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Archive for the ‘D. Boyle’ Category

Il nuovo film di Danny Boyle.

Data di uscita italiana ancora da definirsi, anche se parrebbe settembre.

 

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Ok. Parliamone.

Finora non avevo avuto il coraggio di guardare questo trailer.

Ci ho messo un po’ a metabolizzare l’idea di un seguito di Trainspotting e ne ero piuttosto terrorizzata – oltre ad essere infastidita dalla sigla T2 perché, come chiunque nato negli anni Ottanta potrà confermare, T2, fino a prova contraria indica Terminator 2.

Ma lasciamo da parte Schwarzy.

Trainspotting è un mostro sacro e non si può semplicemente fare un seguito. Bisogna approcciare la cosa con la dovuta cautela e soprattutto con il rispetto dovuto ad un pilastro generazionale.

Ora finalmente ho visto il trailer e mi sono decisa a documentarmi e sì, direi che gli darò una possibilità.

Per il fatto che il regista è sempre Boyle, che il cast è quello originale, che il trailer è montato dannatamente bene e che, alla base, in un modo o nell’altro c’è sempre Irvine Welsh. In libreria ho già visto le edizioni di Porno con la fascetta del film ma, non avendo letto il libro, non so dire quanto sia fedele la trasposizione. So che nel film siamo vent’anni dopo mentre nel libro si parla di sette anni dopo, ma niente più di questo.

Nostalgica operazione commerciale? Carenza di idee del buon Danny? Sincero tributo?

Staremo a vedere.

In uscita il 23 febbraio.

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Due (meritate) candidature per Michael Fassbender e Kate Winslet. Un Globe all’attivo per la sceneggiatura di Aaron Sorkin – anch’esso più che meritato.

Tratto – non so fino a che punto liberamente – da Steve Jobs, la biografia uscita nel 2011 e scritta da Walter Isaacson.

Regia di Danny Boyle che si cimenta nel biopic e ne stravolge il canone creando un film visceralmente connesso con quello che ci sta raccontando.

Un film perfettamente in tono con la filosofia Apple perché è un sistema chiuso e non è user friendly.

E questo, se vogliamo, ha una sua logica perversa.

E’ un film faticoso per certi versi, ma non in senso negativo.

Deluderà sicuramente coloro che si aspettavano la classica biografia che accompagna il personaggio da A a B, con caduta e risalita, incertezza ed ascesa in perfetto stile sogno americano.

E deluderà anche coloro che si aspettavano la celebrazione di un mito o la nostalgica rivisitazione dell’evoluzione tecnologica degli ultimi trent’anni.

Il film di Boyle ha una struttura quasi teatrale, dialoghi fittissimi e pochi cambi scena.

Vengono presi tre momenti cruciali. Le tre grandi presentazioni del Macintosh nel 1984, del NeXT nel 1990 e dell’iMac nel 1998. Ma il punto non sono le presentazioni in sé, né il loro esito. E’ il dietro le quinte ad interessare Boyle.

Il backstage delle tre più importanti tappe dell’evoluzione del personaggio e della tecnologia Steve Jobs che diventano momenti di convergenza e confronto. Momenti in cui le questioni irrisolte si fanno pressanti e gli errori del passato tornano a chiedere il conto.

Dialoghi fittissimi, dicevo prima, in una continua commistione di pubblico e privato, tecnico ed emotivo. Un alternarsi frenetico, quasi – volutamente – caotico di persone che in un modo o nell’altro reclamano l’attenzione di Jobs e un accavallarsi di flash back gestiti in modo velocissimo, quasi sincopato, in modo da arrivare quasi a sovrapporre passato e presente, come a voler rendere ancora più stretti e inevitabili i collegamenti tra tutto.

L’idea di focalizzare tutto nei backstage dei momenti cruciali è geniale e penso che renda quella di Sorkin una delle sceneggiature biografiche più intelligenti e originali che abbia visto negli ultimi dieci anni.

Fassbender è fenomenale. E’ il centro di tutto, sempre e comunque. E riesce a dare vita ad un personaggio tutt’altro che facile equilibrando perfettamente gli elementi contrastanti. Un personaggio che crea empatia ma che non è simpatico. Dopo questo film, in effetti, Steve Jobs mi sta ancora più sul culo di prima.

