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Archive for the ‘T. Swinton’ Category

Quando ho sentito che volevano fare il remake di Suspiria ho provato coerentemente un brivido di terrore.

Perché, che piaccia o non piaccia Dario Argento, Suspiria è comunque un classico del genere. Forse non archetipico nell’immaginario quanto un Profondo Rosso ma non ci andiamo tanto distanti.

Poi ho sentito che il remake era di Guadagnino e ho detto vabbè.

Poi ho visto che c’era Tilda Swinton e ciao proprio. Neanche la presenza di Dakota Johnson è bastata a dissuadermi.

In pratica, ho visto questo film perché c’era Tilda.

E mi sono piazzata in sala con sguardo critico e un sopracciglio rigorosamente alzato in piena modalità ok-do-your-magic, con tutto il sarcasmo applicabile alla cosa.

Che tra l’altro, prima di entrare in sala non mi ero neanche accorta che dura 152 minuti il che ha ulteriormente aumentato la mia maldisposizione di partenza.

Detto ciò. Gli dei conservino lungamente Guadagnino perché ha fatto veramente un capolavoro.

Già dopo i primi minuti il mio sopracciglio si era riposizionato a livello dell’altro e dopo la prima mezz’ora ho smesso del tutto di pormi il problema del remake per godermi il film.

Suspiria 2017 è di una potenza incredibile.

La colonna sonora di Tom Jorke accompagna una sceneggiatura che da un lato omaggia il film originale con moltissimi riferimenti e dall’altro la amplia, sviluppandone a fondo tutte le potenzialità inespresse.

Sempre ambientato in Germania, qui siamo in una Berlino divisa in cui il contesto storico è molto più presente rispetto al primo film creando un contrappunto molto stretto tra il Male nell’accademia di danza e il Male che ancora imperversa nel mondo in quegli anni.

Attraverso sei atti e un epilogo prende vita la storia di Susie Bannion, ballerina dell’Ohio, trasferitasi a studiare danza in Europa.

La storia di base è rimasta quella originale.

Nella scuola di danza succedono cose strane e le donne che la gestiscono altro non sono che una congrega di streghe.

Quindi, da un punto di vista strettamente di trama, non c’è la tensione della sorpresa sullo svolgersi della vicenda.

Cionondimeno la tensione si crea molto efficacemente e soprattutto non ha un attimo di cedimento per tutta la durata del film.

Visivamente curatissimo, molto incentrato sulla danza con le sue possibili valenze simboliche e rituali, Suspiria 2017 è un ballo di morte e resurrezione, un sabba moderno affascinante e letale.

Più che sul terrore nudo vero e proprio, Guadagnino punta sull’angoscia. Una sensazione di angoscia stringente e claustrofobica che, in definitiva, risulta molto più inquietante della paura stessa.

Alcune sequenze sono costruite in modo fenomenale da questo punto di vista, una per tutte – un piccolo spoiler –  la danza in parallelo di Susie – impegnata in una prova – e di una compagna di ballo chiusa in una stanza di specchi. Ad ogni salto di Susie, ad ogni movimento di Susie, ad ogni strattone, allungamento, scatto corrisponde un analogo movimento della ragazza nella sala che viene sballottata, lanciata, disarticolata e spezzata come in un rituale voodoo. E’ una sequenza piuttosto lunga ed è meravigliosamente disturbante.

Come anche molto disturbanti, oltre che bellissime, sono le sequenze semi oniriche.

Nel ruolo di Susie abbiamo Dakotan Johnson, curiosamente poco fastidiosa, con una recitazione piuttosto asciutta e senza le sue solite smorfie da aspirante superseduttrice.

E poi, meravigliosa, superba e fantastica, abbiamo Tilda Swinton nel ruolo sia di Madame Blanc sia del Dottor Klemperer, un anziano psicologo che si trova ad indagare sulle strane vicende che ruotano intorno alla scuola di danza.

Una Madame Blac carismatica, fredda, potente e bellissima. Una Tilda Swinton perfetta e intensa che mi ha ricordato gli anni di Orlando.

Nel cast anche Mia Goth, che non ho ancora capito se mi piace o meno ma era comunque adatta alla parte.

Cameo per Jessica Harper, la Susie del ’77.

