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Archive for the ‘M. Mazzantini’ Category

Non lo so.

Castellitto in genere mi piace. Lo stesso dicasi della Mazzantini.

Jasmine Trinca è molto brava e Scamarcio, se ben diretto, ha già dato prova di essere un bravo attore.

Ma.

Onestamente il trailer mi sa più di Muccino che di Castellitto e, a monte, il libro Nessuno si salva da solo, secondo me non era tra i più adatti ad essere messo sullo schermo. Oltre a non essere tra i miei preferiti di Margaret, ma questo è un altro discorso ancora.

In realtà, per essere ancora più precisi, teoricamente  l’idea di base avrebbe potuto anche prestarsi al film, data l’impostazione quasi teatrale. Due protagonisti. Due ex coniugi. Uno scontro tra presente e passato. Dialoghi serrati a far venir fuori il non detto, sepolto sotto anni di incomprensione e incomunicabilità.

Però ricordo che lo avevo trovato un libro un po’ forzato. Ben scritto come sempre ma eccessivamente crudele, eccessivamente autocompiaciuto del proprio crogiolarsi nelle quotidiane miserie di una coppia sfasciata.

Insomma. Già il libro tendeva un po’ troppo ad insistere sullo squallore di quei casi umani stile Ultimo bacio e si salvava (lui sì) sostanzialmente per la buona scrittura dell’autrice. Sugli esiti del film sono decisamente poco ottimista.

Non so se andrò a vederlo al cinema.

 

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E alla fine doveva pur succedere. Ho trovato un libro della Mazzantini che non mi è piaciuto.

Ho aspettato un po’ a parlarne per vedere se l’impressione a caldo si mitigava ma no, continua a non piacermi esattamente come quando l’ho finito.

Ortensia e Anemone. Due sorelle. Due voci narranti che si rivolgono a Manola, raccontando ognuna la propria storia. Due personalità antitetiche, legate ma opposte. Attraverso le parole di ciascuna di loro si delinea il ritratto di se stessa e dell’altra, in quello che diventa una specie di gioco di specchi e di riflessi incrociati.

E, a dirla così, non ci sarebbe niente che non va. Se non fosse che, man mano che ci si inoltra nei racconti alternati delle due sorelle, i toni diventano via via sempre più calcati fino a risultare esageratamente grotteschi. Un grottesco che è chiaramente voluto e cercato dall’autrice in un crescendo quasi esasperato.

I tratti delle due personalità si amplificano in modo paradossale. Le vicende sono sempre più surreali. Il linguaggio funge da ulteriore cassa di risonanza per questa galleria di immagini sempre più distorte e deformate in quella che, a tratti, sembra quasi una sperimentazione di realismo magico però interamente rivolta verso il brutto. A predominare, nell’eccesso, è sempre ciò che è sgradevole.

Non manca l’ironia ma, anche laddove l’ho individuata, non l’ho trovata sufficiente a farmi superare il senso di abbrutimento che mi trasmetteva tutto il resto.

Una spirale discendente volta a mischiare gli opposti, ad annullare i confini, ad insinuare il dubbio che qualunque cosa possa essere anche il suo contrario.

Sostanzialmente non è l’idea di fondo del libro a non piacermi ma il modo in cui l’ha realizzata. Lo sguardo lucido e impietoso sui difetti e sulle contraddizioni perde la sua funzione di smascheramento e diventa caricaturale.

Non so. Leggo le critiche e vedo che l’aggettivo usato più spesso per descrivere Manola è divertente. Io l’ho trovato piuttosto irritante. Un esercizio di padronanza dei mezzi espressivi che sicuramente richiede abilità ma che alla fine non lascia poi molto.

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Gemma e Diego. Una storia d’amore di quelle a cui è impossibile sfuggire. Ci provano. Soprattutto Gemma. Ma il loro è quell’amore travolgente, egoista, che si mangia tutto, le distanze, le miserie quotidiane, le domande.

