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Archive for the ‘C. Murphy’ Category

Janet (Kristin Scott Thomas), al culmine di quella che si intuisce una lunga e faticosa carriera politica, ha finalmente raggiunto il suo obiettivo ed è stata nominata ministro della salute del governo ombra inglese.

Prima di prendere ufficialmente il suo incarico, decide di festeggiare l’evento con un piccolo party per gli amici più cari.

C’è il marito, Bill – Timothy Spall; un’amica di vecchissima data, April – Patricia Clarkson – con il compagno, Gottfried – Bruno Ganz. C’è Tom – Cillian Murphy, marito della sua più stretta collaboratrice, Marianne, che li raggiungerà più tardi. E poi ci sono Jinny – Emily Mortimer – e Martha – Cherry Jones, una coppia alle prese  con la fecondazione in vitro.

Se l’atmosfera si avverte tesa fin da subito, densa di polemiche a sfondo politico e rancori legati a malcelati sensi di competizione frustrati, la situazione decisamente precipita quando Bill, inaspettatamente, ruba la scena alla moglie con una rivelazione che lascia tutti di sasso e che cambia radicalmente la prospettiva. Della serata, del loro essere lì insieme ma, soprattutto, di tutte le dinamiche dei rapporti che legano i presenti.

La mia amata Sally Potter (Orlando, 1992) torna con una commedia nerissima, d’impostazione marcatamente teatrale e dai toni caustici e impietosi.

Tra frecciate velenose e piccole gag di coppia alla Woody Allen, va in scena la progressiva caduta delle maschere e la graduale distruzione delle facciate preconfezionate. Svelamento delle ipocrisie, da quelle grandi, che coinvolgono il sistema e il governo, a quelle quotidiane, cui nessuno è immune, meno che mai i rapporti di coppia. Niente si salva, nessuno è sincero. Ogni declinazione di pensiero trova sapiente e simbolica incarnazione in ciascuno dei personaggi e parimenti viene smontata, ridicolizzata e abbandonata a se stessa di fronte alle proprie incoerenze.

70 minuti di bianco e nero – come bianche o nere pretenderebbero d’essere le opinioni dei protagonisti – densissimi di tensione, incredulità e cinico divertimento per un cast eccezionale dal primo all’ultimo membro, con, manco a dirlo, menzione speciale per le due fenomenali prime donne della situazione, Kristin Scott Thomas e un’affascinantissima Patricia Clarkson. Notevole anche l’interpretazione di Cillian Murphy.

Assolutamente da non perdere – per quanto consenta la distribuzione scarsissima nelle sale.

Cinematografo & Imdb.

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Regia di Ron Howard.

Tratto dal libro di Nathaniel Philbrick, In the Heart of the Sea: The Tragedy of the Whaleship Essex, pubblicato nel 2000 e a sua volta basato sulle testimonianze dirette scritte da Thomas Nickerson e Owen Chase, rispettivamente marinaio e primo ufficiale sulla Essex e tra i pochi superstiti tratti in salvo nel febbraio del 1821.

Da queste stesse vicende Herman Melville trasse ispirazione per il suo Moby Dick (1851).

E il film comincia proprio con un giovane Melville (Ben Whishaw) che cerca di comprare a Thomas Nickerson (Brendan Gleeson), ormai anziano, il racconto della vera storia del naufragio dell’Essex, al tempo un caso di cronaca che ebbe una discreta risonanza. Tre mesi di paga per una notte di racconto. E per la verità.

Nickerson inizialmente rifiuta. Non ha mai parlato a nessuno di quello che accadde veramente né di come fecero a sopravvivere coloro che furono salvati.

La baleniera Essex salpò da Nantucket il 12 agosto 1819.

Dopo più di un anno di navigazione, la scarsità di barili d’olio spinse l’equipaggio ad avventurarsi al largo del Pacifico dove trovarono i capodogli ma trovarono anche un enorme esemplare maschio di balena che si scagliò contro la nave provocandone l’affondamento.

Siamo nel novembre del 1820.

I pochissimi naufraghi sopravvissuti vennero salvati il 18 febbraio 1821.

Tre mesi di naufragio in cui gli uomini dovettero affrontare l’impossibile. Si spinsero al limite e poi oltre. Fecero le scelte che furono costretti a fare e, i pochi che ne uscirono, furono condannati a conviverci per il resto della loro esistenza.

La storia che Nickerson racconta è la storia delle tenebre chiuse nei ricordi inesprimibili di un sopravvissuto. Del distorto senso di colpa che è insito nella condizione di sopravvivenza. Dell’abisso di orrore in cui non si può guardare senza rimanere segnati per sempre.

