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Archive for the ‘A. Exarchopoulos’ Category

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Non riesco a decidere come affrontare questo film. Non sono sicura di riuscire a parlarne senza spoilerare troppo del finale. Che poi per carità, non è che anche saperlo vada a rovinare nulla, ma mi rendo conto che, personalmente, preferisco sempre evitare le anticipazioni. Vabbè, io comincio, se poi mi scappa uno spoiler lo scrivo grosso in stampatello così chi vuole si ferma.

La vita di Adele mi è piaciuto, anche se non da subito. Ho dovuto arrivare veramente alla fine per dirlo con certezza perché, mentre lo vedevo, continuavo a prendere mentalmente nota di tutta una serie di elementi che avrebbero potuto sensibilmente mutare il mio giudizio a seconda di come fossero stati gestiti.

Mi rimangono delle perplessità, quelle sì e ci sono comunque un paio di aspetti che continuano a non convincermi, però nel complesso ne sono rimasta molto molto soddisfatta.

La vita di Adele non è un film perfetto. Però è un bel film. E soprattutto è un film molto sincero. Molto onesto.

E’ la storia d’amore tra Adele e Emma, con tutte le sue implicazioni. E’ l’amore che non si capisce, quando comincia. L’amore romantico, che insegue l’immagine idealizzata di se stesso. L’amore passionale, totalizzante, che si divora tutto il resto. L’amore cattivo, doloroso, con la banalità dei giorni uno dopo l’altro. L’amore delle attese fuori dal cerchio di luce dei riflettori. L’amore che si schianta nelle scene tagliate, quelle che non si vedono mai, quelle di cui nessuno parla. L’amore stupido, che non ti fa andare avanti. L’amore che non va da nessuna parte. L’amore che non si capisce, quando arriva alla fine. L’amore che resta, in qualche modo.

Un aspetto che ho apprezzato moltissimo, forse sopra tutto il resto, è che, se nella prima parte viene dato molto rilievo al fatto che quella tra Adele e Emma è una storia gay – cosa che è ampiamente giustificata dal contesto, perché Adele sta scoprendo solo in quel momento la sua attrazione per una donna –  nella seconda parte ci si dimentica completamente di questo particolare.

E’ una storia e basta. Non c’è un intento di qualche tipo. Non è un esempio di qualche cosa. Non c’è giudizio e non c’è morale della favola, per così dire. Che era quello che temevo più di tutto e che avrebbe ridotto l’intera faccenda – compreso il fatto stesso di aver girato il film – all’ennesimo cliché.

C’è il blu. Dominante in ogni scena e pieno di significati che cambiano di continuo ma legano tutto.

C’è il blu che passa dai capelli di Emma al vestito di Adele. E questa la capite solo dopo aver visto il film ma di più adesso non dico.

C’è l’impiego ossessivo dei primi piani, soprattutto nella prima parte, e questo è uno degli aspetti che mi ha lasciato un po’ perplessa.  All’inizio è spiazzante, l’assenza di riferimenti spaziali. In certi momenti l’ho trovato anche un po’ fastidioso (oltre ad essere probabilmente l’incubo di ogni doppiatore che può definitivamente depennare dal suo vocabolario il concetto di sincronia labiale, ma questa è solo una considerazione collaterale). E’ indubbiamente un modo per entrare, quasi a forza, nell’emotività dei personaggi, le cui espressioni sono documentate in ogni minimo dettaglio, attraverso ogni singola contrazione di ogni singolo muscolo facciale. Però continua a non convincermi del tutto.

E già che parliamo di perplessità, l’altro elemento su cui ho delle riserve è la tanto discussa scena di sesso centrale. Beninteso, non perché sia una scena di sesso e neanche per il fatto che sia decisamente esplicita – è una scena erotica ben girata e assolutamente non volgare – ma semplicemente per il fatto che, secondo me, è troppo lunga. Sono otto minuti. Che per carità, sulle tre ore totali del film non è che sia chissà cosa, ma la realtà è che dopo i primi quattro-cinque minuti diventa noiosa. Sei lì che ti chiedi quanto ci mettono a finire. Perde tutta la sua potenza sia visiva sia di significato. E oltretutto rende superflue le due scene successive, che pure sono più corte. Che poi intorno a questo argomento siano piovuti i soliti due quintali e mezzo di banalità pro e contro è cosa che non merita più di tanta attenzione. Chi vuole scandalizzarsi trova sempre qualche scusa, così come chi vuole gridare alla provocazione a tutti i costi.

