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Archive for the ‘G. Garbo’ Category

Chi è Pauline Dubuisson?

E’ la spietata assassina, fredda calcolatrice, gelida collaborazionista che la giustizia e i media hanno consegnato alla storia?

E’ la donna arrogante, sfrontata e priva di empatia che Greta Garbo impersona nel film di Clouzot, nel 1960? Con una parte, peraltro, talmente memorabile da costituire un passo di non secondaria importanza nel progressivo allontanamento dell’immagine mediatica dalla vera persona di Pauline.

Oppure c’è qualcos’altro?

Qualcosa rimasto incastrato tra le righe dei rotocalchi, tra le maglie di una storia preconfezionata per suscitare scalpore e indignazione.

Pauline Dubuisson ha ucciso un uomo. Questo è un dato di fatto inequivocabile.

Per la precisione, il 17 marzo 1951, ha ucciso l’ex fidanzato Félix Bailly.

E’ quello che tutti sanno e tutti dicono.

Ma come è arrivata Pauline a quel preciso punto della sua esistenza?

C’è una voragine d’ombra alle spalle di Pauline, un abisso nel quale è sempre stato più comodo non guardare. Al processo, nel 1953, quando, caso unico nella storia giudiziaria dell’epoca, venne chiesta la pena di morte per un delitto passionale. Al cinema, quando Clouzot sceglie di consacrare l’immagine del mostro tramite il volto di una delle attrici più note ed amate dell’epoca.

C’è una parte di cui nessuno parla.

Ed è quella la parte che interessa a Jean-Luc Seigle.

Tramite l’espediente della scrittura diaristica/memoriale l’autore tenta di dare voce a Pauline, ripercorrendo quelle tappe della sua vita che tutti hanno scelto di ignorare.

L’adorazione per un padre con il quale c’è un legame ambiguo. I fratelli persi nella prima guerra mondiale e il fantasma della guerra, della povertà, della fame, costantemente aleggianti sulla sua casa di bambina.

La scoperta distorta di una femminilità cui non era preparata e il modo subdolo in cui viene, più o meno esplicitamente, autorizzata dal padre a farne uso per superare gli anni della seconda guerra mondiale.

Per riuscire a studiare medicina e ottenere i favori di un ufficiale tedesco di più di 50 anni.

I rapporti non ambigui con gli ufficiali tedeschi manovrati in modo totalmente ambiguo da un padre i cui contorni rimangono sempre sfocati salvo poi suicidarsi al momento dell’arresto della figlia, per motivazioni che sono solo ipotizzabili ma che possono includere il dolore come il senso di colpa. La vergogna. Ma per cosa esattamente? Per una figlia perduta o per una figlia venduta e sacrificata perché la famiglia non avesse a patire una seconda volta gli orrori attraversati con la prima guerra?

E poi l’arrivo degli alleati. E Pauline che viene presa come capro espiatorio. Umiliata, rasata, denudata, riempita di svastiche, stuprata. Ad appena 16 anni.

Il tentativo di ricominciare. Di allontanarsi e dimenticare.

Per poi scoprire che esser stata rasata alla liberazione, esser stata definita puttana da crucchi, è qualcosa che l’Europa borghese degli anni Cinquanta non riesce a superare. Non c’è prospettiva, non c’è redenzione.

C’è solo odio. E un costante ripetersi della tortura del rifiuto laddove si credeva di trovare comprensione.

E allora chi è il mostro?

La Pauline immaginata da Seigle, lungi dall’essere (auto)giustificatoria, è così incredibilmente plausibile nella sua attinenza ai fatti. Nel renderli evidenti oltre le sue stesse intenzioni. Nella limpida, lucida rassegnazione della sua voce. Nelle sue parole indirizzate all’uomo che, di nuovo, la rifiuterà spingendola definitivamente al suicidio.

Dal suo esilio a Essaouira, in Marocco, Pauline si toglierà la vita il 22 settembre 1963.

Un libriccino intenso, quasi spaventoso per la dolorosità delle sue pagine. Uno squarcio interessante sulla relatività di una giustizia e di una storia inaffidabili e, come tutto il resto, soggette agli umori della massa.

Un quadro agghiacciante di disumanizzazione in una società postbellica – ferocemente maschilista – resa isterica dalla paura e dal fantasma della sua cattiva coscienza.

 

Jean, scrivo questo quaderno per te. Mi chiamo Pauline Dubuisson e ho ucciso un uomo. Ma nessuno nasce assassino. Quindi c’è da credere che il crimine sia come la poesia, conseguenza di cose misteriose e incontrollabili. Solo che non so quali siano. La storia della mia vita è anche una lunga storia di morti che non voglio disturbare né far arrabbiare, anche se dentro di me spero di riuscire a strappargli quei pezzi miei e loro che si sono portati nella tomba senza sapere quali.

Voglio rifare questo cammino nella scrittura per te e per noi, per offrirti più della mia colpevolezza e molto più del mio delitto.

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