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Archive for febbraio 2015

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L’ebbrezza non si improvvisa. Rientra nel campo dell’arte, che esige talento e cura.

Dalla porta alle nostre spalle, una ragazza con addosso la divisa del Circolo entra a passo svelto, facendosi largo tra le persone che ancora devono prendere posto. Regge in mano un secchiello con del ghiaccio. Dentro c’è una bottiglia di champagne, del quale non riesco a scorgere la marca.

Vuol dire che ormai ci siamo.

Dal pianoforte nell’angolo a destra si levano le note di Comptine d’un autre été, l’après-midi di Yann Tiersen – dalla colonna sonora de Il favoloso mondo di Amélie – e finalmente lei arriva.

Entra piano, quasi in punta di piedi. Un’espressione di allegra curiosità dipinta sul volto bianchissimo e incorniciato dal cappello a tesa larga – neanche tra i più eccentrici, in verità. Il colore predominante del suo abbigliamento è, come sempre, il nero.

Amélie Nothomb è minuta e una delle prime cose che penso, vedendola per la prima volta dal vivo, è che le numerose foto che la ritraggono, soprattutto quelle recenti, non le rendono giustizia. Non rendono quello strano carisma che emana da questa figuretta aggraziata, dai grandi occhi e dai modi vivaci.

A presentare l’incontro con lei c’è la sua editrice di Voland, Daniela di Sora, e la giornalista Farian Sabahi. Avrebbe dovuto esserci anche Lella Costa ma all’ultimo ha dovuto rinunciare per un problema di salute.

Mentre ancora le sue interlocutrici si stanno sistemando, Amélie si protende curiosa verso la bottiglia di champagne e la prima cosa che fa per cominciare è stapparla e servirsene un bicchiere.

Pétronille è il 23esimo romanzo pubblicato di Amélie, ma lei scrive moltissimo, è una macchina, per sua stessa ammissione.

Scrive di solito quattro romanzi all’anno e, verso fine anno, decide quale vedrà la luce e quali invece rimarranno nell’ombra, ad aumentare la sua collezione di manoscritti conservata in scatole da scarpe.

Il totale effettivo dei suoi romanzi ammonta a 84.

Ha iniziato a scrivere prestissimo ed è stato nelle parole di Rilke che ha trovato l’incoraggiamento per non sentirsi indegna di questa aspirazione.

Inizialmente, tuttavia, la scrittura per lei è un fatto essenzialmente privato. Non pensa alla pubblicazione. Quello che vuole, sopra ogni altra cosa, è essere giapponese. Ci prova, ma l’esperienza disastrosa, raccontata in Stupore e tremori (1999), dell’anno di lavoro per una grande multinazionale giapponese contribuisce a dare una svolta diversa alla sua vita.

Amélie dorme poco. Scrive abitualmente dalle 4 alle 8 del mattino. Ha provato tutte le sostanze e le tecniche possibili per trovare la sua routine di scrittura ideale e alla fine si è assestata su queste quattro ore di lavoro mattutino (quasi notturno, in effetti) e grandi quantità di tè nero del Kenya. Che in realtà non le piace neanche, ma è molto forte e la rende efficacemente produttiva.

Quando scrive, in genere, parte dal finale. Di solito ha ben chiaro dove vuole arrivare. E’ il come ci arriverà che è misterioso e si svela gradualmente.

La paura di non riuscire a scrivere è una costante, anche adesso che è affermata. L’ideale dell’artista che vive tra le nuvole e viene colto da improvvisi raptus creativi privi di sforzo o preparazione è un mito romantico e decadente di cui ci siamo nutriti per decenni ma che ha ben poco fondamento.

Per scrivere ci va disciplina. E ci va un enorme forza di volontà. Non è una questione di talento. E’ una questione di quello che si vuole e di quanto lo si vuole.

E la solitudine. Sua compagna costante per anni, soprattutto durante l’adolescenza.

I suoi manoscritti che non legge nessuno, da quando non vive più con la sorella. Lo sdoppiamento di personalità che richiede l’essere lettori di se stessi.

E le associazioni a Tim Burton – che pure le piace.

E il bisnonno – conosciuto da un anziano signore presente in sala – che ha scritto un romanzo di fantascienza su un missionario che vuole andare a diffondere il cattolicesimo su Marte.

Pétronille è la storia di Amélie Nothomb e della sua passione per lo champagne. Una passione che peraltro ricorre periodicamente e che già era stata affrontata – seppur in forme e modi differenti – in Causa di forza maggiore (2008).

Qui Amélie si sofferma sull’esigenza di condividere l’ebbrezza di questa afrodisiaca bevanda. Non si può bere da soli. Decide che ha bisogno di una compagna o compagno di bevute.

Inizia la sua ricerca e si imbatte in Pétronille, giovane scrittrice agli esordi, studiosa di Shakespeare, di aspetto androgino e di modi spicci e, quel che più conta, sincera amante dello champagne.

