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Archive for maggio 2013

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Ero talmente focalizzata su settembre per Doctor Sleep che per poco non me lo perdevo.

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Se non ho preso cantonate – cosa che di questi tempi mi capita piuttosto spesso in verità – dovrebbe uscire in contemporanea in America per la Hard Case Crime (qui il promo) e in Italia per Sperling & Kupfer.

Estate 1973, Heaven’s Bay, Carolina del Nord. Devin Jones è uno studente universitario squattrinato e con il cuore a pezzi, perchè la sua ragazza lo ha tradito. Per dimenticare lei e guadagnare qualche dollaro, decide di accettare il lavoro in un luna park. Arrivato nel parco divertimenti, viene accolto da un colorito quanto bizzarro gruppo di personaggi: dalla stramba vedova Emmalina Shoplaw che gli affitta una stanza ai due coetanei Tom ed Erin, studenti in bolletta come lui e ben presto inseparabili amici; dall’ultranovantenne proprietario del parco al burbero responsabile del Castello del Brivido. Ma Dev scopre anche che il luogo nasconde un terribile segreto…

Traduzione di Giovanni Arduino.

NZO

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Ancora da Cannes.

Non sono riuscita a trovare la data d’uscita italiana ma dovrebbe essere intorno a dicembre, sempre che non si areni in qualche intoppo di distribuzione tipicamente italiano di cui già si vocifera in rete.

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Come dicevo l’altro giorno, quest’anno non sono riuscita a seguire molto Cannes, ma questo non ha impedito al festival di giungere a conclusione.

I vincitori:

Palma d’Oro al miglior film: La Vie d’Adèle – Abdellatif Kechiche

Premio assegnato, in via del tutto eccezionale per volontà della giuria presieduta da S. Spielberg, sia al regista, sia alle due attrici protagoniste, Adèle Exarchopoulos e Lèa Seydoux.

Grand Prix Speciale della Giuria: Inside Llewyn Davis – Fratelli Coen

Prix d’interprétation féminine (migliore attrice): Bérénice Bejo – The Past

Prix d’interprétation masculine (miglior attore): Bruce Dern – Nebraska

Prix de la mise en scène (miglior regista): Amat Escalante per Heli

Prix du scénario (miglior sceneggiatore): Jia Zhang-ke – A Touch of Sin

Premio della giuria: Like Father Like Son – Hirokazu Kore-eda

Camera d’Or (miglior opera prima di tutte le sezioni): Ilo Ilo – Anthony Chen (Quinzaine)

Palma d’oro al miglior cortometraggio: Safe – Moon Byung-gon

Menzioni speciali: Whale Valley – Gudmundur Arnar Gudmundsson e Adriano Valerio – 37°4 S

Premi per la sezione Un Certain Regard:

Premio Un Certain Regard: The Missing Picture – Rithy Panh

Premio della Giuria: Omar – Hany Abu-assad

Premio per la regia: Alain Guiraudie per L’Inconnu du Lac

Premio A Certain Talent: al cast di La Jaula de Oro – Diego Quemada-Diez

Premio Avenir: Fruitvale Station – Ryan Coogler

Allora, La Vie d’Adèle e Inside Llewyn Davis devo assolutamente vederli, insieme a The Bling Ring e a Only God Forgives di cui parlavo la scorsa settimana.

La Vie d’Adèle, inoltre, è il primo film a tematica gay a vincere la Palma d’Oro e capita proprio a ridosso del sì del governo francese ai matrimoni gay.

Felice coincidenza? Segno del destino?

Tra l’altro, il film è liberamente ispirato al graphic novel Le Bleu est une couleur chaude di Julie Maroh.

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Il premio per la miglior sceneggiatura per A Touch of Sin è stato consegnato da Asia Argento che devo ancora capire perché se la sia presa tanto con i fotografi sul red carpet.

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Asia, tesoro, insomma, non si fa.

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Sono ostaggio di un mal di testa infernale (e, a quanto sembra, chimicamente inattaccabile) da ormai qualcosa come ventisei ore abbondanti e, per quanto continui a ripetermi che anche Virginia Woolf soffriva di emicranie, la cosa non sembra essermi di alcun conforto.

E cosa c’è di meglio da fare quando si ha mal di testa se non farsi venire la brillante idea di incominciare Dante’s Inferno sulla PS3 nuova di zecca?

Sì, ok, tralasciamo il fatto che sono come mio solito in ritardo di un po’ di anni sul resto del mondo, ciò non toglie che sia comunque un’attività che richiede il suo dispendio di energie.

