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Archive for the ‘A. G. Iñárritu’ Category

Miglior film

  • Il caso Spotlight (Spotlight), a Michael Sugar, Steve Golin, Nicole Rocklin e Blye Pagon Faust

Ok, ci può stare. Onestamente pensavo che avrebbe preso la regia ma va anche bene così. L’unica cosa che temevo era che lo sovraccaricassero perché il più impegnato dell’edizione.

Miglior regia

  • Alejandro González Iñárritu– Revenant – Redivivo (The Revenant)

E il buon Alejandro fa il botto due anni di fila. Nello specifico, è il primo regista messicano a ricevere l’Oscar per la regia in due edizioni consecutive.

Revenant continua a non essere tra i miei film preferiti ma è comprensibile perché meriti riconoscimenti.

Miglior attore protagonista

  • Leonardo DiCaprio – Revenant – Redivivo (The Revenant)

Devo veramente dire qualcosa?

Mi pare il minimo che gliel’abbiano dato, ecco.

E continuo a ripetere che Revenant non è il top e ci sono un sacco di altre interpretazioni di Leo che avrebbero meritato molto di più il riconoscimento. Però a questo punto va bene così.

Quando Iñarritù lo ha menzionato al ritiro della sua statuetta pensavo che il povero Leo stesse per esplodere. Stavo veramente male per lui.

Chissà se adesso finiranno le prese in giro o si troverà il modo di riadattarle.

In ogni caso, degne di nota rimangono 1) la molla che evidentemente aveva sotto le chiappe e che lo ha fatto praticamente schizzare sul palco prima ancora che il suo nome fosse pronunciato per intero, e 2) l’abilità con cui è riuscito a infilare un pippone ambientalista tra i ringraziamenti.

Ma noi gli si vuole bene anche per questo.

Miglior attrice protagonista

  • Brie Larson – Room

Eh. Immaginavo. Se la Universal Italia è d’accordo lo vedrò finalmente questa settimana.

E io avevo anche scritto eh, alla Universal, chiedendo di anticipare la distribuzione nelle sale. Ma, guarda un po’, non mi han minimamente considerata.

Miglior attore non protagonista

  • Mark Rylance – Il ponte delle spie (Bridge of Spies)

Questo non me lo aspettavo. Ero davvero convinta che avrebbe vinto Stallone. Poi, per carità, non è che sia immeritato. Quella di Rylance è una bellissima interpretazione e mi è piaciuta un sacco la considerazione di Gianni Canova sul lavoro di sottrazione che Rylance fa sul suo volto e sulla sua espressività.

Però mi dispiace un po’ per l’unica occasione di Stallone.

Miglior attrice non protagonista

  • Alicia Vikander – The Danish Girl

Gnaaaaaaaaa! (=scomposta manifestazione di giubilo).

Migliore sceneggiatura originale

  • Tom McCarthy e Josh Singer – Il caso Spotlight (Spotlight)

Son contenta. E’ quello che avrei dato io.

Migliore sceneggiatura non originale

  • Charles Randolph e Adam McKay – La grande scommessa (The Big Short)

E sono ancora più contenta per questo. Sempre perché è un mio pronostico azzeccato e poi perché sì. Era difficilissimo da portare su schermo.

Miglior film straniero

  • Il figlio di Saul (Saul fia), regia di László Nemes (Ungheria)

Non l’ho visto.

Miglior film d’animazione

  • Inside Out, regia di Pete Docter e Ronnie del Carmen

E’ l’unico di animazione che ho visto ma tanto se c’è Disney-Pixar non c’è nessun tipo di competizione.

Non che non sia meritato. Mi è piaciuto moltissimo e ha delle trovate geniali. Però era comunque ovvio che vincesse.

Miglior fotografia

  • Emmanuel Lubezki – Revenant – Redivivo (The Revenant)

E sono tre di fila. Primo caso nella storia degli Oscar. Meritatissimo, secondo me.

Miglior scenografia

  • Colin Gibson e Lisa Thompson – Mad Max: Fury Road

Mad Max ha sbancato gli Oscar tecnici ed è riuscito a diventare il film più premiato di questa edizione, con 6 statuette su 10 cui era candidato.

Non ci trovo nulla da ridire, anzi. Apprezzo il fatto che gli abbiano dato molti riconoscimenti tecnici – perché obiettivamente, dal punto di vista visivo e scenografico è fenomenale – lasciando perdere le categorie più grosse che sarebbero state un po’ fuori luogo.

E tutto ciò mi ha fatto venire una gran voglia di rivederlo.

Un po’ un peccato per Star Wars che rimane il grande escluso di questa edizione ma quanto a originalità non c’è paragone con il lavoro di Miller.

Miglior montaggio

  • Margaret Sixel – Mad Max: Fury Road

v. miglior scenografia

Miglior colonna sonora

  • Ennio Morricone – The Hateful Eight

Aaaww. Mi ha fatto una tenerezza incredibile. Continuo a dire che non è sicuramente la sua migliore colonna sonora. Ma d’altronde lo dice anche lui. Però mi fa piacere.

Dedica il premio alla moglie Maria. Lascia intravedere un fugace momento di commozione che nell’intervista immediatamente successiva si affretta a sminuire ritornando ai consueti modi sbrigativi.

Non è che lui lavori per questi premi. Il difficile sarà riuscire a far ancora meglio, visto che ha già 87 anni.

Adorabile.

Miglior canzone

  • Writing’s on the Wall (Jimmy Napes e Sam Smith) – Spectre

Boh, non mi fa impazzire e la versione live durante la cerimonia non è che sia venuta un granché. Però non ho presenti tutte le altre canzoni e anche quelle che ho sentito non mi son parse così tanto meglio, quindi va bene.

Sam Smith ha dedicato il premio alla causa LGBT perché è probabilmente il primo omosessuale dichiarato a vincere l’Oscar.

Migliori effetti speciali

  • Mark Williams Ardington, Sara Bennett, Paul Norris e Andrew Whitehurst – Ex Machina

Questo mi ha colpita. E l’ho trovato un premio molto intelligente. In genere quando si parla di effetti speciali si casca sempre su cose molto scenografiche. Invece qui han – saggiamente – premiato la raffinatezza tecnica del corpo trasparente di Alicia Vikander.

Ottima scelta.

