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Archive for the ‘M. Ross’ Category

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In realtà per questo post ero indecisa tra Captain Fantastic e Il Cliente ma poi guardando la filmografia di Matt Ross ho fatto una scoperta sconvolgente che ha indirizzato la mia scelta: Matt Ross è Emery Waterman!!

Niente sconvolgimento?

Riprovo. Matt Ross, il regista di questo film bellissimo che è Captain Fantastic, è il sensitivo stronzo e sfigato di Rose Red!!

Ancora niente sconvolgimento?

Ok, probabilmente sono io che a) mi esalto eccessivamente quando scopro collegamenti inaspettati – la mia reazione esatta è stata più del tipo ma non è possibile, Emery ha fatto un film! e b) ero l’unica a non saperlo ancora.

Anyway, passando a cose serie. Ho perso quasi due ore abbondanti cercando un’immagine soddisfacente per cambiare il mio sfondo del desktop – che è un problema che ricorre periodicamente. Mi ero incaponita a cercare una vecchia foto di Bowie che nella mia mente è chiarissima e che è pure tra quelle storiche più famose e mi sarà capitata per le mani decine di volte ma che adesso pare sparita nel nulla. Morale, non l’ho trovata e ne ho messa un’altra ma la sensazione di fastidio permane e, in perfetto stile ocd, prevedo ulteriori impieghi di tempo e risorse.

Detto ciò, arrivo finalmente al film di Emery Matt Ross.

Reduce dal premio per la regia nella sezione Un certain regard a Cannes 2016, una candidatura ai Globes e agli Oscar come miglior attore protagonista per Viggo Mortensen.

Ben vive con i suoi sei figli in una foresta nel Nord degli Stati Uniti. Conducono una vita isolata e naturale. Alternano allenamenti, caccia, coltivazione, attività volte al funzionamento del piccolo sistema, studio, conversazione.

Quello che Ben ha creato e cerca di portare avanti è una dimensione pulita ed essenziale, pervasa da ogni forma di conoscenza sia pratica che teorica. Uomo egli stesso di enorme cultura, si è assunto il compito monumentale di insegnare tutto ai suoi figli, al di fuori di un mondo di cui gli insegna prima di tutto a vedere le profonde contraddizioni. E, tutto sommato, ci sta riuscendo egregiamente.

Eppure manca qualcosa. La mamma dei ragazzi è assente. Una malattia più grande delle loro forze ha reso necessario che venisse ricoverata, fino all’esito inevitabile.

Ben si trova a questo punto costretto ad un’incursione forzata nel mondo oltre la foresta. Un mondo di cui i suoi figli sanno tutto ma al quale non sono preparati fino in fondo. I ragazzi sanno sostenere una conversazione su qualsiasi argomento, non si sconvolgono per nulla e sono abituati a sentirsi rispondere in modo diretto e onesto ad ogni domanda. Ma non sanno cosa sono delle Nike, tanto per fare un esempio.

Captain Fantastic è un film bellissimo, originale e intelligente.

Meritatissima la candidatura per l’interpretazione estremamente intensa di Mortensen, non sarebbe stata fuori luogo una nomination anche per la miglior sceneggiatura originale.

Perché al di là dello sviluppo della storia, al di là anche dell’utopia stessa che viene rappresentata, c’è un nucleo centrale di assoluta, limpida verità che dà molto su cui riflettere. E in questo nucleo c’è una lucida riflessione sul concetto di comunicazione – non è un caso che Ben e i ragazzi, al posto del Natale, festeggino il compleanno di Noam Chomsky.

Ben non mente ai suoi figli. Se fanno una domanda – qualsiasi domanda – lui dice loro la verità. Oggettiva. Corredata di spiegazioni reali e concrete. E ha abituato i ragazzi a fare lo stesso. Li ha educati allo sforzo costante e consapevole di esprimere sempre il proprio pensiero e i propri stati d’animo e di non negare o modificare mai in alcun modo la realtà.

Osservare il modo semplice e diretto in cui si svolgono le conversazioni in questa famiglia è una lezione gigantesca – i dialoghi di tutto il film sono qualcosa di geniale (ho adorato quello sul Natale e quello sulla Lolita di Nabokov).

Trasmette in modo inequivocabile il senso della distanza che normalmente pervade ed ostacola anche le comunicazioni più semplici.

Siamo talmente abituati – culturalmente e socialmente – a non dire mai esattamente quello che pensiamo o proviamo – perché lo si percepisce come sconveniente o di scarso interesse – che siamo ormai quasi incapaci di capirlo cosa pensiamo o proviamo realmente.

La scarsa abitudine ad esprimere in modo chiaro come ci si sente riguardo a qualcosa ha come conseguenza la scarsa dimestichezza con i propri stati d’animo. E quindi anche l’incapacità, a tendere, di gestirli questi stati d’animo.

Siamo soffocati da filtri. Per non offendere, per non ferire, per non essere giudicati, per non esporci, perché non sta bene.

L’abitudine a non esprimere porta l’abitudine a non riflettere e, di conseguenza, l’incapacità di capire. Per chiamare qualcosa con il suo nome bisogna capire che cos’è.

Tutto questo veicolato in modo leggero e coinvolgente, sulle note di una storia toccante, delicata, mai scontata o stucchevole, sempre in equilibrio tra tristezza e sorriso.

Assolutamente consigliato.

Cinematografo & Imdb.

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