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Archive for the ‘A. Rohrwacher’ Category

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Personal Affairs. Regia di Maha Haj. Israele. Sezione Festa Mobile.

Nazareth. Marito e moglie, già di una certa età, pensionati. Una quotidianità domestica lenta, monotona, stanca e al tempo stesso carica di tutte quelle piccole tensioni sedimentate in anni di incomprensioni, fraintendimenti, o anche solo di abitudine.

Tre figli, due maschi e una femmina, tutti ormai grandi e presi dalle loro esistenze. Uno in Svezia, due a Ramallah.

Piccole storie personali, domestiche, quotidiane che si intrecciano a formare il quadro di una commedia leggera, intelligente, che non dimentica la realtà di conflitto in cui è ambientata, ma che in qualche modo la ridimensiona, mettendo al centro le piccole, singole, normali esistenze.

Un balletto tra limiti e confini, siano essi politici o emotivi.

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La mécanique de l’ombre. Regia di Thomas Kruithof. Belgio. In concorso.

Un ex contabile disoccupato e con problemi di alcolismo alle spalle (François Cluzet) finisce coinvolto nelle attività poco chiare di una società che si occupa di intercettazioni e rimane incastrato in un pericoloso intrigo politico.

Niente e nessuno è più immune dal sospetto. Più il protagonista cerca di uscirne e più le proporzioni del complotto si rivelano enormi e le conseguenze inesorabili.

Un buon thriller fantapolitico dal ritmo sempre più incalzante e dalle atmosfere soffocanti e paranoiche.

Ruolo minore anche per Alba Rohrwacher.

 

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Go Home. Regia di Jihane Chouaib. Francia/Svizzera/Belgio/Libano. Sezione TorinoFilmLab.

Quando Nadia (una bravissima e bellissima Golshifeth Farahani) decide di ritornare in patria, in Libano, nel paese dove ha trascorso la sua infanzia, ad attenderla non trova la terra familiare che ricordava. Trova una casa disabitata e vandalizzata. Trova un paese chiuso e ostile. Trova il fantasma di un ricordo che non coincide con l’immagine mitizzata che porta con sé fin da quando è bambina.

Cos’è successo realmente a suo nonno? Perché il nome della sua famiglia è odiato? Cos’è che tutti sanno ma di cui nessuno vuol parlare?

Nadia si ostina a scavare. Vuole capire. Vuole vendicare, anche se non sa nemmeno lei bene chi ho che cosa. Rivuole la sua terra, la sua casa, i suoi ricordi.

Il tono della narrazione è prevalentemente personale. La dimensione privata, quotidiana. La guerra ‘grande’, la situazione politica sono quasi del tutto assenti ma non per questo manca la dimensione dello scontro. Uno scontro in scala ridotta, tra il paese e la famiglia di Nadia. Tra Nadia e suo padre, che dal Libano è fuggito e non vuole saperne più nulla. Tra Nadia e se stessa, perché ad un certo punto non si può più fidare neanche dei suoi ricordi.

Bello, delicato, coinvolgente riesce a rendere bene la natura universale di certe dinamiche di conflitto, profondamente radicate nella natura umana, indipendentemente dal contesto.

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Più ci penso e meno mi piace, questo Hungry Hearts.

Nonostante la mia radicata diffidenza verso il cinema italiano – quanto meno quello contemporaneo – sono andata a vederlo tutto sommato speranzosa, forte della buona accoglienza di critica e di pubblico a Venezia e delle due coppe Volpi ad Alba Rohrwacher (che normalmente mi piace molto) e ad Adam Driver.

E poi non ero neanche particolarmente ostile a Saverio Costanzo. Di suo avevo visto solo La solitudine dei numeri primi  che è vero, non mi era piaciuto, ma perché non mi era piaciuta la storia e non avevo alcuna simpatia per il libro di partenza.  Lo avevo trovato comunque buono come regia e dal punto di vista della realizzazione. Oltre ad esserci anche lì la brava Alba.

