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Archive for marzo 2017

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E ritornano anche loro. Nonostante l’amarezza lasciata dal settimo – un ottimo capitolo peraltro – per la morte del povero Paul Walker.

Il cast pare per lo più al completo.

New entry principale ovviamente Charlize Theron.

Sono un po’ preoccupata per il ribaltamento della posizione di Dom che sembra fare da presupposto al tutto ma confido che la regia di F. Gary Gray saprà cavarsela egregiamente.

In arrivo in sala il 13 aprile.

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dice la madre di George a George che è seduta accanto a lei in macchina.
Non dice. Ha detto.
La madre di George è morta.

Ho comprato questo libro senza avere la più vaga idea di chi fosse Ali Smith per poi scoprire che è l’autrice della prefazione della mia edizione dei diari di Virginia Woolf – che posseggo da decenni.
Ci sono collegamenti che aspettano solo di essere visti.
Tracce che aspettano solo di essere seguite.

Da un lato c’è George, un’adolescente alle prese con l’elaborazione dell’improvvisa perdita di sua madre.
Dall’altro c’è Francescho. Che però Francescho non lo è del tutto perché sotto il nome e le vesti da uomo c’è il corpo di una ragazza.
Da un lato c’è il nostro presente.
Dall’altro c’è il 1400.
Da un lato ci sono amicizie che si svelano gradualmente.
Dall’altro ci sono segreti che proteggono un legame dall’impatto della realtà.
Da un lato c’è una playlist su un telefonino, un balletto da improvvisare senza musica e un video porno che sembra voler dire qualcosa.
Dall’altro ci sono pareti da affrescare, colori da creare e un compenso da rivendicare per il valore della propria arte.
Il valore dell’arte quantificabile in denaro.
Il dilemma morale che arriva dritto dal Quattrocento fino a George e a sua madre.
Le pareti affrescate della Sala dei Mesi di Palazzo Schifanoia a Ferrara.
Francescho – Francesco dal Cossa? – che dipinge le più vivide fra quelle pareti.
George e sua madre che quelle pareti le hanno appena viste, poco prima che la madre morisse e l’universo di George cominciasse ad andare alla deriva.
Due racconti, apparentemente scollegati e indipendenti ma legati da una fitta rete di risonanze e legami.
Voci che attraversano spazio e tempo. Ruoli che si mischiano e vita che si contrae e si dilata al ritmo della memoria.

Ali Smith ha uno stile di scrittura estremamente particolare. Eccentrico ma in senso totalmente positivo. Dalla costruzione delle frasi all’uso della punteggiatura alla scelta di non segnalare la separazione dei dialoghi, che rende il tutto un ininterrotto fluire di ricordi e presente, costantemente mischiati insieme in un gioco di riflessi scorrevole e accattivante e dal quale è impossibile staccarsi senza essere arrivati in fondo. O forse all’inizio.
Avanti o indietro?

Passato o presente?, dice George. Maschio o femmina? Non può essere tutte e due le cose insieme. O è l’una o è l’altra.
E chi lo dice, questo? Perché dev’essere per forza così?, ribatte la madre.

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Il tema del razzismo in questi ultimi anni pare essere tornato in modo particolare sotto i riflettori di Hollywood. E, se da un lato c’è chi lo considera un tema superato, d’altro canto è innegabile come superato non lo sia per niente e ci sia invece ancora bisogno di parlarne su moltissimi fronti.

Detto ciò, ok, le grandi battaglie per i diritti civili le conosciamo tutti e le abbiamo viste tutte. Però.

Però c’è molto che non si conosce.

Quello che non si conosce sono le storie piccole. Le storie nascoste. Le infinite storie di singoli individui che hanno combattuto battaglie personali e grandissime. Vite per lo più dimenticate ma eccezionali in cui ogni tanto si ha la fortuna di imbattersi.

E’ il caso della storia di Katherine G. Johnson, Dorothy Vaughn e Mary Jackson.

Una storia piccola perché alla fin fine riguarda la vita di tre donne finora praticamente sconosciute.

Una storia enorme perché ha toccato le sorti del programma spaziale statunitense.

Una storia tra i bagni della NASA e la Luna, per così dire.

Anni Sessanta. Katherine, Dorothy e Mary lavorano alla NASA e si occupano del calcolo delle traiettorie in un’epoca in cui gli elaboratori elettronici dovevano ancora fare la loro entrata in scena e tutti i calcoli venivano fatti a mano da decine di uffici dedicati.

Sono donne e sono nere, il che non rende la loro esistenza semplicissima.

Sono gli anni cruciali della corsa allo spazio. Bisogna andare lassù – magari arrivare anche sulla Luna – ma, soprattutto, bisogna andarci prima dei Russi. I tempi stringono, il personale scarseggia e si cercano risorse in tutta l’agenzia, coinvolgendo addirittura la sezione colored, rigorosamente separata da tutto il resto degli uffici.

Katherine si trova catapultata nel cuore delle operazioni ma l’inevitabile riconoscimento delle sue doti matematiche non basta.

