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Archive for the ‘C. Evans’ Category

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Ma quanto ci piacciono questi Avengers. E dire che mi rammaricavo che in questo secondo capitolo non ci fosse Loki. Ad essere onesta mi è piaciuto anche più del primo.

Sulla saga di Ultron originale del fumetto non sono ferratissima ma a quanto sento in giro da chi ne sa, pare che il tutto sia stato reso in modo più che soddisfacente in termini di fedeltà.

Di certo c’è che alcune scene di combattimento, per impostazione e costruzione, sembrano la trasposizione animata di alcune tavole Marvel e la cosa già di per sé è oltremodo gustosa. Quelle tavole fitte, dense di azioni e particolari in ogni angolo, di quelle che devi stare a spulciartele con una lente di ingrandimento per cogliere davvero tutti i dettagli e i riferimenti.

Il fatto che sia un secondo capitolo offre la possibilità di giocare su tutta una serie di dinamiche interne consolidate tra i vari personaggi che Whedon sfrutta bene, mantenendo il giusto equilibrio. Le battute sono divertenti e in certi momenti si ride anche di gusto, ma non si scade mai nel caricaturale e non si smette mai neanche per un momento di prendere sul serio quel che sta succedendo. Quel tanto che basta di autoironia proprio per evitare il caricaturale, in un senso e nell’altro.

Il tutto con il supporto di un cast ormai definitivamente consolidato nei panni dei vari supereroi. Rischio di rovinarsi la carriera finendo associati irrimediabilmente a un eroe mascherato? Via facile per adagiarsi su guadagni sicuri con relativamente poco sforzo? Forse. Ma forse anche no.

Tolto Chris Evans, che effettivamente è l’unico un po’ incastrato nel ruolo di Capitan America – e che lo è perché, diciamo la verità, non sa fare poi molto altro, con quella sua monoespressione da bellimbusto – gli altri sono tutti attori che nulla tolgono alle loro carriere e alle loro capacità pur avendo acconsentito all’associazione con una figura Marvel. Insomma, speculazione che lascia un po’ il tempo che trova.

New entry in questa allegra combriccola che, manco a dirlo, si trova per l’ennesima volta a salvare il mondo, Paul Bettany, nel ruolo di Jarvis/Visione, cosa che non può che rendermi felice, vista la mia pluriennale adorazione per Jarvis, le cui radici affondano in aneddoti che ho ancora il buon gusto di risparmiare ai più.

Altre new entry sono Aaron Taylor-Johnson e Elizabeth Olsen, nei ruoli dei gemelli superpotenziati, lui Quicksilver, lei Scarlet Witch – per inciso, personaggio fighissimo.

Piccola parte per Thomas Kretschmann nei panni del cattivo della parte iniziale che, tra le altre cose, è stata girata in Italia al Forte di Bard.

Altra curiosità, nella versione originale, la voce di Hulk è quella di Lou Ferrigno, il vero Incredibile Hulk del telefilm.

Effetti speciali spettacolari e abbondanti – non l’ho visto in 3D ma non penso avrebbe poi aggiunto granché; scene d’azione lunghe, articolate, complesse; ritmo velocissimo e trama ben strutturata secondo le logiche di coerenza interna da fumetto – prima o poi dovrò mettermi seriamente a ripassare tutte le varie diramazioni dei crossover Marvel tra Avengers e singoli fumetti.

Divertente. Se piace il genere è assolutamente da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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Che Capitan America non sia mai stato tra i miei supereroi Marvel favoriti è cosa nota ai più.

Al di là dell’istintiva diffidenza che mi ispira, più o meno consciamente, l’incarnazione potenziata del patriottismo americano, ho sempre mal sopportato quel costumino da Superman a stelle e strisce e quello scudo che, in quanto a pacchianeria, è appena un mezzo punto sotto al mantello di Thor.

