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Archive for settembre 2018

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Ad un certo punto potrei diventare spoilerosa. Nel caso avviserò in modo chiaramente riconoscibile. Anche se forse in questo caso più che di spoiler si potrebbe parlare di avvertimenti per evitare di andare a impelagarsi in questo film.

Che fregatura colossale.

Lo aspettavo tantissimo ed ero tutto sommato convinta che, trattandosi sempre dell’ambito Conjuring non sarei rimasta delusa.

Ok, gli Annabelle non sono sicuramente al livello dei due Conjuring originari – sono più prevedibili e, in questo senso, più standard rispetto agli elementi canonici coinvolti – però sono comunque dei dignitosissimi horror. Con un trama coerente sia in sé sia in rapporto al quadro generale.

Se Annabelle è un filone di spin-off che ha origine dal primo film, The Nun doveva approfondire le origini della suora demoniaca del secondo – suora che altro non era che il demone Valak in sembianze blasfeme per – così si disse al tempo – minare la fede di Lorraine.

Oltretutto, incidentalmente, in Annabelle Creation – il secondo – viene anche stabilito un collegamento trasversale tra i due spin-off tramite il personaggio di Suor Charlotte.

Detto ciò, The Nun, che pure aveva buone potenzialità – dovute anche solo banalmente al fatto che, visivamente, la suora è proprio ben riuscita – compie un enorme balzo all’indietro in termini di qualità, tanto da non sembrare neanche associabile al filone Conjuirng cui dovrebbe appartenere.

Siamo nel 1952, in Romania. In un’antica abbazia, il suicidio di una suora attira l’attenzione del Vaticano che manda sul posto ad indagare Padre Burke, un prete dalla lunga esperienza in miracoli e simili, e sorella Irene, una giovane novizia in procinto di prendere i voti.

Fin dal loro arrivo, i due capiscono che c’è qualcosa che non va.

Nel paese presso cui sorge l’abbazia, nessuno vuole avere a che fare con quel luogo. I vecchi sputano per scacciare il demonio e nessuno si avvicina. L’unico che può aiutare la ragazza e il prete è un giovane di origine franco-canadese, soprannominato il francese, che si occupa di portare le scorte di cibo al convento. Non a caso, è lui che ha trovato la suora impiccata.

Ora, l’idea di fondo di per sé non ha niente che non va.

C’è il convento che invece di essere luogo di Dio nasconde una forza del male.

Non sarà l’idea dell’anno in quanto a originalità, ma via, ci poteva stare.

Peccato che non ce ne sia una che funziona, intorno a questa idea.

Il panorama complessivo è un tale disastro di elementi sbagliati che non so neanche da che parte cominciare.

Forse dalla sceneggiatura che fa acqua da tutte le parti – cosa che, peraltro, davvero non mi spiego, visto che è di Gary Dauberman, lo stesso degli Annabelle e del nuovo It.

O magri potrei partire dalla totale, completa, disarmante assenza di qualsiasi tentativo di connotazione dei personaggi, che sono piatti, unidimensionali e sciatti. Troppo persino per dire che incarnano dei cliché.

Padre Burke ha il carisma di un copriteiera scolorito, il francese è poco più che una macchietta. Sorella Irene è interpretata dalla brava e bella Taissa Farmiga che tuttavia, pur mettendocela tutta, da sola non basta a far funzionare qualcosa.

Oppure potremmo parlare di come, dal momento dell’arrivo all’abbazia fino alla fine, si assista ad un ininterrotto susseguirsi di situazioni pretestuose, scollegate tra loro e assolutamente sconclusionate.

Troppo jumpscare – ma di per sé sarebbe anche il meno, non fosse che a volte il jumpscare arriva pure sfasato rispetto a quello che sta succedendo. Del tipo che ogni tanto piantano un botto giusto per risvegliarti, nel caso nel frattempo fossi caduto in coma.

Troppe sequenze notturne semi-oniriche e slegate – non è che solo perché si parla di fantasmi e paranormale allora vale tutto e possiamo far succedere cose a cazzo. Porcamerda.

Corridoi e visioni della suora – che a forza di vederla bene e in dettaglio finisce col far paura quanto il summenzionato copriteiera.

Preghiere perpetue, croci rovesciate, fantasmi che aiutano e fantasmi che remano contro.

Battute di dubbio gusto che dovrebbero stemperare una tensione che non si crea neanche per sbaglio.

Il prete espertissimo che, manco a dirlo, porta il fardello del senso di colpa per un esorcismo non riuscito e che, sempre in virtù della suddetta esperienza, si fa gabbare da qualunque cosa circoli nell’abbazia, anche i sorci.

La povera sorella Irene che vaga come una turista guardandosi intorno con infruttoso stupore.

Il tutto

SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER

per convergere verso un finale che ridefinisce il concetto di imbarazzante, con tanto di reliquia usata a mo’ di gadget di Final Fantasy (e già è fare un complimento) e una bella sputazzata di sangue di Cristo (giuro!) in faccia al demone per scacciarlo, guadagnando così il trofeo Peggior Cacciata di Demone della storia del cinema – e anche della storia dei demoni.