Miglior sonoro

  • Chris Jenkins, Gregg Rudloff e Ben Osmo – Mad Max: Fury Road

v. miglior scenografia

Miglior montaggio sonoro

  • Mark Mangini e David White – Mad Max: Fury Road

v. miglior scenografia

Migliori costumi

  • Jenny Beavan – Mad Max: Fury Road

v. miglior scenografia

Miglior trucco e acconciatura

  • Lesley Vanderwalt, Elka Wardega e Damian Martin – Mad Max: Fury Road

 v. miglior scenografia

Miglior documentario

  • Amy, regia di Asif Kapadia

Non l’ho visto.

Miglior cortometraggio documentario

  • A Girl In The River: The Price Of Forgiveness – regia di Sharmeen Obaid-Chinoy

Non l’ho visto.

Miglior cortometraggio

  • Stutterer, regia di Benjamin Cleary e Serena Armitage

Non l’ho visto.

Miglior cortometraggio d’animazione

  • Bear Story, regia di Gabriel Osorio Vargas

Non l’ho visto.

 

E un po’ di foto dal red carpet e dalla cerimonia.

Nel caso ci fossero dubbi, la parola chiave è #tettealvento.

E magari anche qualcos’altro (Diane Kruger mi ha lasciata perplessa).

Il top per me rimangono Charlize Theron e Cate Blanchett.

Jennifer Lawrence è quasi irriconoscibile con quel taglio e trucco, però almeno non si è spianata.

E sì, anche Alicia Vikander è notevole. Cioè, devi essere veramente gnocca per star bene con quel giallo, dai.

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HOLLYWOOD, CA - FEBRUARY 28: Actress Charlize Theron attends the 88th Annual Academy Awards at Hollywood & Highland Center on February 28, 2016 in Hollywood, California. (Photo by Jeff Kravitz/FilmMagic)

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Julianne Moore (Jason Merritt/Getty Images)

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attends the 88th Annual Academy Awards at Hollywood & Highland Center on February 28, 2016 in Hollywood, California.

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Andiamo subito al punto. Di Caprio deve vincere l’Oscar. Se non lo vince stavolta urge pianificare un’azione di sabotaggio ai danni dell’Academy.

E deve vincerlo non solo per compensare il fatto che avrebbe dovuto vincerlo già anni fa, ma perché se lo merita per ogni singola inquadratura di questo film.

Ho un accavallarsi di considerazioni al riguardo alle quali non riesco a dare un ordine sensato, quindi tanto vale che le butti fuori così come vengono.

Revenant non è il miglior film di Di Caprio, quello no. E, personalmente, non è neanche quello che mi ha toccato più in profondità sul piano emotivo. Però è di sicuro, per stessa ammissione dell’attore, quello che gli ha chiesto di più. Sotto moltissimi aspetti.

Tengo a puntualizzare che, per quel che mi riguarda, il buon Leo si sarebbe meritato la statuetta già diverse volte, quanto meno per Aviator, Revolutionary Road, Departed. Anche Wolf of Wall Street l’avrebbe meritata, a suo modo, perché quella che vi impersona è una parte folle e sfiancante, solo che l’anno di Wolf era anche l’anno dei Dallas Buyers e in questo diciamo che c’è stata una discreta componente di sfiga perché tra i due anch’io avrei premiato McConaughey – e non solo perché è dimagrito, ma su questo mi ero già dilungata al tempo, quindi chi fosse interessato può andare a ravanare nelle categorie sotto i titoli dei film.

Detto ciò – e qui temo che mi stia per partire una gufata colossale – Revenant oltre ad essere un ottimo film, del quale tra poco arriverò pure a parlare, pare anche presentare una serie di condizioni al contorno decisamente favorevoli.

Al momento non ho ancora visto tutti i film della categoria Miglior Attore, ma ho abbastanza un’idea di che cosa si tratti in tutti i casi. E Revenant è senza dubbio quello che presenta la parte da protagonista maggiormente impegnativa.

Poi siam sempre lì, se si vuol discutere che basta rovinarsi per avere l’oscar continuiamo pure a discutere, ma resta il fatto che più una parte ti chiede, in termini fisici e psicologici, e più avrai modo di metterti alla prova, spingerti al limite e quindi dare anche una prova di recitazione di livello superiore.

Quest’anno, oltre a Leo abbiamo un Matt Damon di The Martian che ok sì, è bravo, ma pare candidato un tantino per caso perché non è una parte da oscar.

Eddie Redmayne, brutto a dirsi, ma ha già preso l’oscar l’anno scorso per essersi messo in sedia a rotelle ed è ragionevolmente improbabile che lo vinca anche quest’anno per essersi vestito da donna (l’ho detta in modo cattivo apposta, si prega di cogliere l’ironia della frase, grazie). Oltretutto pare che The Danish Girl di per sé non sia un film particolarmente eccelso.

Michael Fassbender è ottimo e ci metto tutte e due le mani sul fuoco che il suo Steve Jobs sarà eccelso, ma è comunque un biografico e il suo ruolo è comunque meno impegnativo di quello di Revenant.

Più o meno lo stesso discorso sarebbe applicabile anche a Bryan Cranston in veste di Dalton Trumbo.

Morale. Davvero, non può non vincerlo. Questa volta non c’è davvero niente che possa mettersi tra Leo e la sua statuetta.

A parte ovviamente un grizzly.

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E arriviamo finalmente al film.

Tratto dal romanzo Revenant – La storia vera di Hugh Glass e della sua vendetta di Michael Punke, a sua volta ispirato al personaggio realmente esistito dell’esploratore Hugh Glass, vissuto tra fine Settecento e gli anni trenta dell’Ottocento.

Il libro non l’ho letto. La presunta storia del vero Glass parla di come egli sia sopravvissuto all’aggressione di un grizzly ma sia stato abbandonato in fin di vita dai suoi compagni. Ferito, senza cibo né armi, ha vagato per quasi 320 km tra la zona del Missouri e il South Dakota fino a raggiungere Fort Kiowa.

Nella storia originale non c’è traccia del figlio di Glass, che invece nel film è centrale nell’impostare il tono della vicenda.

Revenant è una storia di sopravvivenza ma anche – soprattutto – di vendetta.

E’ una storia dei più forti e basilari istinti umani. E per questo è una storia spietata.