Ragion per cui, una volta visto il primo film nel 2011 non mi sono sentita particolarmente motivata ad andare a vedere anche il secondo al cinema.

L’ho recuperato la scorsa settimana in dvd, anche perché ha una candidatura agli oscar per gli effetti speciali e siccome sono in piena fase di visioni compulsive pre-cerimonia, non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione di depennare un altro titolo dalla lista dei candidati che mi porto sempre diligentemente appresso (per la serie, le cose che se anche uno non le dice fa lo stesso, aka, prove generali di squilibrio mentale).

Il risultato è stato che, alla fine, non mi è poi dispiaciuto, questo Winter Soldier. Ok, continuo a non strapparmi i capelli dall’entusiasmo però nel complesso non è male.

Da cosa comincio? Dall’elenco dei brontolii per le cose che non mi sono andate a genio o dagli aspetti validi?

Boh, facciamo che parto con le lamentele.

La prima è banale ma non ci posso fare niente. Chris Evans non mi garba proprio. E ho un bel ripetermi che alla fin fine quel suo aspetto da sano ragazzone americano è anche adatto al ruolo, sta di fatto che continua a non piacermi. E comunque il Capitan America della Marvel era sì un bellimbusto palestrato in perfetto stile USA, ma di certo non aveva un’espressione così vacua.

Poi. Nick Fury interpretato da Samuel L. Jackson è figo per il film, però continuo a dire che è un tantino snaturante rispetto al personaggio del fumetto.

Il Winter Soldier. Bucky. Quando ho visto che a interpretarlo era Sebastian Stan ero anche contenta. Peccato che risulti piuttosto sprecato. Fisicamente fedele al personaggio originale, dal punto di vista della caratterizzazione non gli viene praticamente lasciato spazio. Sì, Capitan America lo riconosce e per circa due secondi mostra incredulo disorientamento e afflizione per il compagno perduto ma non si va più in là di così. Viene ripetuto più volte che oddio è Bucky! per far passare il concetto, però, a parte questo, è poco più di un tizio con un braccio di ferro che mena a destra e a manca.

Probabilmente a causa della patologica esigenza dei film Marvel di lasciare aperte e sospese più strade possibili per preparare il terreno per il maggior numero possibile di seguiti, il risultato è stato la totale mancanza della dinamica relazionale tra Steve e Bucky. Si intuisce che probabilmente darà origine a futuri sviluppi, ma non sarebbe stato male sprecare un paio di battute in più anche qui.

Fine delle lamentele.

No.

Aspetta.

Ancora una.

Con quel cavolo di scudo sulla schiena, la sagoma di Capitan America mentre combatte sembra quella di una Tartaruga Ninja.

Adesso ho finito davvero.

Dicevo prima, nel complesso è comunque un buon film. E, a ben vedere, è anche più fedele del primo allo spirito originale del fumetto.

La trama è complessa e ben articolata. Mentre nel primo capitolo avevamo i classici schieramenti buoni/cattivi senza ombre e senza sfumature, qui l’intreccio si fa più sottile. Il nemico è nascosto nel cuore dell’America e non si sa più con certezza di chi ci si possa fidare.

Impostazione da spy story degli anni Settanta – quasi uno 007 in versione supereroe – con la partecipazione di un attore in qualche modo, a sua volta simbolo degli anni Settanta come Robert Redford.

Scene d’azione coinvolgenti e ben costruite – la sequenza del tentativo di attentato a Fury è fighissima.

Ritmo veloce, struttura coerente, solida e senza cali di tensione.

Ben connotati i personaggi della Vedova Nera – sempre Scarlett Johansson, anche se qui un pochino più tirata e decisamente non al massimo della forma – e Falcon – che sì, è parecchio diverso rispetto al fumetto ma resta un gran bel personaggio sotto tutti i punti di vista.

Ben piazzati i numerosissimi riferimenti agli Avengers, al ruolo di Stark e alle sue varie implicazioni.