I tempi e i modi della recitazione sono ovviamente più vicini al canone tradizionale rispetto al film originale ma si nota comunque un’impronta di lentezza e di sospensione che pare essere un tributo al primo Suspiria.

Così come la ricostruzione di alcune scene – le porte scorrevoli all’inizio – o l’impiego di effetti speciali non (quasi) digitalizzati ma fatti alla vecchia maniera, con trucco e sangue.

Splatter in generale moderato ma efficace con non pochi ammiccamenti allo stile di Dario Argento.

Dario Argento che non pare aver particolarmente apprezzato il remake perché, a suo dire, poco spaventoso e con poca musica.

Sarà. Immagino che ogni autore abbia una sensibilità propria per le sue opere. D’altronde a King non piace lo Shining di Kubrick.

In ogni caso per me questo Suspiria è stato una bellissima sorpresa.

Molto molto consigliato.

Cinematografo & Imdb.

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In uscita il 1 gennaio 2019.

Sono piuttosto preoccupata, in verità. Dario Argento ha uno stile troppo personale per poterne fare un remake. E Suspiria è un tale classico.

Non so. D’altro canto mi incuriosisce anche perché è di Guadagnino e perché c’è la mia amata Tilda Swinton.

Facevo volentieri a meno di Dakota Johnson ma pazienza.

 

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Non lo so.

Leggo in giro un sacco di critiche entusiaste di questo Ave Cesare e comincia a venirmi il dubbio di essere io a non aver capito qualcosa.

Non che non mi sia piaciuto. E’ solo che mi sento piuttosto tiepida nei confronti di questo film.

Sinceramente mi aspettavo una cosa molto più divertente. Più brillante.

Invece è una cosina carina, simpatica, indubbiamente molto intelligente, ma è come se non partisse mai veramente.

Ripeto, non lo so.

Non voglio parlarne male perché non lo merita.

Forse è anche un po’ colpa del trailer che lo vende come una cosa da scompisciarsi dall’inizio alla fine. Mi aspettavo un bis di Burn After Reading, tanto per dare l’idea.

Qui abbiamo un cast ricchissimo, un’ambientazione curata in ogni singolo dettaglio, un’impostazione che, per certi versi, ricorda quasi Wes Anderson, nella composizione di un quadro coloratissimo e dai tratti spesso paradossali.

Siamo nella Hollywood degli anni Cinquanta. Al centro di tutto c’è Eddie Mannix (Josh Brolin), fixer di uno Studio cinematografico alle prese con ruoli da assegnare, contratti da procurare, capricci delle star da assecondare, stampa e opinione pubblica da accontentare.

La star del momento è Baird Whitlock (George Clooney), che deve interpretare il ruolo di Cesare in Ave Cesare, colosso a tema religioso sulla vita del Cristo – memorabile a questo proposito, la scena della discussione sul Cristo cinematografico con i rappresentanti delle principali religioni convocati negli studios per assicurarsi che il film non urti la sensibilità di nessuno.

Il film si prospetta come un vero e proprio evento, la lavorazione è quasi alla fine quando Baird improvvisamente sparisce.

Un affresco divertente e dissacrante della Hollywood di quegli anni (e forse non solo). Il cinema che parla/ride di se stesso è sempre un tema a rischio cliché ma i fratelli Coen hanno mestiere e si tengono alla larga da situazioni viste e triti intenti moraleggianti mantenendo un tono leggero e scanzonato.

Il cast è un elenco di grossi nomi e, tolti Brolin e Clooney che hanno le due parti principali, ciascuno interpreta ruoli decisamente piccoli, in quello che sembra un collage di personaggi e aneddoti.

C’è Scarlett Johansson, sirena leggiadra in scena e sboccata diva capricciosa a riflettori spenti. Channing Tatum, che sfrutta le sue doti di ballerino. Ralph Fiennes, regista alle prese con un attore che non riesce a mettere insieme una frase. Frances McDormand, chiusa in una fumosa cabina di montaggio. E Tilda Swinton, geniale dei panni di due gemelle entrambe giornaliste, un po’ come a simboleggiare le due facce della stampa che ruota intorno a Hollywood.

