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Archive for the ‘Splendore’ Category

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Varie ed eventuali del mercoledì.

Ho messo le zampe su Doctor Sleep. Il che vuol dire che, con i miei tempi e la mia coda di lettura, se va bene lo leggerò tra un mese, ma intanto è lì che mi guarda e io sono già contenta.

Ho messo le zampe anche sui biglietti di Anna Calvi che mi sono stati consegnati proprio stamattina.

21 febbraio qui a Torino all’Hiroshima. Non potevo perdermela.

*inserire cuori a piacere*

Causa King, mi sono introdotta in una Feltrinelli, il che implica che ho messo le zampe anche su diversi dvd in offerta, tra cui Venuto al mondo e Zero Dark Thirty, che al tempo mi ero persa al cinema.

Prossimamente seguiranno sproloqui.

Devo riascoltarmi seriamente Random Access Memories dei Daft Punk. Non che i grammy siano questo gran punto di riferimento ma è un fatto che quest’album viene magnificato praticamente dovunque, almeno una seconda riascoltata devo dargliela.

Il libro.

Non lo so.

Se già normalmente i libri della Mazzantini mi lasciano, per un motivo o per l’altro, in uno stato di prostrazione, questo qui mi ha decisamente massacrata.

Non posso dire che non mi sia piaciuto.

Non posso dire che non sia un bel libro.

Come fa a non piacere? Lei scrive talmente bene. E’ un’altra di quelli che potrebbero mettersi a disquisire delle cose più banali e lo farebbero comunque in modo esemplare.

Qualunque cosa voglia dire, ha le parole giuste per farlo. Non le trova. Le ha.

Ciò detto, di splendore ce n’è ben poco in questa storia. C’è una grande amarezza, una disillusione prepotente che soffoca tutto il resto.

Della trama si può parlare e non parlare perché appena ci si addentra un po’ di più si rivela già troppo.

Guido e Costantino. Una storia che comincia da ragazzi, poco più che adolescenti. Una storia d’amore, di sesso, che nasce in un paese impreparato come l’Italia e si trascina per tutta la vita dei protagonisti senza mai prendere una forma concreta.

Uno di quei legami che pretendono tutto, che bruciano tutto. Che non possono essere vissuti ma neanche spezzati.

Vite diverse, paesi diversi, mondi diversi. Roma, Londra, Roma. Punti di contatto. Finestre nel tempo e nello spazio. Barlumi di speranza e disperazione.

La parte migliore della vita è quella che non possiamo vivere…

E’ soffocante, questo Splendore. La voce narrante è quella di Guido e si finisce in qualche modo incastrati nel campo di battaglia della sua emotività. Non la capisce neanche lui, la sua emotività. Anzi, è proprio il primo a non capirla, e la disseziona in modo quasi osceno per metterne a nudo i meccanismi più profondi. Soprattutto all’inizio, è morboso il modo in cui Guido analizza se stesso e quello che sta vivendo. Non è fuori luogo, quello no. E’ un adolescente che deve fare i conti con la propria omosessualità in una società fondamentalmente omofoba come quella italiana. Non è facile e soprattutto non è indolore. E non è neanche privo di contraddizioni.

Due vite che vanno avanti solo in apparenza. Due esistenze che annaspano negli anni, in attesa di rare boccate d’aria. Aria rubata. Momenti di tregua da un conflitto che, in fin dei conti, non si sa neanche più contro chi sia realmente.

Legami che salvano e legami che inchiodano.

C’è tutta l’infinita variabilità dei sentimenti. Tutta la loro banalità. Tutta la loro crudeltà. Tutto l’egoismo dell’amore.

Non riesco a togliermi dalla testa che Margaret non ami mai molto i suoi personaggi perché infligge loro sempre troppe sofferenze.

Una sola cosa mi ha disturbato. Non posso parlarne perché emerge piuttosto verso la fine, ma diciamo che è un certo risvolto torbido che avvelena anche quello che forse avrebbe potuto salvarsi. L’ho trovato eccessivamente crudele. Forse persino un po’ inutile. Forse troppo simile a un cliché.

Un libro difficile. Faticoso. Dal quale ad un certo punto ho temuto di non uscire. Però un libro da leggere, come tutti quelli di Margaret.

E poi sono stata brava. Ho cominciato a piangere solo a pagina 162.

Ah, sì. Il titolo viene da Drag dei Placebo ma non è dovuto al fatto che mi son già rincoglionita prima ancora di prendere i biglietti. E’ che Guido ad un certo punto si tatua una scimmia sulla spalla. Praticamente è istigazione. A cosa? Shhhhh.

C’è un tempo per la speranza e un tempo per i semafori sotto la pioggia.

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