Steve Jobs non viene celebrato incondizionatamente, anzi. Ne viene messa in luce l’indiscussa genialità ma emergono anche, fortissime, enormi contraddizioni e anche molta casualità.

Meravigliosa anche Kate Winslet, nel ruolo di Johanna Hoffman, assistente personale e, sostanzialmente, coscienza di Steve Jobs.

Parte minore anche per Jeff Daniels.

Da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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Zombie-movie o non zombie-movie? Questo è il dilemma. Perché qui non abbiamo esattamente dei morti che ritornano in vita. Qui abbiamo degli infetti. Sì. Anche i morti viventi sono a loro modo infetti – infettati da un virus che li ha uccisi o che comunque rimane latente per poi attivarsi post mortem – ma qui abbiamo dei vivi infetti.

Per la precisione infettati da una forma particolarmente violenta di rabbia che fa sì che perdano il senno e qualsiasi vestigia di umanità e brancolino in giro pencolando e cercando di nutrirsi di carne umana come degli zombie.

Ok. Va bene. E Zombie-movie sia. Per struttura e per connotazione dell’epidemia.
Per essere ancora più pignoli, distopico post apocalisse zombie.

Danny Boyle, reduce dal flop di The Beach, torna e cambia di nuovo genere, con un dichiarato omaggio alla storica trilogia di Romero e, prima ancora, a coloro che già di Romero furono gli ispiratori, non ultimo Matheson di I Am Legend.

A questo aggiunge qualche ammiccamento ad altri esemplari di più recente generazione, come l’immediatamente precedente Resident Evil – il risveglio di Alice nuda in un ospedale deserto nel mezzo di una città ormai svuotata dall’infezione ha in qualche modo fatto scuola, come testimonia il povero Cillian Murphy, anche lui impietosamente ignudo e abbandonato su un lettino ospedaliero (e come non si asterranno dal citare neppure i Walking Dead di Darabont, con la situazione iniziale del personaggio di Rick). E inserisce un antefatto a sfondo sociale che suggerisce l’idea di una valenza simbolicamente antropologica di tutta la faccenda.

Il tutto prende il via da un blitz di animalisti che fanno irruzione in un laboratorio per liberare le scimmie che vengono usate come cavie per la sperimentazione. Le scimmie però sono state infettate dalla rabbia.

Basta un morso. Basta anche meno. Sangue o saliva.

Jim (Cillian Murphy, al tempo pressoché sconosciuto e che io adoro smodatamente dopo Breakfast on Pluto – no, non c’entra un cazzo ma sentivo il bisogno di dirlo) è in coma a seguito di un incidente in motorino. Si sveglia ma nell’ospedale non c’è nessuno. Esce in strada ma non c’è più nessuno da nessuna parte.

Spettacolare la sequenza di Londra deserta, abbandonata e recante i segni della recente epidemia.

La struttura nel complesso è abbastanza canonica.

Primi contatti con gli infetti. Incontro con qualche altro sopravvissuto. Aggregazione. Scappa-ammazza-nasconditi. Sopravvivenza. Ricerca di qualche residuo di civiltà, di un posto verso il quale mettersi in marcia.

Il gruppo è composto da Jim, Selena, Hannah, una ragazzina, e suo padre Frank (il sempre apprezzato Brendan Gleeson).

C’è un messaggio radio. Forse c’è qualcuno che ha una cura. Qualcuno che ha idea di come ricominciare.

Bella l’alternanza di momenti adrenalinici e parentesi di quiete – la scena del supermercato è fighissima.

Poco splatter in generale, con gli infetti sanguinanti sputacchianti ma mai eccessivamente malridotti, e i movimenti a scatti ottenuti con riprese accelerate e sovraesposte. Non che la cosa di per sé sia un pregio – un po’ di splatter in uno zombie-movie mi pare il minimo sindacale – ma ha l’effetto di rendere più efficaci le poche scene effettivamente cruente.

Angosciante e ansiogeno com’è giusto che sia, si rivela anche tutt’altro che banale con la virata dell’ultimo terzo di film. Slittamento. Cambio prospettiva. Non improvviso ma graduale. Strisciante come una consapevolezza, un dubbio che si insinua – chi è il vero nemico? – con un richiamo alla lettura antropologica accennata con l’antefatto e un finale originale e intelligente.

Cinematografo & Imdb.

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kinopoisk.ru

Sembra una triste battuta ma purtroppo è vero. Devo sbrigarmi a parlare di questo film prima di non ricordarmi più niente perché é davvero parecchio incasinato.

