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Archive for the ‘M. Robbie’ Category

Basato sulla ricostruzione fornita dalla biografia di John Guy, My Heart is My Own: the Life of Mary Queen of Scots, per la regia di Josie Rourke – prevalentemente regista teatrale – Maria Regina di Scozia mette in scena l’ennesima variazione sul tema della rivalità tra le due grandi regine anglosassoni.

Maria Stuart, cattolica, erede al trono di Scozia ed erede anche a quello di Inghilterra, e Elizabetta I, regina di Inghilterra, protestante.

Cugine. Legate da sangue e da vincoli di potere.

E il potere è al centro di tutto.

Il potere di una sovrana sul suo popolo. Il potere che si confronta contro un altro potere analogo, cercando di stabilirne i confini. Il potere di un mondo maschile che si trova a fare i conti con due regine che non si limitano ad essere mera immagine del loro ruolo in attesa di sfornare un erede maschio, ma scelgono di essere realmente incarnazione della loro sovranità.

La scelta di Elisabetta di essere un uomo. Non sposarsi, non avere eredi. Per stroncare a monte il dubbio sulle reali intenzioni di chiunque volesse avvicinarla.

La scelta di Maria di essere donna anche dove Elisabetta non può, con una maternità che è – ovviamente – prima di tutto politica. La scelta di non cedere al coro di voci maschili che cerca di indirizzare le sue scelte.

Ok, forse la visione di queste due regine dure e pure a lottare contro un contesto storico avverso e un mondo fatto di uomini è un filo troppo idealizzata.

Resta il fatto che, a compensare tutto, ci sono le interpretazioni di Margot Robbie e Saoirse Ronan che restituiscono due ruoli perfetti e di enorme intensità.

Avrei pensato a qualche nominations per loro ma alla fine qui abbiamo solo migliori costumi e miglior trucco e acconciatura. Meritate, certo, anche se devo ammettere che Margot Robbie in alcune scene sembrava precisa la Regina di Cuori nella versione di Tim Burton. Quasi mi aspettavo che cominciasse a gridare di tagliare qualche testa.

Detto ciò, nel resto maschile del cast, ruoli anche per David Tennant e Guy Pearce.

Un bel film storico di impostazione classica, curato in ogni minimo dettaglio e dal ritmo coinvolgente.

Cinematografo & Imdb.

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In uscita il 17 gennaio.

Potenziale nomination per Saoirse Ronan? O per Margot Robbie? O per entrambe?

E il 17 gennaio torna anche Shyamalan con quello che ha tutta l’aria di essere un terzo capitolo dopo UnbreakableSplit.

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La storia vera – e, da quel che mi par di capire, anche piuttosto poco romanzata – di Tonya Harding, campionessa di pattinaggio artistico sul ghiaccio divenuta celebre per essere stata la seconda donna al mondo – la prima statunitense – ad aver eseguito un triplo axel in una competizione ufficiale.

E anche per esser finita coinvolta nell’aggressione ad una sua collega e avversaria, Nancy Kerrigan, cui venne spezzato un ginocchio prima delle Olimpiadi del ’94.

Se è vero che la storia e la persona di Tonya offrono già di per sé un materiale di partenza quanto mai ricco e, per così dire, vivace, va indubbiamente riconosciuto il merito di Craig Gillespie per aver dato forma ad un biopic piuttosto atipico e prepotentemente coinvolgente.

Strutturato sull’alternanza di stralci di interviste – modellate fedelmente su quelle realmente registrate con i veri protagonisti della vicenda – e ricostruzione degli eventi, Tonya parte fin da subito con un ritmo serrato e incalzante e rende immediatamente partecipe lo spettatore che è al tempo stesso interlocutore dell’intervista e pubblico cui vengono rivolti (cauti) ammiccamenti nel corso degli eventi.

Fondamenta granitiche di tutta la struttura sono le due immense interpretazioni di Margot Robbie e Allison Janney, rispettivamente Tonya e LaVona, la sua orribile madre.