Il risultato è che ho rischiato di inchiodarmi già al primo scontro con la Morte, salvo poi incazzarmi quando è comparso il messaggio che, parafrasando, diceva “non è il caso che ci passi tutta la sera, se non ce la fai cambia il livello di difficoltà”. Non sia mai. Ce l’ho fatta e sono riuscita a fare ancora un paio di salvataggi prima di arrendermi di fronte al fatto che mi si incrociavano palesemente gli occhi. Il mio mal di testa prospera ancora di più ma se non altro io sono soddisfatta delle mie imprese.

Sarei tentata di dilungarmi in commenti sulla grafica e le dinamiche di gioco ma sarebbe effettivamente prematuro quindi mi riservo la recensione per quando l’avrò giocato tutto.

Mi sono anche munita di Assassin’s Creed e Gods of War ma temo che per quelli attenderò serate più propizie.

Tutta questa premessa perché? Perché nel weekend non ho visto niente al cinema e ho rivisto di recente Shining, del quale vorrei parlare da più di una settimana ma temo che se mi ci mettessi adesso direi solo un mucchio di banalità.

Quindi mi limito all’incipit di un libro che amo moltissimo.

La signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comperati lei.

Lucy ne aveva fin che ne voleva, di lavoro. C’era da levare le porte dai cardini; e per questo dovevano venire gli uomini di Rumpelmayer. “E che mattinata!” pensava Clarissa Dalloway “fresca, pare fatta apposta per dei bimbi su una spiaggia.”

Che voglia matta di saltare! Così si era sentita a Bourton: quando, col lieve cigolar di cardini che ancora le pareva di udire, aveva spalancato le porte-finestre e s’era tuffata nell’aria aperta. Ma quanto più fresca e calma, e anche più silenziosa di questa era quell’altra aria, di buon mattino; come il palpito di un’onda; il bacio di un’onda; gelida e pungente eppure (per la fanciulla di diciott’anni ch’ella era allora) solenne: là alla finestra aperta, ella provava infatti un presagio di qualcosa di terribile ch’era lì lì per accadere; e guardava ai fiori, agli alberi ove s’annidavano spire di fumo, alle cornacchie che si libravano alte, e ricadevano; e rimaneva trasognata fino a che udiva la voce di Peter Walsh: “Fate la poetica in mezzo ai cavoli?” – così aveva detto? – oppure: “Preferisco gli uomini ai cavolfiori” – aveva detto così? Doveva averlo detto una certa mattina a colazione, quando lei era uscita sul terrazzo…Peter Walsh! Sarebbe tornato dall’India quanto prima, a giugno o a luglio, ella non rammentava più, ché le sue lettere erano disastrosamente monotone. Erano i suoi motti che vi si imprimevano in mente; i suoi occhi, il suo temperino, il suo sorriso, la sua orsaggine e, quando milioni di altre cose erano interamente svanite – strano davvero! – poche parole come quelle a proposito dei cavolfiori.

In attesa che passasse il furgone di Durtnall, ella s’irrigidì un poco, sull’orlo del marciapiede. Una donna graziosa, la giudicò Scrope Purvis (egli la conosceva come ci si conosce tra vicini di casa a Westmister); aveva in sé qualcosa di un uccellino, della gazza, un che di verdazzurro, lieve, vivace, quantunque avesse varcato la cinquantina e fatto molti capelli bianchi dopo la sua malattia. In attesa di attraversare ella se ne stava là, dritta sulla vita, come appollaiata su di un ramo; e non lo vide neppure.

Poiché il semplice fatto di vivere a Westmister – da quanti anni ormai? più di venti – impone indiscutibilmente (Clarissa lo affermava), sia pur nel bel mezzo del viavai d’una piazza o destandosi all’improvviso la notte, una particolare calma, anzi solennità; una pausa che non si saprebbe descrivere; un sostar della vita (ma questo poteva ben essere il cuore, indebolito dall’influenza) nell’attimo prima che il Big Ben suoni le ore. Ecco il rintocco! Prima è un monito, musicale, poi l’ora, irrevocabile. I plumbei circoli si dissolvevano per l’aria. Poveri di spirito che siamo, pensava Clarissa, attraversando Victoria Street. Dio solo sa perché l’amiamo così, la vediamo così, perché ce la facciamo così, costruendola attorno al nostro io per poi scomporla, e ricrearla da capo a ogni momento; eppure l’ultima delle pitocche, i più sciagurati rifiuti umani seduti sui gradini delle porte (istupiditi dal bere) non farebbero altrimenti; e per quella precisa ragione non c’è né legge né decreto che possa domarli: perché amano la vita. Negli occhi dei passanti, nella foga del brulichio cittadino, nel muggito e nel frastuono; nel trapestio e nell’ondeggiar di carrozze, automobili, omnibus, furgoni, uomini-sandwich; nelle bande e negli organetti, nella nota trionfante e nello strano altissimo canto di un aereo che ronzava su in cielo era ciò che ella amava: la vita, Londra, e quell’attimo di giugno.

