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Archive for the ‘C. Eastwood’ Category

Ispirato ad un fatto di cronaca raccontato da Sam Dolnick in un suo articolo comparso nel giugno 2014 sul New York Times, The Mule ripercorre la storia di Earl Stone e di come, ormai quasi novantenne, si sia trovato a diventare un corriere della droga braccato dalla DEA.

Earl (Clint Eastwood) conduce una vita spartana e solitaria. Ha dedicato la sua vita al suo lavoro e ai suoi fiori, trascurando moglie e figlia che ormai non vogliono più saperne di lui.

Improvvisamente rimasto senza un soldo, si trova inconsapevolmente coinvolto in un giro di consegne di carichi di droga.

Earl non si rende subito conto di ciò in cui si sta cacciando ma la paga è dannatamente buona e tutto sommato il lavoro sembra facile.

E poi lui è bravo. E insospettabile, con quel suo aspetto da vecchietto perbene e un po’ rintronato.

Il carico di lavoro, per così dire, aumenta fino ad attirare l’attenzione di Colin Bates (Bradley Cooper), agente della DEA che si occupa delle indagini sui traffici del cartello.

Dimentichiamoci pure dell’infelice esito di Ore 15.17: Attacco al treno e tiriamo un sospiro di sollievo per il ritorno di Clint Eastwood che dirige e interpreta un film di tutto rispetto.

Un film di cui lui stesso è l’anima e il centro, regalando con il personaggio di Earl una nuova interpretazione memorabile.

Certo, si può obiettare che, di fatto, Earl è l’ennesima variazione sul tema Eastwood, e certo, in parte è sicuramente vero.

Earl è il classico personaggio tagliato su misura per Clint. E’ un personaggio alla Walt Kowalski di Gran Torino, per capirci. E’ il vecchio burbero, egoista e rigido ma anche fondamentalmente buono. E’ il vecchio politicamente scorretto nelle sue uscite verbali ma sostanzialmente correttissimo nelle sue azioni. E’ l’incarnazione di contrasti e contraddizioni che fanno al tempo stesso sorridere e commuovere. E sì, tutto questo si è già visto e, in particolare, si è già visto con Clint.

Resta però il fatto che Eastwood sa dare vita a questo personaggio come nessun altro e quello che ci troviamo di fronte è un protagonista talmente umano da essere reale e di una enorme, travolgente intensità.

E’ impossibile non empatizzare con Earl. Anche quando è irritante.

E’ impossibile non essere partecipi delle sue vicende.

A tratti anche divertente, The Mule è toccante e coinvolgente. Tiene bene il ritmo dall’inizio alla fine, ammicca al poliziesco senza però strafare e bilancia bene le parti in gioco, compreso il fronte dei sentimenti familiari.

Ottimo anche Bradley Cooper anche se pensavo che il suo ruolo avrebbe avuto più spazio. Di fatto è poco più che un one-man show intorno a Earl.

Nel ruolo della figlia di Earl c’è Alison Eastwood, la figlia di Clint, e sul fronte della DEA troviamo anche Lawrence Fishburne.

In ogni caso, molto consigliato.

Cinematografo & Imdb.

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Questo è potenzialmente uno dei grandi partecipanti agli Oscar di quest’anno.

Nelle sale il 7 febbraio, fortunatamente prima della cerimonia.

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…quelle volte che magari un’ascoltatina ai propri pregiudizi gliela si potrebbe anche dare…

Poi lo so che la tematica non è tutto e che da praticamente qualsiasi argomento può venir fuori un bel film, però, non so, c’era già qualcosa nel trailer che non mi convinceva e ho avuto conferma dei miei timori.

L’evento cardine del film è un tentato attacco terroristico avvenuto sul treno Amsterdam-Parigi il 21 agosto 2015 quando un venticinquenne marocchino salì armato di un fucile d’assalto con l’intenzione di sparare ai passeggeri e venne fermato da tre giovani americani, due dei quali membri dell’esercito in licenza.