Entrambe nominate (protagonista e non protagonista) sia ai Globes sia agli Oscar, solo la Janney ne è uscita vincitrice (in entrambi i casi) ma la candidatura della Robbie rimane comunque meritata dal primo all’ultimo fotogramma.

Un ruolo difficile, quello di Tonya. Cattiva ragazza, incarnazione dello spirito di un’America rimasta indietro, a raccogliere solo le briciole del grande sogno. Figlia di un’America in cui in teoria tutti hanno un’opportunità ma in cui, in pratica, l’immagine che si vuole esaltare è quella dei valori classici, alto-borghesi e benpensanti. Un’America che si vanta di premiare il talento ma dove il talento, da solo, è bel lontano dall’essere sufficiente. A questo si aggiunga una situazione familiare ai limiti – e forse anche oltre – del disastrato.

Da tutto questo viene fuori Tonya. Con la sua vitalità, la sua bravura, la sua testardaggine, la sua rabbia.

Un mix esplosivo di forza e fragilità. Di ingenuità e potenza. Di puro talento, determinazione e arroganza.

Un mix che Margot Robbie riesce a rendere in modo perfetto, regalando alla figura di Tonya un’intensità umana ed emotiva di potenza devastante.

Di pari, enorme bravura anche Allison Janney, alle prese con un personaggio negativo al di là di ogni possibilità di appello eppure in grado di creare comunque una forte empatia  – cosa tutt’altro che scontata.

Nel cast anche Sebastian Stan, nel ruolo del marito di Tonya, e una bravissima – seppur trascurata dalla critica – Julianne Nicholson nei panni dell’allenatrice di Tonya.

Bellissimo, assolutamente da non perdere.

Ci sarebbe stata anche una candidatura a miglior film (magari al posto di Get Out, tanto per dirne una).

Cinematografo & Imdb.

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Sempre per rimanere in zona Oscar, questo ha tre nominations – miglior attrice protagonista per Margot Robbie, non protagonista per Allison Janney e miglior montaggio – ma con mio grande disappunto arriverà nelle sale il 22 marzo, vale a dire a cerimonia passata.

Direi che sembra interessante e, indipendentemente dagli esiti, lo si vedrà in ogni caso.

 

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Da vedere, su questo non si discute.

Non è sicuramente il migliore (o il mio preferito) di Scorsese né tanto meno del binomio Scorsese-Di Caprio ma è a tutti gli effetti un bel film.

Riflettevo sulle motivazioni del mio non eccessivo entusiasmo e penso che in parte (in buona parte) sia dovuto al fatto che il protagonista non mi piace. Mi è antipatico. E probabilmente va anche bene così. Non è un personaggio pensato per piacere ma per ostentare. Soprattutto se stesso. Il che non significa che non sia realizzato in modo impeccabile.

Alla base di tutto c’è l’autobiografia di Jordan Belfort, il Lupo di Wall Street, ampiamente arricchita, romanzata, enfatizzata ben oltre i limiti della plausibilità. E anche questo è un aspetto che va bene così. Perché non è la plausibilità ad essere importante. E’ l’immagine che si forma. E’ il ricordo che si imprime di qualcosa di eccezionale, sia nel successo che nella caduta.

Il film è tutto sopra le righe. Costantemente e ostentatamente eccessivo. In certi momenti sembra quasi di vedere una sorta di Baz Luhrman senza però quell’aspetto teatrale e glamour che rende lo sfarzo di Luhrman inevitabilmente bello. L’eccesso di Scorsese è iperbolico, poco credibile per un buon ottanta percento ma mantiene comunque parametri più reali. Il che implica una consistente componente di grottesco, di squallore anche.

La storia è raccontata in prima persona da Belfort, non semplice voce fuori campo ma vero e proprio protagonista narrante.