Roma-Sarajevo. Un viaggio a ritroso nel tempo che Gemma intraprende insieme a suo figlio Pietro per raccontargli una verità che, in realtà, non sa nemmeno lei.

Un passato prepotente, che non si accontenta di rimanere sepolto. E il dolore. Tanto dolore, che esige di essere raccontato e ascoltato, che non accetta semplicemente l’oblio.

Gojko e la sua Sarajevo. Diego e le sue fotografie. Gemma e il suo segreto.

Una maternità cercata fino allo sfinimento, voluta con un’intensità tale da superare qualunque ostacolo, fisico o morale. Un desiderio di maternità cui Gemma e Diego non sanno rinunciare e che è esattamente come il loro amore, totalizzante ed egoista nel pretendere tutto dalle loro vite.

Venuto al mondo è una storia difficile. Nasce come libro di Margaret Mazzantini – uno dei pochi suoi che non ho ancora letto peraltro – e arriva sullo schermo con la sua sceneggiatura, a quattro mani col marito, Sergio Castellitto che è anche regista, come già fu per Non ti muovere. E sempre come in Non ti muovere si replica anche il felice connubio con Penelope Cruz, nei panni della bella e tormentata Gemma.

Una storia struggente, a tratti straziante, a cavallo tra due mondi apparentemente vicini ma poi sempre più distanti, divisi da quell’abisso incolmabile che è la realtà della guerra. Sarajevo. Prima, durante e dopo la guerra. Gemma. Prima, durante e dopo la sua personale guerra per Pietro, suo figlio. Una città e una donna bellissime che si riuniscono e si ritrovano a fare i conti con le macerie e le cicatrici. Perché il passato è più facile viverlo che ricordarlo. E’ più facile correrci attraverso che ripensarci, farci i conti, accettarlo.

Una galleria di personaggi vivissimi, complessi, impossibili da dimenticare. Ovviamente Penelope-Gemma, di una bravura commovente, ma anche Diego, interpretato da Emile Hirsch – che come personaggio in sé mi è risultato antipatico fin quasi alla fine, quando lo si capisce. E poi Gojko e Aska, due figure fortissime e disperate.

Unica critica per quel che riguarda il cast va alla scelta di Pietro Castellitto per la parte del figlio Pietro. Ok, han voluto coinvolgere il pargolo nella lavorazione familiare ma decisamente o non era pronto o non è proprio portato per quel mestiere perché è piuttosto inguardabile. Va bene che la sua è una parte relativamente minore.

Per il resto, regia impeccabile, immagini di grande delicatezza e intensità – anche le più crudeli durante la guerra – e soprattutto un perfetto equilibrio, senza eccessi da melodramma, impresa tutt’altro che facile, data la storia da raccontare.

Bello. Bellissimo. Assolutamente da vedere.

Doloroso, quello sì. Ma Margaret non è mai facile.

Cinematografo & Imdb.

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Varie ed eventuali del mercoledì.

Ho messo le zampe su Doctor Sleep. Il che vuol dire che, con i miei tempi e la mia coda di lettura, se va bene lo leggerò tra un mese, ma intanto è lì che mi guarda e io sono già contenta.

Ho messo le zampe anche sui biglietti di Anna Calvi che mi sono stati consegnati proprio stamattina.

21 febbraio qui a Torino all’Hiroshima. Non potevo perdermela.

*inserire cuori a piacere*

Causa King, mi sono introdotta in una Feltrinelli, il che implica che ho messo le zampe anche su diversi dvd in offerta, tra cui Venuto al mondo e Zero Dark Thirty, che al tempo mi ero persa al cinema.

Prossimamente seguiranno sproloqui.

Devo riascoltarmi seriamente Random Access Memories dei Daft Punk. Non che i grammy siano questo gran punto di riferimento ma è un fatto che quest’album viene magnificato praticamente dovunque, almeno una seconda riascoltata devo dargliela.

Il libro.

Non lo so.

Se già normalmente i libri della Mazzantini mi lasciano, per un motivo o per l’altro, in uno stato di prostrazione, questo qui mi ha decisamente massacrata.