Glass è la guida di una spedizione inglese di cacciatori di pelli. E’ l’unico che conosca il territorio e che sappia muoversi in un campo minato di soldati nemici e tribù indiane ancora più ostili. Glass ha con sé suo figlio, un mezzosangue maltollerato da alcuni altri membri della spedizione. Glass ha salvato suo figlio, ma non sua moglie, dal massacro del villaggio indiano nel quale si era stabilito unendosi a una donna indiana.

Glass ha perso tutto ma gli resta suo figlio.

E poi tutto sprofonda. E lui è ferito, solo, senza cibo né armi. Semisepolto vivo a poca distanza dal cadavere di suo figlio.

E da qui parte la sua odissea di sopravvivenza e vendetta.

Non posso dire molto di più senza spoilerare ma penso che sia più che sufficiente.

Coinvolgente, trascinante, crudo, impietoso.

La miseria umana del corpo martoriato di Glass – e in generale dei corpi stanchi, sporchi e provati di bianchi e di indiani – contrasta con la magnificenza di una natura inconsapevole e ostile.

Parte notevole anche per Tom Hardy, che veste i panni dell’antagonista che è a sua volta candidato come non protagonista.

Nel cast anche un ottimo Domhnall Gleeson.

Il film ha avuto una lavorazione lunga e travagliata e si presta al fioccare di aneddoti. In particolare sono morta dal ridere quando ho sentito della faccenda di Hardy che strangola Iñarritù e che, se non ho capito male, è andata più o meno così.

Sul set c’è un’atmosfera pesante. A quanto sembra, il buon Iñarritù deve avere un carattere un po’ di merda. Hanno girato in Canada, in condizioni proibitive, con un freddo tale da far spegnere le attrezzature. Sono terribilmente in ritardo perché Lubezki, il fotografo, vuole girare solo con luce naturale e i momenti sfruttabili durante il giorno non sono molti – e anche perché pare che Iñarritù stia girando tutto in ordine cronologico. Sono talmente in ritardo che ad un certo punto tutta la produzione dev’essere migrata in Argentina, perché in Canada l’inverno sta finendo e la neve si scioglie. Gli scazzi aumentano, alcuni mollano il set e se ne vanno.

In tutto ciò, Hardy ha la brillante idea di sollevare un’obiezione sulla pericolosità di alcune azioni cui si devono sottoporre gli stunts. La lite con Iñarritù va avanti e Hardy non molla finché il regista non gli permette di strangolarlo. Suppongo per provargli che l’azione in questione non era letale.

Hardy lo strangola. La cosa viene ovviamente immortalata e a fine riprese sono state distribuite a tutti delle t-shirt con l’immagine di Hardy che strozza Iñarritù.

Son cose.

Nel frattempo Leo ha imparato a sparare con un moschetto, benché vegetariano, ha dovuto mangiare un pezzo di fegato di bisonte – la versione finta in gel era troppo poco realistica -, ha imparato la lingua dei nativi americani, ha imparato ad accendere un fuoco, è stato affiancato da un medico specializzato in antichi metodi di guarigione.

E anche queste son cose.

Si tende sempre a dimenticare quanto vada in profondità la preparazione di un attore per la parte. Quanto l’attore – in generale per le parti molto impegnative, non solo in questo caso – cambi (e senza dubbio arricchisca) se stesso per diventare davvero il suo personaggio per un pezzo della sua esistenza.

Le candidature totali sono dodici. Onestamente non so se ridarei anche miglior regia e miglior film. E, in ogni caso, se prendesse miglior attore protagonista, miglior trucco e migliori costumi sarei più che felice.

Cinematografo & Imdb.

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Allora. I premi.

Miglior film drammatico

  • Revenant – Redivivo (The Revenant), regia di Alejandro González Iñárritu
  • Carol, regia di Todd Haynes
  • Il caso Spotlight (Spotlight), regia di Tom McCarthy
  • Mad Max: Fury Road, regia di George Miller
  • Room, regia di Lenny Abrahamson

Miglior film commedia o musicale

  • Sopravvissuto – The Martian (The Martian), regia di Ridley Scott
  • Un disastro di ragazza (Trainwreck), regia di Judd Apatow
  • La grande scommessa (The Big Short), regia di Adam McKay
  • Joy, regia di David O. Russell
  • Spy, regia di Paul Feig

Miglior regista

  • Alejandro González IñárrituRevenant – Redivivo (The Revenant)
  • Todd Haynes – Carol
  • Tom McCarthy – Il caso Spotlight (Spotlight)
  • George Miller – Mad Max: Fury Road
  • Ridley Scott – Sopravvissuto – The Martian (The Martian)

Migliore attrice in un film drammatico

  • Brie LarsonRoom
  • Cate Blanchett – Carol
  • Rooney Mara – Carol
  • Saoirse Ronan – Brooklyn
  • Alicia Vikander – The Danish Girl

Miglior attore in un film drammatico

  • Leonardo DiCaprioRevenant – Redivivo (The Revenant)
  • Bryan Cranston – L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo (Trumbo)
  • Michael Fassbender – Steve Jobs
  • Eddie Redmayne – The Danish Girl
  • Will Smith – Zona d’ombra (Concussion)

Migliore attrice in un film commedia o musicale

  • Jennifer LawrenceJoy
  • Melissa McCarthy – Spy
  • Amy Schumer – Un disastro di ragazza (Trainwreck)
  • Maggie Smith – The Lady in the Van
  • Lily Tomlin – Grandma

Miglior attore in un film commedia o musicale

  • Matt DamonSopravvissuto – The Martian (The Martian)
  • Christian Bale – La grande scommessa (The Big Short)
  • Steve Carell – La grande scommessa (The Big Short)
  • Al Pacino – La canzone della vita – Danny Collins (Danny Collins)
  • Mark Ruffalo – Teneramente folle (Infinitely Polar Bear)

Miglior film d’animazione

  • Inside Out, regia di Pete Docter
  • Anomalisa, regia di Charlie Kaufman
  • Shaun, vita da pecora – Il film (Shaun the Sheep Movie), regia di Mark Burton e Richard Starzak
  • Snoopy & Friends – Il film dei Peanuts (The Peanuts Movie), regia di Steve Martino
  • Il viaggio di Arlo (The Good Dinosaur), regia di Bob Peterson