Prende vita così …quella strana forma d’amore così misteriosa e così pericolosa, la cui posta in gioco sfugge continuamente: l’amicizia.

Elementi biografici ed elementi creati a scopo narrativo.

Realtà, finzione e, soprattutto, mezze verità.

Pétronille Fanto non esiste ma il suo personaggio è modellato sulla scrittrice francese Stephanie Hocet.

Origini opposte (aristocratica una, proletaria comunista l’altra) ma percorsi analoghi di rifiuto del cammino prestabilito (carriera diplomatica per una e crescita come militante per l’altra) accomunano e separano le due donne in un gioco di specchi studiato per far perdere l’orientamento.

Amélie si diverte a giocare con il lettore. Lo prende per mano, lo convince a seguirla, fiducioso, e lo porta esattamente dove vuole lei, cioè dove lui non è più in grado di distinguere cosa è reale e cosa non lo è. Lo porta ad un finale dove mai si aspetterebbe di arrivare.

Una signora, in sala, le ha chiesto se sia consapevole dell’effetto spiazzante che ha sui suoi lettori. Amèlie ha amato smisuratamente la domanda perché quello dell’effetto sul pubblico è un altro di quegli argomenti che la ossessionano.

A seguito di un’altra domanda sulla somiglianza o meno del concetto di ‘compagno/a di bevute’ e ‘drinkin’buddy’ americano, Amèlie è stata più che pronta nel precisare che no, assolutamente non sono la stessa cosa. Anche solo per il fatto che gli americani non bevono champagne. E già questo di per sé la dice lunga.

E poi il compagno/a di bevute inteso da lei deve avere tre requisiti fondamentali:

1) deve saper bere – se dopo due bicchieri si ferma non ha senso.

2) deve avere la sbronza allegra – non si sta a bere insieme per piangere.

3) deve essere affidabile – quando si beve si diventa loquaci e si finisce sempre per rivelare qualcosa di personale. Preferirebbe di gran lunga non ritrovare le sue confidenze su qualche giornale scandalistico il giorno seguente la bevuta.

Di sicuro c’è che, dopo la pubblicazione di Pétronille, le candidature per questo ruolo sono decisamente aumentate.

Dopo la presentazione è seguita la consueta firma delle copie e, anche in questo, Amélie si è dimostrata adorabile. Gentile, disponibile a scambiare due parole – anche in italiano (non lo parla molto ma lo capisce piuttosto bene) – e a scattare foto insieme.

L’esercizio della firma delle copie verte su una fondamentale ambiguità: nessuno sa quello che vuole l’altro. Quanti giornalisti mi hanno rivolto questa domanda: “Cosa si aspetta da questo genere d’incontri?” A mio avviso, l’interrogativo è anche più pertinente per la parte avversa. Al di là dei rari feticisti per i quali la firma dell’autore conta davvero, cosa vengono a cercare gli amanti degli autografi? Quanto a me, provo una profonda curiosità nei confronti di chi viene a trovarmi. Cerco di capire chi sono e cosa vogliono. Questo aspetto non finirà mai di affascinarmi.

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Sul fatto che Jack Sparrow e Tim Burton si siano palesemente coalizzati per trasformare, negli anni, Johnny Depp in un randomizzatore impazzito di caricature mi sono già più volte dilungata.

Ed è innegabile che, quanto meno negli ultimi anni, ogni volta che Depp fa la sua comparsa si ha sempre l’impressione di vedere lo stesso personaggio con diversi abbigliamenti.

Sarà che il ruolo del pirata gli è rimasto particolarmente appiccicato addosso o sarà che tra i film più seri che ha fatto nel frattempo non ce n’è nessuno che sia stato abbastanza significativo da offuscare Sparrow/Richards…non saprei.

In realtà, pur ammettendo che questa percezione di Depp esiste e che quindi a qualcosa è pur dovuta, scorrendo la cronologia dei suoi film vanno spezzate un paio di lance in sua difesa.

Il primo Pirati dei Caraibi è del 2003 e se è vero che Jack Sparrow ci ha messo cinque secondi a radicarsi nell’immaginario collettivo, è anche vero che, da allora, Depp ha recitato in tantissimi altri film. E se non vogliamo prendere in considerazione quelli di Burton – tra i quali ci sono pur sempre quel capolavoro che è La fabbrica di cioccolato (2005) e quell’altro gran bel film che è Sweeney Todd – bisognerebbe di tanto in tanto ripensare a titoli come Secret Window (2003, sempre di Koepp come Mortdecai), Neverland (2004 – meravglioso) per il quale Depp fu anche candidato all’oscar come miglior attore protagonista, Nemico pubblico (2009 – non tra i miei favoriti ma comunque un bel film), nonché la partecipazione al Parnassus (2009) di Terry Gilliam.

