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Archive for settembre 2014

Le-Due-Vie-Del-Destino-The-Railway-Man-Locandina

Prima di tutto. Facciamo finta che il deprimente titolo italiano non esista. Un po’ come il cucchiaio di Matrix. Il titolo originale è The Railway Man. Ora, capisco che forse L’uomo dei treni non è il più accattivante tra i titoli mai concepiti, ma rimane comunque una scelta migliore delle due vie del destino. Boh, la pianto perché tanto finirei col dire sempre le stesse cose sull’argomento.

Anche questo qui sono andata a vederlo spinta da cauta curiosità. Un po’ perché l’alternativa erano le Tartarughe Ninja – e per quanto le abbia apprezzate in passato, e abbia pure visto il primo film, ho dei limiti anch’io e non ce la posso fare -, un po’ perché Colin Firth merita fiducia.

Onestamente mi aspettavo il classico polpettone romantico stile Australia, sicuramente ben fatto ma grondante sentimentalismi.

Non è vero. O meglio. Di sentimenti ce ne sono, e in grande quantità, ma non in senso romantico.

Eric Lomax è un veterano di guerra, reduce dalla cattura da parte delle truppe giapponesi che hanno invaso Singapore nel 1942. Solitario, taciturno e appassionato di treni in modo quasi maniacale, si imbatte per caso in Patti e in lei trova una compagna per la vita. In quello che sembra un quadro di rara armonia cominciano però a intravedersi delle crepe. Ci sono ombre che tormentano Eric. Fantasmi che lo vanno a trovare sempre più spesso e che, a volte, sono più concreti di qualsiasi altra realtà. Ricordi che non lo lasciano andare e che rischiano di tirarlo sempre più a fondo. La tortura. Un male troppo grande sia per poter essere espresso sia per poter essere sepolto.

The Railway Man è una storia di lotta. Di sopravvivenza. Di consapevolezza.

La resa dei conti inevitabile, perché non si può fuggire in eterno dal proprio passato. E non si può fuggire in eterno da se stessi.

E se sul finale, struggente al punto da essere straziante, si potrebbe essere tentati di criticare un presunto intento eccessivamente moraleggiante, ogni velleità viene stroncata dal fatto che la storia narrata è vera. Ed è tratta dall’autobiografia scritta dallo stesso Eric Lomax.

Ho apprezzato il fatto che questo dettaglio sia stato fornito alla fine, a differenza di quanto va di moda fare normalmente, visto che sembra ormai d’obbligo sbandierare come realmente accaduta qualsiasi cosa e con tanta più veemenza quanto più la vicenda è strampalata. Le foto dei personaggi reali e le date delle loro esistenze poste alla fine risultano un discreto monito, come a dire hai pensato che la storia fosse stucchevole o improbabile ad uso delle esigenze cinematografiche? Sbagliato. E’ vera. Non è esagerata né nel bene né nel male. E’ successa davvero.

Poi, ok, c’è una buona dose di pathos e certi passaggi sono costruiti per fare male. E ancora. Ok, io sono un target particolarmente predisposto per un certo tipo di trappole emotive dato che con i film (libri, canzoni, etc., etc.) piango tutte le lacrime che non mi riesce di piangere quando lo richiederebbe la vita reale – a mia discolpa posso dire che ho veramente cercato di non piangere fino alla fine, salvo poi crollare miseramente sull’ultima scena e uscire dal cinema singhiozzante, ancora un quarto d’ora abbondante dopo la fine dei titoli di coda, con buona pace del mio trucco e della perplessità della gente che entrava in sala per lo spettacolo successivo. Dicevo, concediamo pure quel che si deve concedere all’emotività hollywoodiana, resta il fatto che è un buon film ed è una bella storia. Una storia profondamente umana, al di là del contesto storico specifico.

E’ una cosa insostenibile anche solo da pensare, l’enormità di ciò con cui alcune persone devono imparare a convivere. Il passato richiede un prezzo a volte intollerabile in termini di coraggio per poter essere lasciato andare.