Miglior film straniero

  • Il figlio di Saul (Salu fia), regia di László Nemes (Ungheria)
  • El club, regia di Pablo Larraín (Cile)
  • Dio esiste e vive a Bruxelles (Le tout nouveau testament), regia di Jaco Van Dormael (Belgio)
  • Miekkailija, regia di Klaus Härö (Finlandia)
  • Mustang, regia di Deniz Gamze Ergüven (Francia)

Migliore attrice non protagonista

  • Kate WinsletSteve Jobs
  • Jane Fonda – Youth – La giovinezza (Youth)
  • Jennifer Jason Leigh – The Hateful Eight
  • Helen Mirren – L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo (Trumbo)
  • Alicia Vikander – Ex Machina

Miglior attore non protagonista

  • Sylvester StalloneCreed – Nato per combattere (Creed)
  • Paul Dano – Love & Mercy
  • Idris Elba – Beasts of No Nation
  • Mark Rylance – Il ponte delle spie (Bridge of Spies)
  • Michael Shannon – 99 Homes

Migliore sceneggiatura

  • Aaron SorkinSteve Jobs
  • Emma Donaghue – Room
  • Tom McCarthy e Josh Singer – Il caso Spotlight (Spotlight)
  • Charles Randolph e Adam McKay – La grande scommessa (The Big Short)
  • Quentin Tarantino – The Hateful Eight

Migliore colonna sonora originale

  • Ennio MorriconeThe Hateful Eight
  • Carter Burwell – Carol
  • Alexandre Desplat – The Danish Girl
  • Daniel Pemberton – Steve Jobs
  • Ryūichi Sakamoto e Alva Noto – Revenant – Redivivo (The Revenant)

Migliore canzone originale

  • Writing’s on the Wall (Sam Smith, Jimmy Napes) – Spectre
  • Love Me Like You Do (Max Martin, Savan Kotecha, Ali Payami, Tove Nilsson, Ilya Salmanzadeh) – Cinquanta sfumature di grigio (Fifty Shades of Grey)
  • One Kind of Love (Brian Wilson, Scott Bennett) – Love & Mercy
  • See You Again (Justin Franks, Andrew Cedar, Charlie Puth, Wiz Khalifa) – Fast & Furious 7 (Furious 7)
  • Simple Song#3 (David Lang) – Youth – La giovinezza (Youth)

Premi per la televisione

Miglior serie drammatica

  • Mr. Robot
  • Empire
  • Narcos
  • Outlander
  • Il Trono di Spade (Game of Thrones)

Migliore attrice in una serie drammatica

  • Taraji P. HensonEmpire
  • Caitriona Balfe – Outlander
  • Viola Davis – Le regole del delitto perfetto (How to Get Away With Murder)
  • Eva Green – Penny Dreadful
  • Robin Wright – House of Cards – Gli intrighi del potere (House of Cards)

Miglior attore in una serie drammatica

  • Jon HammMad Men
  • Rami Malek – Mr. Robot
  • Wagner Moura – Narcos
  • Bob Odenkirk – Better Call Saul
  • Liev Schreiber – Ray Donovan

Miglior serie commedia o musicale

  • Mozart in the Jungle
  • Casual
  • Orange Is the New Black
  • Silicon Valley
  • Transparent
  • Veep – Vicepresidente incompetente (Veep)

Migliore attrice in una serie commedia o musicale

  • Rachel BloomCrazy Ex-Girlfriend
  • Jamie Lee Curtis – Scream Queens
  • Julia Louis-Dreyfus – Veep – Vicepresidente incompetente (Veep)
  • Gina Rodriguez – Jane the Virgin
  • Lily Tomlin – Grace and Frankie

Miglior attore in una serie commedia o musicale

  • Gael García BernalMozart in the Jungle
  • Aziz Ansari – Master of None
  • Rob Lowe – The Grinder
  • Patrick Stewart – Blunt Talk
  • Jeffrey Tambor – Transparent

Miglior miniserie o film per la televisione

  • Wolf Hall
  • American Crime
  • American Horror Story: Hotel
  • Fargo
  • Flesh and Bone

Migliore attrice in una mini-serie o film per la televisione

  • Lady GagaAmerican Horror Story: Hotel
  • Kirsten Dunst – Fargo
  • Sarah Hay – Flesh and Bone
  • Felicity Huffman – American Crime
  • Queen Latifah – Bessie

Miglior attore in una mini-serie o film per la televisione

  • Oscar IsaacShow Me a Hero
  • Idris Elba – Luther
  • David Oyelowo – Nightingale
  • Mark Rylance – Wolf Hall
  • Patrick Wilson – Fargo

Migliore attrice non protagonista in una serie, mini-serie o film per la televisione

  • Maura TierneyThe Affair
  • Uzo Aduba – Orange Is the New Black
  • Joanne Froggatt – Downton Abbey
  • Regina King – American Crime
  • Judith Light – Transparent

Miglior attore non protagonista in una serie, mini-serie o film per la televisione

  • Christian SlaterMr. Robot
  • Alan Cumming – The Good Wife
  • Damian Lewis – Wolf Hall
  • Ben Mendelsohn – Bloodline
  • Tobias Menzies – Outlander

Golden Globe alla carriera

  • Denzel Washington

E i miei commenti.

In realtà non è che possa poi dire granché perché ne ho visti poi solo due, ossia Carol e La grande scommessa.

E, per quel che vale, mi dispiace un po’ che nessuno dei due abbia preso nulla.

Sul perché La grande scommessa sia anche il grande ignorato della premiazione avrei anche un’ipotesi ma mi riservo di parlarne più in dettaglio domani nel post dedicato.

Per Revenant e Iñarritù sono contenta a prescindere. Amo il regista e sono ragionevolmente certa che il film mi piacerà.

Idem dicasi per Di Caprio, anche se mi astengo dal basare alcun pronostico per gli Oscar sull’assegnazione di questo globo perché, come già dicevo ieri, con il buon Leo le normali leggi della probabilità perdono ogni significato.

Il premio a Kate Winslet mi rende ancor più curiosa per lo Steve Jobs di Boyle e quello a Brie Larson mi rende invece mortalmente curiosa e impaziente per Room.

Non sono sicura di essere soddisfatta di tutti i premi a The Martian, che pure mi era piaciuto parecchio. Davvero, dovrei vederne qualcuno in più fra gli altri.

