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Archive for the ‘D. Quaid’ Category

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La storia – vera – dell’inchiesta che nel 2004 fece esplodere una bomba mediatica a ridosso delle elezioni presidenziali che vedevano George W. Bush e John Kerry in corsa per la Casa Bianca.

Mary Mapes, affermata produttrice di CBS news, e in particolare della trasmissione 60 Minuti, celebre per avere, per prima, portato alla luce il caso delle torture di Abu Ghraib (servizio che, tra l’altro, valse a CBS un Peabody Award), imbastisce un’inchiesta su quelle che paiono essere irregolarità nella carriera militare di Bush.

Seguendo un’intricata pista di informatori e documenti più o meno ufficiali, Mary porta alla luce una fitta rete di conoscenze, scambi di favori, giochi di potere. Emergono stati di servizio pieni di lacune e valutazioni mai avvenute. Viene fuori come i figli privilegiati dei potenti abbiano sistematicamente evitato il Vietnam e tra questi Bush, per il quale venne trovato il modo di farlo arrivare alla Guardia Nazionale, con un iter nebuloso e faticosamente ricostruibile.

Mary e il suo team raccolgono materiale e testimonianze scavandosi a fatica un varco nel muro di omertà che protegge tutto ciò che porta alla Casa Bianca.

Ad affiancarla e sostenerla c’è Dan Rather, il celebre anchorman di CBS news, pilastro e immagine simbolo del giornalismo americano.

Mary è forte, preparata, implacabile. Ha anni di esperienza alle sue spalle e la determinazione di ideali che, al pari di Dan, mantiene inalterati.

E la sua è una battaglia eroica, per certi versi. Contro la corruzione di un sistema che è sempre uguale a se stesso che comunque è sostanzialmente inattaccabile.

Un altro buon esempio di film che punta sul puro giornalismo investigativo.

Ricostruzione accurata, ritmo veloce e due attori che riempiono lo schermo come pochi. Dan Rather è un Robert Redford sempre impeccabile e Mary Mapes è una Cate Blanchett che riesce sempre e comunque ad essere immensa.

E se da un lato si può osservare che la sceneggiatura pecca un tantino di leggerezza nella ricostruzione forse un po’ troppo facile del background emotivo di Mary e nell’idealizzazione di una professione che, bene o male, finisce sempre avvolta da un’aura di eroismo, d’altro canto è innegabile la potenza disturbante del messaggio.

E’ amara, questa verità.

E magari gli ideali, a sentirli, potranno pure sembrare stucchevoli, ma c’è una radice profonda di umano orgoglio che li ha generati, prima che diventassero solo parole vuote.

C’è il significato profondo ed essenziale di una libertà che diamo così per scontata da non vedere quando essa viene negata.

La libertà di fare delle domande. L’obbligo morale di dare delle risposte.

Regia di James Vanderbilt – lo sceneggiatore dello Zodiac di Fincher.

Produzione australiana.

Tratto dal libro di Mary Mapes Truth and Duty: The Press, the President and the Privilege of Power.

Cinematografo & Imdb.

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Angeli e demoni. Anzi, no. Angeli e angeli. Per sterminare l’umanità o per darle un’ultima possibilità di redenzione?

Dio si è di nuovo stufato del genere umano. La prima volta ha mandato il diluvio. Questa volta manda un esercito di sterminatori.

La notte del 23 dicembre però Michael (Paul Bettany) arriva sulla terra. Si taglia le ali e decide di dare a Dio non ciò che chiede, ma ciò di cui ha realmente bisogno.

Deserto del Mojave. Il nulla più assoluto in qualsiasi direzione. Una strada dimenticata e, lì in mezzo, il Paradise Falls. Tavola calda e pompa di benzina.

Jeep aiuta suo padre Bob (Dennis Quaid) a mandare avanti un’attività quasi inesistente in quella che è poco più che una baracca.

Charlie aspetta un figlio che non ha padre e che vuole dare in adozione.

Jeep vorrebbe tenere il figlio di Charlie. Anche se nessuno lo appoggia. Anche se nessuno capisce la sua scelta. Neanche Charlie. Neanche lui, forse.

Gli unici clienti del locale sono una famiglia costretta a fermarsi a causa di un guasto al motore e un uomo che si è perso.

Nessuno arriva al Paradise Falls se non per sbaglio.

Quasi nessuno.

La televisione non prende bene. Poi il segnale sparisce del tutto. Lo stesso vale per radio e telefono. Sta succedendo qualcosa ma non c’è modo di sapere cosa.

Arriva una nuova cliente. Una vecchietta che ordina una bistecca cruda e predice a Charlie che il suo bambino brucerà. Una vecchietta che ha qualcosa di sbagliato per il fatto stesso di essere lì. E anche per i suoi denti.

Mi ricordavo che mi era piaciuto parecchio già la prima volta che l’avevo visto ma, onestamente, avevo scordato quanto Legion fosse simbolico nell’impostazione della situazione chiave.

Dicembre. Quasi Natale. Una madre che porta in grembo un figlio senza padre e un uomo che lo accetta. Una culla di legno, recuperata tra i rottami, che assomiglia tanto ad una mangiatoia. Un paradiso decadente e polveroso, perduto in mezzo al deserto. Un’insegna luminosa nel nulla, come una cometa postindustriale.

Arriva Michael. Le spiegazioni arriveranno dopo. Ora non c’è tempo. Ora c’è tempo solo per le armi. Ne stanno arrivando altri. Sono persone ma non sono più persone. Devono essere preparati a respingerli. Devono resistere finché non nascerà il bambino. Il bambino è l’unica speranza per l’umanità.

La struttura del piccolo sistema chiuso funziona bene e il clima di assedio si crea subito in modo fluido e naturale.

Gli scontri sono ben dosati, in un crescendo graduale che trasmette immediatamente la tensione. Gli effetti macabri non sono esagerati ma sono estremamente efficaci. La scena della vecchietta dell’inizio è terrificante e muoio di paura tutte le volte, così come con l’omino dei gelati, o il bambino simil-shining (anche se quest’ultimo è forse già più visto).

Un po’ di splatter ma senza particolari esagerazioni.

Un Paul Bettany carismatico come non mai, con il corpo tatuato e lo sguardo glaciale e dolente.

Un Gabriel crudele e implacabile, strumento letale dell’ira divina, con armi metalliche di stampo medioevale ma che strizzano l’occhio ad un’iconografia già quasi steampunk, e le ali terribili, impenetrabili e taglienti come lame.

Anche la parte più strettamente mistico-religiosa è gestita bene. Le elucubrazioni sono ridotte al minimo indispensabile per supportare la trama e sono affidate alla voce pacata e triste di Michael evitando così inutili sbavature che sarebbero risultate superflue.

Il concetto chiave che supporta il presupposto alla base di tutto è chiaro e ben delineato nelle sue implicazioni. L’idea di partenza non sarà di certo originalissima ma Scott Stewart rielabora in modo intelligente il topos, non cede alla tentazione di strafare e riesce a mantenersi in equilibrio tra azione e terrore, seguendo il filo centrale fino alla fine con coerenza e senza sentimentalismi o trionfalismi di sorta.

Divertente e coinvolgente.

Cinematografo & Imdb.

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