Mrs Dalloway, Virginia Woolf, 1925

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Il 66° Festival di Cannes sta passando e io, con mio enorme disappunto, sto riuscendo a seguire veramente pochissimo.

Un paio di segnalazioni.

Il 16 maggio, in apertura nella sezione Un Certain Regard, è stato presentato il nuovo film di Sofia Coppola, The Bling Ring, con una Emma Watson sulla quale non nutro grandi speranze ma che, nelle mani di Sofia, a giudicare dal trailer, sembra persino in grado di recitare. E in ogni caso Sofia andrei a vederla comunque.

Accoglienza buona, anche entusiasta.

Uscita prevista in Italia il 19 settembre.

Poi. Nicolas Winding Refn – il regista di Drive – con Ryan Gosling ieri, 22 maggio, per Only God Forgives.

Accoglienza tiepida, pare, e qualche polemica per la violenza.

In uscita il 30 maggio.

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Generalmente non parlo molto di loro da queste parti perché ho un altro posto quasi interamente dedicato, ma la giornata di oggi è stata piuttosto monopolizzata dalla news qua sopra e non credo che riuscirei a concentrarmi su altro.

Release date: 16 settembre 2013

Preorder date: 31 maggio 2013

Poi. Prego notare la terza data dal basso

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Notata? Ecco, ora notare l’espressione gongolante della proprietaria del blog *________*

Fatto? Ecco, aggiungete a questo la compagnia della gemella di blog e traete le vostre conclusioni sulle mie attuali (saltellanti) condizioni emotive non mettere un altro emoticon non mettere un altro XDXD ecco l’ha messo.

Ok, se fossi obiettiva, o se almeno aspirassi ad esserlo, probabilmente troverei da dire sulla presenza di questo Love nel titolo (ma è un’epidemia?!) e, in generale, sul titolo stesso che non è poi questa meraviglia (fa proprio un po’ cagare, tesoro). E, sempre se volessi essere onesta, dovrei pormi qualche seria domanda sull’attacco di anni Ottanta che ha colpito Brian e soci nella scelta dei colori. E, sempre in tema cromatico, potrei fare basse insinuazioni sull’associazione inevitabile con la cover di 2nd Law. Ma non farò niente di tutto ciò perché sono davvero troppo felice per tutte queste news dopo secoli di attesa.

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Non so se me ne sono già lamentata in questa sede o meno, ma per ragioni che non sono sicura di voler indagare fino in fondo, quest’anno sto andando vergognosamente a rilento sul fronte letture.

Il che non mi ha impedito tuttavia di fare una piccola strage al Salone del Libro che si è concluso proprio stasera.

Foto dei prigionieri

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L’ultimo è un artbook dedicato al videogioco. Molto figo.

Molti degli acquisti sono stati frutto di ispirazione sul momento.  Avevo invece in programma già da un po’ di recuperarmi il Mammut della Newton di Proust con tutti i libri della Recherche che però non c’era più e, visti i buoni propositi di ieri, volevo prendermi Gatsby nella nuova edizione Mondadori. Anche qui, copie esaurite. Salvo che poi giro intorno allo stand e ne vedo una vetrina piena. Adesso non sto a farvela tanto lunga ma il risultato è stata la scoperta che in Mondadori, oltre a tutto il resto, devono avere pure delle curiose politiche di non-vendita dei volumi destinati all’esposizione. Alla mia richiesta se potevo acquistare una delle copie in vetrina il commesso si è allarmato e mi ha confidato con aria circospetta “non vogliono, non vogliono” suppongo riferendosi alla direzione Mondadori (o alla Umbrella Corporation?). Gli ho fatto cortesemente notare che si era quasi in chiusura dell’ultimo giorno di fiera e che quindi le copie non sarebbero più servite per l’allestimento del giorno dopo, ma il povero tizio si è agitato ancora di più e ha biascicato qualcosa a proposito di una vetrina che lo avevano costretto a rifare questa mattina. Al che mi sono arresa di fronte all’imperscrutabilità dei meccanismi all’opera. Me lo comprerò in settimana.

Ho comprato il secondo di Muses pur non nutrendo grandi speranze e ho come al solito saccheggiato la Lindau cercando di ignorare tutte le pubblicazioni più recenti ma spulciando meticolosamente le vecchie edizioni.

Per il resto, ogni anno sempre meno espositori e sempre meno libri. Sull’afflusso non saprei dire perché è già tanto se sono riuscita a farmi il mio giro questa sera e degli altri giorni non ho seguito praticamente nulla.

Vado a caricare tutto su aNobii.

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Da un po’ non mi capitava di uscire dal cinema con l’emotività così rimescolata.

Il Gatsby di Luhrman è esattamente quello che mi aspettavo e esattamente quello che volevo.