Non posso dire che non mi sia piaciuto.

Non posso dire che non sia un bel libro.

Come fa a non piacere? Lei scrive talmente bene. E’ un’altra di quelli che potrebbero mettersi a disquisire delle cose più banali e lo farebbero comunque in modo esemplare.

Qualunque cosa voglia dire, ha le parole giuste per farlo. Non le trova. Le ha.

Ciò detto, di splendore ce n’è ben poco in questa storia. C’è una grande amarezza, una disillusione prepotente che soffoca tutto il resto.

Della trama si può parlare e non parlare perché appena ci si addentra un po’ di più si rivela già troppo.

Guido e Costantino. Una storia che comincia da ragazzi, poco più che adolescenti. Una storia d’amore, di sesso, che nasce in un paese impreparato come l’Italia e si trascina per tutta la vita dei protagonisti senza mai prendere una forma concreta.

Uno di quei legami che pretendono tutto, che bruciano tutto. Che non possono essere vissuti ma neanche spezzati.

Vite diverse, paesi diversi, mondi diversi. Roma, Londra, Roma. Punti di contatto. Finestre nel tempo e nello spazio. Barlumi di speranza e disperazione.

La parte migliore della vita è quella che non possiamo vivere…

E’ soffocante, questo Splendore. La voce narrante è quella di Guido e si finisce in qualche modo incastrati nel campo di battaglia della sua emotività. Non la capisce neanche lui, la sua emotività. Anzi, è proprio il primo a non capirla, e la disseziona in modo quasi osceno per metterne a nudo i meccanismi più profondi. Soprattutto all’inizio, è morboso il modo in cui Guido analizza se stesso e quello che sta vivendo. Non è fuori luogo, quello no. E’ un adolescente che deve fare i conti con la propria omosessualità in una società fondamentalmente omofoba come quella italiana. Non è facile e soprattutto non è indolore. E non è neanche privo di contraddizioni.

Due vite che vanno avanti solo in apparenza. Due esistenze che annaspano negli anni, in attesa di rare boccate d’aria. Aria rubata. Momenti di tregua da un conflitto che, in fin dei conti, non si sa neanche più contro chi sia realmente.

Legami che salvano e legami che inchiodano.

C’è tutta l’infinita variabilità dei sentimenti. Tutta la loro banalità. Tutta la loro crudeltà. Tutto l’egoismo dell’amore.

Non riesco a togliermi dalla testa che Margaret non ami mai molto i suoi personaggi perché infligge loro sempre troppe sofferenze.

Una sola cosa mi ha disturbato. Non posso parlarne perché emerge piuttosto verso la fine, ma diciamo che è un certo risvolto torbido che avvelena anche quello che forse avrebbe potuto salvarsi. L’ho trovato eccessivamente crudele. Forse persino un po’ inutile. Forse troppo simile a un cliché.

Un libro difficile. Faticoso. Dal quale ad un certo punto ho temuto di non uscire. Però un libro da leggere, come tutti quelli di Margaret.

E poi sono stata brava. Ho cominciato a piangere solo a pagina 162.

Ah, sì. Il titolo viene da Drag dei Placebo ma non è dovuto al fatto che mi son già rincoglionita prima ancora di prendere i biglietti. E’ che Guido ad un certo punto si tatua una scimmia sulla spalla. Praticamente è istigazione. A cosa? Shhhhh.

C’è un tempo per la speranza e un tempo per i semafori sotto la pioggia.

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ogni motivo è buono per mollare, per uscire dalla clausura. Esci con la scusa di una cartuccia d’inchiostro per la stampante e ti perdi a zonzo. E questo bighellonare certe volte ti premia, fai l’incontro giusto, qualcuno o qualcosa che ti porterai dietro. E così è stato anche stavolta. Sono uscita e ho incontrato un tipo che incontro spesso nel mio quartiere, un barbone con cui ho una certa confidenza, uno che viaggia a vino e cipolle accanto a un canetto sfibrato tenuto da uno spago. Ci vuole cautela, ce l’ha con le donne. Certi giorni è uno zucchero, certi altri esci dal supermercato con un po’ di spesa anche per lui e ti ringrazia con un insulto sessuale che ci resti di sale.