Demone che, peraltro, essendo dotato di forze e poteri sovrumani, non trova niente di meglio che tentare di far fuori Taissa a mani nude, cercando di strozzarla e annegarla.

Mah.

Io non è che sia troppo esigente per gli horror. Tutto sommato sono di bocca buona e mi garbano tranquillamente anche prodotti di serie dalla C in giù. Davvero, mentre per altri film posso essere oltremodo una pigna in culo, sugli horror tendo a fagocitare indulgentemente qualsiasi cosa.

Però qui non va. Non ci siamo.

Non c’è una cosa che funzioni. Dalla simbologia cristiana spicciola a tutti i possibili cliché d’ambito demonologico.

Un’accozzaglia disordinata di stereotipi e situazioni da manuale appena abbozzate senza cura né coesione.

Le uniche cose carine che funzionano sono i collegamenti con i vari Conjuring e con Annabelle.

Una grossa delusione e un’occasione proprio buttata via.

Oltre che una grossa fonte di incazzatura.

Pessimo.

Cinematografo & Imdb.

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E’ un periodo strano, questo.

Forse non più di altri, però è strano comunque e lo è per diverse ragioni che non credo di aver voglia di approfondire più di tanto.

E’ un periodo di musica che ritorna da anni a cui non pensavo da molto, di libri in cui cercare risposte, di strade (relativamente) nuove – non metaforicamente, proprio in senso geografico – e silenzi da ascoltare senza avere fretta di capire.

Quando ho parlato di Quello che non so di Lei di Polanski, vedendo che era tratto da un romanzo mi sono subito incuriosita e, date le tematiche e il gioco di piani a metà tra autobiografia e fiction, avevo intravisto la possibilità di una scoperta letteraria molto interessante.

Ad essere precisi avevo subodorato la potenzialità per una fissa letteraria bella e buona.

E così è stato.

Mi sono perdutamente innamorata dei libri di Delphine de Vigan e probabilmente questo non sarà l’unico post a lei dedicato.

Comincio da questo titolo perché è quello alla base del film – che, per inciso, è un’ottima trasposizione. Parentesi. E’ la seconda volta in due settimane che parlo di una trasposizione messa su schermo da Polanski. Non ci avevo fatto caso fino a questo momento. Chiusa parentesi.

Dicevo. Da una storia vera.

Non so bene come rendere l’idea di cosa effettivamente è questo libro.

Prima accennavo alla commistione tra invenzione e autobiografia ma questa è solo la classica punta dell’iceberg.

C’è la realtà.

Delphine parla in prima persona e parte da una serie di elementi della sua vita reale. In particolare, parte dal suo ultimo romanzo in cui ha raccontato la storia della sua famiglia e del suicidio di sua madre. Un romanzo che ha avuto conseguenze molto più ampie e pesanti di quelle che si era aspettata. Un romanzo che l’ha prosciugata e che ha sconvolto gli equilibri intorno a lei a causa delle rivelazioni fatte a proposito di persone della sua famiglia.

Delphine parte da se stessa. Dal suo stato d’animo, dal suo vissuto, dalle sue abitudini.

E poi c’è tutto il resto.

C’è L. – che in francese gioca sulla pronuncia elle, sia nome che pronome.

L. che entra piano nella vita di Delphine. Presenza confortante all’inizio. Talmente perfetta da sembrare un dono inaspettato. Amica premurosa. Compagna presente. Confidente affidabile.

L. che c’è sempre. I suoi occhi sono solo e sempre per Delphine.

L. che a poco a poco diventa troppo.

E poi ci sono i libri.

Parlare di scatole cinesi sarebbe banale e riduttivo.

I livelli si moltiplicano in un gioco di specchi in cui la realtà da un lato si perde ma dall’altro prende una forma ancora più forte, reale e concreta.

I riferimenti incrociati sono tantissimi, al punto che è impossibile elencarli tutti.

La situazione in cui si trova Delphine è palesemente molto kinghiana – nel filone degli scrittori alle prese con i propri demoni.

All’inizio delle tre sezioni in cui il libro si divide ci sono citazioni da romanzi di Stephen King. Delphine stessa è colta da un blocco dello scrittore simile a quello di Mike Noonan di Mucchio d’ossa – con tanto di vomito nel cestino all’apertura di Word -, è in qualche modo perseguitata da se stessa come Thad Beaumont ne La metà oscura, è incastrata nella fama portata dall’ultimo romanzo e nell’influenza di L. come Paul Sheldon è inchiodato in casa di Misery, la sua fan numero uno.

E mentre Delphine riflette e discute dello scrivere storie che è come far riemergere fossili dalla terra (sempre King), disquisisce dell’opportunità o meno dell’autobiografia e del grado di verità che lo scrittore deve (o non deve) al suo pubblico, i confini tra storie reali e storie inventate diventano sempre più vaghi e confusi.