Manco a dirlo, ci sono anche i comunisti, che in quegli anni erano lo spauracchio per definizione – e che sembrano andare parecchio di moda nei film 2015-16 visto che, in un modo o nell’altro, è il terzo film in cui saltano fuori.

Pieno di piccoli dettagli pungenti, riferimenti, frecciatine mirate, Ave Cesare è un film sicuramente non banale. Peccato che difetti un po’ nel ritmo. A parità di materiale e di idee, avrebbe potuto essere più brillante.

Cinematografo & Imdb.

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In uscita il 5 novembre. Lo so, il taglio del trailer è forse un filo troppo drammatico ma confidiamo in Julianne Moore (e anche nel resto del cast, che comunque è egregio).

Questo invece arriva l’11 febbraio.

Diretto da Todd Haynes (Velvet Godlmine) e tratto da Patricia Highsmith.

Miglior interpretazione femminile a Rooney Mara a Cannes di quest’anno.

Uscita per il 26 novembre. Remake de La Piscina di Jacques Deray, del ’69. Mi incuriosisce. E non solo perché c’è Tilda Swinton. In concorso a Venezia di quest’anno.

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GBH

I film di Wes Anderson mi rimettono in pace col mondo.

In particolare, Grand Budapest Hotel è una sorta di Anderson all’ennesima potenza perché, se da un lato ritornano gli elementi che maggiormente lo caratterizzano, d’altro canto riesce ad amalgamarli in modo se possibile ancora più geniale.

Un po’ thriller, un po’ fiaba, ironico, colto, raffinato. Curato in modo maniacale in ogni singolo dettaglio, dalle ambientazioni surreali e fantastiche con i colori accesi e vivacissimi, alle riprese dal taglio volutamente retrò; dai dialoghi spassosi e brillanti al fitto intrecciarsi di piani temporali e personaggi.

Un lussuoso albergo sulle Alpi, la sua fama e la sua clientela ricca e importante; lo sfondo di un’Europa non esplicitamente definita ma chiaramente sotto lo spettro di una (o più) guerra(e).

Il racconto a ritroso nel tempo di Zero Moustafa, padrone dell’albergo, e la storia di come sia diventato tale.

Le rocambolesche avventure vissute insieme a Gustave H., irreprensibile concierge dell’albergo quando Zero era solo un ragazzino appena assunto. Il rapporto che si sviluppa tra Zero e Gustave in un legame divertente e complesso.

Un’eredità contesa, un lavoro da insegnare e dei valori da trasmettere anche se i tempi non sembrano più essere in grado di apprezzarli. Un quadro di inestimabile valore che sparisce e una giovane aiutante di pasticceria.

Una vicenda sempre più intricata ma dal ritmo velocissimo e dalla costruzione precisa e impeccabile con momenti di vero e proprio spasso.

Un cast ricchissimo, come da tradizione, con un elenco di grandi nomi e un piccolo ruolo per ciascuno.

Maggior rilievo va a Ralph Finnes che nei panni di Gustave è veramente qualcosa di imperdibile.

E poi un Harvey Keitel praticamente irriconoscibile, rasato e tatuato, e una Tilda Swinton che sembra si diverta a lasciarsi conciare nei modi più improbabili.

E ancora, Jude Law, ascoltatore della storia narrata da Zero, Adrien Brody, Edward Norton e un Willem Dafoe conciato da cattivissimo in modo grottescamente caricaturale.

Da non perdere assolutamente.

Cinematografo & Imdb.

Grand-Budapest-Hotel

The Grand Budapest Hotel

The Grand Budapest Hotel - 64th Berlin Film Festival

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Tilda Swinton e Lok…haem…Tom Hiddleston insieme.

E la programmazione dei miei post migra di nuovo elegantemente affanculo. Tanto per cambiare.

Prima di cominciare mi vedo costretta ad avvertire. Sarò fangirlante. Spudoratamente, esplicitamente, vergognosamente fangirlante.

E respingo ogni accusa. Non è colpa mia. Sono loro che sono insostenibilmente meravigliosi.

*raccatta bave qua e là*

Ed è anche una realtà incontrovertibile che tutta la faccenda è classificabile come istigazione allo shipping.

Ciò detto, vediamo se sono in grado di trasmettere qualche vaga nozione che abbia a che fare con il film.

