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Archive for dicembre 2016

E con questo ci si risente a gennaio.

Buone feste a tutti 🙂

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Dunque. Mi sento curiosamente finita in una vignetta di Leo Ortolani. Da qualunque parte cerchi di cominciare il post, non appena arrivo a nominare Lady Gaga mi parte in loop Bad Romance e perdo il filo.

Anyway.

Siamo alla quinta stagione. Immancabilmente corredata da cori di lamentele e commenti sdegnati perché come al solito, AHS non piace a nessuno ma continuano a guardarla tutti. Evidentemente si è guadagnata lo status di guilty pleasure e dirne male è d’obbligo.

Non lo so.

In ogni caso, a me è piaciuta. E anche più di altre. Più di Coven sicuramente. Forse anche più di Murder House, anche se dovrei rivederla. Non più di Asylum, che rimane in testa alla mia classifica, e neanche di Freak Show, che resta la più articolata dopo Asylum.

Classifiche a parte, American Horror Story – Hotel è una stagione un po’ più corta e un po’ più lineare rispetto alle altre dal punto di vista di trame e sottotrame, ma è un piccolo, divertente gioiellino.

Lo schema è sempre lo stesso. Una cornice fissa e un sistema semi-chiuso che ruota intorno al luogo principale. Un ambito horror di preferenza da approfondire tra riferimenti e citazioni per appassionati.

Qui il centro è l’Hotel Cortez e il filone horrorifico dominante è quello vampiresco, affiancato da quello serial killer – che pure era già presente in modo più o meno predominante nelle altre stagioni, Asylum in particolare.

Sarà che gli horror da stanza d’albergo mi hanno sempre morbosamente catturata, o sarà il mio torbido passato filo-vampiresco, sta di fatto che ho amato profondamente i lunghi e onirici corridoi dell’Hotel Cortez.

I riferimenti a Shining sono d’obbligo, sia nello stile dell’hotel sia tramite vere e proprie citazioni – come i due gemellini in corridoio e un’altro mezzo chilo di cose. Man mano che si salgono i piani o si percorrono i corridoi ovattati e silenziosi, l’atmosfera si fa rarefatta, la realtà diventa sottile e poi, si sa, negli alberghi, soprattutto quelli intorno a Hollywood, gira sempre un sacco di gente eccentrica.

Il fronte vampiresco, dicevo, viene degnamente omaggiato e approfondito, a partire proprio dal personaggio di Lady Gaga (loop di Bad Romance), la Contessa, una Elizabeth (Bathory) 2.0, assolutamente sopra le righe tra fascino, trash e puro spettacolo.

Non ricordo chi altro ci fosse candidato al Globe per la categoria l’anno scorso, ma non mi dispiace che Gaga (loop) se lo sia portato a casa. E’ vero che, di fatto, interpreta una variante del suo personaggio come Gaga (loop), ma rimane comunque ben riuscito.

E poi il sangue che diffonde il virus oltre i confini di spazio e di tempo, mischiando epoche, ricordi e corpi.

E le dinamiche relazionali che ricordano tanto le Vampire Chronicles.

E tanto sangue e tanto sesso, come nella migliore tradizione della serie, così come tanto politically uncorrect, sempre per non tradire lo spirito originario.

Oltre ai vampiri abbiamo i fantasmi, perché all’Hotel Cortez non sai mai se la persona con cui stai parlando sia effettivamente viva.

E il discorso dei fantasmi fa da collegamento con il fronte serial killer, perché l’Hotel Cortez non è solo un hotel e il suo costruttore, James March – il miglior Evan Peters di tutta la serie – non era un semplice uomo d’affari dalle grandi ambizioni.

Cast un po’ diverso dalle stagioni precedenti.

Di storici rimangono Sarah Paulson, puttana tossica rovinata e tormentata da un demone; Evan Peters, come accennavo prima, costruttore e primo proprietario dell’hotel; Kathy Bates, receptionist dalle mansioni più o meno ordinarie; Angela Bassett.

Dal Freak Show arrivano Finn Wittrock e Denis O’Hare, nel ruolo di Liz Taylor e che, per la cronaca, è il mio personaggio preferito.

Ruolo abbastanza centrale anche per Wes Bentley, tormentato detective a caccia, guarda un po’, di un misterioso serial killer che uccide secondo i dieci comandamenti.

Grande assente Jessica Lange.

Piccola parte per Lily Rabe, nel ruolo di Aileen Wournos, in una cena dei serial killer che ho trovato particolarmente riuscita.

Comparsata iniziale anche per Naomi Campbell.