Dopo la parentesi un po’ piattina di Australia (2008) – non un brutto film, quello non si può dire, solo non sembrava un suo film – ritorna con tutta la potenza visiva di Moulin Rouge (2001) e con l’ambizione di Romeo+Juliet (1996).

Accoglienza gelida a Cannes ho letto. E ad essere sincera non ho riscontrato grandi entusiasmi neanche nella maggior parte delle persone con cui ho parlato che l’hanno visto in sala ma il punto è che Baz Luhrman ha uno stile estremamente suo ed estremamente riconoscibile che o ti prende o ti infastidisce perché è comunque impossibile da ignorare.

Io, nel caso non si fosse capito, lo adoro, motivo per cui ho avuto la pelle d’oca per i primi venti minuti di film e le lacrime agli occhi in moltissimi momenti per la sua bellezza.

L. non rappresenta la realtà quale è ma ne mette in scena la versione mitizzata, iperbolica, elevata all’ennesima potenza. Supera la distanza che passa tra la realtà di un avvenimento e il ricordo di esso. Filtrato, amplificato, distorto per gratificare le proprie esigenze emotive.

Gli anni Venti di Luhrman (così come la contemporaneità di R+J o la Parigi di fine Ottocento di MR) non sono gli anni Venti per come sono stati e al tempo stesso lo sono perché sono il mito di se stessi.

Il personaggio di Gatsby si presta particolarmente a questo genere di operazione perché è egli stesso incarnazione dell’eccesso apparentemente irrazionale, inspiegabile, che si autoalimenta e si autogenera nella sua follia.

Tratto dall’omonimo romanzo di Francis Scott Fitzgerald – che non ho letto, vergogna a me, dovrò colmare al più presto la lacuna – Il grande Gatsby racconta, per bocca di uno dei protagonisti, Nick Carraway (Tobey Maguire, che ha irrimediabilmente le phisique du role per i ruoli da sfigato come Swarzenegger ce l’ha per quelli da macho picchiatutti), la storia di quest’uomo potente e misterioso che nella New York del jazz, dell’alcool e dei gangsters – il tutto avvolto in un’immancabile fitta nuvola di fumo di sigaretta – fa della sua immensa villa il centro della vita mondana di star, celebrità, uomini d’affari e gente comune e alimenta intorno a sé le leggende più disparate sull’origine della sua immensa ricchezza.

Quando Nick – trasferitosi a New York, dove vive sua cugina Daisy con il marito – viene invitato ad una delle grandiose feste del suo eccentrico vicino di casa, comincia con lui una strana relazione di amicizia, dipendenza, conoscenza distorta e mezze verità che andranno chiarendosi, di versione in versione, solo alla fine di tutto.

Intorno e tra di loro Daisy, la bella e brava Carey Mulligan, che risulta particolarmente adatta alla parte, il marito di lei (Joel Edgerton) e la bellissima Jordan (Elizabeth Debicki) della quale dovrò approfondire il ruolo nel libro perché qui oltre ad essere appunto bellissima, non fa poi molto altro (ma perché mi chiedo).

Di Caprio regala quella che, se non è la sua miglior interpretazione in assoluto, poco ci manca (per me in cima a tutto rimane sempre il suo Howard Hughes di Aviator). E’ di una bravura che lascia senza fiato. Tutta la scena a casa di Nick (tanto per fare un esempio) è veramente magistrale. Interpreta alla perfezione l’anima del film e riesce ad essere sempre e comunque così convincente da non permetterti di non amare in qualche modo il suo personaggio.

Visivamente, esteticamente potente e bellissimo, Il grande Gatsby ti trasporta in una realtà leggermente sfasata rispetto a quello che dovrebbe essere, contaminata da elementi estranei ma non in modo tale da intaccarne la credibilità. La plausibilità. E la desiderabilità.

E la contaminazione – che tanto piace a Baz e che è un po’ il suo marchio di fabbrica – c’è, prepotente e sfacciata, nei vestiti incredibili che sembrano esprimere tutta le potenzialità che quel periodo da solo non è riuscito a sfruttare; nella musica (anche se non al livello di MR), con l’organista folle e la colonna sonora rock e pop che si impone a sfidare gli anni del jazz per eccellenza.

A questo proposito mi piace moltissimo la versione di Love is Blindness di Jack White (The White Stripes). Amanti degli U2 uccidetemi pure. Resta il fatto che non è per una questione di voce. Bono è sempre Bono e va bene. E’ proprio un discorso di interpretazione. Questa versione così urlata e disperata non è per niente male – oltre che essere azzeccata per il film.

Mi fermo qui perché mi rendo conto che potrei parlarne ancora per ore.

Vedetelo. Anche in 3D che non ci sta male.

Cinematografo & Imdb.

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