Dal momento che la durata dell’episodio in sé è davvero molto ridotta, Eastwood sceglie di impostare la narrazione con qualche breve anticipazione all’inizio e in un paio di momenti intermedi, per poi procedere con la ricostruzione delle vite dei tre ragazzi protagonisti, amici fin dall’infanzia (basandosi sul libro scritto da loro stessi – The 15:17 to Paris: The True Story of a Terrorist, a Train, and Three American Heroes).

Ora, senza nulla togliere al valore delle azioni dei tre ragazzi – che sono state effettivamente notevoli – né alle lodevoli intenzioni del buon Clint, resta il fatto che questo film non funziona neanche un po’.

E’ noioso, piatto, scontato. E decisamente non sembra un film di Clint Eastwood.

Se i 20 minuti finali di azione risvegliano un po’ la curiosità, non sono comunque sufficienti a riscattare i precedenti 70 minuti di tedio, trascinati attraverso gli anni di formazione di Spencer Stone, Alex Skarlatos e Anthony Sadler, protagonisti nonché interpreti di se stessi – altra scelta più o meno discutibile della regia, che tuttavia alla fin fine si è rivelata essere il minore dei mali.

La parte iniziale – l’infanzia – qualche potenzialità ce l’avrebbe anche avuta, con il crearsi di questa atmosfera tipica da provincia americana e il legame tra i tre ragazzini, ma ogni velleità naufraga miseramente nello stagnante avanzare delle loro esistenze di ragazzi e giovani adulti.

Non che abbiano qualcosa che non va di per sé…è solo che non hanno neanche niente di interessante. Tra episodi banali, valori americani preconfezionati per essere venduti a buon mercato e dialoghi di una povertà disarmante si arranca fino a convergere su questo benedetto treno dove si arriva ormai solo più desiderosi di scendere, per superare il dubbio climax e sorbirsi ancora un finale che è poco più che uno spezzone di documentario malamente appiccicato.

I tre ragazzi non se la cavano male – tenendo conto che non sono attori – è tutto il resto che fa acqua.

Regia inesistente, tecnica poco più che scolastica, montaggio approssimativo, sceneggiatura studiata apposta per ridurre ai minimi termini qualsiasi barlume di coinvolgimento emotivo, messaggio veicolato con la complessità di un bigliettino di quelli che si trovano nei cioccolatini.

Che dire. Una delusione. Spero davvero tanto che non sia questo l’ultimo film di Eastwood.

Decisamente non consigliato.

Cinematografo & Imdb.

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Ennesima (auto)celebrazione dell’eroismo americano che più da copione non si può.

Senza nulla togliere alla vicenda – reale – in sé né a coloro che l’hanno vissuta – anch’essi realissimi, visto che sono i veri protagonisti di quel 21 agosto 2015 a portarla sullo schermo – l’argomento comincia a sapere un po’ di stantio ma la regia è del buon vecchio Clint Eastwood e quindi noi lo si andrà a vedere comunque, pur con qualche pregiudizio.

In uscita l’8 febbraio.

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Sono le ore 15.24.56 del 15 gennaio 2009.

Il volo US Airways 1549 decolla dall’aeroporto La Guardia di New York, diretto al Charlotte/Douglas in Carolina del Nord.

A bordo ci sono 150 passeggeri e 5 membri dell’equipaggio, compresi il pilota, Chesley ‘Sully’ Sullenberger, e il copilota, Jeffrey B. Skiles, per un totale di 155 anime.

Alle ore 15.27.01 un bird strike – impatto con uccelli – causa la perdita di entrambi i motori, costringendo il pilota ad improvvisare una manovra d’emergenza e ad ammarare sul fiume Hudson 5 minuti e 8 secondi dopo il decollo.

Prima del decollo, sugli aerei, ti spiegano cosa fare in caso d’emergenza, in particolar modo, ti spiegano cosa fare se si finisce in acqua.

Quello che non ti dicono è che, normalmente, nessuno sopravvive a un ammaraggio.

