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Archive for the ‘K. Suzuki’ Category

Terzo capitolo, ambientato 13 anni dopo gli eventi di The Ring 2.

Non c’è ancora una data di uscita italiana ma direi che ormai i tempi sono maturi e si impone che io faccia seriamente il punto della situazione e mi decida a:

  • produrre un post decente sul primo The Ring;
  • produrre un corrispettivo post decente sul libro, dal momento che, quanto meno parlando della versione americana del film, ci sono enormi differenze a livello sostanziale;
  • recuperarmi The Ring 2, dato che al tempo ero ancora troppo spaventata da Samara per riuscire a vederlo;
  • recuperarmi possibilmente anche gli altri due libri della trilogia, sempre per chiarire fino a che punto i film vadano per conto loro – anche se la cosa non è che mi attiri granché visto che già con il primo libro avevo faticato abbastanza per ragioni che illustrerò a tempo debito;
  • recuperarmi i film giapponesi – se riesco a non farmela sotto, dato che gli horror giapponesi mi spaventano considerevolmente di più;
  • andare finalmente a vedere questo film qui, confidando che nel frattempo la distribuzione italiana sia riuscita a partorire una data d’uscita.

 

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locandinadw

Probabilmente mi attirerò da disapprovazione dei puristi dell’horror giapponese ma Dark Water è l’ennesimo film che conosco prima in versione americana e solo dopo – precisamente con i titoli di coda – scopro essere proveniente da area orientale (romanzo di Koji Suzuki e film di Hideo Nakata).

Stessa cosa fu per The Ring e The Grudge. E, nonostante l’immancabile polemica da ecco-gli-americani-devono-sempre-uniformare-tutto-al-loro-stile, continuo a trovare tutti questi film che ho citato molto ben riusciti.

La realtà è che penso che il voler fare dei confronti a tutti i costi tra versioni americane e giapponesi abbia poco senso di per sé, in quanto c’è proprio un discorso di canone diverso alla base. Non è la stessa cosa di un remake di un film francese o comunque di provenienza europea. In quel caso la storia della spocchia monopolizzante americana ci può anche stare. Nel caso specifico dell’horror entrano in gioco altri fattori. Cinema orientale ed occidentale – e prima ancora cultura orientale e occidentale – hanno un modo diverso di spaventare. Un modo diverso di percepire la paura e ciò che la scatena. Sono proprio diversi i mezzi con cui il terrore viene veicolato.

In certi casi la distanza è tale da coinvolgere la tematica stessa e lì diventa impossibile un passaggio tra le due culture.

In molti casi però è solo una questione di come la tematica viene rappresentata.

Per Dark Water, peraltro come per The Ring e The Grudge, siamo nel filone dei fantasmi bambini.

Ora, è vero che nella versione americana si perde tutto l’aspetto inerente il significato del fantasma nella cultura giapponese, ma ai fini della riuscita del film horror in quanto tale la cosa non è che sia poi così rilevante. Anzi. Per quanto si possa conoscere una cultura diversa dalla quella propria di origine, le reazioni emotive saranno sempre più radicalmente legate ai parametri di provenienza. E la reazione che il film horror deve provocare, la paura, è quella più emotiva e più inconscia in assoluto.

Per dire, l’originale di The Ring l’ho apprezzato, ma con la versione americana mi sono decisamente cagata sotto.

E non che l’originale non inquietasse.

Dark Water (2005), è un film dai toni cupi, opprimenti, che trasmette fin da subito, a livello epidermico, una sensazione di soffocamento.

L’ambientazione a Roosvelt Island, triste appendice di Manhattan, risulta particolarmente adatta a rendere visivamente la condizione di miseria emotiva, prima ancora che economica, in cui versa la protagonista, Dahlia (Jennifer Connelly), giovane madre neodivorziata, alle prese con una bambina, Ceci, che adora in modo incondizionato e totalizzante, e con il trauma non rielaborato dell’abbandono subito dalla propria madre.

Da bravo americano, il regista Walter Salles (I diari della motocicletta, On the Road) non resiste alla tentazione di metterci una buona dose di psicologia, giocando con tutta una serie di particolari dalle valenze doppiamente interpretabili – primo fra tutti il fatto che Natasha, l’amica immaginaria di Ceci, e Dahlia da piccola, nei flashback, sono interpretate dalla stessa attrice. Un significato, questo, che, se per quasi tutto il film rimane un dubbio in sottofondo, con il finale diventa talmente presente da poter essere una chiave di lettura vera e propria, senza tuttavia intaccare la logica dell’horror in sé e per sé.

Bravissima Ariel Gade, nei panni di Ceci.

Nel cast anche gli ottimi John C. Reilly e T. Roth.

Curatissimo in ogni dettaglio, Dark Water crea la tensione in modo graduale ma inesorabile. Evita i grossi colpi di scena così come il sangue e gli effetti sonori per farti fare un salto a tutti i costi e ti tiene incollato fino alla fine inoltrandosi progressivamente in un orrore quotidiano e strisciante.

Molti i rimandi e gli omaggi a Rosemary’s Baby. Sono anche quasi certa che il set della lavanderia nei sotterranei del palazzo sia lo stesso usato proprio in RB ma non sono riuscita a trovare conferma di questa mia ipotesi. Dovrei andare a rivedermi la scena del film di Polanski.

Bello il modo in cui vengono sfruttati gli effetti con l’acqua nera e malata che è di fatto la protagonista principale del film.

Cinematografo & Imdb.

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