 

Questa volta invece sono rimasta profondamente delusa.

Tratto dal romanzo Il bambino indaco di Marco Franzoso – di cui ho parlato un po’ di tempo fa quiHungry Hearts racconta la storia di una donna e di una madre che sprofonda progressivamente nella sua ossessione per la purezza, nelle sue fobie da contaminazione. Che diventa schiava e vittima di questa ossessione al punto di non rendersi conto di mettere a repentaglio la vita di suo figlio. E racconta la storia di un padre e compagno che assiste quasi impotente a questo sprofondare. Che cerca come può di trattenere e salvare almeno suo figlio, nel momento in cui si rende conto che per la moglie probabilmente non può fare nulla. Che combatte contro una malattia invisibile e indimostrabile, senza altro supporto che quello di sua madre, in mezzo a legami assenti e autorità cieche e impotenti.

O almeno. Questo è quello che dovrebbe raccontare.

Perché vedevo scorrere queste immagini e continuavo a riempire i silenzi con quello che sapevo della storia avendolo letto nel libro.

Ho avuto, nettissima, l’impressione che, se non avessi letto prima il libro, avrei trovato il film sostanzialmente vuoto. E la persona che era con me, che il libro non lo aveva letto, ha confermato questa mia sensazione.

Tanti silenzi, tante inquadrature lunghe, musica classica e violoncello in sottofondo. Un non detto ingombrante che incombe su tutto con il suo peso insostenibile. Ok, facciamo cinema introspettivo, va bene, l’attenzione all’introspezione ci sta, dal momento che l’origine del dramma è sostanzialmente psicologica. Però un po’ di storia la vogliamo raccontare?

Costanzo fa rabbia perché spreca una storia buona e la riduce a poco più che niente.

Nel libro il personaggio di lei è complesso e si evolve (anche se più che di evoluzione sarebbe corretto parlare di involuzione) in modo graduale ed evidente. Si può percepire il suo progressivo rimanere sommersa dalle sue ossessioni. Lo si vede nel lento cambiare del comportamento quotidiano. Lo si legge nei dialoghi. In tante piccole cose concrete.

Qui di concreto non c’è quasi nulla. Sì, si capisce che lei non dà da mangiare al bambino, ma non viene mai articolato nulla di quelle che lei crede essere delle motivazioni.

E poi non si evolve. Tolta la scena iniziale del gabinetto (che peraltro nel libro non c’è e che avrebbe avuto senso se ne fosse stato in qualche modo sviluppato il significato implicito relativo al rapporto distorto e disfunzionale di lei con la fisicità, cosa che invece non succede), Mina sembra avere qualcosa che non va fin da subito. Sembra, se non proprio squilibrata dall’inizio, quanto meno sempre stralunata, distante in un modo che all’inizio è fuori luogo o comunque rende fuori luogo la normalità di Jude creando una disarmonia di comportamenti che appiattisce i personaggi invece di caratterizzarli.

Si ha una narrazione sostanzialmente ellittica.

Ci sono un po’ di frasi ad effetto piazzate lì giusto per far capire dove si va a parare ma non c’è uno sviluppo organico della vicenda. Tutti quei passaggi che, man mano che venivano raccontati, nel libro, gelavano il sangue. Quando Mina/Isabel smette di ingerire cibi solidi. Quando si ingozza per i colloqui con gli assistenti sociali per poi precipitarsi a vomitare una volta a casa.

La lucidità che mantiene sempre nella sua follia e che qui manca del tutto, rendendola una specie di fantasma allucinato – complice anche l’aspetto trasandato e forzatamente fuori posto nell’inverno newyorkese.

E anche qui. Che bisogno c’era di spostare tutto a New York?

Nel libro era interessante anche la parte di sviluppo burocratico legale della vicenda. L’ottusità e l’inutilità delle istituzioni che, in modo terribilmente plausibile, assistono allo svolgersi di una tragedia annunciata. Nel film anche questa parte risulta appena abbozzata, lontana e ovattata come tutto il resto.