Anche il premio a Jennyferl Lawrence mi lascia qualche riserva. Lei mi piace molto ma mi pare anche che la concorrenza non fosse poi così spietata. Ok, c’era la fantastica Maggie Smith di Lady in the Van ma era persino un po’ scontato premiare lei. Non so.

Sempre un po’ scontati mi son parsi i premi a Morricone (per carità, son contenta per Tarantino, ma ha un che di banale premiare una colonna sonora di Morricone) a Inside Out (che pure è meraviglioso eh, però sa tanto di ti-piace-vincere-facile) e alla canzone di Spectre.

Un po’ di perplessità per Stallone (e se è per questo pure per il suo film) ma d’altronde non l’ho mai trovato questa gran cosa.

Sulle serie TV son vergognosamente impreparata ergo mi limito a stilare una bella lista di titoli da recuperare.

Mi fa sorridere il premio a Lady Gaga. Sapevo che aveva una parte in American Horror Story – Hotel ma non pensavo fosse un ruolo addirittura da premiazione. Anyway, a me lei è sempre stata simpatica quindi la cosa in sé non mi dispiace affatto.

 

E poi niente. L’euforia da Globes di quando mi sono alzata questa mattina è stata brutalmente stroncata dalla notizia di Bowie.

I post di cordoglio non sono nel mio stile. Neanche (soprattutto) quando la scomparsa mi tocca in modo particolare. E non sta per arrivare un ‘ma’.

Non farò niente, neanche in questo caso. Non dirò niente. Non mi metterò a ricordare quello che tutti ricordano.

Perché fa male e basta.

Perché ci sono cose che ti salvano la vita. E a volte sono parole o gesti che attraversano aria e tempo e arrivano per caso dove non potevano prevedere.

E le cose che ci cambiano per sempre avvengono senza che noi ce ne rendiamo conto.

 

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In arrivo a gennaio.

Regia di Iñarritu.

Di Caprio ci riprova per l’Oscar?

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Miglior film

  • Birdman, regia di Alejandro González Iñárritu
  • American Sniper, regia di Clint Eastwood
  • Boyhood, regia di Richard Linklater
  • Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel), regia di Wes Anderson
  • The Imitation Game, regia di Morten Tyldum
  • Selma – La strada per la libertà (Selma), regia di Ava DuVernay
  • La teoria del tutto (The Theory of Everything), regia di James Marsh
  • Whiplash, regia di Damien Chazelle

Miglior regia

  • Alejandro González IñárrituBirdman
  • Wes Anderson – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Richard Linklater – Boyhood
  • Bennett Miller – Foxcatcher
  • Morten Tyldum – The Imitation Game

Miglior attore protagonista

  • Eddie RedmayneLa teoria del tutto (The Theory of Everything)
  • Steve Carell – Foxcatcher
  • Bradley Cooper – American Sniper
  • Benedict Cumberbatch – The Imitation Game
  • Michael Keaton – Birdman

Miglior attrice protagonista

  • Julianne MooreStill Alice
  • Marion Cotillard – Due giorni, una notte (Deux jours, une nuit)
  • Felicity Jones – La teoria del tutto (The Theory of Everything)
  • Rosamund Pike – L’amore bugiardo – Gone Girl (Gone Girl)
  • Reese Witherspoon – Wild

Miglior attore non protagonista

  • J. K. SimmonsWhiplash
  • Robert Duvall – The Judge
  • Ethan Hawke – Boyhood
  • Edward Norton – Birdman
  • Mark Ruffalo – Foxcatcher

Migliore attrice non protagonista

  • Patricia ArquetteBoyhood
  • Laura Dern – Wild
  • Keira Knightley – The Imitation Game
  • Emma Stone – Birdman
  • Meryl Streep – Into the Woods

Migliore sceneggiatura originale

  • Alejandro González Iñárritu, Nicolás Giacobone, Alexander Dinelaris e Armando BoBirdman
  • Richard Linklater – Boyhood
  • Dan Futterman e E. Max Frye – Foxcatcher
  • Wes Anderson – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Dan Gilroy – Lo sciacallo – Nightcrawler (Nightcrawler)

Migliore sceneggiatura non originale

  • Graham MooreThe Imitation Game
  • Paul Thomas Anderson – Vizio di forma (Inherent Vice)
  • Damien Chazelle – Whiplash
  • Jason Hall – American Sniper
  • Anthony McCarten – La teoria del tutto (The Theory of Everything)

Miglior film straniero

  • Ida, regia di Paweł Pawlikowski (Polonia)
  • Leviathan (Leviafan), regia di Andrej Petrovič Zvjagincev (Russia)
  • Mandariinid, regia di Zaza Urushadze (Estonia)
  • Storie pazzesche (Relatos salvajes), regia di Damián Szifrón (Argentina)
  • Timbuktu, regia di Abderrahmane Sissako (Mauritania)

Miglior film d’animazione

  • Big Hero 6, regia di Don Hall e Chris Williams
  • Boxtrolls – Le scatole magiche (The Boxtrolls), regia di Graham Annable e Anthony Stacchi
  • Dragon Trainer 2 (How to Train Your Dragon 2), regia di Dean DeBlois
  • Song of the Sea, regia di Tomm Moore
  • La storia della principessa splendente (かぐや姫の物語), regia di Isao Takahata

Migliore fotografia

  • Emmanuel LubezkiBirdman
  • Robert Yeoman – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Ryszard Lenczewski e Lukasz Zal – Ida
  • Dick Pope – Turner (Mr. Turner)
  • Roger Deakins – Unbroken

Miglior scenografia

  • Adam StockhausenGrand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Maria Đurkovic – The Imitation Game
  • Nathan Crowley – Interstellar
  • Dennis Gassner – Into the Woods
  • Suzie Davies – Turner (Mr. Turner)

Miglior montaggio

  • Tom CrossWhiplash
  • Joel Cox e Gary D. Roach – American Sniper
  • Sandra Adair – Boyhood
  • Barney Pilling – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • William Goldenberg – The Imitation Game

Migliore colonna sonora

  • Alexandre DesplatGrand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Alexandre Desplat – The Imitation Game
  • Jóhann Jóhannsson – La teoria del tutto (The Theory of Everything)
  • Gary Yershon – Turner (Mr. Turner)
  • Hans Zimmer – Interstellar