Onestamente non comprendo il motivo di molta delusione che ho sentito in giro. Hotel è precisamente quel che doveva essere secondo lo spirito della serie, con la giusta dose di trash e autoironia che la caratterizza. Divertente più che realmente terrificante, lascia la sensazione di essersi avventurati troppo a fondo e troppo incautamente nel tunnel degli orrori di qualche luna park e insinua il dubbio di essersi persi e non riuscire più a trovare l’uscita.

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AMERICAN HORROR STORY: HOTEL -- Pictured: Wes Bentley as John Lowe. CR: Frank Ockenfels/FX

 

 

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Tratto dal romanzo di Roald Dahl, per la regia di Steven Spielberg, in uscita il 1 gennaio.

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Sono le ore 15.24.56 del 15 gennaio 2009.

Il volo US Airways 1549 decolla dall’aeroporto La Guardia di New York, diretto al Charlotte/Douglas in Carolina del Nord.

A bordo ci sono 150 passeggeri e 5 membri dell’equipaggio, compresi il pilota, Chesley ‘Sully’ Sullenberger, e il copilota, Jeffrey B. Skiles, per un totale di 155 anime.

Alle ore 15.27.01 un bird strike – impatto con uccelli – causa la perdita di entrambi i motori, costringendo il pilota ad improvvisare una manovra d’emergenza e ad ammarare sul fiume Hudson 5 minuti e 8 secondi dopo il decollo.

Prima del decollo, sugli aerei, ti spiegano cosa fare in caso d’emergenza, in particolar modo, ti spiegano cosa fare se si finisce in acqua.

Quello che non ti dicono è che, normalmente, nessuno sopravvive a un ammaraggio.

Nessuno, a parte le 155 persone a bordo del volo 1549, in quello che è diventato da subito un caso unico nella storia, una sorta di miracolo.

L’Airbus A320-214 plana sulle acque e nel giro di meno di mezz’ora, tutti coloro che si trovano a bordo escono dall’aereo sulle ali e sugli scivoli galleggianti e vengono tratti in salvo dapprima da alcuni battelli che si trovano nelle vicinanze e poi dai mezzi di soccorso sopraggiunti nel frattempo.

Il caso ha un’enorme risonanza mediatica. Quanto è accaduto ha del miracoloso e il pilota, Sully, è un eroe acclamato da tutti.

O quasi.

Perché nonostante sia andato tutto bene al di là di ogni ragionevole aspettativa, l’Airbus è distrutto. E, per dirla in parole povere, c’è una compagnia aerea che deve delle spiegazioni all’assicurazione.

E quindi Sully e il copilota si trovano sotto i riflettori dapprima osannati come eroi e poi indagati e costretti a difendersi in una caccia all’errore umano che in certi momenti assume tratti surreali.

Clint Eastwood mette insieme un film perfetto e tesissimo.

Ricostruisce i fatti in modo meticoloso e impeccabile, lasciando fuori eroismi e sentimentalismi e affidando tutto all’espressività essenziale di un Tom Hanks incrollabilmente lucido anche quando lacerato dal dubbio, e che meriterebbe anche una candidatura agli Oscar (benché, come ho da poco appreso, i Globes l’abbiano del tutto snobbato).

L’ennesima prova di altissimo livello di Eastwood.

Molto consigliato.

Cinematografo & Imdb.

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Tratto dall’omonimo libro di Ransom Riggs di cui ho parlato qualche tempo fa QUI.

Dapprima ho aspettato con trepidazione questo film, poi, una volta addentratami nel secondo libro della trilogia di Riggs, ho iniziato ad avere qualche timore. Dei restanti libri parlerò più diffusamente in seguito, per ora basti dire che, man mano che si procede, gli sviluppi non si dimostrano all’altezza dell’originalità delle idee di partenza. Motivo per cui ho iniziato a temere che la trasposizione in film, con gli ovvi tagli che comporta, causasse la nascita di ulteriori buchi di trama qua e là.

Detto ciò, il film di Burton si è rivelato invece una sorpresa.

Piuttosto fedele per circa metà abbondante, da un certo punto in poi prende decisamente un’altra direzione, col risultato che, nella maggior parte dei casi, le buone idee alla base del libro vengono utilizzate in modo più proficuo e creativo.

Dopo la morte improvvisa del nonno in circostanze poco chiare, il giovane Jacob si trova a dover scegliere se seguire le strane indicazioni che il vecchio gli ha lasciato in eredità, o rassegnarsi a liquidarle come stramberie dovute all’età, come vorrebbe il resto della sua famiglia.

Jacob tenta di assecondare i suoi ma al tempo stesso non si dà pace e riesce a farsi portare dal padre su una piccola isoletta del Galles dove, secondo i racconti del nonno, dovrebbe trovarsi la casa dei bambini di Miss Peregrine.