Cercavo una buona idea per Sergio Castellitto, per il suo talento d’attore ma non solo, qualcosa che desse voce alla sua parte muta. Dopo tanti film gli era venuta nostalgia del teatro, della vecchia placenta dove era nato come attore, di quel corpo a corpo con se stesso in quella bolla di polvere e luce. Pensavo a un monologo intimo eppure circense che gli desse la possibilità di sgangherarsi. Perché ogni tanto viene voglia di stendesi sul guanciale dell’abbandono, di dire: ma sì, voglio essere molle e cagionevole, stupido e disdicevole. Voglio sputtanarmi, non ce la faccio più a tenere il punto fermo, la bussola orientata sulla rotta della decenza. Gli attori hanno questa possibilità di sbracare, di prendersi una vacanza dalla normalità. E di essere ben pagati e applauditi per questo. Hai la possibilità di vergognarti senza che nessuno se ne accorga. Di piangerti qualcosa di solo tuo in mezzo a un cumulo di bugie.

Così ho pensato: scrivo di uno che sta in strada, senza sociologia, solo un’anima che vaga, che strepita. Uno di quei sbrancati attraversatori di città. Uno buffo, con le sue miserie, le sue lacrime ma anche una sua strafottenza, un suo umorismo. Uno che non si scansa, che ha accettato il suo destino come la cacata di un uccello sulla testa, imprecando e ringraziando insieme.

Scrivere di un senzatetto è affidarsi alla scabrosità di una possibilità che ti appartiene. Perché gli artisti, spesso e volentieri, sono barboni fortunati. Ce l’hanno fatta a non finire all’addiaccio, ma conservano i tratti disturbati e l’inquietudine dell’erranza, vagano con gli occhi, sentenziano sul mondo, hanno ossessioni, riti. Ogni giorno corrono il rischio di perdersi, di non trovare più la strada del ritorno.

Non ho scelto uno che guarda in terra. Ho scelto uno che avesse ancora voglia di guardare in faccia la gente. Un anatraccio curioso che risale il fiume e scruta i regolari, i “Cormorani”, quelli che stanno nel recinto della società organizzata. Straparla, dice la sua, buon senso e bestialità, ride di gusto e poi s’accascia. Ha un vecchio trauma stretto nel cuore come un trofeo, e un guinzaglio al posto della cravatta: è roba del suo cane, del suo lutto. E’ il cazzotto, la sciancata. E’ il piano della vita che s’inclina, si mette di traverso. Una notte è uscito, s’è messo a quattro zampe, è andato. E’ lurido, come tutti i barboni. Indossa un vestito color birra d’un tessuto che luccica, preso a un centro di raccolta e che magari è il vestito di un morto. Due mollette da panni gli stringono i pantaloni al polpaccio. Scarpe con le suole lisce come dorsi di canoa,  scarpe che scivolano sui marciapiedi, sulla melma del lungo fiume, sulle verdure rimaste in terra dei mercati che smontano. La maglietta produce fiammelle, è acrilica, azzurra nazionale, con un bello scudetto dell’Italia. E’ l’allegria che copre il petto, il ghigno che lo gonfia, che sfotte il cielo. Si chiama Zorro, questo ragazzo di mezza età. Zorro come lo spadaccino nero, Zorro come un cane color piscio. E’ incazzato, naturalmente è molto incazzato, oppure ci fa. Non ha più le tessere di accesso, è come quei guidatori spericolati a cui hanno ritirato la patente. Beve, chi sta in strada beve. Dorme in stazione, accanto allo sfiato caldo della metropolitana, sniffa gli odori, guarda le scarpe che passano, guarda le donne. Gliene piace una alla portata, una con il culo basso come il mariciapiede.

