasciarsi alle spalle.

Finché, all’improvviso, tutto crolla.

Una bomba piazzata davanti all’ufficio di Nuri uccide lui e Rocco e Katja si trova precipitata nelle profondità di un inferno senza via d’uscita.

L’attentato si rivela ben presto di stampo neonazista e Katja deve affrontare un processo che apre uno squarcio impietoso sulla realtà dell’insensatezza della morte dei sui cari.

L’orrore idiota delle tensioni razziali e delle intolleranze sempre più frequenti in Germania. L’inadeguatezza di leggi e persone.

Diane Kruger è davvero immensa in un ruolo che non è mai patetico ma è tanto intenso da spezzare il cuore.

Un film bellissimo e terribile. Uno di quei film difficili da vedere ma necessari.

Non c’è posto per cliché o vuoti sentimentalismi.

C’è solo l’imbecille verità di un male ingiustificabile e del vuoto che si lascia dietro.

C’è la realtà concreta di un mondo che non sembra in grado di affrontarlo, questo male, come un genitore attonito di fronte a un figlio sfuggito al controllo e macchiatosi di colpe abominevoli.

Una regia asciutta, essenziale. La telecamera quasi sempre addosso a Katja e alla sua straziante solitudine.

Una condanna senza possibilità di appello.

Assolutamente imperdibile.

Cinematografo & Imdb.

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