Non basta a farle bere il caffè dalla stessa caffettiera dei bianchi.

Non basta a farle usare gli stessi servizi igienici dei bianchi.

Katherine calcola le traiettorie per portare un uomo (John Glenn) nello spazio e farlo tornare sano e salvo ma deve farsi più di un chilometro a piedi per andare in bagno, perché in tutta la NASA c’è solo un bagno per le persone di colore.

L’ambientazione all’interno di quello che dovrebbe essere il nucleo vivo del progresso scientifico dell’uomo rende ancora più acuto e stridente il contrasto con l’idiota ottusità di un razzismo che, nonostante i faticosi passi delle leggi in quegli anni, ancora impregnava profondamente la mentalità comune.

Parallelamente, anche Mary e Dorothy si trovano costrette a dover far delle scelte chiare e inequivocabili per difendere le loro posizioni e vederle riconosciute.

Melfi mette insieme un film delicato e coinvolgente, preciso nella ricostruzione dei fatti, mai stucchevole o sentimentale. Senza concedere nulla a vuoti idealismi, rimane attaccato alla realtà e porta alla luce una storia assurdamente sepolta e di enorme interesse, illuminando il dietro le quinte di un considerevole pezzo di storia americana.

Ottimo tutto il cast, con Octavia Spencer (Dorothy) candidata come miglior attrice non protagonista.

Le altre nomination erano miglior film e miglior sceneggiatura non originale ed è un peccato che alla fine non abbia preso neanche un premio perché è davvero un bel film.

Bel personaggio quello assegnato a Kevin Costner, un po’ meno quello di Kirsten Dunst. Parte secondaria anche per Mahershala Alì (il miglior attore non protagonista di Moonlight).

Basato sull’omonimo romanzo di Margot Lee Shetterly.

Assolutamente consigliato.

Cinematografo & Imdb.

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è che i romanzi, i film, i programmi della Tv o della radio – persino i fumetti – che si occupano di horror si svolgono sempre su due livelli.

Alla superficie c’è il livello grossolano – quando Regan vomita in faccia al prete o si masturba con un crocifisso in L’esorcista, o quando il mostro scorticato e simile a un ammasso di carne cruda del film Profezia di John Frankenheimer sgranocchia la testa del pilota d’elicottero come fosse un dolcetto. Il grossolano può esser fatto con vari gradi di finezza artistica però c’è sempre.

Ma su un altro livello, ben più potente, l’orrore davvero diventa una danza, una ricerca continua, ritmica. Ed è alla caccia del luogo dove tu, lettore o spettatore, vivi al tuo livello più primitivo. All’orrore non interessano i prodotti della civiltà, nelle nostre vite. Non si muove attraverso quelle stanze che ci siamo costruiti un pezzo alla volta, e nelle quali ogni pezzo esprime (lo speriamo!) la nostra personalità socialmente accettabile ed educatamente illuminata. E’ invece alla ricerca di un altro luogo, una stanza che può a volte somigliare al segreto covo di un gentleman vittoriano, o alla stanza delle torture dell’Inquisizione spagnola…ma più spesso è lo scarno, brutale, disadorno buco di un cavernicolo dell’età della pietra.

L’orrore è arte? Su questo secondo livello, sì, non può essere altro; raggiunge lo status di arte semplicemente perché è in cerca di qualcosa che sta oltre l’arte, che fa dell’arte una preda; è in cerca di ciò che chiamerei punti pressione fobica. Il buon racconto di orrore danzerà fino al centro della tua vita e troverà quella porta della stanza segreta di cui solo tu credevi di conoscere l’esistenza: come hanno fatto notare sia Albert Camus sia Billy Joel, lo Straniero ci rende nervosi…ma ci piace indossare la sua faccia in segreto.

Sono i ragni a spaventarti? Bene. Abbiamo i ragni, come in Tarantola, Radiazione BX distruzione uomo e Il regno dei ragni. E i tobpi? Nell’omonimo romanzo di James Herbert, li puoi sentire arrampicarsi su di te… E mangiarti vivo. I serpenti? Claustrofobia? Le altezze? O…qualsiasi cosa.

Poiché i libri e i film sono mezzi di comunicazione di massa, il campo dell’horror è stato spesso capace negli ultimi trent’anni di fare ancora meglio di queste paure personali. In questo periodo (e in minor grado nei settant’anni precedenti) il genere horror è spesso riuscito a trovare dei punti di pressione fobica nazionale, e i libri e i film che hanno avuto maggior successo hanno quasi sempre chiamato in causa ed espresso paure che esistono in un vario spettro di persone. Tali paure, spesso politiche, economiche e psicologiche piuttosto che soprannaturali, danno alle migliori opere dell’orrore un appagante senso allegorico, ed è quel tipo di allegoria con la quale i registi vanno a nozze. Forse perché sanno che se le cose cominciano a diventare noiose, possono sempre far uscire il mostro dal buio.

Stephen King, Danse Macabre, 1981

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