Migliore canzone

  • Glory, musica e parole di John Stephens e Lonnie Lynn – Selma – La strada per la libertà (Selma)[5]
  • Everything Is Awesome, musica e parole di Shawn Patterson – The LEGO Movie
  • Grateful, musica e parole di Diane Warren – Beyond the Lights
  • I’m Not Gonna Miss You, musica e parole di Glen Campbell e Julian Raymond – Glen Campbell: I’ll Be Me
  • Lost Stars, musica e parole di Gregg Alexander e Danielle Brisebois – Tutto può cambiare (Begin Again)

Migliori effetti speciali

  • Paul Franklin, Andrew Lockley, Ian Hunter e Scott FisherInterstellar
  • Dan DeLeeuw, Russell Earl, Bryan Grill e Dan Sudick – Captain America: The Winter Soldier
  • Joe Letteri, Dan Lemmon, Daniel Barrett e Erik Winquist – Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie (Dawn of the Planet of the Apes)
  • Stephane Ceretti, Nicolas Aithadi, Jonathan Fawkner e Paul Corbould – Guardiani della Galassia (Guardians of the Galaxy)
  • Richard Stammers, Lou Pecora, Tim Crosbie e Cameron Waldbauer – X-Men – Giorni di un futuro passato (X-Men: Days of Future Past)

Miglior sonoro

  • Craig Mann, Ben Wilkins e Thomas CurleyWhiplash
  • John Reitz, Gregg Rudloff e Walt Martin – American Sniper
  • Jon Taylor, Frank A. Montaño e Thomas Varga – Birdman
  • Gary A. Rizzo, Gregg Landaker e Mark Weingarten – Interstellar
  • Jon Taylor, Frank A. Montaño e David Lee – Unbroken

Miglior montaggio sonoro

  • Alan Robert Murray e Bub AsmanAmerican Sniper
  • Martin Hernández e Aaron Glascock – Birdman
  • Brent Burge e Jason Canovas – Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate (The Hobbit: The Battle of the Five Armies)
  • Richard King – Interstellar
  • Becky Sullivan e Andrew DeCristofaro – Unbroken

Migliori costumi

  • Milena CanoneroGrand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Colleen Atwood – Into the Woods
  • Anna B. Sheppard e Jane Clive – Maleficent
  • Jacqueline Durran – Turner (Mr.Turner)
  • Mark Bridges – Vizio di forma (Inherent Vice)

Miglior trucco e acconciatura

  • Frances Hannon e Mark CoulierGrand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Bill Corso e Dennis Liddiard – Foxcatcher
  • Elizabeth Yianni-Georgiou e David White – Guardiani della Galassia (Guardians of the Galaxy)

Miglior documentario

  • Citizenfour, regia di Laura Poitras
  • Alla ricerca di Vivian Maier (Finding Vivian Maier), regia di John Maloof e Charlie Siskel
  • Last Days in Vietnam, regia di Rory Kennedy
  • Il sale della terra (The Salt of the Earth), regia di Juliano Ribeiro Salgado e Wim Wenders
  • Virunga, regia di Orlando von Einsiedel

Miglior cortometraggio documentario

  • Crisis Hotline: Veterans Press 1, regia di Ellen Goosenberg Kent
  • Joanna, regia di Aneta Kopacz
  • Nasza klatwa, regia di Tomasz Sliwinski
  • La parka, regia di Gabriel Serra
  • White Earth, regia di Christian Jensen

Miglior cortometraggio

  • The Phone Call, regia di Mat Kirkby
  • Aya, regia di Oded Binnun e Mihal Brezis
  • Boogaloo and Graham, regia di Michael Lennox
  • La lampe au beurre de yak, regia di Wei Hu
  • Parvaneh, regia di Jon Milano

Miglior cortometraggio d’animazione

  • Winston (Feast), regia di Patrick Osborne
  • The Bigger Picture, regia di Daisy Jacobs
  • The Dam Keeper, regia di Robert Kondo e Daisuke Tsutsumi
  • Me and My Moulton, regia di Torill Kove
  • A Single Life, regia di Joris Oprins

 

Appunti sparsi.

E anche quest’anno è andata.

Alla fine ieri ho ceduto verso le 3.30 – per mere ragioni tecniche, a dir la verità, perché in effetti ero ancora piuttosto garrula – il che significa che sono arrivata più o meno al miglior film straniero, se non faccio confusione con l’ordine dei premi.

Ho poi finito di vedermi la premiazione oggi e devo dire che, tutto sommato, non mi son neanche ridotta tanto male.

Ok, sì, Redmayne mi ha distrutta ma perché tra un po’ si metteva a piangere lui e così non vale, per forza poi io lacrimo. E anche la Julianne. Come si fa a rimanere impassibili? Eh?

Nel complesso sono soddisfatta di questa edizione. Forse ho sentito un po’ meno il pathos rispetto all’anno scorso ma non escludo che sia dovuto al fatto che l’anno scorso c’era di mezzo Dallas Buyers Club che è un film che mi ha coinvolto in modo tragicamente viscerale.

E poi c’erano Martin e Leo. E io che mi sentivo in colpa a fare il tifo per McConaughey.

E poi c’era stata l’incazzatura per Gravity – che, seppur in senso negativo, pure quello è pathos.

Quest’anno mi ha dato l’impressione che fosse tutto in qualche modo un po’ più calmo. Che i conflitti e le competizioni fossero meno aspri.

Patrick Harris si è rivelato un bravo conduttore, anche se non aveva sicuramente la verve di una DeGeneres.

Ho sinceramente esultato per quasi tutti i premi.

J.K. Simmons è stato quasi inaspettato. Sperato, e tanto, quello sì ma non ci credevo davvero. Meritatissimo. Per quanto ami Norton, Simmons con Whiplash è su un altro pianeta.

Still Alice non l’ho visto ma un premio a Julianne Moore mi fa esultare a prescindere. E, a forza di sentirne parlare, andrà a finire che mi andrò a vedere anche questo.

Forse mi avrebbe fatto piacere qualcosetta in più a Imitation Game ma non mi sentirei neanche di togliere niente di quello che è stato assegnato a Birdman o a Grand Budapest perché meritavano tutto.

Sono così contenta per miglior film e miglior regia a Birdman.