Danny Boyle non sbaglia un colpo ormai da anni e ne è consapevole.

Con In Trance abbiamo Boyle all’ennesima potenza.

A parlare della trama non ci provo neanche perché finirei con lo spoilerare e non servirebbe comunque a niente. E non è una critica eh, non è che non ci sia trama, c’è eccome. Solo bisogna vederla per intero perché abbia senso. Serve ogni singolo particolare, ogni singolo momento perché l’immagine d’insieme abbia forma e dimensione.

Posso parlare di quello che c’è.

C’è il furto di un quadro in una casa d’aste. C’è qualcosa che va storto. C’è un quadro da ritrovare e un ricordo perduto. Sepolto.

C’è l’ipnosi. E ci sono persone che uccidono.

Boyle gioca con i piani della memoria in un modo che ricorda il meccanismo dei sogni stratificati di Inception. Ogni realtà viene stravolta da una sua nuova versione finché non è più possibile distinguere che cosa è reale, che cosa è un ricordo, che cosa è un desiderio. Sempre più a fondo. Sempre più incastrati nelle profondità della mente dove niente è veramente perduto, solo molto difficile da trovare.

Boyle orchestra un complicato gioco di specchi in cui tutti si perdono. Dai personaggi agli spettatori.

Esiste un momento preciso in cui si decide la sorte di un film come questo. Un bivio, di fronte al quale può diventare una cazzata o un perfetto esempio di equilibrio. Quel momento c’è stato e ad un certo punto ho temuto il peggio. L’impressione era che ci fossero in ballo davvero troppi elementi per poter sperare che quadrassero tutti.

E invece no. Invece quadrano eccome. Andando in tutt’altra direzione rispetto a quella che era possibile ipotizzare, ma tutto torna. Il quadro si ricompone e viene fuori una realtà che ripaga di tutti i momenti apparentemente slegati.

Ottimo cast, con James McAvoy nei panni del protagonista, Vincent Cassel che fa il cattivo e una Rosario Dawson bellissima come sempre, oltre che ovviamente brava, nel ruolo della psicologa ipnotista.

Il presupposto psicologico alla base di tutto non è particolarmente complesso ma funziona e se togliamo una forse eccessiva facilità con cui viene indotta l’ipnosi, non ci sono grossi scivoloni teorici.

Divieto ai minori di 14 anni sbandierato in modo che mi pareva perfino sospetto, finché il mistero non si è svelato con l’inquadratura di Rosario Dawson senza veli, e non solo. Censura falsa e puritana.

Un gran bel film e un finale ampiamente all’altezza.

Da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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Mi sono accorta che da un po’ di tempo sto vergognosamente trascurando il filone horror con tutte le sue declinazioni annesse. Un po’ perché in sala non c’è praticamente niente di questo genere, e un po’ perché ultimamente non sono più riuscita a seguire niente delle Pallottole d’Argento – qualche settimana fa ho appena fatto in tempo a vedere che stavano dando The Messengers prima di crollare miseramente addormentata. E, per inciso, questo è uno di quelli che dovrò recuperarmi perchè, nonostante la presenza di Kirsten Stewart, sembrava parecchio inquietante – non a caso i registi sono orientali.

Altra considerazione è che nonostante gli zombie siano decisamente il genere di creatura non-morta che amo di meno, ho visto tanti – ma veramente tanti – zombie movie e di alcuni merita davvero parlare.

A voler essere proprio pignoli, 28 Weeks Later tecnicamente non dovrebbe inserirsi tra gli zombie movie dal momento che – come nel suo predecessore – abbiamo degli infetti, non dei morti viventi. Che poi questi infetti tentino di mangiarti esattamente come degli zombie e abbiano in più anche l’upgrade di muoversi velocemente – come già quelli di Resident Evil Extinction – è un altro discorso. Resta però il fatto che la struttura del film è quella classica da contagio zombie, per cui direi che chiudiamo un occhio e lo inseriamo tranquillamente nella categoria.

28 Weeks Later è un film che sicuramente non ha ricevuto la considerazione che merita per il fatto di essere il sequel del film di Boyle, 28 Days Later. E’ stato anzi parecchio snobbato in nome di paragoni e confronti giustificabili fino ad un certo punto e anche un po’ a causa dell’idea, molto diffusa e in parecchi casi anche molto vera, secondo cui il sequel fa schifo a prescindere. Nel caso specifico, ok, il film di Boyle è un’altra cosa – proprio nel senso che rientra nel filone da pandemia con molte dovute riserve – ma la questione si esaurisce qui.