Ottimo Colin Firth, in una parte intensissima e resa in modo equilibrato, delicato, assolutamente realistico. Bello anche il ruolo di Stellan Skarsgård, sempre molto carismatico. Più mediocre la Kidman, dai lineamenti di nuovo più dolci (svaniti quasi del tutto gli effetti dell’infelice esperimento col botox) ma non particolarmente sopra le righe in un’interpretazione quieta, che risulta quasi marginale nonostante il suo ruolo non sia tale.

Cinematografo & Imdb.

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Carino. Seppur con dei limiti.

Lucy si trova per una serie di circostanze fortuite coinvolta in un traffico di droga e con un sacchetto di una nuova non meglio identificata sostanza cucito nella pancia. Il sacchetto, guarda un po’, si rompe e lei si trova ad assumere la sostanza in grandi quantità mentre il suo organismo, lungi dal soccombere, reagisce potenziandosi.

Questo, in breve il presupposto del film.

Volendo scendere un po’ più in dettaglio, quello che sperimenta Lucy non è solo un potenziamento chimico ma una sorta di evoluzione iperaccelerata che comporta l’aumento della capacità di sfruttamento del cervello.

Action movie fantascientifico, Lucy è divertente, ben costruito e dal ritmo incalzante.

I limiti cui accennavo prima risiedono nel fatto che ci sono forse un po’ troppi riferimenti a troppe cose che, in un modo o nell’altro ci sono già viste.

Nel complesso è un film piuttosto ambizioso e si vede. E il fatto che si veda di per sé è già un po’ sospetto.

La teoria evolutiva alla base non viene tradita e non viene approfondita eccessivamente, evitando così di metterne in luce le inevitabili incoerenze, però risulta un po’ troppo pontificante sul tema del significato generale dell’esistenza.

Besson punta molto sull’aspetto visivo e, oltre ad una serie di immagini digitali per la parte chimica dell’effetto della sostanza, impiega molte riprese documentaristiche. Le spiegazioni della direzione evolutiva che percorre Lucy sono corredate da immagini che ripercorrono l’evoluzione della vita sulla Terra e della Terra stessa che, per carità, sono molto belle, ma dopo un po’ stufano. Senza contare che viene subito in mente Malick con The Tree of Life.

I riferimenti a Matrix si sprecano, dalle stringhe numeriche che Lucy vede nella realtà, al concetto stesso di visione e interazione con il reale ad un livello superiore; dalla stanza bianca come fosse un programma ancora da definire alle sparatorie con i marmi che saltano (anche se quelle, in effetti, ormai le mettono un po’ dappertutto). Anche il concetto del potenziamento delle capacità cerebrali non è nuovo di per sé. Senza voler scomodare la filmografia storica, basti pensare al recente Limitless che partiva più o meno dallo stesso punto. E la commistione evoluzione organica e tecnologico-informatica richiama il mito uomo-macchina che da Cronenberg arriva al Tagliaerbe (di cui c’è una citazione di proporzioni gigantesche).

Scarlett Johansson sta bene nel ruolo di questa Nikita post upgrade, con lo sguardo stralunato e un po’ stranito di un animale che studia un ambiente nuovo.

Morgan Freeman veste i panni dello studioso, portavoce delle spiegazioni scientifiche ed è, tutto sommato, persino sprecato per una parte che è poco più che una voce fuori campo.

Nell’insieme non è male. Besson sfrutta bene gli elementi che ha anche se non tutti sono così originali come vorrebbe farli sembrare. Buona l’idea del tipo di sostanza che provoca la reazione di potenziamento e della sua natura intrinsecamente legata allo sviluppo umano. Non so se sia già stata usata in precedenza in questi termini però qui risulta ben congegnata.

Cinematografo & Imdb.

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10008_big Gli adattamenti cinematografici dei testi di Stephen King meriterebbero una sotto-categoria a sé stante all’interno del filone horrorifico.

