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Archive for the ‘LGBT’ Category

Bello. Bello. Bello.

Non avevo mai visto nulla di Guadagnino. Ricordo che mi aveva incuriosito il trailer di A Bigger Splash nel 2015, sostanzialmente perché c’era Tilda Swinton, ma poi non ero riuscita a vederlo al cinema e ho finito col dimenticarmelo. Quanto agli altri titoli, non mi è mai capitato nulla per le mani.

Ora mi toccherà fare i compiti e recuperare un po’ di arretrati.

Chiamami col tuo nome è un film da cui non sapevo bene cosa aspettarmi. Mi incuriosiva la forte attenzione mediatica che ha riscosso fin da subito ma, proprio per lo stesso motivo, mi restava anche un po’ di diffidenza.

Tratto dal romanzo omonimo di André Aciman, sceneggiato da James Ivory, candidato agli Oscar come miglior film, miglior attore protagonista Timothée Chalamet, miglior sceneggiatura non originale e miglior canzone.

Io ci avrei aggiunto senza indugio anche miglior regia, miglior attore non protagonista Michael Stuhlbarg e miglior scenografia ma, a quanto pare, non ho voce in capitolo.

Spero davvero tanto che vinca qualcosa. A naso direi che la più probabile è la sceneggiatura perché c’è il nome di Ivory, ma anche film e attore sono dannatamente meritate. Forse la canzone – Mistery of Love di Sufjan Stevens –  non mi ha esaltata granché, però ha un bel testo.

Timothée Chalamet è veramente fantastico ma ha anche una concorrenza spietata e io continuo ad essere fissata sulla predestinazione di Gary Oldman – anche se, a questo punto, non sarebbe la mia scelta.

Sproloqui a parte, il film.

Siamo nel 1983, “da qualche parte nel Nord d’Italia”, come dice la didascalia iniziale. E in effetti siamo nei dintorni di Crema.

In una grande e bella villa (Villa Albergoni a Moscazzano, in realtà) vive la famiglia Perlman, americani trapiantati in Italia, gente colta, amante della bellezza e della storia. Il padre, professore universitario, specializzato nello studio della cultura greco-romana, ospita ogni estate uno studente dall’America. Questa del 1983 è l’estate in cui a casa Perlman arriva Oliver, per finire la sua tesi di dottorato.

Elio Perlman ha diciassette anni. Passa il tempo a leggere, a suonare e a trascrivere la sua musica. E deve cedere la sua camera allo studente ospite del  padre.

Elio è piuttosto solitario e riflessivo. Assorbe quanto più può dall’ambiente che lo circonda. E’ molto colto e partecipe delle attività del padre. Sembra che siano ben poche le cose che non sa.

Oliver è il classico ragazzone americano. Attraente, spigliato. Con quell’arroganza americana un po’ tipica ma sufficientemente misurata per risultare simpatico a tutti (anche se a me all’inizio stava antipatico, ma fa lo stesso).

Elio è dapprima incuriosito, poi attratto da Oliver.

Oliver è un insieme di segnali contrastanti.

Elio e Oliver e le cose dette con i tempi sbagliati.

Oliver e Elio e le corse in bici.

Elio e Oliver e la musica cambiata.

Oliver e Elio e i loro nomi.

Una storia delicata e bellissima di conoscenza, formazione e amore. Una storia enorme e vera in ogni suo dettaglio, in ogni sensazione.

Niente significati nascosti, niente contesto, niente da dimostrare, niente da rivendicare.

Due persone e quello che si crea tra loro.

E’ un film di una bellezza disarmante sotto tutti i punti di vista.

Per la storia tra e di Elio e Oliver.

Per l’ambientazione – la casa meravigliosa e il paese, la ricostruzione meticolosa fino ad essere maniacale dell’Italia del 1983, dove ogni singolo oggetto ti lancia una coltellata di nostalgia e dove ogni più piccolo dettaglio si porta dietro un mondo, dalla confezione del Nesquik agli spezzoni di un Beppe Grillo ancora solo comico che fa satira su Craxi.

Per l’assoluta purezza di sguardo con cui Guadagnino è riuscito a tirare fuori il nucleo vivo e pulsante di uno scorcio d’estate e di quell’attimo esatto in cui tutto cambia e tutto si capovolge.

Per la lentezza buona, quella che ti prende per mano e ti accompagna nel cuore profondo dei personaggi.

Per i personaggi, forse non tutti perfetti – non mi è piaciuta molto la madre di Elio, non riesco a mettere a fuoco se per colpa dell’attrice, Amira Casar, o del ruolo in sé – ma (proprio per questo) incredibilmente veri.