Ma chi è Miss Peregrine? E com’è possibile che sia ancora viva dopo tutti questi anni? E i bambini, al tempo compagni del nonno? E i mostri? Sono solo i nazisti o sono anche qualcos’altro?

Strane storie emergono dall’infanzia di Jacob e prendono forma attraverso le nebbie del Galles. La realtà è molto più articolata di quanto si fosse mai aspettato. E anche molto più pericolosa.

Visivamente curatissimo e pieno di dettagli originali, Miss Peregrine è forse un po’ diverso dal Burton gotico a cui siamo abituati e, per alcuni versi, è forse un po’ più per ragazzi. Cionondimeno, rimane un bel film, divertente, misuratamente ammiccante al macabro da fiaba e coinvolgente.

Apprezzabile anche la scelta di un finale chiuso. Certo, la strutturazione dei personaggi fornisce spunti per altre possibili avventure, ma la storia in sé rimane chiusa e completa.

Viene ripreso anche il gioco delle fotografie, presente nel libro, anche se in questo caso le fotografie sono ovviamente rielaborare per adattarle agli attori.

Eva Green, manco a dirlo, è meravigliosa.

Nel cast anche Judy Dench e Samuel L. Jackson.

Bellissimi i Vacui, molto più fighi di quanto me li fossi immaginati leggendo.

La tipologia di figura ricorda un po’ la versione del Crooked Man di Conjuring 2, il che mi fa venire in mente che forse il richiamo comune sia qualche figura della tradizione anglosassone ma al momento non ho trovato nulla. Dovrò approfondire.

Cinematografo & Imdb.

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Personal Affairs. Regia di Maha Haj. Israele. Sezione Festa Mobile.

Nazareth. Marito e moglie, già di una certa età, pensionati. Una quotidianità domestica lenta, monotona, stanca e al tempo stesso carica di tutte quelle piccole tensioni sedimentate in anni di incomprensioni, fraintendimenti, o anche solo di abitudine.

Tre figli, due maschi e una femmina, tutti ormai grandi e presi dalle loro esistenze. Uno in Svezia, due a Ramallah.

Piccole storie personali, domestiche, quotidiane che si intrecciano a formare il quadro di una commedia leggera, intelligente, che non dimentica la realtà di conflitto in cui è ambientata, ma che in qualche modo la ridimensiona, mettendo al centro le piccole, singole, normali esistenze.

Un balletto tra limiti e confini, siano essi politici o emotivi.

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La mécanique de l’ombre. Regia di Thomas Kruithof. Belgio. In concorso.

Un ex contabile disoccupato e con problemi di alcolismo alle spalle (François Cluzet) finisce coinvolto nelle attività poco chiare di una società che si occupa di intercettazioni e rimane incastrato in un pericoloso intrigo politico.

Niente e nessuno è più immune dal sospetto. Più il protagonista cerca di uscirne e più le proporzioni del complotto si rivelano enormi e le conseguenze inesorabili.

Un buon thriller fantapolitico dal ritmo sempre più incalzante e dalle atmosfere soffocanti e paranoiche.

Ruolo minore anche per Alba Rohrwacher.

 

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Go Home. Regia di Jihane Chouaib. Francia/Svizzera/Belgio/Libano. Sezione TorinoFilmLab.

Quando Nadia (una bravissima e bellissima Golshifeth Farahani) decide di ritornare in patria, in Libano, nel paese dove ha trascorso la sua infanzia, ad attenderla non trova la terra familiare che ricordava. Trova una casa disabitata e vandalizzata. Trova un paese chiuso e ostile. Trova il fantasma di un ricordo che non coincide con l’immagine mitizzata che porta con sé fin da quando è bambina.

Cos’è successo realmente a suo nonno? Perché il nome della sua famiglia è odiato? Cos’è che tutti sanno ma di cui nessuno vuol parlare?

Nadia si ostina a scavare. Vuole capire. Vuole vendicare, anche se non sa nemmeno lei bene chi ho che cosa. Rivuole la sua terra, la sua casa, i suoi ricordi.

Il tono della narrazione è prevalentemente personale. La dimensione privata, quotidiana. La guerra ‘grande’, la situazione politica sono quasi del tutto assenti ma non per questo manca la dimensione dello scontro. Uno scontro in scala ridotta, tra il paese e la famiglia di Nadia. Tra Nadia e suo padre, che dal Libano è fuggito e non vuole saperne più nulla. Tra Nadia e se stessa, perché ad un certo punto non si può più fidare neanche dei suoi ricordi.

Bello, delicato, coinvolgente riesce a rendere bene la natura universale di certe dinamiche di conflitto, profondamente radicate nella natura umana, indipendentemente dal contesto.

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