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Archive for agosto 2013

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Giuro che non sto istituendo il giorno X-Men e che non ho intenzione di propinare tutta la serie, però davvero, io non capisco perché questo sia stato un flop in sala. E’ decisamente meglio dell’ultimo Wolverine. E non è neanche un mero prequel tematico su un singolo personaggio – voce che invece si era sparsa e che aveva spacciato questo per il monografico su Magneto.

E’ un capitolo della saga in piena regola. E’ vero, si capisce come viene fuori Magneto ma anche tutti gli altri. Xavier, Mystica. Come nasce la scuola. Perché Xavier è sulla sedia a rotelle, perché Magneto porta quel caschetto inguardabile. L’origine di Cerebro. Perché X-Men. Ci sono un sacco di retroscena e sono tutti ben incastrati.

E tutto questo all’interno di una trama ben costruita e comunque autonoma e non esclusivamente funzionale alla formazione dei personaggi.

C’è Kevin Bacon – che, per inciso, sembra davvero che qualche potere ce l’abbia perché è sempre uguale – nei panni del cattivo, mentre i giovani Xavier e Magneto sono interpretati da James McAvoy – piuttosto adatto – e Michael Fassbender – forse persino troppo prestante ma non fuori posto.

Si parte durante la seconda guerra mondiale ma il grosso della vicenda si svolge negli anni Sessanta, in piena guerra fredda, quindi gli schieramenti buoni-cattivi sono quelli classici che di più non si può, però la cosa non disturba perché di fatto rimangono sullo sfondo in funzione della storia.

Mystica è interpretata da Jennifer Lawrence – che devo ancora decidere se sia meglio o peggio della Rebecca Romijn degli altri capitoli – e rimane un personaggio fighissimo, sia esteticamente sia psicologicamente. Anzi, visto il retroscena, ho odiato ancora di più Magneto per quello che succede nel terzo. Chi l’ha visto sa, chi non l’ha visto si fidi.

C’è anche una breve prima comparsa di Wolverine durante il reclutamento di Xavier ed Erik (non ancora Magneto) per conto della Cia.

Erik Lehnsherr: Excuse me, I’m Erik Lehnsherr.

Professor Charles Xavier: Charles Xavier.

Logan: Go fuck yourself.

Cinematografo & Imdb.

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I grandi quesiti esistenziali del mercoledì.

Ma Muscle Museum è una canzone per la quale si può andare in fissa?

Quante volte è ragionevole loopare una canzone?

Sedersi al pc alle dieci di sera con un solo pezzo da scrivere e riuscire ad arrivare alle due senza averlo scritto – come riuscirci?

E’ possibile imbattersi in un live dei Placebo in qualche festival senza guardarlo per intero?

Siamo sicuri che muoversi in un certo modo su un palcoscenico non sia classificabile come istigazione?

E’ in qualche modo dimostrabile che Modern Vampires of the City è stato pensato con il preciso intento di minare ulteriormente le mie finanze?

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Io giuro che ci avevo messo tutta la buona volontà ad essere scettica e diffidente ma ho dovuto arrendermi all’evidenza che è proprio un bell’album. Leggero, equilibrato, curato. Ora devo solo vincere la mia radicata antipatia per Ezra Koenig e per tutte le bimbeminkia che si scatenano ogni volta che viene nominato poi sono a posto.

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In uscita quest’autunno.

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…aka cose che poi uno è contento di tornare a dormire in un bilocale.

Sto cercando di rientrare nello stato d’animo adatto a parlare di questo film ma per dovere di cronaca va detto che sono piuttosto distratta dal ritorno dei Placebo live ieri in Corea e sto esasperando il Tubo, tumblr e qualunque altra cosa mi capiti a tiro in cerca di foto/video/cose.

Ma scusa, allora perché non fai un post sul ritorno dei Placebo e basta?

Uh, guarda chi si sente. Ma non eri in vacanza?

Sono tornata giusto in tempo direi, visto il calo vertiginoso del livello qua sopra.

Sono commossa da tanta gentilezza.