E bello anche il finale (ovviamente) aperto – anche se, come dicevo prima, è forse costato qualche sacrificio di troppo in termini di approfondimento del povero Winter Soldier.

Per la cronaca, dei candidati per gli effetti speciali mi manca solo I Guardiani della Galassia ma tanto il mio Oscar va subito e senza indugio a Interstellar.

Cinematografo & Imdb.

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E’ uno strano miscuglio, questo Snowpiercer, sia dal punto di vista della produzione sia per quel che riguarda la realizzazione. In parte coreano, in parte americano, basato sulla graphic novel francese Le Transperceneige, è passato quasi inosservato nelle sale a causa di uno scarsissimo lancio pubblicitario – dovuto non si sa se agli ennesimi intoppi di distribuzione o al fatto che le origini non hollywoodiane doc vengono un tendenzialmente un po’ snobbate. Ed è un peccato perché il risultato di questi abbinamenti insoliti è un film decisamente buono.

L’ambito è ancora una volta quello distopico. Siamo in un mondo post glaciazione globale, dove gli unici sopravvissuti vivono a bordo di un treno che gira intorno alla Terra senza mai fermarsi. All’interno di questo treno, la scala sociale si è sviluppata in lunghezza, seguendo l’ordine dei vagoni, dalla miseria della coda alla ricchezza dei vagoni di testa. Il sistema che si è sviluppato è di tipo totalitaristico e dalla coda del treno partono moti di rivolta che puntano alla Sacra Locomotiva, il motore di tutto, la chiave del loro riscatto e dell’uguaglianza sociale. Solo che, ovviamente, niente va come deve andare.

Nonostante la tematica comune a molta produzione hollywoodiana recente, il taglio del film è diverso sotto moltissimi aspetti. Si vede chiaramente l’impronta orientale del regista. Nei dialoghi, nel modo di sviluppare la storia, nel ritmo che, pur rimanendo sempre veloce e dinamico, non ha quella frenesia più tipicamente occidentale.

Nonostante la limitatezza dell’ambientazione, gli spazi angusti dei vagoni sono sfruttati egregiamente e l’azione, lungi dall’esserne limitata, risulta chiara e ben strutturata. Il principio è un po’ quello dei quadri di un videogioco, dove ogni vagone è un livello con una nuova incognita ed un aumento di difficoltà ma le idee per ogni passaggio sono ben organizzate e sfruttano completamente le potenzialità offerte dall’ambiente circostante.

Anche il cast è, a suo modo, insolito, a partire proprio da Chris Evans nei panni del protagonista. Si scopre, dunque che, oltre a fare il bellimbusto non eccessivamente furbo nei Fantastici 4 e in Capitan America, Evans sa persino recitare. Ok, niente di particolarmente sopra le righe, ma se non altro un’interpretazione espressiva e adatta al ruolo. Poi non riesco a togliermi del tutto l’idea che un buon settanta percento di questa nuova espressività sia dovuta alla barba che gli toglie parecchio di quell’immagine da bravo ragazzo americano, ma forse sono io che ho pregiudizi nei suoi confronti. E comunque è un fatto che quella barba è persino troppo curata per essere in coda al treno ma pazienza, non esageriamo con l’attenzione ai dettagli.

Oltre ad Evans abbiamo John Hurt, distrutto e malconcio in una parte relativamente piccola ma importante. E una Tilda Swinton quasi irriconoscibile tanto è imbruttita nei panni di un personaggio odioso al di là del sopportabile. Particina – anche in questo caso minima ma importante – anche per Ed Harris.

Ritmo buono, come dicevo prima, trovate interessanti, pochi cliché di genere pur non trascurando gli elementi canonici, decisamente vale la pena vederlo. Unica perplessità sul finale, che ho trovato forse un po’ troppo facile e poco approfondito, come anche credo che non avrebbe guastato qualche spiegazione in più sul treno e sulla locomotiva.

Cinematografo & Imdb.

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