Si parla di vampiri e, sebbene dopo Lestat io sia di solito piuttosto mal disposta verso l’argomento, in questo caso non ho trovato davvero nulla di cui lamentarmi. Anzi. Era proprio dai tempi del summenzionato Lestat che non sbavavo simpatizzavo così per la specie notturna.

Adam e Eve. Un musicista di enorme talento che conduce una vita da recluso nella periferia abbandonata di Detroit, circondato da oggetti provenienti dal passato e chitarre preziosissime. Una donna misteriosa ed altera che percorre le vie di Tangeri fino ad un locale dove incontra un vecchio amico che chiama Marlowe e che indossa un panciotto vecchio di secoli.

Una coppia lontana ma incapace di resistere separata per molto. Si ritrovano. Eve raggiunge Adam perché sente il suo malessere crescente per un mondo popolato da zombie (gli esseri umani) che non sanno fare altro che sprecarlo, distruggerlo, contaminarlo.

Una coppia che ha attraversato i secoli. A volte lasciandovi la propria impronta nelle parole o nelle note di altri autori che se ne sono poi attribuiti il merito. Frammenti dell’immenso patrimonio artistico dell’umanità. Una coppia che sopravvive con quieta attenzione, anche se Adam e Eve reagiscono diversamente a questa eterna sopravvivenza. Per Eve è un’opportunità mentre per Adam è un peso sempre più gravoso.

Un proiettile di legno e gli incubi che arrivano dalla sorella di Eve.

Da un punto di vista meramente tecnico Only Lovers Left Alive è una gioia per gli occhi. E’ curato in modo quasi maniacale in ogni dettaglio. Le ambientazioni straripanti di oggetti provenienti da una vita lunga secoli. Le città rigorosamente notturne. Le riprese dall’alto, lente, lunghissime. La musica a metà tra il rock e il funebre. Il buio.

Già la prima sequenza è bellissima con loro due sdraiati, ciascuno a casa propria, poco prima di svegliarsi, dopo il tramonto. Un vinile che gira così come gira la telecamera che dall’alto scende su di loro in cerchi concentrici. Anche questa è una ripresa lunga, soprattutto per essere una prima scena, ma è perfetta.

E la quiete, anche nei momenti di sconvolgimento. Il sangue ma non la morte e la paura del contagio, che una volta non esisteva.

Stralci del mondo reale contemporaneo che fanno irruzione di tanto in tanto nell’equilibrio atemporale di Adam ed Eve. Il rammarico di Adam, perché gli zombie capiscono le cose sempre troppo tardi. I funghi fuori stagione, perché le stagioni stanno cambiando. Il sangue pulito, sempre più difficile da trovare. La guerra che sarà per l’acqua dopo esser stata per il petrolio.

E i loro gesti d’altri tempi. Le loro nozze attraverso i secoli.

La vicenda è lineare, semplice. Poco più che una slice of life su un punto qualsiasi del loro viaggio nel tempo. Ed è lenta nel suo svolgersi, perché tanto c’è tutto il tempo del mondo.

Personaggi e interpreti. Ok, come dicevo all’inizio, sono di parte perché sono perdutamente innamorata di entrambi, ma sono davvero costruiti in modo impeccabile. Sia da un punto di vista meramente estetico con Tilda dotata di criniera leonina (ma è la stessa che hanno usato per Narnia? no, perché un po’ il dubbio viene) e Tom con lunghe palandrane alternate ad abbigliamento rockettaro e i capelli alla Brandon Lee del Corvo, sia dal punto di vista della caratterizzazione dei personaggi. In particolare Adam è un personaggio bellissimo. E per quanto nessun riferimento sia fatto esplicitamente, ci sono molti suoi tratti che ricordano proprio tanto Lestat. Uno per tutti il fatto che sia un musicista e che la sua musica abbia tanto potere. E poi la sua cinica disillusione.

Eve, per contro, è un personaggio di forza straordinaria, al punto che pare che nulla possa scalfirla, neanche il peso dei secoli.

E poi è un dato di fatto accertato che Tilda Swinton è ringiovanita apposta per fare questo film. Seriamente, non la vedevo così perfetta dai tempi di Orlando.