Il film di Fresnadillo – oltre, per inciso, ad avere anche la benedizione di Boyle stesso che mi pare figuri tra i produttori – è davvero un buon film.

L’impostazione è più tradizionale ma la trama non è pretestuosa, anzi, mostra un perfetto equilibrio tra la nuova storia narrata e i tantissimi riferimenti formali che fanno da ponte con il film precedente. Primo fra tutti la musica. Il tema che nel primo accompagnava una delle scene finali più importanti qui viene ripreso in almeno due momenti altrettanto significativi: la sequenza iniziale della fuga di Don –bellissima, da sola vale tutto il film, ha una costruzione di inquadrature fantastica – e la scena dei cecchini. Altra citazione sono per esempio le dita negli occhi con Robert Carlyle che compie – seppur in contesti totalmente diversi – lo stesso gesto di Cillian Murphy, mentre un altro elemento sicuramente di richiamo è l’impiego delle riprese accelerate e spesso sovraesposte per le scene di aggressioni e smembramenti.

L’intento metaforico – anch’esso nella migliore tradizione horror – c’è e nemmeno troppo nascosto, con la situazione dei militari che richiama esplicitamente lo scenario di Baghdad (siamo nel 2007) e la scena in cui viene dato l’ordine di sospendere il bersaglio selettivo e di sparare a tutti che rappresenta il culmine del dramma.

Nel cast spiccano ovviamente Robert Carlyle, meraviglioso nella già citata scena iniziale, e Jeremy Renner, che familiarizza con la tenuta militare in vista del successivo Hurt Locker.

Degna di nota la scena dell’elicottero affetta-zombie. Devo cercare in quali altri film è stata ripresa.

Cinematografo & Imdb.

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Choose Life. Choose a job. Choose a career. Choose a family. Choose a fucking big television, choose washing machines, cars, compact disc players and electrical tin openers. Choose good health, low cholesterol, and dental insurance. Choose fixed interest mortgage repayments. Choose a starter home. Choose your friends. Choose leisurewear and matching luggage. Choose a three-piece suit on hire purchase in a range of fucking fabrics. Choose DIY and wondering who the fuck you are on Sunday morning. Choose sitting on that couch watching mind-numbing, spirit-crushing game shows, stuffing fucking junk food into your mouth. Choose rotting away at the end of it all, pissing your last in a miserable home, nothing more than an embarrassment to the selfish, fucked up brats you spawned to replace yourselves. Choose your future. Choose life… But why would I want to do a thing like that? I chose not to choose life. I chose somethin’ else. And the reasons? There are no reasons. Who needs reasons when you’ve got heroin?

Causa weekend trascorso tra i monti a passeggiare in mezzo ai colori che cambiano e a raccogliere castagne, non ho grandi news cinematografiche o editoriali da proporre. Ergo, ne approfitto per parlare di un film che venerdì sera mi sono trovata quasi per caso a rivedere dopo diversi anni.  

Trainspotting. Danny Boyle. 1996.

Quello che ormai si può dire “un classico”. Per lo meno per la mia generazione.

Ci sono anni destinati a rimanere particolarmente impressi nella memoria. Anni che in qualche modo non riuscirai più a dimenticare, anche se quello che sei diventato non c’entra più niente con chi eri allora.

Resta la domanda. Quanto conta la percezione? Quando si dice che un film, un libro, un disco hanno segnato un periodo, quanto ha a che fare questo con la percezione che di esso ha avuto la generazione in quel momento più ricettiva per gli stimoli forniti dalla produzione artistico/creativa ad essa contemporanea? Domanda oziosa? Forse.