Mi sono divertita a farlo parlare, perché scrivere per il teatro è una vacanza, e mi sono commossa perché scrivere di quest’uomo sfortunato mi ha commosso. Ho sempre pensato che la marginalità, nella sua terribile durezza, sia un osservatorio privilegiato. Così queste persone che se ne vanno per i fatti propri borbottando, imprecando, con un vespaio di strani pensieri in testa, mi sembrano il sale della terra, un buon motivo per restare, per festeggiare la vita. Ti guardano da una lontananza mai troppo benigna, minacciosi a volte, esigono il rispetto di chi si è appartato. Stanno sul margine del grande fiume, intenti come pescatori in attesa. Pescano nel nostro vortice quello che rimane, quello che schizza via, che gli appartiene per diritto. Hanno quegli odori concentrati, essenza d’uomo, come mosto, come seccume marino, roba sfinita dal sole o macerata dall’umido, roba che fa il suo corso.

Zorro mi ha aiutato a stanare un timore che da qualche parte appartiene a tutti. Perché dentro ognuno di noi, inconfessata, incappucciata, c’è questa estrema possibilità: perdere improvvisamente i fili, le zavorre che ci tengono ancorati al mondo regolare. 

Chi di noi in una notte di strozzatura d’anima, bavero alzato sotto un portico, non ha sentito verso quel corpo, quel sacco di fagotti con un uomo dentro, una possibilità di stesso? I barboni sono randagi scappati dalle nostre case, odorano dei nostri armadi, puzzano di ciò che non hanno, ma anche di tutto ciò che ci manca. Perché forse ci manca quell’andare silenzioso totalmente libero, quel deambulare perplesso, magari losco, eppure così naturale, così necessario, quel fottersene del tempo meteorologico e di quello irreversibile dell’orologio. Chi di noi non ha sentito il desiderio di accasciarsi per strada, come marionetta, gambe larghe sull’asfalto, testa reclinata sul guanciale di un muro? E lasciare al fiume il suo grande, impegnativo corso. Venirne fuori, venirne in pace. Tacito brandello di carne umana sul selciato dell’umanità.

Perché i barboni sono come certi cani, ti guardano e vedi la tua faccia che ti sta guardando, non quella che hai addosso, magari quella che avevi da bambino, quella che hai certe volte che sei scemo e triste. Quella faccia affamata e sparuta che avresti potuto avere se il tuo spicchio di mondo non ti avesse accolto. Perché in ogni vita ce n’è almeno un’altra.

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Margaret Mazzantini, Zorro. Un eremita sul marciapiede, Mondadori 2004

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Io detesto con tutta me stessa i siti, i socialcosi, qualunque cosa siano non importa, che ti chiedono per mesi se vuoi un aggiornamento o un upgrade e se tu gli dici ripetutamente di no o proprio non li caghi, dopo un po’ te lo fanno lo stesso. Ma vaffanculo. E’ una cosa che capita più o meno ovunque e, al di là dei posti dove questa cosa ha senso per ragioni di software, in molti casi è proprio solo un’esigenza del sito stesso. E se questo può ancora lasciarmi indifferente quando non cambia sostanzialmente granché nel risultato, quando invece, dopo l’aggiornamento, saltano fuori problemi di cui non si sospettava neanche l’esistenza, ecco, allora mi girano proprio i coglioni. E’ una delle poche cose che mina seriamente i miei buoni rapporti col web. Sì, WordPress, sto parlando proprio di te. Ma d’altronde cominciavo quasi a pensare che fossi immune da queste dinamiche.

Poi. Niente, in queste settimane non c’è verso che riesca a postare qualcosa di quello che mi programmo. Salta fuori altra roba all’ultimo, alcune cose si fanno più urgenti.

Tipo questo libro. Io so di amare moltissimo la scrittura di Margaret Mazzantini, ma è incredibile come ogni volta che riprendo qualcosa di suo dopo un po’ di tempo, io rimanga nuovamente affascinata e folgorata dal suo stile. L’adoro, davvero.