Per il cast di altissimo livello – Timothée Chalamet, come dicevo prima, è un mostro di bravura ma anche Armie Hammer (che finora avevo sempre trovato piuttosto insignificante) non è assolutamente da meno e Michael Stuhlbarg nel ruolo del Sig. Perlman regala una parte memorabile.

Più ci rifletto e più amo questo film.

Tra quelli che ho visto finora forse se la gioca con i Manifesti per miglior film.

Assolutamente da non perdere.

Cinematografo & Imdb.

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Questo arriva il 5 maggio, praticamente all’improvviso, visto che finora i trailer non sono circolati granché.

Parrebbe il remake dell’omonimo film del ’95 anche se i crediti non lo riportano. O magari è tratto direttamente dallo stesso libro, sempre omonimo, di Martin Duberman. O, più semplicemente, è ispirato ai fatti realmente accaduti e racconta la stessa storia. Indagherò.

Pensavo di aver capito male sulla regia di Roland Emmerich. Non che non sia bravo eh, solo…resisterà alla tentazione di spazzare via tutti con una bella catastrofe?

Nel cast Jonathan Rhys Meyers (che magari ha nostalgia di Brian Slade?) e Clay Ron Pearlman.

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E sarei sempre pronta a prendermi la Garbo. Perché no? Una persona dovrebbe poter sposare uomini o donne o…stammi a sentire, se tu venissi a dirmi che vuoi metterti con un cavallo da corsa rispetterei il tuo sentimento. No, parlo sul serio. L’amore dovrebbe essere libero. Ne sono profondamente convinta; adesso che ho un’idea abbastanza chiara di quello che è.

Queste sono parole che Truman Capote fa dire alla sua Holly Golightly.

Siamo nel 1958, l’anno della pubblicazione di Colazione da Tiffany.

Tre anni dopo, nel 1961, Blake Edwards dirigerà il film omonimo, interpretato da Audrey Hepburn e George Peppard.

Ed è innegabile che sia stata l’interpretazione della Hepburn a rendere immortale e conosciutissimo il personaggio di Holly Golightly.

Però.

Ora, senza nulla togliere né al film – che è adorabile ed è un classico – né tanto meno all’interpretazione di Audrey Hepburn – che è fenomenale – resta il fatto che parlare del libro e parlare del film vuol dire far due mestieri diversi.

Del film parlerò magari meglio più avanti, dedicandogli un post tutto per lui – anche perché adesso è parecchio che non lo rivedo e devo rinfrescarmi la memoria sui dettagli – ma il punto è che la storia della Holly cinematografica è solo liberamente ispirata a quella del libro. E aggiungerei molto liberamente.

Il film ha preso spunto dal testo di Capote ma poi è andato per la sua strada, dando vita ad una commedia romantica delicata, piena di sogni e assolutamente politically correct.

Il libro di Capote, ad essere onesti, di romantico ha ben poco.

I personaggi che vi si affacciano sono esponenti di un’umanità variegata che però si porta appiccicato addosso un retrogusto di decadenza dal quale è difficile prescindere.

E Holly…Holly Golightly è il centro di tutto. Il fulcro della storia, il punto di convergenza di queste esistenze disparate.

La vera Holly è una prostituta? Forse. Forse non nell’accezione tradizionale, ma il suo comportamento lascia poco spazio all’immaginazione.

La vera Holly è dura e bugiarda.

La vera Holly ha capelli corti e multicolori, rossi, gialli, platino.

La vera Holly si porta dietro un passato che non racconta per intero neanche a se stessa e un dolore che non è capace di affrontare.

La vera Holly è in fuga. Probabilmente da se stessa. E non rinuncia ad andarsene per ritrovare il gatto sotto la pioggia.

La vera Holly è crudele nel modo inconsapevole e amorale in cui sono crudeli i bambini o la stessa esistenza. E lo è perché non può essere diversamente. Perché deve difendersi.

Colazione da Tiffany è un libriccino piccolo piccolo, quasi un racconto lungo, più che un romanzo vero e proprio, ma offre lo spaccato di un’America che cerca di soffocare, con la sua chiassosa allegria, l’orrore incombente di una guerra che non si riesce a ignorare, anche se è lontana.

Holly prende vita attraverso le parole del narratore, uno scrittore che instaura con lei un rapporto amicizia e complicità. Non è una storia d’amore, quella di Colazione da Tiffany, ed è ipotizzabile che questo sia legato all’implicita omosessualità del narratore.

Colazione da Tiffany è divertente, commovente, spietato. E’ un faro illuminante che ricorda quanto Capote fosse oltre il suo stesso tempo.

E’ un piccolo capolavoro dalla potenza dirompente.

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