E poco importa la razionalità. Poco importa sapere che non avrebbe potuto essere diversamente. Rimane un fondo di oscurità che non potrà più essere rischiarato.

Uomini che pagano il prezzo di essersi spinti troppo oltre.

Non è forse una storia eterna?

In the Heart of the Sea è buon film.

Non ne sono uscita esaltata, quello no. Ma è un buon film.

Avventura, azione, un ritmo veloce e poche elucubrazioni. Poco eroismo gratuito, anche. Il che è molto gradito.

Chris Hemsworth è apprezzabilmente sobrio nella sua recitazione e, benché sia alto grosso e biondo non fa la parte scontata dell’eroe figo di turno.

In generale, tutto il cast è molto sobrio e la recitazione non lascia spazio a eccessi di sentimentalismi in nessuna direzione.

E’ un film coinvolgente, che fa il suo mestiere e ti tiene col fiato sospeso. E che ti fa anche venir voglia di approfondire la storia vera dietro la ricostruzione.

Ottima la coppia Gleeson-Whishaw. Parte relativamente minore per Cillian Murphy.

Cinematografo & Imdb.

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Zombie-movie o non zombie-movie? Questo è il dilemma. Perché qui non abbiamo esattamente dei morti che ritornano in vita. Qui abbiamo degli infetti. Sì. Anche i morti viventi sono a loro modo infetti – infettati da un virus che li ha uccisi o che comunque rimane latente per poi attivarsi post mortem – ma qui abbiamo dei vivi infetti.

Per la precisione infettati da una forma particolarmente violenta di rabbia che fa sì che perdano il senno e qualsiasi vestigia di umanità e brancolino in giro pencolando e cercando di nutrirsi di carne umana come degli zombie.

Ok. Va bene. E Zombie-movie sia. Per struttura e per connotazione dell’epidemia.
Per essere ancora più pignoli, distopico post apocalisse zombie.

Danny Boyle, reduce dal flop di The Beach, torna e cambia di nuovo genere, con un dichiarato omaggio alla storica trilogia di Romero e, prima ancora, a coloro che già di Romero furono gli ispiratori, non ultimo Matheson di I Am Legend.

A questo aggiunge qualche ammiccamento ad altri esemplari di più recente generazione, come l’immediatamente precedente Resident Evil – il risveglio di Alice nuda in un ospedale deserto nel mezzo di una città ormai svuotata dall’infezione ha in qualche modo fatto scuola, come testimonia il povero Cillian Murphy, anche lui impietosamente ignudo e abbandonato su un lettino ospedaliero (e come non si asterranno dal citare neppure i Walking Dead di Darabont, con la situazione iniziale del personaggio di Rick). E inserisce un antefatto a sfondo sociale che suggerisce l’idea di una valenza simbolicamente antropologica di tutta la faccenda.

Il tutto prende il via da un blitz di animalisti che fanno irruzione in un laboratorio per liberare le scimmie che vengono usate come cavie per la sperimentazione. Le scimmie però sono state infettate dalla rabbia.

Basta un morso. Basta anche meno. Sangue o saliva.

Jim (Cillian Murphy, al tempo pressoché sconosciuto e che io adoro smodatamente dopo Breakfast on Pluto – no, non c’entra un cazzo ma sentivo il bisogno di dirlo) è in coma a seguito di un incidente in motorino. Si sveglia ma nell’ospedale non c’è nessuno. Esce in strada ma non c’è più nessuno da nessuna parte.

Spettacolare la sequenza di Londra deserta, abbandonata e recante i segni della recente epidemia.

La struttura nel complesso è abbastanza canonica.

Primi contatti con gli infetti. Incontro con qualche altro sopravvissuto. Aggregazione. Scappa-ammazza-nasconditi. Sopravvivenza. Ricerca di qualche residuo di civiltà, di un posto verso il quale mettersi in marcia.

Il gruppo è composto da Jim, Selena, Hannah, una ragazzina, e suo padre Frank (il sempre apprezzato Brendan Gleeson).

C’è un messaggio radio. Forse c’è qualcuno che ha una cura. Qualcuno che ha idea di come ricominciare.

Bella l’alternanza di momenti adrenalinici e parentesi di quiete – la scena del supermercato è fighissima.

Poco splatter in generale, con gli infetti sanguinanti sputacchianti ma mai eccessivamente malridotti, e i movimenti a scatti ottenuti con riprese accelerate e sovraesposte. Non che la cosa di per sé sia un pregio – un po’ di splatter in uno zombie-movie mi pare il minimo sindacale – ma ha l’effetto di rendere più efficaci le poche scene effettivamente cruente.