E ancora, i riferimenti a testi, autori, opere. E il gioco dei nomi che si attribuiscono di volta in volta. Nomi di grandi del passato, che siano persone o personaggi su alcuni dei quali, forse, la loro influenza è stata, in un modo o nell’altro, determinante.

Only Lovers Left Alive è un film strano. Insolito. Inaspettato. Non è fantasy, tanto meno horror, anche se appena si sente la parola “vampiro” l’associazione scatta in automatico. Non è neanche un film romantico nel senso tradizionale del termine. E’ la storia delicata e struggente di queste due creature bellissime che attraversano il tempo e la storia, profondamente partecipi della ricchezza della natura umana e del dolore per le sue miserie.

Due strani guardiani della bellezza, tristi e dolcissimi.

Da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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E’ uno strano miscuglio, questo Snowpiercer, sia dal punto di vista della produzione sia per quel che riguarda la realizzazione. In parte coreano, in parte americano, basato sulla graphic novel francese Le Transperceneige, è passato quasi inosservato nelle sale a causa di uno scarsissimo lancio pubblicitario – dovuto non si sa se agli ennesimi intoppi di distribuzione o al fatto che le origini non hollywoodiane doc vengono un tendenzialmente un po’ snobbate. Ed è un peccato perché il risultato di questi abbinamenti insoliti è un film decisamente buono.

L’ambito è ancora una volta quello distopico. Siamo in un mondo post glaciazione globale, dove gli unici sopravvissuti vivono a bordo di un treno che gira intorno alla Terra senza mai fermarsi. All’interno di questo treno, la scala sociale si è sviluppata in lunghezza, seguendo l’ordine dei vagoni, dalla miseria della coda alla ricchezza dei vagoni di testa. Il sistema che si è sviluppato è di tipo totalitaristico e dalla coda del treno partono moti di rivolta che puntano alla Sacra Locomotiva, il motore di tutto, la chiave del loro riscatto e dell’uguaglianza sociale. Solo che, ovviamente, niente va come deve andare.

Nonostante la tematica comune a molta produzione hollywoodiana recente, il taglio del film è diverso sotto moltissimi aspetti. Si vede chiaramente l’impronta orientale del regista. Nei dialoghi, nel modo di sviluppare la storia, nel ritmo che, pur rimanendo sempre veloce e dinamico, non ha quella frenesia più tipicamente occidentale.

Nonostante la limitatezza dell’ambientazione, gli spazi angusti dei vagoni sono sfruttati egregiamente e l’azione, lungi dall’esserne limitata, risulta chiara e ben strutturata. Il principio è un po’ quello dei quadri di un videogioco, dove ogni vagone è un livello con una nuova incognita ed un aumento di difficoltà ma le idee per ogni passaggio sono ben organizzate e sfruttano completamente le potenzialità offerte dall’ambiente circostante.

Anche il cast è, a suo modo, insolito, a partire proprio da Chris Evans nei panni del protagonista. Si scopre, dunque che, oltre a fare il bellimbusto non eccessivamente furbo nei Fantastici 4 e in Capitan America, Evans sa persino recitare. Ok, niente di particolarmente sopra le righe, ma se non altro un’interpretazione espressiva e adatta al ruolo. Poi non riesco a togliermi del tutto l’idea che un buon settanta percento di questa nuova espressività sia dovuta alla barba che gli toglie parecchio di quell’immagine da bravo ragazzo americano, ma forse sono io che ho pregiudizi nei suoi confronti. E comunque è un fatto che quella barba è persino troppo curata per essere in coda al treno ma pazienza, non esageriamo con l’attenzione ai dettagli.

Oltre ad Evans abbiamo John Hurt, distrutto e malconcio in una parte relativamente piccola ma importante. E una Tilda Swinton quasi irriconoscibile tanto è imbruttita nei panni di un personaggio odioso al di là del sopportabile. Particina – anche in questo caso minima ma importante – anche per Ed Harris.

Ritmo buono, come dicevo prima, trovate interessanti, pochi cliché di genere pur non trascurando gli elementi canonici, decisamente vale la pena vederlo. Unica perplessità sul finale, che ho trovato forse un po’ troppo facile e poco approfondito, come anche credo che non avrebbe guastato qualche spiegazione in più sul treno e sulla locomotiva.

Cinematografo & Imdb.

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