Nessuno, a parte le 155 persone a bordo del volo 1549, in quello che è diventato da subito un caso unico nella storia, una sorta di miracolo.

L’Airbus A320-214 plana sulle acque e nel giro di meno di mezz’ora, tutti coloro che si trovano a bordo escono dall’aereo sulle ali e sugli scivoli galleggianti e vengono tratti in salvo dapprima da alcuni battelli che si trovano nelle vicinanze e poi dai mezzi di soccorso sopraggiunti nel frattempo.

Il caso ha un’enorme risonanza mediatica. Quanto è accaduto ha del miracoloso e il pilota, Sully, è un eroe acclamato da tutti.

O quasi.

Perché nonostante sia andato tutto bene al di là di ogni ragionevole aspettativa, l’Airbus è distrutto. E, per dirla in parole povere, c’è una compagnia aerea che deve delle spiegazioni all’assicurazione.

E quindi Sully e il copilota si trovano sotto i riflettori dapprima osannati come eroi e poi indagati e costretti a difendersi in una caccia all’errore umano che in certi momenti assume tratti surreali.

Clint Eastwood mette insieme un film perfetto e tesissimo.

Ricostruisce i fatti in modo meticoloso e impeccabile, lasciando fuori eroismi e sentimentalismi e affidando tutto all’espressività essenziale di un Tom Hanks incrollabilmente lucido anche quando lacerato dal dubbio, e che meriterebbe anche una candidatura agli Oscar (benché, come ho da poco appreso, i Globes l’abbiano del tutto snobbato).

L’ennesima prova di altissimo livello di Eastwood.

Molto consigliato.

Cinematografo & Imdb.

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Clint Eastwood.

In uscita il 15 dicembre.

In anteprima a novembre al Torino Film Festival.

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Forse avrei fatto meglio a parlarne a caldo, di questo American Sniper. Forse, nell’immediato, l’onda emotiva avrebbe coperto il rumore di fondo di tutti i punti interrogativi che invece, col passare dei giorni, si fanno sempre più pressanti, fino ad essere impossibili da ignorare.

Forse sarebbe stato più facile, perché, appena uscita dal cinema, American Sniper era solo un film. Un altro ottimo film di Clint Eastwood.

Perché su quello penso ci sia poco da discutere. E’ un ottimo film. Tecnicamente e non solo. Ecco. Forse è più facile se comincio a parlare degli aspetti strettamente cinematografici. American Sniper è costruito benissimo. Bilancia perfettamente la realtà dei fatti che racconta con la giusta dose di tributi alle immancabili esigenze più prettamente narrative.

Le scene d’azione sono tante, ben più della metà del film, e sono strutturate in modo maniacale. Non è l’azione tanto per l’azione che nella maggior parte dei film di guerra – e non solo – si risolve in riprese accelerate, cambi di inquadratura velocissimi per creare la sensazione del caos, esplosioni, polvere o fumo che limitano la visuale fino alla ripresa su una situazione di arrivo calma senza che però si siano illustrati i passaggi consequenziali che vi hanno portato. Qui abbiamo un’azione concitata ma sempre dettagliata. Non si perde mai la nozione di quello che sta succedendo. E’ sempre tutto estremamente chiaro e realistico e innegabilmente adrenalinico. E lo dico non essendo per nulla una fan di film di guerra. Il film di guerra di per sé, dove la guerra è un teatro come un altro per un action movie non mi ha mai esaltata. Apprezzo il contesto dove ci sia un senso nel rappresentarlo. Com’era stato per Hurt Locker o per Zero Dark Thirty. E qui siamo in questo genere di film di guerra.

Bradley Cooper è bravissimo e riesce a rimanere chiuso nel suo personaggio senza sbilanciarlo mai, senza mai una sbavatura, senza mai un indizio che possa riportarlo in qualche modo ad una dimensione quotidianamente più comprensibile o più vicina. Non mi ha disturbato neanche il doppiaggio di Christian Iansante, che di solito non amo particolarmente. Iansante ha una voce chiusa, bassa, una pronuncia stretta che influisce molto sulla percezione dei personaggi che doppia. Qui era persino adatta. Intonata alla rigidità e alla chiusura del personaggio di Kyle e alla stessa massiccia fisicità di Cooper/Kyle.