E, se da un lato è vero che il materiale di partenza è sempre innegabilmente valido, d’altro canto è un dato di fatto che il risultato cambia tantissimo a seconda di chi ci mette le mani. Probabilmente avrò già avuto modo di esprimere questa cosa, ma è una realtà incontrovertibile che quando lo zio Steve si mette in testa di sceneggiarsi da solo, nove volte su dieci viene fuori una robetta nel migliore dei casi insipida. Non so davvero spiegarmi come sia possibile ma è come se nel tentativo di tirar fuori una sceneggiatura da un suo romanzo King avesse il dono di scegliere sempre gli elementi in modo tale da mortificare le potenzialità del testo scritto. Per carità, da un certo punto di vista può essere consolante sapere che anche a lui viene male qualcosa, però quando succede è sempre un peccato. Rimane un po’ quel retrogusto di occasione persa.

Anyway. Siamo nel 2007 e Frank Darabont, già sceneggiatore e regista di altri film kinghiani come Le ali della libertà e Il Miglio Verde, porta sullo schermo l’adattamento di un racconto contenuto nella raccolta Scheletri. The Mist.

Ora, io comincio penosamente a perdere colpi e se ho letto il racconto, onestamente non me lo ricordo perché è probabile che sia stato davvero molto tempo fa, ergo mi limito a parlare del film senza fare confronti.

Lo schema è quello classico tanto caro a King, vale a dire quello del sistema chiuso. Si mette insieme un campionario di persone diverse tra loro e scelte in modo tale da rappresentare un ampio spettro di tutte le variabili comportamentali e si provoca un evento esterno e imprevisto che le blocca tutte improvvisamente nello stesso posto. Questo crea il pretesto per lo sviluppo di quella che è l’abilità Kinghiana maggiore in assoluto oltre all’ovvia capacità di raccontare storie: la capacità di creare persone più che personaggi.

Nel caso specifico di The Mist il luogo-fulcro è un supermercato in cui un gruppo di clienti si trova bloccato a causa di una nebbia strana e fittissima che di colpo ha avvolto tutto quanto. Una nebbia che, a sentire quanto riportato da un unico presunto e sconvolto testimone, nasconde qualcosa al suo interno.

Il fatto di rimanere bloccati contro la propria volontà crea agitazione e questo è il punto di partenza per lo sviluppo di tutte quelle dinamiche di interazione che inevitabilmente si trovano amplificante dall’anomalia della situazione.

Panico, ansia, seguite da tentativi più o meno energici di prendere in mano la situazione. Proposte, discussioni. Tensioni che si creano e si esasperano fino a rendere la circostanza insostenibile. Situazioni pregresse ed equilibri precari che di colpo degenerano e precipitano. Un riprodursi su scala ridotta dei meccanismi sociali di una piccola comunità. Psicologie incompatibili che cozzano e un presupposto di sindrome della capanna.

Anche qui, come generalmente vuole questo genere di contesto, ci sono personaggi che fungono da catalizzatori. I catalizzatori per King sono sia positivi che negativi e spesso sono presenti entrambi, anche se a rimanere impressi, per quel che mi riguarda sono prevalentemente i cattivi. Nel caso specifico facciamo la conoscenza di Madre Carmody, plausibile e inquietante incarnazione dell’ottusa mistificazione della tragedia a vantaggio di una propria distorta variante della redenzione.

Il panico della folla incanalato e indirizzato verso qualcosa. Il vecchio ma pur sempre tristemente efficace meccanismo del capro espiatorio per esorcizzare le paure incontrollate e sperare in una soluzione altrimenti non contemplabile.

I meccanismi di manipolazione della massa e la bieca, acerebrale reattività di quest’ultima. Gli istinti peggiori che tentano di prevalere.

La progressiva destrutturazione dello schema sociale a vantaggio della pura bestialità. I pochi che tentano di opporvisi cercando di mantenere una soglia di sanità mentale, di razionalità. Tra loro, un padre con il suo bambino, i protagonisti iniziali.

E poi l’esterno. L’Altro. Che non si vede, non si sa cosa sia ma c’è. Innegabilmente esiste. E ha denti. Molti denti.