Spulciando qua e là tra quello che del film si è detto e scritto, quello che emerge più di tutto è che nessuno perdonerà mai al povero Martin di aver fatto parlare Leo direttamente in camera. Jordan si rivolge direttamente allo spettatore, lo guarda, lo apostrofa, quasi si aspetta da lui una risposta. E dal momento che a Hollywood va ormai di moda condannare senza appello la metateatralità come fino a dieci anni fa andava di moda osannarla senza ritegno, di sicuro questo costituirà l’appiglio a cui si attaccheranno tutti coloro che vorranno denigrare il film come eccessivamente costruito per raccogliere consensi con facili espedienti fintamente creativi.

La realtà è che l’approccio diretto Di Caprio-spettatore non disturba poi particolarmente. Ci sta tranquillamente, si amalgama e viene quasi sommerso da tutto il resto.

Dal punto di vista della storia, se la primissima parte, ambientata proprio in Wall Street, rischiava di risultare persino troppo scontata nel suo sottinteso di estremizzazione di quell’ambiente alternativamente mitizzato e demonizzato, da quando la scena si sposta al di fuori (e Jordan scopre le penny stocks, per intenderci) cambia anche la percezione dei toni esagerati di tutto il contesto. E’ come se il fatto che Jordan debba in qualche modo reinventarsi da sé giustificasse tutto quello che segue.

Festini, soldi, droghe in quantità industriali, soldi, gnocca in quantità ancor più industriali e ancora soldi. Una specie di mondo fuori dal mondo fino all’incursione inevitabile di una realtà più prosaica e noiosa nei panni di un agente dell’FBI.

Ascesa e caduta, parabola classica, tutto sommato, se la si guarda molto da lontano, ma la realtà è che il finale è molto meno scontato di quello che ci si aspetta.

Riferimenti ad altri film disseminati qua e là. Alcuni li ho subodorati ma non sono sicurissima di averli colti.

Menzionato inevitabilmente Gordon Gekko, non foss’altro che per dire ad alta voce che la storia del Lupo non c’entra niente con il vecchio film Wall Street.

Una finezza da regista di alto livello nella scena – grottesca – in cui si discute il trattamento dei nani da lanciare su un bersaglio come intrattenimento: il coro di “li tratteremo come noi” (o simili, non ricordo le parole esatte adesso) richiama il più celebre “l’accettiamo è una di noi” dei Freaks di Tod Browning. E in quel momento devo dire che ho avuto un modo di sconfinato amore per Scorsese.

Di Caprio. Di Caprio è fantastico. Io sono uscita dal film veramente affaticata per lui perché fa una parte sfiancante. Sempre schizzata, sempre al top dell’adrenalina, sempre, costantemente in piena esaltazione chimica. E’ l’ennesima volta in cui si merita in pieno la candidatura all’Oscar. E purtroppo, però, temo che sarà anche l’ennesima volta che non vincerà perché la concorrenza di McConaughey è veramente significativa. Poi, per carità, se vengo smentita non mi dispiace comunque perché sarebbe pur sempre un riconoscimento strameritato – anche se continuo a dire che avrebbero dovuto darglielo per Aviator o Departed.

Tutto questo sempre ragionando su quelli che ho visto finora, perché poi magari arriva 12 anni schiavo e sbanca tutto anche solo per il fatto di parlare di schiavitù&redenzione – ma qui comincio a far polemica prima del tempo quindi mi autocensuro.

Candidatura come non protagonista anche per Jonah Hill, Donnie, l’amico grasso e scemo, il complice fin dall’inizio. Bravo, certo, ma io continuo a tifare per Jared, qui proprio senza neanche pensarci su.

Poi. Se si volesse introdurre una nomination per la Maggior Gnocchitudine suppongo che Margot Robbie si meriterebbe in pieno la statuetta, ma qui si vira verso il demenziale quindi ora concludo.

Piccola parte iniziale proprio per McConaughey che riesce comunque a spiccare per la bravura in quel ruolo assurdo. Lui è un broker in ascesa e porta a pranzo un Jordan Belfort appena sbarcato nel mondo di Wall Street.

Ed è quasi crudelmente ironico, se ci si pensa, vedere Leo a tavola con la persona potenzialmente più titolata a soffiargli l’Oscar da sotto il naso ancora una volta.

Cinematografo & Imdb.

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