Anche l’aspetto più tecnico lascia perplessi.

Ad un certo punto si ha una lunga sequenza girata tutta con il fish-eye che ha (fin troppo) palesemente l’intento di a) far sembrare innaturalmente più magri i protagonisti senza averli realmente fatti dimagrire (che sennò fa troppo mainstream) e b) rappresentare la realtà distorta in cui vivono ma che, di fatto, oltre ad essere visivamente fastidiosa, risulta una scelta forzata, scontata e stucchevole.

La Rohrwacher e Driver sono effettivamente bravi, per carità, ma questo non salva il film. Gestiscono bene il materiale che è stato loro fornito, il problema è che il materiale è scadente.

Non mi è piaciuta invece Roberta Maxwell nei panni della madre. Oltre all’appiattimento dei personaggi che coinvolge anche lei (nel libro è un personaggio forte e importantissimo e non solo per quello che fa), qui abbiamo anche una recitazione piuttosto sciatta.

La colonna sonora volutamente lenta e classicheggiante, a lungo andare risulta molesta.

Uniche variazioni, Tu si ‘na cosa grande di Modugno, che va a coronare il cliché italiana a New York, (che se ne sentiva proprio la necessità, oh sì) e una ladrata colossale che è What a feelin’ di Irene Cara. Sì, non è una somiglianza, è proprio la colonna sonora di Flashdance. Io non ci potevo credere. Oltretutto arriva anche abbastanza all’inizio, il che ha contribuito a ridimensionare fin da subito le mie aspettative. Ma come cazzo ti viene in mente? Ma non si fa! E non perché è Flashdance ma perché è un pezzo che semplicemente appartiene ad un altro film. Non è una musica già utilizzata. E’ proprio una parte strutturale di un altro film. E’ scorretto nei confronti dello spettatore. Sa di presa in giro. Una cosa così o la fai in termini di citazione – e non è questo il caso – o ti rendi pateticamente ridicolo.

Niente. Occasione sprecata. Peccato.

Cinematografo & Imdb.

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Riemergo.

E arrivo giusto in tempo per la premiazione della 71a edizione della Mostra del Cinema di Venezia che ho perso completamente, data la mia abitudine di isolarmi praticamente da tutto quando sono via, ma che pare essere stata piuttosto interessante.

Film d’apertura Birdman, di Iñárritu, con Michael Keaton ed Edward Norton. In Italia dovrebbe arrivare l’anno prossimo e già il trailer mi garba parecchio.

Mi ha fatto piacere il premio alla Rohrwacher per Hungry Hearts e, nonostante la mia solita radicata diffidenza per il cinema italiano, credo che lo vedrò. Di Costanzo ho visto solo La solitudine dei numeri primi e, al di là delle mie riserve sulla storia in sé, avevo apprezzato la regia.

Anche per Hungry Hearts si parte da un libro, Il bambino indaco di Marco Franzoso, che non mi dispiacerebbe riuscire a leggere prima di vedere il film, con buona pace dei miei propositi di morigeratezza e di tenermi alla larga per un po’ da librerie e simili per espiare l’arraffamento compulsivo di libri cui ho dato libero sfogo ad agosto.

 

L’elenco dei premi.

 

LEONE D’ORO per il miglior film a:

EN DUVA SATT PÅ EN GREN OCH FUNDERADE PÅ TILLVARON

(A PIGEON SAT ON A BRANCH REFLECTING ON EXISTENCE)

di Roy Andersson (Svezia, Germania, Norvegia, Francia)

 

LEONE D’ARGENTO per la migliore regia a:

Andrej Koncalovskij

peril film BELYE NOCHI POCHTALONA ALEKSEYA TRYAPITSYNA

(THE POSTMAN’S WHITE NIGHTS)

(Russia)

 

GRAN PREMIO DELLA GIURIA a:

THE LOOK OF SILENCE di Joshua Oppenheimer (Danimarca, Finlandia, Indonesia, Norvegia, Regno Unito)

 

COPPA VOLPI

per la migliore interpretazione maschile a:

Adam Driver

nel film HUNGRY HEARTS di Saverio Costanzo (Italia)

 

COPPA VOLPI

per la migliore interpretazione femminile a:

Alba Rohrwacher

nel film HUNGRY HEARTS di Saverio Costanzo (Italia)

 

PREMIO MARCELLO MASTROIANNI

a un giovane attore o attrice emergente a:

Romain Paul

nel film LE DERNIER COUP DE MARTEAU di Alix Delaporte (Francia)

  

PREMIO PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA a:

Rakhshan Banietemad e Farid Mostafavi

per il film GHESSEHA (TALES) di Rakhshan Banietemad (Iran)

 

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA a:

SIVAS di Kaan Müjdeci (Turchia, Germania)

 

LEONE DEL FUTURO – PREMIO VENEZIA OPERA PRIMA (LUIGI DE LAURENTIIS) a:

COURT di Chaitanya Tamhane (India)

ORIZZONTI

 

PREMIO ORIZZONTI PER IL MIGLIOR FILM a:

COURT di Chaitanya Tamhane (India)

 

PREMIO ORIZZONTI PER LA MIGLIORE REGIA a:

Naji Abu Nowar

per THEEB (Giordania, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Regno Unito)

 

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA ORIZZONTI a:

BELLUSCONE. UNA STORIA SICILIANA

di Franco Maresco (Italia)

 

PREMIO ORIZZONTI PER LA MIGLIOR INTERPRETAZIONE

MASCHILE O FEMMINILE a:

Emir Hadžihafizbegovic

nel film TAKVA SU PRAVILA (THESE ARE THE RULES)

di Ognjen Svilicic (Croazia, Francia, Serbia, Macedonia)

 

PREMIO ORIZZONTI PER IL MIGLIOR CORTOMETRAGGIO a:

MARYAM di Sidi Saleh (Indonesia)

 

VENICE SHORT FILM NOMINATION FOR THE EUROPEAN FILM AWARDS 2014 a:

PAT – LEHEM (DAILY BREAD) di Idan Hubel (Israele)

 

PREMIO VENEZIA CLASSICI PER IL MIGLIOR DOCUMENTARIO SUL CINEMA a:

ANIMATA RESISTENZA di Francesco Montagner e Alberto Girotto (Italia)

 

PREMIO VENEZIA CLASSICI PER IL MIGLIOR FILM RESTAURATO a:

UNA GIORNATA PARTICOLARE di Ettore Scola (1977, Italia, Canada)

 

LEONE D’ORO ALLA CARRIERA 2014 a:

Thelma Schoonmaker

Frederick Wiseman

 

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Coerente con quanto dicevo l’altro giorno sui film in tv, ieri sera mi sono lasciata attirare a vedere questo.

E’ il classico caso di film per il quale non avrei mai speso un centesimo né mosso un muscolo per vederlo in sala (cose che effettivamente non ho fatto) fondamentalmente per due motivi e cioè antipatia per il libro d’origine e diffidenza radicata verso il cinema nostrano. E’ pur vero che è comunque un film di cui due anni fa si è parlato fino alla nausea e quindi, visto il costo zero dell’operazione (e soprattutto la possibilità di backup di addormentarmi sul divano) mi sono lanciata nella pericolosa impresa, con il seguente esito.

“Partiamo da un dato che normalmente le recensioni sottovalutano: ‘La solitudine dei numeri primi’ di Saverio Costanzo è un film tecnicamente straordinario. Il livello della fotografia (Fabio Cianchetti) e del montaggio (Francesca Calvetti) è di grande respiro internazionale. L’uso in colonna sonora di brani musicali preesistenti (Goblin, Morricone, la famosa canzone ‘Bette Davis’ Eyes’ di Kim Carnes) avrebbe fatto sbavare, fosse stato un film di Tarantino, gli stessi cinefili integralisti che l’hanno fischiato. (…)” (Alberto Crespi, ‘L’Unità’, 10 settembre 2010)

Vero. Verissimo. Estremamente vero. Non sono una grande fan delle recensioni di Crespi ma qui ci ha preso in pieno.

