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Archive for the ‘J. Genet’ Category

con il capo fasciato di candide bende, suora nonché aviatore ferito, caduto in un campo di segale un giorno di settembre simile a quello in cui si conobbe il nome di Notre-Dame-des-Fleurs. Il suo bel volto moltiplicato dalle rotative si abbatté su Parigi e sulla Francia, in fondo ai villaggi più remoti, nei castelli e nelle capanne, rivelando agli amareggiati borghesi che la loro vita quotidiana è sfiorata da assassini ammaliatori, insidiosamente sollevati fino al loro sonno, che si accingono a attraversare, da qualche scala di servizio, che, complice, non ha scricchiolato. Sotto la sua immagine splendevano d’aurora i suoi crimini (omicidio numero 1, numero 2, numero 3, e così via fino a sei), ne dicevano la gloria segreta e ne preparavano la gloria futura.

Poco prima, il negro Ange Soleil aveva ucciso la sua donna.

Poco dopo, il soldato Maurice Pilorge assassinava il suo amante Escudero per derubarlo di neanche mille franchi, poi gli tagliavano il collo per festeggiare il suo ventesimo compleanno, mentre, ve ne ricorderete, accennava uno sberleffo al boia furibondo.

Infine un guardiamarina ancora fanciullo tradiva per il gusto di tradire: lo fucilarono. Ed è in onore dei loro crimini che scrivo il mio libro.

Questo meraviglioso sboccio di fiori belli e foschi l’appresi solo a frammenti: uno mi era fornito da un pezzo di giornale, un altro menzionato distrattamente dal mio avvocato, un altro ancora detto, quasi cantato dai detenuti – il loro canto diveniva fantastico e funebre (un De Profundis) come le cantilene che intonano di sera, o la voce che attraversa le celle e mi giunge turbata, disperata, alterata. Alla fine di ogni frase si spezza, e quest’incrinatura la rende così soave da sembrare che a sostenerla sia la musica degli angeli, il che mi fa orrore, poiché gli angeli mi colmano d’orrore, essendo, immagino, composti così: né spirito né materia, bianchi, vaporosi e spaventosi come il corpo traslucido dei fantasmi.

Quegli assassini ormai morti sono tuttavia giunti fino a me e ogni volta che uno di tali astri luttuosi cade nella mia cella il cuore mi batte forte (il mio cuore batte la resa, se la resa è il rullo di tamburo che annuncia la capitolazione di una città). E ne segue un fervore paragonabile a quello che mi piegò in due e mi lasciò per qualche istante grottescamente contratto quando udii l’aereo tedesco passare sopra la prigione e lo scoppio della bomba sganciata a poca distanza. In un batter d’occhio vidi un fanciullo isolato, portato dal suo uccello di ferro, seminare la morte ridendo. Per lui solo si scatenarono le sirene, le campane, i cento e uno colpi di cannone riservati al Delfino, le urla di odio e spavento. Tutte le celle rabbrividivano, tremanti, folli di paura, i detenuti picchiavano sulle porte, si rotolavano sul pavimento, vociferavano, piangevano, bestemmiavano e pregavano Dio. Vidi, dico, o credetti di vedere un fanciullo di diciott’anni nell’aereo, e dal fondo della mia 426 gli sorrisi d’amore.

Non so se sia il loro volto, quello vero, a costellare il muro della mia cella di chiazze di fango diamantato, ma non può essere un caso che abbi ritagliato dalle riviste queste belle teste dagli occhi vuoti. Dico vuoti, perché sono tutti chiari e probabilmente di un azzurro cielo, simili al fil di lama cui s’impiglia una stella di luce trasparente, azzurri e vuoti come le finestre degli edifici in costruzione, da cui si vede il cielo attraverso le finestre della facciata opposta. Come quelle caserme, di mattina aperte a tutti i venti, che crediamo vuote e caste, mentre brulicano di maschi pericolosi, accasciati, gettati alla rinfusa sui loro letti. Dico vuoti, ma se abbassano le palpebre divengono per me più inquietanti di quanto non lo siano, perla giovinetta nubile che passa, le finestrelle inferriate delle immense prigioni dietro le quali dorme, sogna, impreca e sputa un popolo di assassini, che fa di ogni cella il nido sibilante di un groviglio di vipere, ma anche un confessionale dalla tendina di sargia polverosa. Sono, questi occhi, senza apparente mistero, come certe città chiuse: Lione, Zurigo, e mi ipnotizzano al pari dei teatri vuoti, delle prigioni deserte, dei macchinari fermi, dei deserti, poiché i deserti sono chiusi e non comunicano con l’infinito.

Jean Genet, Notre-Dame-des-Fleurs, 1943

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