L’ignoto che divora.

The Mist è un ottimo film. Gli effetti speciali sono relativamente limitati ma ben fatti. Lo splatter è anch’esso usato in modo esclusivamente funzionale alla storia. Costruito in modo impeccabile con un crescendo di tensione che non si allenta mai, che ti tiene incollato e che culmina in diverse scene ai limiti del parossismo e con un finale tanto perfetto quanto crudele. Davvero, penso che sia uno dei finali più genuinamente cattivi in cui mi sia imbattuta negli ultimi anni. Disarmante.

Assolutamente da vedere.

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In uscita il 3 ottobre negli Stati Uniti. Non so ancora quando arriverà in Italia, si spera entro l’anno.

Tratto dal quarto racconto della raccolta di King Full Dark, No Stars.

Il trailer sembra promettere bene.

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Un’ambulanza manovra di fronte al cancelletto metallico del mio palazzo. In ordine sparso sul marciapiede e nel parcheggio interno una decina di carabinieri si muovono inquieti, lo sguardo a terra in cerca di qualcosa. Sullo spiazzo del bar dall’altra parte della strada c’è un gruppo di curiosi. Sono fermi, immobili, attoniti. Quando mi vedono arrivare ammutoliscono. 

Ho tanti di quegli arretrati di cui parlare e nessuna speranza di farlo con un minimo di ordine. Sembra che io mi diverta a fare una programmazione solo per il gusto di cambiarla.

Dilemmi organizzativi a parte, come avevo accennato la scorsa settimana, ho messo gli occhi su Il bambino indaco perché alla base del film Hungry Hearts presentato e premiato a Venezia di quest’anno.

Onestamente prima non conoscevo Franzoso né questo libro e devo dire che, per certi versi, mi ha lasciata piuttosto spiazzata.

Il bambino indaco ha la rapidità e la precisione di una coltellata. Sai – o dovresti sapere – ciò a cui stai andando incontro, eppure non te lo aspetti. Non fino in fondo. Breve, lucido, troppo reale per essere consapevolmente crudele. C’è persino una sorta di rassegnata indulgenza nella descrizione di una vicenda palesemente al di sopra delle forze di tutti coloro che vi prendono parte.

Il protagonista, suo figlio Pietro, sua madre e anche Isabel stessa, sua moglie, sono tutte marionette che portano in scena una tragedia più grande di loro, della quale non hanno una visione d’insieme e che, per questo, non possono comprendere del tutto.

C’è la fortissima, devastante sensazione di impotenza. Del narratore, di fronte a ciò che non capisce e non riesce e combattere, ma anche di Isabel – benché probabilmente in modo più inconscio – di fronte a se stessa e ai demoni che la tengono imprigionata.

L’ossessione di una purezza estrema, definitiva. La ricerca spasmodica e distorta di una trascendenza che diventa unica vita possibile. L’idea di un’evoluzione distorta che porta all’isolamento e all’autoannientamento come uniche vie per affrontare un mondo dal quale ci si deve proteggere e schermare per poterlo trasfigurare in una dimensione più confortevole.

Isabel, con la sua magrezza impressionante e le sue fobie per l’inquinamento e la contaminazione; e il piccolo Pietro che piange, piange, piange. Che smette di crescere, di reagire. Che si consuma nell’asettica purezza di un amore materno folle e incontrollabile.

Se devo muovere una critica, è che la storia narrata da Franzoso è talmente realistica e talmente terribile che cattura il lettore non solo con la sua forza narrativa ma anche trasmettendo una sorta di morbosa attrazione. Si ha un po’ l’impressione di spiare una disgrazia altrui attraverso il buco della serratura.

C’è una morbosità di fondo che è ovviamente propria della vicenda ma che sconfina in parte anche nel modo in cui ci viene raccontata.