E quindi?

Quindi parlo del film sennò non la smetti più.

In un’America di un futuro non troppo lontano (2022), la disoccupazione è pressoché ridotta a zero, l’economia prospera e la criminalità è sporadica. Il miracolo della società perfetta è stato compiuto dai Nuovi Padri Fondatori con l’introduzione di un rituale molto semplice, lo Sfogo annuale (Purge in originale). Per una notte all’anno tutto è permesso. Qualsiasi reato. Omicidio compreso. Tutto è legale. Niente polizia, niente autorità. Niente ospedali.

Questo il presupposto – di per sé forse non originalissimo, quanto meno a livello concettuale, ma dalle ottime potenzialità.

L’ambientazione specifica.

Famiglie ricche, un quartiere altolocato. Gente che ha abbastanza soldi per non aver bisogno di sfogarsi e per difendersi. Gente che si permette di appoggiare con magnanima condiscendenza la misura adottata dal sistema perché può seguire la notte dello Sfogo su un maxischermo, dietro saracinesche blindate che proteggono le proprie ville.

James Sandin (Ethan Hawke), addirittura, i sistemi di difesa li progetta e li vende. E’ il numero uno nel suo campo, motivo per cui la sua casa è anche tra le più grandi del quartiere. La sua è la classica famiglia americana modello. Bella moglie, una figlia adolescente e problematica, un figlio più piccolo incarnazione del piccolo genio nerd. Tutto perfetto. Tutto pulito. Tutto sicuro.

Finché una serie di eventi imprevisti e (forse) imprevedibili non danno il via ad un crollo a catena di tutte le presunte certezze.

Lo Sfogo non è più solo in tv.

L’evento scatenante è un’iniziativa del ragazzino che apre momentaneamente le barriere della casa per dare rifugio ad uno sconosciuto che chiede aiuto perché inseguito da un branco di giovani assassini in cerca di purificazione. Il branco rivuole la sua preda. Scopre dove si è nascosta e comincia l’assedio della casa.

Se a livello di sceneggiatura alcune cose avrebbero potuto essere migliorate o quanto meno più curate – ci sono un paio di cadute un po’ grossolane sulla faccenda della corrente staccata (ma porca miseria in America hanno generatori per qualsiasi cosa!) e sui movimenti degli aggressori all’interno della casa – dal punto di vista delle dinamiche comportamentali dei personaggi il risultato è davvero eccellente.

Viene reso benissimo il senso di disorientamento provocato dalla situazione in persone che probabilmente in vita loro non hanno mai affrontato niente di più spaventoso di una multa per divieto di sosta. Persone che hanno vissuto in un mondo ovattato, in un certo senso fuori dalla realtà e che di colpo si trovano catapultate in qualcosa che pensavano di aver correttamente inquadrato nei loro schemi mentali ma che nella realtà reale è tutta un’altra storia.

Ci sono certezze che crollano e priorità sballate.

Si assiste a crollo graduale, progressivo e parallelo delle certezze della famiglia Sendin come delle difese della loro casa.

Ci sono comportamenti sbagliati, goffi, irrazionali. C’è la cattiveria immediata legata al puro istinto di sopravvivenza a scapito di tutto e di tutti.

C’è il basso più basso dell’essere umano che viene fuori, anche dove poi si affaccia la possibilità di un atto di coscienza. Di una scelta consapevole oltre l’istinto.

Data una certa situazione, messi in determinate condizioni, gli esseri umani, tutti, indistintamente, tirano fuori la Bestia che è in loro. La scelta viene dopo. Se viene. E comunque resta il momento in cui la Bestia è uscita. E il fatto che si dovrà convivere con il ricordo di quel momento. Con la consapevolezza di essere stati in grado di fare ciò di cui non ci si sarebbe mai ritenuti capaci.

In questo La notte del giudizio è fatto veramente bene.

Poi ci sono anche tutta una serie di aspetti più standard che comunque sono ben gestiti. E’ vero che il gruppo di ragazzi ricchi in cerca di Sfogo ricorda tantissimo i drughi di Arancia Meccanica ma non escluderei che la cosa sia esplicitamente cercata. E comunque le maschere che indossano sono parecchio inquietanti.

