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Archive for marzo 2010

L’altra settimana ho finito Hunger Games di Suzanne Collins.

Non lo so…

Sulla fascetta apposta sulla sovraccoperta sono riportati alcuni “giudizi famosi” tra i quali spicca: “un libro che dà assuefazione” S. King. E se lo zio Steve ne è rimasto assuefatto chi sono io per non precipitarmi a leggerlo? E così ho fatto.

In effetti Hunger Games è un libro che prende. Su questo niente da dire. Si legge in fretta, ha una prosa che potrebbe essere migliorata un tantino (magari rendendola un po’ meno scolastica) ma ti tiene comunque attaccato alle pagine – soprattutto nella parte centrale che è un susseguirsi di colpi di scena.

L’idea non è originalissima ma questo di per sè può non voler dire assolutamente nulla. Alla fin fine nessuna idea è veramente originale. L’originalità, nella maggior parte dei casi, è competenza del come le idee (anche quelle più standard) vengono realizzate. Secondo me, ovviamente.

L’idea, dicevamo. Ennesima variazione sul tema “degenerazione del reality”. Ancora prima. Ennesima variazione sullo stato totalitario e onniveggente che ha potere di vita o di morte sui suoi sudditi. Ma il centro rimane comunque il reality. Gli Hunger Games, appunto.

In questa versione del futuro gli Stati Uniti non esistono più. Esiste invece Capitol City che governa altri dodici distretti. Ogni anno ha luogo la Mietitura, cerimonia con la quale vengono estratti a sorte due tributi per ciascun distretto: un ragazzo e una ragazza tra i 12 e i 18 anni che dovranno partecipare agli Hunger Games, un reality in cui il vincitore è l’ultimo sopravvissuto.

Echi di Concentramento di Amélie Nothomb. E non mancano neanche i precedenti cinematografici incentrati su qualche gioco/sport di stato le cui regole prevedono di ammazzare gli avversari: La decima vittima (1965) di Elio Petri con Mastroianni e la Andress, Rollerball (1975) di Norman Jewison, e anche Death Race 2000 di Paul Bartel.

In ogni caso, a lasciarmi perplessa è stato il finale. Un po’ per la fine in sè che risulta un filo scontata (come anche le dinamiche tra i due protagonisti) ma più che altro perchè sembra affrettata apposta per lasciare l’apertura ai libri successivi. Ecco. Di questo non mi ero accorta quando l’ho comprato. E’ anche questo il libro primo di non si sa quanti, anche se si può supporre di tre. Cosa di cui non si sentiva assolutamente il bisogno. E’ una storia che poteva benissimo essere conclusa in sè anche perchè non ha, secondo me, le potenzialità per reggere troppi ulteriori ampliamenti. Ma, tant’è…pur senza nulla togliere alle saghe e alle trilogie (che io per prima divoro convulsamente) pare che adesso anche la lista della spesa vada scritta almeno in tre parti…

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L’Alice di Tim Burton è stata decisamente una sorpresa.

Sono andata al cinema convinta di andare a vedere la storia di Alice – peraltro uno dei miei libri preferiti – messa sullo schermo da uno dei registi in assoluto più adatti per farlo – e, per inciso, uno dei miei registi preferiti. Sono arrivata in sala carica di aspettative ben precise. Aspettative inoltre alimentate da mesi di trailer, pubblicità e quant’altro.

Le aspettative non sono state deluse, anzi.

Ma il film che ho visto era un altro.

Quella di Burton non è la trasposizione cinematografica del libro di Carroll. 

Quello che Burton fa si inserisce a pieno titolo nell’ambito della tanto discussa e spesso (ingiustamente) bistrattata fan-fiction.

Alice, ventenne, torna nel Paese delle Meraviglie, luogo di cui conserva ricordi precisi pensando però che si tratti di sogni, non di ricordi. L’ambientazione e i personaggi sono quelli del libro. La storia invece no. Viene modellata, è vero, sui presupposti del testo originale, ma prende decisamente un’altra strada.

La strada Burton.

Anche i toni e le atmosfere non sono quelle della favola cui ci aveva abituato la pur divertente trasposizione disneyana. In tutta la vicenda aleggia un tono cupo, una sorta di sottofondo gotico-darkeggiante che coinvolge anche gli stessi personaggi, connotati così in modo tutt’altro che univoco.

Inutile dire che il Deep-cappellaio è fenomenale, come anche la Bonham Carter-Regina di Cuori.

Il 3D ci sta bene, anche se c’è chi sostiene che nulla aggiunge anzi, distoglie l’attenzione. E’ vero che Burton non ha bisogno di particolari effetti speciali per esprimere le sue capacità visionarie ed è vero che il materiale di partenza era già tale da fornire di per sè una quantità di spunti pressoché enorme, però… Però il fatto che sia in 3D è divertente. Non è un 3D sovraimposto e applicato solo ad alcuni dettagli, come nel caso di Coraline. E’ un 3D come Avatar, totale e integrato e il risultato merita. Fosse anche solo per lo Stregatto.

Non mancano i riferimenti alla vicenda originaria, in particolare nell’antefatto dove Alice si ritrova incastrata in una stucchevole festa dell’alta società e, tra le altre cose, consiglia con noncuranza alla quasi-forse-futura-suocera di dipingere le rose di rosso, se non le piacciono bianche.

Il parallelismo tra la signora aristocratica e la Regina di Cuori, come anche tra le due ragazzine oche e Pinco Panco/Panco Pinco, omaggia l’aspetto parodistico del libro di Carroll nei confronti dell’aristocrazia e dei suoi vacui rituali.

Forse non il Burton più “estremo” ma comunque divertente e originale.

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L’inizio

Uno spazio per parlare di libri, di cinema, di scrittura.

Una palestra per scrivere, scrivere e ancora scrivere.

Una porta per scendere in cantina.

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