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Archive for the ‘P. Favino’ Category

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Quando sono comparsi in giro i primi trailer, l’ho proprio un po’ ignorato questo film. Immagino si possa dare la colpa al solito meccanismo per cui identifico un film come italiano e automaticamente lo piazzo al fondo della mia lista di priorità. Meccanismo assolutamente discutibile, ne sono consapevole, ma tuttavia esistente per svariate ragioni sulle quali non mi dilungherò in questa sede. Che normalmente abbia del pregiudizio per i film italiani è cosa nota ai più.

Poi però, a forza di vedere il trailer e di sentirne dire un gran bene da tutte le parti, la mia attenzione si è risvegliata e ha finito con l’incuriosirmi parecchio, questo Suburra.

Sono andata a vederlo in extremis, dato che, almeno qui a Torino, questa è l’ultima settimana in cui sarà nelle sale, e siano ringraziati gli dei perché sono stata sufficientemente saggia da non perdermelo.

Suburra è veramente un gran film.

Nonostante la curiosità e la buona disposizione di partenza, ero più o meno convinta che sarei uscita dalla sala con un giudizio razionalmente positivo ma con un trasporto contenuto.

Quello che non mi aspettavo per nulla è l’enorme potenza emotiva di questo film. Non mi aspettavo di esserne così totalmente e irrimediabilmente catturata. Di uscirne esaltata e sconvolta.

Ho amato visceralmente Suburra.

Non da subito, a essere onesta. All’inizio ero un po’ freddina. Di fronte a Favino politico immorale mi rimaneva uno scetticismo di fondo per l’ennesimo quadro delle miserie italiane.

Poi è successo qualcosa. Non esattamente un qualcosa di determinante ma è stato come uno scatto, almeno per me.

Forse una spinta più forte.

Non voglio spoilerare ma, per chi l’ha visto, più o meno da quando entra in scena il personaggio di Sebastiano.

Un colpo al cuore.

Uno strattone che ti smuove del tutto.

E da lì in poi ho smesso di essere analiticamente ipercritica e sono stata portata via.

Suburra non ti prende per mano. Ti agguanta brutalmente. Ti si attacca addosso e ti trascina giù. Dentro e a fondo. In una Roma bellissima e terribile. Di una decadenza struggente e spietata.

Man mano che il quadro si amplia ogni tassello assume il suo significato e quello che resta è pioggia incessante e amarezza e il cuore spezzato di una città terribile.

Suburra è poesia. Nelle inquadrature che sono un omaggio – paradossale – ad una Roma grandiosa e irrimediabilmente perduta. Nelle note di una colonna sonora incredibilmente trascinante, interamente composta di brani degli M83. Negli sguardi immobili.

Favino (On. Filippo Malgradi) eccellente, come sempre, del resto. Elio Germano (Sebastiano) non mi ha esaltata particolarmente mentre ho apprezzato molto Alessandro Borghi (Numero 8). E poi Claudio Amendola. Che mi ha lasciata davvero senza parole con un’interpretazione immensa.

I riferimenti alla cronaca recente sono tanti e facilmente identificabili (compresa l’ombra di un’interpretazione che viene gettata sulle dimissioni di Ratzinger) ed è avvilente e disarmante coglierne l’assoluta plausibilità.

Tratto dall’omonimo romanzo di Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini.

Da vedere, vedere e rivedere.

Cinematografo & Imdb.

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Son stata indecisa fino all’ultimo su questo film. Non tanto per il tema in sé, ché anche se son decisamente più per le due ruote che per le quattro, la Formula 1, soprattutto quella storica, ha comunque la sua attrattiva.

Il problema è che questo genere di film – quelli che trasudano eroismo già da ogni singolo secondo del trailer per capirci – sono terribilmente a rischio. Rischio di finire nel cliché più che abusato dello sport come mezzo salvifico e redentore di qualsiasi colpa. Rischio di scadere in quella distorta idealizzazione della competizione intesa come reale metro di misura di se stessi in toto. Rischio di una maldestra mescolanza di tutti questi elementi che, generalmente condita con un po’ di love story di sottofondo offre come risultato in tavola in classico e indigesto polpettone che ti deve far commuovere per forza. L’eroismo è un tema che difficilmente esce fuori dall’ovvietà.

E’ pur vero che il nome di Ron Howard una soglia minima di professionalità la garantisce sempre – sì, ok, sto volutamente ignorando tutta la faccenda dell’antimateria di Angeli e Demoni.