Brava anche Sienna Miller, in un ruolo che poteva sfociare nel cliché patetico ma che rimane invece quietamente aderente ad una realtà che resta pur sempre meno scenografica di quello che esigerebbe un copione.

E poi. E poi non lo so.

Perché addentrarsi nel modo in cui vengono rese le psicologie dei personaggi – di Kyle, ovviamente, prima di tutto – significa non poter rimanere nei confini di un discorso esclusivamente cinematografico.

Ok. Non è il primo film tratto da una storia vera né sarà l’ultimo. Ma questa considerazione non ne smorza per nulla le implicazioni.

Dovunque si cerchi Chris Kyle, la prima cosa che si legge è che è stato il cecchino più letale della storia americana. Con 255 uccisioni presunte, di cui 160 confermate. E’ stato ucciso nel 2013 da un commilitone che soffriva di stress postraumatico. Negli Stati Uniti pare che sia una specie di eroe nazionale. Dico ‘pare’ perché non sono informata in dettaglio sulla vicenda e mi riservo di credere che la prima impressione ricevuta in termini di opinione pubblica non sia l’unica versione dei fatti. Ad ogni modo. Forse questa non sarà tutta la storia. Forse non sarà la visione più oggettiva della storia. Ma la storia questa rimane.

E io, davvero, non lo so.

Non lo so forse perché a me mancano dei pezzi.

Mi manca la capacità di capire realmente tutto ciò che riguarda l’ambito militare. Non razionalmente, quello no. Parlo di una comprensione effettiva di quello che comporta tutto ciò che ruota intorno alla vita militare e alle figure che ne fanno parte.

Mi manca la capacità di aderire ad una causa che non abbia un rapporto immediato di causa-effetto nella realtà.

Mi manca la capacità di capire una visione d’insieme che porti alla creazione di una strategia per un presunto fine ultimo e nobile. Un presunto bene superiore. Che sia la giustizia. La salvezza della patria. O altro. Non che sminuisca o disprezzi ideali di nobili e alti valori. In linea di principio è tutto molto ammirevole. Ma mi manca il passaggio alla realtà. C’è un sempre un punto, da qualche parte, in cui la nobile causa si perde per strada e diventa semplicemente un vuoto baluardo dietro cui nascondere qualsiasi altra cosa. C’è sempre un punto in cui la nobile causa diventa solo una presa per il culo. Mi sto impantanando in un discorso che rischia di diventare una valanga di banalità ma non so proprio cosa farci.

Probabilmente il tempo in questi casi serve davvero. Quando la storia ha bene o male operato una sorta di selezione naturale e la distanza aiuta a mettere in prospettiva ciò che valeva davvero la pena e ciò che era inutile. Forse da lontano è davvero più facile identificare le correlazioni tra gli eventi.

Le guerre del passato sembrano più facili da capire. Perché hanno già una bella etichetta sotto. Utile/Inutile. Giusta/Sbagliata. Anche se sono comunque etichette relative.

Ma adesso. Adesso la guerra dei nostri anni è quella di American Sniper. Di Zero Dark Thirty e indietro a risalire nella filmografia.

E io non la capisco.

Riesco a capire le azioni – giuste o sbagliate – di singoli uomini. Le loro motivazioni. Riesco a capire la situazione individuale, singola. Il perché un determinato essere umano è arrivato a compiere determinate azioni. Il che non vuol dire che necessariamente le giustifichi, ma riesco in qualche modo a capire l’insieme di elementi che hanno portato qualcuno in un certo punto della sua esistenza, a determinate scelte o non scelte, a determinati incroci. Fin lì riesco.