Le dinamiche di intrusione in casa e le sequenze di caccia al buio sono discretamente adrenaliniche e un paio di accidenti come si deve me li sono presa.

Enorme quantità di riferimenti alle idiosincrasie e alle turbe sociopatiche tipicamente americane – l’America è effettivamente l’unico posto dove una cosa del genere risulti se non possibile quanto meno plausibile. Le contraddizioni, la fondamentale ipocrisia di fondo di un sistema portato fino ai suoi paradossali estremi.

Da vedere. Avevo qualche timore in quanto ennesimo film low-budget con aspirazione ad essere un cult, ma merita davvero.

Regia di James DeMonaco.

Cinematografo & Imdb.

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Rimango perplessa. Diciamo che mi aspettavo qualcosa di più. Qualcosa di meglio. Se non altro perché dopo il completo flop del prequel dedicato a Magneto e Xavier – l’unico che devo ancora vedere e che ho giusto recuperato la scorsa settimana – qui si punta di nuovo tutto sul personaggio più figo della serie. Un po’ come dire, si va sul sicuro.

In realtà il risultato delude per diversi motivi.

E’ un film di transizione. Fondamentalmente serve solo a far saltare di nuovo fuori Wolverine e a preparare il terreno per X-Men – Giorni di un futuro passato in programma per il 2014. E in effetti la cosa più interessante di tutto il film si è rivelato il bonus post titoli di coda che apre al capitolo successivo. E si ha la netta impressione che voglia dire – neanche poi troppo velatamente – bene ci siamo tolti la parte noiosa di spiegazione su come Wolverine ritorna, adesso possiamo di nuovo parlare degli X-Men.

Ecco, un altro aspetto un po’ discutibile è proprio che non sembra un film della serie X-Men, e non tanto perché ruota tutto intorno a Wolverine – anche nel prequel a lui dedicato era così – quanto piuttosto perché viene quasi cancellata la nozione di X-Men sullo sfondo. E’ come se W. venisse ridotto alla stregua di un qualsiasi supereroe al quale viene ovviamente contrapposto un cattivo anche lui dotato di qualche strano potere, perché così vuole la tradizione, ma niente di più. Non si fa quasi cenno alla condizione dei mutanti né ad un contesto più ampio di alcun tipo.

Se da un punto di vista prettamente di regia (J. Mangold) non si possono individuare grosse pecche stilistiche, è invece impossibile ignorare una discreta serie di buchi di sceneggiatura nei quali si rischia di venire risucchiati. La struttura della trama di per sé è abbastanza deboluccia e – cosa che per me è anche peggio – mancano parecchie spiegazioni. Mancano passaggi logici. Le cose succedono a volte senza nemmeno un tentativo di giustificazione – una per tutte la faccenda dell’adamantio nello scheletro di Wolverine: con tutto quel che si era speso a spiegare la complessità e la drammaticità dell’operazione di fissaggio, qui viene trattato come una qualsiasi sostanza in circolazione nel sangue di W., con conseguenti maldestri tentativi di estrazione e passaggio. Non dico oltre per non spoilerare.

Poi per carità, quello che succede si capisce comunque, ma resta un senso di assoluta arbitrarietà che non ti fa mai entrare del tutto nella storia.

Oltretutto, timido tentativo di ricollegare le fila ai capitoli precedenti con l’impiego della visione onirica di Jean e dei sogni concentrici.

Quasi prevedibilmente figo il personaggio di Viper mentre secondo me il migliore resta quello di Yukio. Fanciulla di turno non tra le più significative e Hugh Jackman che stavolta è davvero troppo grosso e mostra palesi segni di invecchiamento.

Nel complesso non posso dire che sia proprio un brutto film, ma di sicuro fino ad oggi è il più deludente della serie (tolto il capitolo iniziale, sul quale però non nutro grandissime speranze comunque).

Cinematografo & Imdb.

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