Rush è un gran bel film, questo va detto prima di ogni altra cosa. Forse non mi sento di poter dire che è al cento percento al di fuori dei cliché che il suo genere richiama (e richiede), ma di certo ne sfrutta al meglio le potenzialità, spogliandoli della parte maggiormente scontata.

La storia che racconta è nota a tutti. La rivalità tra Niki Lauda e James Hunt fino al mondiale del ’76 e al tragico incidente in cui Lauda rimase gravemente ustionato.

Non è facile raccontare una storia molto conosciuta. Son sempre tutti pronti a scovare l’errore nella ricostruzione dei fatti. Oltretutto, trattandosi di gare, non è facile trasmettere suspense nel raccontare qualcosa che si sa già come va a finire. Io per prima sono una fissata del non sapere i risultati di una competizione di qualsiasi tipo prima di averla vista.

Howard ha mestiere e si vede perché gestisce in modo esemplare tutta una serie di elementi che, se sbagliati, avrebbero potuto rendere il film mortalmente noioso.

Le gare, per prime. Banalmente, riprodurre in un film una gara di Formula 1 rischia di diventare una patetica scimmiottatura delle vere gare che si vedono in tv quasi settimanalmente. Howard sceglie invece di non riprendere veramente le corse. Quando i piloti corrono parte un susseguirsi di immagini velocissime e estremamente ravvicinate di parti delle macchine, dei motori, dei piloti stessi. Inquadrature storte e montate in modo discontinuo. Non si capisce niente della gara di per sé, ma non è importante perché tanto il risultato si sa comunque. Quello che conta è l’effetto adrenalinico trasmesso da questo genere di riprese, qualcosa che vorrebbe essere vicino alle sensazioni stesse della corsa. Oltretutto sono inquadrature esteticamente curate in modo maniacale. Sono perfette e bellissime.

Grandi macchine, sia in pista sia fuori. Ottima ricostruzione della vicenda, fedele fin nel dettaglio per quanto riguarda i fatti automobilistici. Non ho modo di verificare l’attendibilità di quegli elementi che riguardano invece l’aneddotica privata anche se i toni non diventano mai eccessivamente sentimentali e questo è un bene in ogni caso.

Cast estremamente valido e soprattutto molto azzeccato per le parti. Daniel Brühl nei panni di Lauda è piaciuto persino a Lauda stesso, mentre Chris Hemsworth  – una volta superata la fase di attesa per la ricomparsa del mantello rosso di Thor – si conferma in grado di recitare davvero anche senza dover picchiare qualcuno o lanciare martelli.

Bellissima anche la ricostruzione non solo a livello meccanico ma dal punto di vista dell’atmosfera che si respirava in quegli anni intorno alla Formula 1, quando parlare di eroismo era forse un po’ eccessivo, ma non così fuori luogo.

Howard racconta le gesta di due cavalieri d’altri tempi, quando correre richiedeva ancora più coraggio di quello che richiede oggi; ma soprattutto racconta una vicenda umanissima di superamento dei propri limiti. Una storia di correttezza, rispetto e perché no, anche amicizia.

Rush è un film che appassiona senza bisogno di romanzare eccessivamente i fatti che racconta ed è un film che coinvolge anche chi di Formula 1 abbia conoscenze vaghe o nulle.

E’ un film di grande pathos raggiunto senza bisogno di eccessi o di forzature. Ben costruito, ha una struttura solida e semplice che funziona senza bisogno di ricorrere ad ulteriori espedienti narrativi che non siano la storia stessa.

Da vedere, davvero. Non mi aspettavo un brutto film, ma pensavo che sarebbe stato più banale. Invece è una gran prova di equilibrio per il regista, oltre che un meritato tributo a quegli anni e quei piloti.

Cinematografo & Imdb.

RUSH

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Lincoln è esattamente quello che mi aspettavo. Un gran bel film.

Ricostruzione storica impeccabile in ogni dettaglio, dalle ambientazioni agli avvenimenti. L’ottimo ritmo di narrazione non fa pesare la lunghezza del film e coinvolge emotivamente nella rivisitazione di eventi pur notissimi – la scena del voto per l’emendamento è veramente magistrale da questo punto di vista. Lo sai che la schiavitù è stata abolita, eppure quando viene approvato ti metteresti ad esultare come se davvero non l’avessi saputo.

E poi un cast di altissimo livello.