Tanto per dare un’idea del panorama cinematografico, il 1996 è l’anno in cui Baz Luhrmann si cimenta in quel curioso (e secondo me ben riuscito nonostante il binomio un po’ sciatto Di Caprio/Danes) esperimento che è Romeo+Juliet; e’ l’anno di Rodriguez con Dal tramonto all’alba; di Io ballo da sola di Bertolucci (del quale continuo a pensare che l’unica cosa bella di tutto il film sia Liv Tyler); di quel film che personalmente ritengo bruttissimo (non è pigrizia lessicale, è proprio brutto) ma al tempo stesso da vedere che è Crash di Cronenberg; di quel capolavoro di tristezza che è Le onde del destino di Lars von Trier (non il suo più terribile ma sicuramente il suo più crudele); è anche l’anno di Larry Flynt di Milos Forman (il regista di Qualcuno volò sul nido del cuculo e de L’ultimo inquisitore)con tutta l’ondata di astio verso la povera Courtney Love ancora nel mirino di tutti quelli che l’accusavano della morte di Cobain; l’anno di Independence Day con il quale Roland Emmerich scopre il divertimento di distruggere la terra in grande stile (tanto che poi non riuscirà a smettere visti i vari The Day After Tomorrow e 2012); l’anno del primo Mission Impossible, che, anche se nessuno se lo ricorda, era pur sempre di Brian de Palma; l’anno di Woody Allen con Tutti dicono I Love You, non tra i miei preferiti, per la cronaca; di Scream di Wes Craven che un po’ fa sul serio e un po’ si prende in giro da solo ma intanto lancia una specie di nuova moda teen-horror; de La sindrome di Stendhal del nostro Dario Argento; di quel film stucchevole che è Striptease (Andrew Bergman) con Demi Moore, gravato da tutta la pesantezza della cappa di perbenismo moralista degli anni Novanta (un po’ la versione triste dell’attuale Magic Mike che, come livello, non sarà tanto più su ma almeno non pontifica ed è ragionevolmente divertente); l’anno di Alan Parker con Evita; di quella perla indimenticabile che è il Riccardo III di Al Pacino.

In mezzo a tutto questo Danny Boyle se ne esce con la trasposizione cinematografica del primo romanzo dello scozzese Irvine Welsh Trainspotting, del 1993. Diventa subito uno di quei casi in cui ad essere ricordato sarà prevalentemente il film. Uno di quei rari casi (come Fight Club di Fincher) dove la potenza visiva ed emotiva del film è tale da lasciare in secondo piano il libro.

We took morphine, diamorphine, cyclizine, codeine, temazepam, nitrazepam, phenobarbitone, sodium amytal, dextropropo xyphene, methadone, nalbuphine, pethidine, pentazocine, buprenorphine, dextromoramide, chlormethiazole. The streets are a wash with drugs you can have for unhappiness and pain, and we took them all. Fuck it, we would of injected vitimin C if only they’d made it illegal.

Ci sono tutti gli anni Novanta, inquadrati e impacchettati prima ancora di essersi conclusi. Cominciano a radicarsi le idiosincrasie e le nevrosi collettive che saranno amplificate e dominanti del decennio successivo. C’è un’ironia impietosa nel demolire ogni parvenza di credibilità delle strutture sociali e civili. Siano esse istituzionali o legate alla sfera affettiva. C’è un approccio dissacrante e distruttivo. C’è una leggerezza sfacciata e ostentata. Celebrazione e trionfo dell’autodistruzione – ma quale? Quella dell’eroina o quella del finale?

E ovviamente c’è l’Aids. Che andava tanto di moda negli anni Novanta. Capiamoci, non è che voglia sminuire la cosa in sé, ma è un dato di fatto che ogni decennio ha bisogno del suo Spettro da temere e (far finta di) combattere. Negli anni Novanta c’era l’Aids. Anche perché era la novità. Poi, quando non è stata più tale, hanno smesso tutti di parlarne. E non è che sia sparita. Semplicemente i malati di Aids non se li caga più nessuno. Non ci sono neanche più quelli che ti danno la coccardina rossa in giro per strada. Passata di moda. Passati oltre.

E poi c’è tutto l’aspetto grottesco surreale, con alcune scene ormai strafamose, da quella di apertura con Ewan McGregor che corre (con Lust for Life di Iggy Pop come colonna sonora), a quella della peggiore toilet di tutta la Scozia (tralasciando quella terribile di Spud), fino alla galleria di allucinazioni durante la crisi d’astinenza. E il personaggio di Begbie (Robert Carlyle).

C’è anche Irvine Welsh nei panni dello spacciatore Mikey.

You see if you ask me we’re heterosexual by default, not by decision. It’s just a question of who you fancy. It’s all about aesthetics and it’s fuck all to do with morality. But you try telling Begbie that.

Cinematografo & Imdb

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