E anche per le quattro statuette a Grand Budapest, tra cui quella alla Canonero – il suo quarto oscar, tra l’altro.

Onestamente non avrei dato miglior attrice non protagonista a Patricia Arquette. Boyhood mi è piaciuto parecchio ma non ho trovato nessuna interpretazione così sopra le righe da meritare un oscar. L’avrei dato più volentieri a Emma Stone (e non solo perché ha gli occhioni 😛 ).

Gianni Canova a seguire la telecronaca di Cielo è stata una gran bella cosa. Una di quelle cose che ti riappacificano con la critica cinematografica.

Le sue considerazioni sul fatto che in questa edizione degli oscar andava premiata la creatività (più che il biopic o la storia vera) visti gli esempi di grande livello che si presentavano (Birdman e GBH per l’appunto); l’essersi ricordato di Nolan e l’aver espresso il giusto rammarico per l’esclusione di Interstellar praticamente da tutto; l’aver fatto riferimento a Jersey Boys come esempio più significativo (rispetto ad American Sniper) della grandezza di Clint Eastwood. Ecco. Già solo queste considerazioni mi han fatto venir voglia di alzarmi e andare ad abbracciare la tv.

A seguire un po’ di foto random da red carpet e premiazione.

Ho volutamente evitato foto di Melanie Griffith e Dakota Johnson perché mi veniva un ictus ogni volta che le inquadravano.  Ma io non avevo mica capito che la monoespressiva interprete del purtroppo tanto reclamizzato 50 sfumature fosse la figlia di Melanie Griffith. E, a parte il fatto che se sentivo nominare ancora una volta quel titolo cominciavo a sbavare verde e a bestemmiare in sanscrito al rovescio, non mi ha turbato la parentela in sé – il cinema è pieno di figli d’arte tutt’altro che immeritevoli – ma mi ha infastidito il fatto che il nepotismo fosse così evidente perché privo di fondamento. La Dakota Johnson non è un attrice che viene da una famiglia di attori. E’ solo una che ha avuto un calcio in culo e ha tentato il colpo con una roba per casalinghe frustrate e tamarre con velleità (di cosa poi, rimane un mistero). E poi Melanie Griffith così rifatta e nerovestita sembrava veramente una strega/matrigna cattiva e la cosa mi è dispiaciuta.

Anyway, se mi è concesso di prolungare ancora un momento l’angolo del gossip, per me il vestito più bello rimane quello di Rosemund Pike.

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Bello, bellissimo e anche di più.

Riggan è un attore di Hollywood un tempo celebre per aver vestito i panni del supereroe Birdman. Giunto ad una fase calante della carriera, tenta di risollevare le proprie sorti portando in teatro una sua versione riadattata di un’opera di Raymond Carver, What We Talk About When We Talk About Love.

Niente però sembra andare per il verso giusto e la preparazione dello spettacolo avanza, zoppicante, tra attori che non vanno, incidenti di scena, soldi che mancano e ripensamenti di Riggan che pare sempre sul punto di mollare tutto da un momento all’altro.

Riggan è ossessionato dal bisogno di dimostrare a se stesso e al mondo di essere in grado di lasciare un segno. Di fare qualcosa di importante.

Ma soprattutto, Riggan è ossessionato dalla voce di Birdman. Dal fantasma di Birdman. Dalla voce dell’eroe mascherato che risuona impietosa e incessante nella sua testa per ricordargli che lui non era destinato ad un misero teatro. Lui era fatto per ben altro. Per avere successo, per essere potente e ammirato da tutti.

A complicare ulteriormente le cose ci si mettono Mike, un attore incredibilmente adatto per il lavoro di Carver ma dall’ego strabordante e ingestibile, una figlia fresca di disintossicazione che si aggira per i camerini cercando di raggiungere un rapporto col padre passando dal ruolo di sua assistente, un agente perennemente sull’orlo del crollo emotivo, due attrici col mito di arrivare e Broadway e un’autostima inesistente e una critica teatrale da cui dipende il futuro di tutti quanti.

Iñàrritu è un regista che ormai da anni ci ha abituati bene. Ci ha abituati ad aspettarci molto, senza mai deludere.

E anche in questo caso si rivela all’altezza dando vita ad un film complesso e densissimo. Una carrellata impietosa sulle dinamiche della fama, sui meccanismi interni che da Hollywood si irradiano a definire irrimediabilmente i parametri e il concetto stesso di celebrità anche fuori da Hollywood stessa.

E’ il cinema che parla a se stesso di se stesso e sì, ok, lo hanno già fatto in tanti, si è già visto in molte salse, ma Inarritù dimostra grande intelligenza e grande mestiere nel maneggiare l’argomento.

L’autoreferenzialità del cinema a se stesso c’è ma non rimane una sterile elucubrazione alla quale lo spettatore può semplicemente assistere dall’esterno. Il travaglio di Riggan sulle sorti e sulla natura della sua notorietà sono umani, concreti, rimangono sempre su un piano quotidiano che coinvolge direttamente lo spettatore, che instaura, fin dalla prima scena, un’empatia totale.

La complessità del personaggio di Riggan e della dimensione in cui si muove non è imposta dall’alto ma creata progressivamente dal livello più basso della sua umana disperazione. Da quel livello in cui la ricerca artistica non è snobistica rappresentazione di un ambiente che si vuole al di fuori delle logiche  comuni ma concreta lotta di tutti i giorni con i propri grotteschi fantasmi.

Birdman è un film surreale, ironico e divertentissimo. E’ un film pieno di lucida autoironia. E’ come avere Altman senza tutta la pesantezza di Altman.

E’ geniale senza mai ostentare di esserlo.

E’ un film pieno, pieno, pienissimo di domande e risposte.

E’ un film che ti cattura in modo magnetico fin dai primi fotogrammi e ti risputa fuori con un sorriso ebete stampato in volto. Frastornato dal turbine che ti ha fatto attraversare. Buttato avanti e indietro tra esaltazione e disperazione e dannatamente contento di esserti fatto trascinare.

E’ un film complesso anche dal punto di vista tecnico, composto tutto da lunghissimi piani sequenza che contribuiscono ulteriormente a catturare lo spettatore negli angusti corridoi in cui si muovono i personaggi.