Per il resto è ben scritto, scorrevole e molto credibile. Talmente credibile che, al di là del turbamento per il dramma principale, si ha anche il tempo di provare un incredulo sconvolgimento di fronte ai risvolti burocratici. La tragedia non può essere evitata anche perché il padre non ha materialmente alcun mezzo legale dalla sua parte. Si consuma sullo sfondo di un sistema ottuso, inutile e, di fatto impotente. E questo è un ulteriore tratto estremamente inquietante nella sua plausibilità.

Forse devo imparare a non oppormi più. Bisogna lasciarli scorrere, i pensieri, come se non ci appartenessero. Lasciarli fluire in modo da attenuarne la spinta distruttiva. Le dighe sono pericolose.
Se scorrono, i pensieri passano e si inabissano verso qualche mare remoto portando via con sé il dolore. Mentre scompare il dolore scompare anche un pezzo di vita, certo. Ma non esiste altra salvezza che questa.

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Presentato in concorso a Cannes nel 2012, peraltro non senza un discreto successo, e poi dimenticato dalla distribuzione finché – è lecito supporre – McConaughey non ha vinto l’oscar per i Dallas Buyers. Per la serie, i tristi meccanismi che possono condannare un film all’oblio.

E se, da un lato, un po’ di sana diffidenza verso le uscite proposte sulla scia di un successo può anche essere legittima, d’altro canto va detto che ogni riserva viene messa da parte dopo i primi cinque minuti.

Perché sì, Mud è davvero un gran bel film. E se c’è qualche recriminazione da fare, è solo perché avrebbe dovuto arrivare subito nelle sale e non come traino.

E’ vero che Mud è arrivato nello stesso anno di Magic Mike e ad appena un anno di distanza da Killer Joe, vale a dire quando la fama di Matthew era costruita più sui pettorali che sulle effettive doti recitative. Però continuo a non vederlo come un motivo effettivamente valido per snobbarlo. Anzi. Personalmente apprezzo molto gli attori che si cimentano in ruoli totalmente diversi quando non diametralmente opposti. Mi garba chi saltella da un genere all’altro, riuscendo bene in qualunque parte, da quella tamarra a quella drammatica, passando magari per qualche sfumatura intermedia.

Mud è un film garbato, a tratti divertente, toccante senza essere mai sentimentale.

Le atmosfere sono quelle pigre e sospese del Mississippi. I barconi utilizzati – abusivamente – come abitazioni. I tragitti avanti e indietro lungo il fiume.

Due ragazzini, Ellis e Neckbone, si imbattono in una barca rimasta incagliata su un albero, probabilmente a seguito di un’alluvione, su un isolotto lungo il fiume. Ne fanno la meta delle loro esplorazioni ma si rendono subito conto che la barca è abitata. Si imbattono così in Mud, strano, solitario individuo che chiede loro aiuto e racconta loro la storia della donna che ama. Mud è in fuga, si sta nascondendo e non può lasciare l’isola.

Tra l’uomo e i ragazzini si instaura un legame di sincera amicizia e Ellis e Neckbone si trovano così sempre più coinvolti nella storia di Mud, che va pian piano assumendo contorni più precisi.

I toni sono sempre delicati e in certi momenti richiamano alla mente Stand by Me (forse complice anche il fatto che Jacob Lofland – Neckbone – ricorda parecchio River Phoenix). Sia Lofland che Tye Sheridan (Ellis) sono davvero bravissimi. In particolare quest’ultimo si può dire che se la giochi alla pari con McConaughey in un ruolo di coprotagonista di tutto rispetto. L’interpretazione di McConaughey è equilibrata e credibile. Si crea subito empatia con il personaggio senza esagerazioni o scene eccessivamente emotive.

Nel cast anche Sam Shepard, Sarah Paulson e Reese Whiterspoon nel ruolo di Juniper, a dream you don’t want to wake up from, come la definisce Mud.

I legami sono al centro di tutto. E l’insostenibile difficoltà dei rapporti interpersonali unita alla loro insostituibilità. Uomini e donne, padri e figli, amici.

La regia è di Jeff Nichols che ha il grande merito di affrontare tutto ciò tenendosi ben distante da sentimentalismi e luoghi comuni.

Davvero da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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Film Review Mud

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