Con Il catino di zinco (1994) poi, oltre a quello stilistico, c’è ancora un altro aspetto notevole, da prendere in considerazione. Quello più prettamente linguistico del dialetto. O meglio, non il dialetto vero e proprio trascritto e in qualche modo codificato, ma il dialetto che lascia tracce nella parlata e nella lingua di tutti i giorni. Un’ombra di inflessione, un’espressione che suona strana se si viene da fuori. Modi di dire. E un’aderenza alla materialità minuscola e quotidiana che solo i dialetti locali riescono ad avere.

Libro d’esordio di Margaret, Il catino di zinco è lo struggente ritratto di una donna d’altri tempi, svelato attraverso le parole della nipote.

Prende così forma una sorta di piccola saga familiare, nella quale le figure di spicco sono prevalentemente femminili, forti e sole.

Antenora entra in scena con la sua morte. Prima ancora è nonna, burbera ma vitale ed energica, prima ancora era figlia lei stessa, intraprendente, prediletta del padre. E poi affronta quel compito ingrato di essere madre in tempo di guerra.

Ci sono i ricordi, gli scorci di vite passate che si intrecciano apparentemente senza un filo logico. Ci sono le tracce infinite e a volte impercettibili che queste vite hanno lasciato attraverso il tempo. C’è il sapore di squarci di Italia così vicini da poter essere ancora ricordati in prima persona. C’è una comunanza di gesti e tradizioni nella quale è impossibile non rispecchiarsi.

C’è la prepotente fisicità del ricordo di Antenora. Non matriarca idealizzata sull’alto del piedistallo conferitole dalla morte, ma donna di carne, concreta nella ruvidezza del suo corpo. Ci sono gli odori. Umani. Bestiali. Impronta ormai scomoda e relegata alla sconvenienza che testimonia tuttavia quello che in realtà siamo.

E c’è un amore infinito. Anche nella cattiveria. Anche nella miseria dell’umiliazione rappresentata dall’ultima tappa dell’esistenza.

C’è una vita intera e c’è l’intera vita.

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Non posso dire che sia un brutto libro. Ma se dicessi che mi è piaciuto non sarei del tutto sincera. Mi ha interessata, mi ha coinvolta, mio malgrado, ma non mi è esattamente piaciuto. Mi ha disturbata profondamente piuttosto. E’ uno dei libri più crudeli che abbia letto di recente. E a volte tutta questa cattiveria mi è sembrata se non gratuita quanto meno eccessiva.

Delia e Gaetano sono una giovane ex coppia che si ritrova a cena dopo il divorzio. Solo che è ancora tutto troppo recente. Il rancore, la rabbia, tutte le bassezze che hanno portato alla rottura, ma anche l’amore, la passione, la felicità che avevano cercato di costruire con la loro unione, la felicità intravista e poi scomparsa senza che riescano ancora a rassegnarsi, a trovare una spiegazione.

Si ritrovano a cena e sul tavolo ci sono i cocci rotti del loro tentativo abortito di famiglia. Cocci che Delia e Gae non riescono ancora a buttare via, perché non sono ancora capaci di afferrarli senza ferirsi.

Ci sono le presenze di Cosmo e Nico, i due figli, a casa con la nonna.

Ogni gesto, ogni parola si porta dietro ricordi ma soprattutto risentimento. Ogni accenno diventa il pretesto per aprire una porta su episodi sgradevoli, dolorosi. Per riportare a galla tante piccole miserie quotidiane.

Leggendo si viene trascinati in questa spirale discendente che tramite lo stillicidio delle microdinamiche della vita di tutti i giorni incastra i due in una dimensione di odio e soffocamento che li rende incapaci di trovare una via d’uscita e che – ancora peggio – avvelena retroattivamente tutto quanto di buono c’era stato prima.

Non c’è scampo. Non vengono concesse attenuanti. Delia e Gaetano sono incapaci di vivere insieme. Ma il dubbio è che siano incapaci di vivere e basta.

Ho detto che è un libro crudele. Ma la parola più adatta è forse impietoso.

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