Michael Keaton-Riggan è bravissimo, con il volto invecchiato, lo sguardo stralunato e sempre dolorosamente espressivo. Oltretutto, il suo passato nei panni del Batman di Tim Burton lo rende ironicamente perfetto per questo ruolo, in un ennesimo gioco di metateatralità, di rottura della finzione, che si aggiunge ai numerosi ammiccamenti disseminati qua e là nel film, con riferimento a tutte le famose star di Hollywood attualmente sulla cresta dell’onda nelle vesti di qualche supereoe (su Fassbender che non è disponibile per un ruolo in teatro perché sta girando il sequel del prequel degli X-Men mi sono ribaltata).

Nel ruolo di Mike c’è invece un Edward Norton spettacolare come non lo si vedeva da un po’. Non ho ancora visto né Foxcatcher Whiplash ma per il momento il mio Oscar come miglior attore non protagonista va a lui senza indugio. E lo so che forse sono di parte perché ho sempre avuto un debole per Edward Norton e per quelle sue espressioni che riescono ad esprimere tutto il dolore e la consapevolezza del mondo in poco meno di due secondi, ma no, non sono di parte, se lo merita tutto, l’Oscar.

Naomi Watts è brava ma non particolarmente sopra le righe, in un ruolo che sembra voler richiamare con la sua stessa esistenza, il suo personaggio di Betty/Diane nel Mulholland Drive di Lynch.

Notevole invece Emma Stone. Al di là del fatto che io rimango scioccata tutte le volte che la vedo dalla dimensione dei suoi occhi, non saprei dire se se le assegnerei l’oscar come miglior attrice non protagonista, ma di sicuro la nomination se l’è meritata.

Assolutamente da non perdere.

People, they love blood. They love action. Not this talky, depressing, philosophical bullshit.

Cinematografo & Imdb.

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Riemergo.

E arrivo giusto in tempo per la premiazione della 71a edizione della Mostra del Cinema di Venezia che ho perso completamente, data la mia abitudine di isolarmi praticamente da tutto quando sono via, ma che pare essere stata piuttosto interessante.

Film d’apertura Birdman, di Iñárritu, con Michael Keaton ed Edward Norton. In Italia dovrebbe arrivare l’anno prossimo e già il trailer mi garba parecchio.

Mi ha fatto piacere il premio alla Rohrwacher per Hungry Hearts e, nonostante la mia solita radicata diffidenza per il cinema italiano, credo che lo vedrò. Di Costanzo ho visto solo La solitudine dei numeri primi e, al di là delle mie riserve sulla storia in sé, avevo apprezzato la regia.

Anche per Hungry Hearts si parte da un libro, Il bambino indaco di Marco Franzoso, che non mi dispiacerebbe riuscire a leggere prima di vedere il film, con buona pace dei miei propositi di morigeratezza e di tenermi alla larga per un po’ da librerie e simili per espiare l’arraffamento compulsivo di libri cui ho dato libero sfogo ad agosto.

 

L’elenco dei premi.

 

LEONE D’ORO per il miglior film a:

EN DUVA SATT PÅ EN GREN OCH FUNDERADE PÅ TILLVARON

(A PIGEON SAT ON A BRANCH REFLECTING ON EXISTENCE)

di Roy Andersson (Svezia, Germania, Norvegia, Francia)

 

LEONE D’ARGENTO per la migliore regia a:

Andrej Koncalovskij

peril film BELYE NOCHI POCHTALONA ALEKSEYA TRYAPITSYNA

(THE POSTMAN’S WHITE NIGHTS)

(Russia)

 

GRAN PREMIO DELLA GIURIA a:

THE LOOK OF SILENCE di Joshua Oppenheimer (Danimarca, Finlandia, Indonesia, Norvegia, Regno Unito)

 

COPPA VOLPI

per la migliore interpretazione maschile a:

Adam Driver

nel film HUNGRY HEARTS di Saverio Costanzo (Italia)

 

COPPA VOLPI

per la migliore interpretazione femminile a:

Alba Rohrwacher

nel film HUNGRY HEARTS di Saverio Costanzo (Italia)

 

PREMIO MARCELLO MASTROIANNI

a un giovane attore o attrice emergente a:

Romain Paul

nel film LE DERNIER COUP DE MARTEAU di Alix Delaporte (Francia)

  

PREMIO PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA a:

Rakhshan Banietemad e Farid Mostafavi

per il film GHESSEHA (TALES) di Rakhshan Banietemad (Iran)

 

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA a:

SIVAS di Kaan Müjdeci (Turchia, Germania)

 

LEONE DEL FUTURO – PREMIO VENEZIA OPERA PRIMA (LUIGI DE LAURENTIIS) a:

COURT di Chaitanya Tamhane (India)

ORIZZONTI

 

PREMIO ORIZZONTI PER IL MIGLIOR FILM a:

COURT di Chaitanya Tamhane (India)

 

PREMIO ORIZZONTI PER LA MIGLIORE REGIA a:

Naji Abu Nowar

per THEEB (Giordania, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Regno Unito)

 

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA ORIZZONTI a:

BELLUSCONE. UNA STORIA SICILIANA

di Franco Maresco (Italia)

 

PREMIO ORIZZONTI PER LA MIGLIOR INTERPRETAZIONE

MASCHILE O FEMMINILE a:

Emir Hadžihafizbegovic

nel film TAKVA SU PRAVILA (THESE ARE THE RULES)

di Ognjen Svilicic (Croazia, Francia, Serbia, Macedonia)

 

PREMIO ORIZZONTI PER IL MIGLIOR CORTOMETRAGGIO a:

MARYAM di Sidi Saleh (Indonesia)

 

VENICE SHORT FILM NOMINATION FOR THE EUROPEAN FILM AWARDS 2014 a:

PAT – LEHEM (DAILY BREAD) di Idan Hubel (Israele)

 

PREMIO VENEZIA CLASSICI PER IL MIGLIOR DOCUMENTARIO SUL CINEMA a:

ANIMATA RESISTENZA di Francesco Montagner e Alberto Girotto (Italia)

 

PREMIO VENEZIA CLASSICI PER IL MIGLIOR FILM RESTAURATO a:

UNA GIORNATA PARTICOLARE di Ettore Scola (1977, Italia, Canada)

 

LEONE D’ORO ALLA CARRIERA 2014 a:

Thelma Schoonmaker

Frederick Wiseman

 

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