Le citazioni e riferimenti ad altri libri e anche a svariati film sono molteplici, sia in termini di richiamo esplicito sia sotto forma di ulteriori aneddoti che entrano così a far parte della vicenda di Delphine e di L. e riproducono a loro volta altre storie narrate.

Ma allora cos’è reale? Cos’è tratto da una storia vera?

Fino a che punto la verità è tale?

E fino a che punto L. può continuare ad occupare spazio nella vita di Delphine prima che lei scompaia del tutto, soffocata da così tanta attenzione?

Da una storia vera è un capolavoro.

Caustico nel puntare il dito contro la morbosità voyeuristica – tanto di moda adesso – che ruota attorno allo specificare se gli eventi narrati siano o meno tratti da una storia vera, questo libro è una perfetta operazione di depistaggio.

La scrittura di Delphine ti risucchia e ti inchioda alle pagine alla ricerca di tracce che sembrano evidenti ma non conducono mai dove ci si aspetta.

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Altra cosetta che sembra decisamente interessante in uscita questa settimana, il 27 settembre.

Ok, forse la smetto di lamentarmi che non esce niente.

Forse.

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Atteso, controverso, osteggiato, mitizzato.

Insomma, tutto da standard Terry Gilliam che riprende e finalmente realizza il suo vecchio progetto – il cui fallimento è stato il soggetto di Lost in La Mancha del 2002.

In uscita questa settimana, il 27 settembre.

E poi speriamo che il panorama si vivacizzi un po’ perché son tre settimane che le uscite interessanti scarseggiano.

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Da The Blue Hour, ottavo album degli Suede, in uscita oggi.

 

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Aspettando di riuscire ad andare a vedere The Nun – che esce oggi nelle sale –  mi sono rivista questo secondo capitolo dedicato alla beneamata Annabelle, la bambola posseduta da un’entità demoniaca custodita in una teca del museo dei coniugi Warren.

Se le vicende che compaiono a margine di The Conjuring rientrano ancora tra quelle ispirate a fatti realmente accaduti, per i due film dedicati ad Annabelle, benché sempre appartenenti all’universo di Conjuring e prodotti – anche se non diretti – dall’ottimo James Wan, questa dicitura scompare.

In effetti non so se si sappia da dove arriva la vera Annabelle.

Comunque.

Facciamo ancora un passo indietro rispetto ai fatti raccontati nel primo Annabelle e ci imbattiamo in Samuel Mullins, rinomato fabbricante di bambole. Nella sua casa in mezzo ai campi, Mullins crea modelli unici e ricercati di bambole e conduce una vita serena con sua moglie Esther e la piccola figlioletta Bee.

Come spesso accade in questi casi, è un incidente a spezzare l’armonia e la piccola Bee viene investita da una macchina.

Dodici anni più tardi ritroviamo Samuel nella casa semi deserta, Esther relegata in una camera a seguito – dice Samuel – di un brutto incidente e di una malattia cronica e la casa pulita e preparata per accogliere Suor Charlotte e un gruppo di bambine orfane.

Sono passati tanti anni ormai dalla morte di Bee e ospitare le ragazze sembra ai coniugi Mullins una buona opportunità per ricominciare e per lasciarsi il passato finalmente alle spalle.

Le ragazze hanno tutta la casa per loro. Come da tradizione, c’è però una stanza che deve rimanere chiusa – la vecchia stanza di Bee – e che, guarda un po’, vuole essere aperta.

Janice e Linda, le più piccole del gruppo di Suor Charlotte, sono le prime a venire in contatto con le stranezze di quella stanza. In particolare Janice, la più debole a causa dei segni della polio, viene presa di mira da qualcosa che sembra il fantasma della bambina e comincia a vedere cose strane legate alla bambola che ha trovato rinchiusa nel ripostiglio della stanza.

David F. Sandberg – già regista dell’ottimo Lights Out – costruisce un buon prequel per la celebre bambola e mette insieme un horror forse un po’ più canonico rispetto al resto della famiglia Conjuring ma comunque di buon livello.

La linea evolutiva della storia è piuttosto prevedibile e gli espedienti e gli effetti orrorifici non sono originalissimi ma la tensione si crea fin da subito e si salta diverse volte sulla poltrona.

Annabelle continua a far paura. Sia lei che ciò che la infesta continuano ad essere profondamente disturbanti, in particolar modo sullo sfondo della straziante elaborazione del lutto dei coniugi Mullins.

Anthony La Paglia e Miranda Otto sono i Mullins mentre nel ruolo di Linda c’è Lulu Wilson, la bambina inquietante di Ouija – Le origini del male.

La figura di Suor Charlotte serve un po’ da collegamento trasversale con la figura della suora demoniaca di Conjuring 2 e dell’imminente The Nun – anche se l’effetto olografico delle foto è piuttosto pessimo e forse si sarebbe potuto evitare.

Buono il ricongiungimento della trama con il capitolo successivo.

Piccolo cameo di una bambola dalle fattezze della vera Annabelle verso il finale.

Cinematografo & Imdb.

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