E’ esattamente il motivo per cui non ho ancora capito se questo film mi è piaciuto o no. Perché da un lato sei lì che ammiri l’estrema delicatezza delle immagini e della ricostruzione degli ambienti anni ’80 e ’90, l’ottima recitazione dei due protagonisti – una volta tanto senza i soliti eccessi di pathos isterico all’italiana – la colonna sonora (davvero, uno dei miei primi commenti mentre guardavo il film è stato ‘ma si sono affittati i Goblin?!’), e dall’altro scuoti la testa con sconsolata disapprovazione di fronte alla storia.

Probabilmente devo prendere il discorso un po’ più da lontano.

Non ho letto il libro di Paolo Giordano (solo il primo capitolo in libreria) e non ho intenzione di leggerlo perché non ho nessuna stima dell’autore, mi ha disturbato tutto l’aspetto commerciale che si è sviluppato intorno ad esso creando l’ennesimo caso editoriale su autore esordiente e per di più la storia non mi piace neanche poi tanto. Mi urta il fatto che in Italia tendenzialmente se vuoi ritenerti ed essere ritenuto serio devi buttarti sul caso umano. E possibilmente farlo nel modo più melodrammatico possibile (vogliamo parlare di Bella Addormentata?! no, in effetti non ne ho nessuna voglia). Ora, non posso dire niente su come il libro sviluppi la storia ma già detta storia in sé è sufficientemente angosciante.

Alice (cheppalle un’altra Alice! Sono perseguitata) e Mattia sono due ragazzi segnati da un evento traumatico che ha marchiato per sempre la loro infanzia compromettendo in modo, pare, definitivo la loro capacità di relazionarsi con il mondo, con gli altri, ma soprattutto la loro capacità di vivere con se stessi. Sono due sistemi chiusi e isolati (diciamolo, l’immagine dei numeri primi è proprio brutta e tirata parecchio per i capelli oltre che banale – senza contare la mia naturale avversione per ciò che è numerico) che per caso si incontrano e si riconoscono come simili. Che poi dal reciproco riconoscimento si riesca a far partire un qualche percorso di riabilitazione alla vita, ai sentimenti, alla normalità dei rapporti interpersonali, è impresa decisamente più complicata.

Di fatto è un buon film su una trama che però, comunque la si rigiri, è troppo ostentatamente melodrammatica. Talmente tanto da non riuscire neanche a deprimerti davvero. Alla fine mi sono resa conto del fatto che stavo continuando a guardarlo non tanto per sapere come andava a finire quanto perché era davvero un piacere la recitazione della Rohrwacher (che nell’ultima parte regala un’interpretazione di altissimo livello che coinvolge non solo i suoi gesti ma la totalità del suo corpo, magrissimo per l’anoressia del personaggio) e di Marinelli (che riesce ad essere espressivo anche quando non fa niente, e non è cosa da poco).

Ecco. Tralasciando i personaggi di contorno dove ci sono dei picchi di sciatteria tipicamente italiani – non so, ma per me la Rossellini non si può sentire – e delle figure davvero troppo grossolanamente stereotipate – il padre di Alice è veramente troppo negativo, al punto da non risultare neanche più umano (e quindi plausibile) – tutti gli attori scelti per interpretare Alice e Mattia nelle diverse fasce d’età sono ottimi. In particolare Arianna Nastro e Vittorio Lomartire che interpretano i due adolescenti sono davvero delle piccole copie del duo Rohrwacher/Marinelli. La scena alla festa, con la richiesta da parte di Alice di toglierle in qualche modo il tatuaggio è bellissima e terribile. E’ di fatto il vero momento dell’incontro ed è costruita in modo tale da essere straripante di significato senza che esso venga in alcun modo ostentato.

Nel complesso pensavo di rimanere delusa e invece devo dire che sono contenta di averlo visto.

Cinematografo & Imdb.

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