Daniel Day-Lewis. Sicuramente io sono di parte perchè è uno degli attori che amo di più in assoluto, ma è veramente un qualcosa di fantastico. Nella sua espressività – quegli occhi così penetranti, più comunicativi delle parole stesse – nel suo modo di interpretare un personaggio con ogni singola parte del suo corpo, non solo nella gestualità, ma proprio nell’aspetto. Il modo che ha di diventare davvero colui che deve rappresentare. Benché il personaggio di Lincoln non sia sicuramente tra i miei preferiti tra quelli interpretati da lui, non mi dispiacerebbe se si portasse a casa un altro Oscar.

Altro mostro di bravura è Tommy Lee Jones che veste i panni di un personaggio bellissimo che gli è valso meritatamente la candidatura come miglior attore non protagonista.

E ancora, Sally Field – anche lei candidata come migliore attrice non protagonista – e Joseph Gordono-Levitt.

Quello che non mi aspettavo era invece di dover dare a questo film una nota negativa anche piuttosto consistente, anche se, a rigore, non è un difetto del film in sè ma – tanto per cambiare – della versione italiana.

Immagino che si sia capito a cosa mi riferisco. Dal momento che un sottotitolo, per quanto mal riuscito, non può comunque arrivare a rovinare un film, non rimane che un altro elemento tipicamente italiano: il doppiaggio. E qui apro una piccola parentesi.

Allora, a me non piace il doppiaggio a prescindere. Anche se ormai oggi non è più (o almeno si spera) mezzo per modificare – più o meno sottilmente – il messaggio trasmesso dal film come era invece nelle intenzioni del regime fascista che a suo tempo lo introdusse, resta comunque un mezzo troppo invasivo e fuorviante rispetto alla versione originale di un film. Il doppiaggio, per quanto sia fatto bene e si attenga ai principi della più assoluta fedeltà all’originale, si porta inevitabilmente dietro tutta una serie di connotazioni della cultura d’arrivo che, se anche non stonano nettamente, sono comunque un qualcosa di estraneo all’originale. Basta pensare alla scelta dei timbri di voce. Per qualche ragione che sinceramente ignoro, quasi tutte le voci maschili vengono alzate di qualche tono. Ripeto, non so perchè; posso immaginare che abbia a che fare con la questione di quali timbri risultino più istintivamente gradevoli o meno o qualcosa di simile. Per non parlare poi di tutte le variazioni non necessarie da un punto di vista semantico ma rese tali dal problema della sincronia labiale (motivo per cui, banalmente quando un americano/inglese dice shit, noi diciamo cazzo perchè è l’unica imprecazione corta e pronunciabile a denti stretti).

Resta il fatto che un doppiaggio, quando è fatto bene, si riconosce ed è comunque apprezzabile.

Tutta questa digressione perché? Perché hanno cambiato il doppiatore di Daniel Day-Lewis – solitamente Francesco Pannofino che, sarà pure banale dirlo perchè ormai va di gran moda, ma è di fatto un ottimo doppiatore e ha una gran bella voce – e l’hanno rimpiazzato con Pierfrancesco Favino.

Ora. Favino sarà anche un bravo attore. Mi sbilancio. Sarà pure un discreto doppiatore per certi ruoli. Ma qui è veramente la cosa peggiore che potesse capitare a questo film.

E non me ne frega niente che mi vengano a dire com’era o come non era la reale voce di Lincoln. Pannofino non era adatto perchè serviva una voce meno potente, meno aggressiva? Ok, cambiatelo. Ma non potete mettere una voce palesemente di vent’anni più giovane e, soprattutto, che parla con accento ‘dde Roma. Poi man mano che il film va avanti ci si abitua un po’ di più – anche se, finché tiene il tono di voce basso ancora ancora qualcosetta si salva, ma appena deve parlare un po’ più ad alta voce è terribile.

Questa cosa mi ha fatto veramente infuriare. Per i primi venti minuti del film ho faticato a concentrarmi su quello che succedeva e non sono neanche riuscita ad apprezzare la recitazione di DDL tanto quella voce era fastidiosamente appiccicata, fuori posto, sbagliata che più sbagliata non si può. Era parecchio che non mi imbattevo in un caso di doppiaggio non solo mal riuscito ma proprio dannoso per il film. La chiudo qui perché potrei andare avanti ancora mezz’ora a far polemica tanto questa cosa non mi va giù.

Il film merita comunque d’essere visto, come dicevo all’inizio, Spielberg ha davvero fatto un gran bel lavoro (anche se forse le candidature a miglior film e miglior regia sono effettivamente dovute un po’ più all’argomento trattato che non al film in sè). Solo siate preparati a questa bestialità.

Cinematografo & Imdb.

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