Nel caso specifico, posso anche capire la figura di Kyle. Perché era quello che era. La parte prodotto di un certo contesto socio-culturale e la parte propria della sua natura – ché ridurre tutto all’opera della società è banale quando sciocco. Posso credere che lui fosse davvero convinto di fare quello che faceva per proteggere la sua patria. Alla fine, ognuno sceglie in cosa credere.

Ma non riesco a provare alcuna empatia. Non posso provare alcuna ammirazione. L’orrore di tutto il contesto è troppo predominante per lasciare spazio alle celebrazioni degli eroi.

Eastwood viene accusato di non essersi schierato.

Appena visto il film avrei smentito questa affermazione in modo categorico.

Perché la prima cosa che ho letto nella rigidità di Cooper/Kyle, nel suo categorico rifiutare anche solo la possibilità del dubbio (la scena de ‘la lettera l’ha ucciso’ dopo il funerale del compagno, la scena a proposito della Bibbia e del credere che abbia un senso quello che stanno facendo lì), è stata la consapevolezza di non poter dubitare. Pena il dover fare i conti con la possibilità di non aver commesso atti eroici ma solo assassinii. Di non aver salvato vite in patria ma di averne solo spente altrove.

Però. Più passano i giorni e più dubito di questa interpretazione.

E se questa coscienza repressa e violentemente tacitata fosse solo qualcosa che io volevo vedere a tutti i costi? Qualcosa che avevo bisogno di vedere perché, nonostante tutto, sarebbe stato comunque meno orribile che credere alla realtà di una persona che non risente di alcun effetto emotivo ammazzando altre persone. Che rimane indifferente. Anzi, è soddisfatto del proprio lavoro.

E se la progressiva disumanizzazione di Kyle non nascondesse niente ma fosse solo quello che è?

Bianco e nero. Buoni e cattivi. Patria e nemici della patria. Niente sfumature. Niente domande. Niente rimorsi.

Non mi sento di dire che Eastwood non si è schierato. Ha fatto un film che è sostanzialmente unilaterale ma perché lo esigeva la prospettiva della storia che stava raccontando, ma non ha neppure messo in piedi l’ennesima celebrazione dell’orgoglio americano. O meglio. La celebrazione dell’orgoglio americano emerge ma come conseguenza del contesto, non come tesi del film.

Il fatto di essere estremamente realistico, secondo me, lo salva da un’eccessiva indagine sul discorso dello schieramento.

Anche perché la realtà che emerge è comunque un dramma.

Alla fine, che tu ci creda o non ci creda in questa dannata causa, quello che rimane sono solo vite distrutte.

 

Nota a margine che probabilmente mi farà apparire snob, misantropa e quanto meno poco simpatica. Una consistente parte della gente che vedrà questo film non capirà un cazzo. Peggio. Lo capirà nel senso più sbagliato possibile. La complessità delle implicazioni della figura di Kyle c’è, ma emerge in modo sottile. Vengono poste delle domande. Non vengono date risposte. La mia esperienza in sala è stata purtroppo tristemente esemplificativa di molte situazioni che ho sentito ripetersi frequentemente – dai racconti di altre persone andate a vedere il film. Molti tamarri richiamati dalla tematica militare che escono esaltati dal fatto che il protagonista era un figo, uno con due palle così, perché ne ha fatti fuori un casino. Punto. Il resto è rumore di fondo.

E se normalmente mi limiterei ad un’alzata di spalle rassegnata, perché in fondo non c’è nulla di nuovo nel tamarro-che-non-capisce-un-film, in questo caso, con quello che sta succedendo e con tutto l’odio che sembra non aspettare altro che un’occasione per sfogarsi, ecco, rimango agghiacciata. Terrorizzata.

Cinematografo & Imdb.

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Clint Eastwood (regista) vado a vederlo sulla fiducia. E finora non me ne sono mai dovuta pentire.

Ogni volta cambia genere, argomento, tematiche, stile e ogni volta viene fuori un ottimo lavoro.