Angosciante e ansiogeno com’è giusto che sia, si rivela anche tutt’altro che banale con la virata dell’ultimo terzo di film. Slittamento. Cambio prospettiva. Non improvviso ma graduale. Strisciante come una consapevolezza, un dubbio che si insinua – chi è il vero nemico? – con un richiamo alla lettura antropologica accennata con l’antefatto e un finale originale e intelligente.

Cinematografo & Imdb.

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Io e la programmazione dei post. Due universi incompatibili. Sembra che lo faccia apposta per darmi sui nervi da sola. Appena metto giù una scaletta – coerentemente con le mie tendenze listomani – mi viene in mente che assolutamente devo parlare di qualcos’altro.

La realtà è anche che ho un sacco di film e libri arretrati sui quali ho esigenza di esprimermi e rischio di perdermi dei pezzi.

Ergo, quale modo migliore per fare un po’ d’ordine che non continuare a cazzeggiare parlando d’altro?

Oh, Voce. Non ti si sentiva da prima di partire…

Devo dedurre che ti sono mancata?

Io non ho detto niente di vagamente assimilabile a questo concetto.

Noto con piacere che il tuo carattere amabile non è migliorato neanche oltreoceano.

Che vuoi mai, faccio il possibile per non deluderti.

Senti, ma cosa ci fai sveglia a quest’ora?

Sto ancora smaltendo il fuso orario. Così posso darti il mio parere anche sui post che scrivi alle tre di notte. Contenta?

Che culo. E nel caso specifico?

Non so ancora di cosa vuoi parlare…

Perché la locandina non si capisce?

Sì, ecco, adesso puoi anche liquidarmi dicendo di andarmi a vedere il film per conto mio e il post è bell’e concluso…

Uh ma che noiosa. Allora, se stai zitta un attimo ti dico.

Probabilmente non sarò né la prima né l’ultima a dirlo ma, per certi versi, Trascendence sembra la versione maschile di Her. Almeno ad un livello superficiale.

L’Intelligenza Artificiale. L’ultima frontiera della ricerca tecnologica e informatica. L’ultima barriera da abbattere.

Will ed Evelyn Caster sono due brillanti ricercatori, una coppia perfetta, affiatata nella vita e nel lavoro. Will, in particolare, è uno dei massimi esponenti nel suo campo. Un genio. La sua teoria sull’eventuale sviluppo di una vera intelligenza artificiale presuppone il passaggio ad un livello altro, infinitamente superiore alla totalità di tutto l’intelletto umano. Un qualcosa che trascenderebbe, appunto, il concetto stesso di intelligenza umana.

Per la sua posizione di spicco, Will si trova nel mirino di un’organizzazione terroristica antitecnologica che, nel tentativo di eliminarlo, gli fornisce invece l’occasione ideale per sperimentare in prima persona un livello successivo di sviluppo del suo programma. Di colpo si trova di fronte a quella trascendenza che finora aveva soltanto teorizzato.

Evelyn lo accompagna e lo segue. Ostinatamente. Disperatamente.

Sorda ai dubbi – legittimi – che Max, amico e collega, cerca di farle prendere in considerazione. Cieca di fronte alle conseguenze, sempre più evidenti.

Non posso dire molto altro sulla trama senza cascare in qualche spoiler quindi mi fermo qui.

Il contrasto è quello classico tra uomo e macchina, dove l’uomo impiega tutte le sue energie per infondere nella macchina quanta più umanità possibile, cercando di riprodurre emozioni e coscienza, oltre che mera logica, finché non perde il controllo della propria creatura.

Il collegamento con Her c’è per quanto riguarda il rapporto morboso che Evelyn sviluppa con la versione virtuale di Will. Gli scorci di distorta quotidianità domestica tra i due.

Per il resto, la trama è costruita discretamente, senza eccessive pretese e il ritmo forse non è troppo incalzante ma procede senza intoppi.

Cast decisamente un po’ sovradimensionato rispetto al materiale. Johnny Depp (che per fortuna ha avuto il buon senso di dimagrire un po’ rispetto a Tourist) nei panni di Will, e poi Paul Bettany (Max), Morgan Freeman, Cillian Murphy e Rebecca Hall (che non sono sicura che mi piaccia ma pazienza).

Bella la scena iniziale, senza elettricità, con portatili e cellulari ormai ridotti ad inutili pezzi di plastica. Io avrei insistito anche un po’ di più sulle connotazioni distopiche.

Forse un po’ stucchevole la parte relativa al legame tra Will ed Evelyn e forse anche un po’ troppo affrettato il finale, anche se non manca di coerenza.

Niente di particolarmente eclatante ma si guarda comunque volentieri.

Cinematografo & Imdb.

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TRANSCENDENCE

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