Le due protagoniste sono entrambe di una bravura eccezionale. Sia Léa Seydoux nei panni di Emma che Adèle Exarchoupulos nel ruolo di Adele raggiungono un livello di espressività totale, in ogni singolo gesto, in ogni singolo sguardo. L’intensità emotiva che trasmettono è enorme pur senza mai diventare eccessiva neanche per un secondo. Sono autentiche, vere, incredibilmente reali.

La vita di Adele non è un film drammatico ma ci sono alcuni momenti estremamente dolorosi. La scena fuori da scuola, che fa un po’ da spartiacque tra i due capitoli del film – capitoli non segnalati se non alla fine, prima dei titoli di coda – è di una crudeltà soffocante. Così come la scena del litigio, nella seconda parte, ti lascia congelato, immobile.

La vita di Adele è un film tecnicamente forse non impeccabile ma sicuramente curatissimo, ma, quello che più conta, è un film che coinvolge ad un livello viscerale, emotivo, totale.

Palma d’Oro meritatissima.

Da vedere assolutamente.

Cinematografo & Imdb.

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Come dicevo l’altro giorno, quest’anno non sono riuscita a seguire molto Cannes, ma questo non ha impedito al festival di giungere a conclusione.

I vincitori:

Palma d’Oro al miglior film: La Vie d’Adèle – Abdellatif Kechiche

Premio assegnato, in via del tutto eccezionale per volontà della giuria presieduta da S. Spielberg, sia al regista, sia alle due attrici protagoniste, Adèle Exarchopoulos e Lèa Seydoux.

Grand Prix Speciale della Giuria: Inside Llewyn Davis – Fratelli Coen

Prix d’interprétation féminine (migliore attrice): Bérénice Bejo – The Past

Prix d’interprétation masculine (miglior attore): Bruce Dern – Nebraska

Prix de la mise en scène (miglior regista): Amat Escalante per Heli

Prix du scénario (miglior sceneggiatore): Jia Zhang-ke – A Touch of Sin

Premio della giuria: Like Father Like Son – Hirokazu Kore-eda

Camera d’Or (miglior opera prima di tutte le sezioni): Ilo Ilo – Anthony Chen (Quinzaine)

Palma d’oro al miglior cortometraggio: Safe – Moon Byung-gon

Menzioni speciali: Whale Valley – Gudmundur Arnar Gudmundsson e Adriano Valerio – 37°4 S

Premi per la sezione Un Certain Regard:

Premio Un Certain Regard: The Missing Picture – Rithy Panh

Premio della Giuria: Omar – Hany Abu-assad

Premio per la regia: Alain Guiraudie per L’Inconnu du Lac

Premio A Certain Talent: al cast di La Jaula de Oro – Diego Quemada-Diez

Premio Avenir: Fruitvale Station – Ryan Coogler

Allora, La Vie d’Adèle e Inside Llewyn Davis devo assolutamente vederli, insieme a The Bling Ring e a Only God Forgives di cui parlavo la scorsa settimana.

La Vie d’Adèle, inoltre, è il primo film a tematica gay a vincere la Palma d’Oro e capita proprio a ridosso del sì del governo francese ai matrimoni gay.

Felice coincidenza? Segno del destino?

Tra l’altro, il film è liberamente ispirato al graphic novel Le Bleu est une couleur chaude di Julie Maroh.

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Il premio per la miglior sceneggiatura per A Touch of Sin è stato consegnato da Asia Argento che devo ancora capire perché se la sia presa tanto con i fotografi sul red carpet.

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Asia, tesoro, insomma, non si fa.

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