Jersey Boys è la storia dei Four Season, sui quali, va detto, io non sapevo assolutamente nulla. Poi certo, guardando il film, man mano che le canzoni passavano, ero un continuo fare “aaaah ecco! ma era loro!” perché molte sono talmente famose che è impossibile non averle mai sentite, però non avevo idea di chi fossero e di quale fosse la loro storia.

Frankie Valli, Bob Gaudio, Tommy DeVito e Nick Massi, quattro ragazzi dei bassifondi del New Jersey, dove le uniche possibilità vengono chiarite inequivocabilmente all’inizio del film: “C’erano tre modi per uscire dal quartiere: entravi nell’esercito e magari finivi ucciso; diventavi mafioso e magari finivi ammazzato; o diventavi famoso”.

Quattro ragazzi che si arrabattano come possono, tra lavori mal pagati, attività più o meno lecite e qualche ingaggio di poco conto per suonare nei locali la sera, per due di loro, DeVito e Massi. E la voce di Frankie, che non potrebbe passare inosservata neanche volendo. Il timbro nasale e altissimo e il falsetto a dir poco vertiginoso.

I primi tentativi di mettere insieme qualcosa senza sapere cosa. Senza neanche crederci davvero, perché tanto, diciamoci le cose come stanno, dove possono mai voler andare? Oltre a far dentro e fuori dal carcere della contea.

Qualche tentativo un po’ più serio dei precedenti. L’arrivo di Bob Gaudio che significa che non sanno solo suonare e non hanno solo la voce di Frankie ma hanno anche qualcuno in grado di scrivere dei pezzi.

I primi successi, travolgenti. Il nome che non si trova e si cambia di continuo, fino ad arrivare a The Four Season. E gli alti e bassi, come è fisiologico che sia in una storia che dura tanti anni. I segreti e le cose non dette.

E l’amicizia. Perché più centrale ancora della storia del gruppo è il legame tra questi quattro ragazzi. Un legame d’altri tempi. Vincolo indissolubile di lealtà prima di tutto e di fronte a qualunque cosa.

Basato sull’omonimo testo del musical teatrale di MarshallBrickman e Rick Elice, Jersey Boys è un film divertente, delicato, perfettamente equilibrato ed estremamente coinvolgente. Ti catapulta prepotentemente nell’atmosfera degli anni Cinquanta-Sessanta, ti rapisce e ti incanta senza mai risultare forzato o stucchevole. Deriva da un musical ma, di fatto, l’unica vera scena di musical è quella dei titoli di coda. Per il resto è un film musicale dove le canzoni vengono rappresentate ma come elemento costitutivo della storia, senza essere usate come dialoghi o parte dell’azione stessa – come esigerebbe invece il musical vero e proprio. Clint Eastwood, anche in questo caso, prende un genere e lo fa suo, dando vita ad una lavoro particolarissimo, incredibilmente personale e di difficile classificazione. Perché, se da un lato è un musical senza musiche e coreografie, d’altro canto è anche un biopic senza però le caratteristiche tipiche del genere. E anche senza i difetti del genere, laddove, tendenzialmente, quando si va sul biografico, si trova sempre la predisposizione ad una rielaborazione eccessivamente eroica delle vicende e ad una drammatizzazione un po’ forzata. In questo caso, tolti di mezzo falsi eroismi e superflue concessioni al sentimentale, si ha una storia asciutta, dinamica, a tratti divertente e a tratti malinconica ma – cosa più importante di tutte – una storia fresca, spontanea, vera.

A parte Christopher Walken – perfetto come sempre nei panni di una sorta di padrino che veglia sulle sorti dei ragazzi – Eastwood ha voluto un cast di nomi sconosciuti e, preferibilmente, provenienti dal musical e la scelta si è rivelata valida, anche in relazione alla scelta di girare quasi tutto il film – canzoni comprese – in presa diretta.

Curatissimo nella ricostruzione degli eventi pur senza essere mai pedante, leggero, forse un po’ dolceamaro, Jersey Boys mi è piaciuto molto più di quanto mi sarei aspettata.

Molto, molto consigliato.

Cinematografo & Imdb.

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Il nuovo film di Clint Eastwood.

In uscita il 18 giugno.

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Iris continua nella sua rassegna su Sean Penn – che è riuscita a rappresentare un motivo valido persino per farmi disertare Top Gear – e quindi continuo anch’io.

Mystic River (2003). Il che vuol dire che stasera scomodiamo anche Clint Eastwood in uno dei suoi film migliori in assoluto. Era parecchio che non lo rivedevo ma ricordavo perfettamente la sensazione di pugno nello stomaco che ti resta mentre scorrono i titoli di coda – e che gli dei conservino a lungo Iris, che è uno dei pochi canali televisivi che non taglia via i titoli di coda, amen.

Tre ragazzini uniti e divisi da un evento traumatico che segna indelebilmente le loro esistenze.

Tre uomini, a distanza di venticinque anni. Conducono vite separate. Non sono più realmente amici ma continuano ad essere legati ad un livello profondo, viscerale. Una nuova tragedia arriva a sconvolgere le loro esistenze e fa emergere di colpo la solidità – nel bene e nel male – di quel legame.

Non posso dire molto di più sulla trama perché rischierei di rovinarne la costruzione perfetta. Ogni singolo passaggio è un tassello che aggiunge nuove prospettive e nuovi elementi a vicende e personaggi, fino ad un finale tra i più crudeli che io ricordi.

Mystic River è un film bellissimo e spietato.

E’ un film che scava in profondità nella psiche e nelle dinamiche dell’elaborazione del dolore e del trauma. Negli equilibri che si creano nei rapporti interpersonali. Nell’imperscrutabilità dei legami.

Sul cast non so veramente da che parte cominciare perché non c’è un solo attore che non sia perfetto per il ruolo che interpreta né un solo personaggio che non sia reso in modo impeccabile.

Sean Penn, Jimmy, (Oscar 2004, miglior attore protagonista), forte, solitario, crudele e debole. Un personaggio che di sicuro non si può definire positivo ma che è così terribilmente umano da non poter essere condannato.

Tim Robbins, Dave (Oscar anche lui, miglior attore non protagonista), in una parte difficile e delicata, struggente. Interprete di una follia appena al di sotto della normalità. Di una spaccatura interiore che, lungi dal rimarginarsi, col tempo non fa che allargarsi in una voragine nera che si porta via tutto.

E poi Kevin Bacon, Sean (che, tra parentesi, sembra esser stato congelato da qualche parte perché non è quasi cambiato rispetto a dieci anni prima), e Lawrence Fishburne.

Inoltre, a dispetto di quella che può essere la prima impressione, MR non è un film esclusivamente maschile, né, tanto meno, come qualche critico di miopissime vedute ha insinuato, un film maschilista. I due personaggi femminili sono due capolavori e per buona parte del film costituiscono il motore – anche qui, nel bene e nel male – degli eventi. Entrambe sono attrici che normalmente non amo in modo particolare ma in questo caso non posso che restare ancora una volta ammirata di fronte alla perfetta calibratura dei ruoli. Laura Linney nei panni della moglie di Jimmy, forte e imperturbabile come il suo uomo, e Marcia Gay Harden (che finirò col detestare seriamente se non mi riuscirà di vederla in un ruolo positivo – al momento per me lei è Mother Carmody, non ci posso fare niente), moglie di Dave, così lontana e incapace di capire quello che sta vivendo.

L’equilibrio di tutto il film è perfetto. Eastwood mette in scena sentimenti ed emozioni laceranti senza mai cadere nelle insidie del pathos e dei cliché.

Alla base c’è il romanzo omonimo di Dennis Lehane (autore anche di Shutter Island) che io non ho letto e che non so se voglio effettivamente procurarmi. Non riesco a immaginare una maggiore potenza visiva ed emotiva di quella resa dai personaggi modellati da Eastwood.

Ripeto ancora. Un gran film. Da vedere assolutamente. 

Their daddy is a king. And a king knows what to do and does it.

Cinematografo & Imdb.

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