Insomma, se proprio bisogna identificare un punto di inizio del (pur sempre relativo) declino, lo piazzerei piuttosto in concomitanza con l’Alice in Wonderland (2010) di Burton e non tanto per colpa dell’interpretazione, quanto più che altro perché è uno dei film in assoluto meno riusciti di questo regista – cosa che ha contribuito non poco a catalizzare l’attenzione sulla recitazione macchiettistica di Depp che, in mancanza di una struttura solida in cui inserirsi, risultava un po’ vuota, forzata e fine a se stessa. E che, anche in questo caso, gli è un tantino rimasta appiccicata addosso.

Poi, dopo Alice, c’è stato un Dark Shadow (2012) con Burton che però ha un po’ le caratteristiche di un interludio e, prima, due film come The Tourist (2010) e The Rum Diary (2011) che per quanto non brutti, non son stati nulla di particolarmente degno di nota e hanno contribuito a fossilizzare l’immagine di Depp.

Altra considerazione è che – anche se probabilmente la generazione che ha conosciuto Depp con Jack Sparrow questo lo ignora – nel 1998 Depp girava, sempre con Terry Gilliam, Paura e delirio a Las Vegas. L’ho rivisto da poco e il modo di recitare alla-sparrow c’era già tutto – senza contare il tuffo al cuore nel realizzare quale sia l’innegabile origine del video di Meds dei Placebo, ma questo è un altro discorso e io sto partendo per la tangente.

Anyway.

Con Mortdecai abbiamo di nuovo un Depp caricaturale e ammiccante, è vero, ma, onestamente, mi è un po’ spiaciuta l’accoglienza freddina che ha ricevuto questo film.

Tratto dal romanzo omonimo di Kyril Bonfiglioli (che non ho letto, per cui non posso fare paragoni), Mortdecai è una sorta di 007 in pantofole, tra vintage piazzato ai giorni nostri, intrighi di portata tutto sommato modesta e una consistente dose di humor, rigorosamente british.

Depp, come dicevo, ricorre di nuovo al suo repertorio di espressioni stralunate, facce buffe – corredate di baffi improbabili – e movenze da folletto maldestro ma, ad essere sincera, stavolta non l’ho trovato poi così esagerato. Anzi. E’ divertente. E, soprattutto, non è fuori luogo perché il film richiede un protagonista eccentrico.

La trama è discreta, senza particolari pretese ma efficace.

Accanto a Depp ci sono una bella e simpatica Gwyneth Paltrow, Ewan McGregor e un Paul Bettany curiosamente muscoloso per i suoi standard – tant’è che ho passato mezzo film pensando: ma guarda questo quanto somiglia a Paul Bettany! E’ solo più grosso. E vabbè.

E comunque Jock – il personaggio di Bettany – mi ha fatto morire dal ridere.

Morale. Non sarà chissà che cosa ma è un filmetto divertente e gradevole.

Cinematografo & Imdb.

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Miglior film

  • Birdman, regia di Alejandro González Iñárritu
  • American Sniper, regia di Clint Eastwood
  • Boyhood, regia di Richard Linklater
  • Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel), regia di Wes Anderson
  • The Imitation Game, regia di Morten Tyldum
  • Selma – La strada per la libertà (Selma), regia di Ava DuVernay
  • La teoria del tutto (The Theory of Everything), regia di James Marsh
  • Whiplash, regia di Damien Chazelle

Miglior regia

  • Alejandro González IñárrituBirdman
  • Wes Anderson – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Richard Linklater – Boyhood
  • Bennett Miller – Foxcatcher
  • Morten Tyldum – The Imitation Game

Miglior attore protagonista

  • Eddie RedmayneLa teoria del tutto (The Theory of Everything)
  • Steve Carell – Foxcatcher
  • Bradley Cooper – American Sniper
  • Benedict Cumberbatch – The Imitation Game
  • Michael Keaton – Birdman

Miglior attrice protagonista

  • Julianne MooreStill Alice
  • Marion Cotillard – Due giorni, una notte (Deux jours, une nuit)
  • Felicity Jones – La teoria del tutto (The Theory of Everything)
  • Rosamund Pike – L’amore bugiardo – Gone Girl (Gone Girl)
  • Reese Witherspoon – Wild

Miglior attore non protagonista

  • J. K. SimmonsWhiplash
  • Robert Duvall – The Judge
  • Ethan Hawke – Boyhood
  • Edward Norton – Birdman
  • Mark Ruffalo – Foxcatcher

Migliore attrice non protagonista

  • Patricia ArquetteBoyhood
  • Laura Dern – Wild
  • Keira Knightley – The Imitation Game
  • Emma Stone – Birdman
  • Meryl Streep – Into the Woods

Migliore sceneggiatura originale

  • Alejandro González Iñárritu, Nicolás Giacobone, Alexander Dinelaris e Armando BoBirdman
  • Richard Linklater – Boyhood
  • Dan Futterman e E. Max Frye – Foxcatcher
  • Wes Anderson – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Dan Gilroy – Lo sciacallo – Nightcrawler (Nightcrawler)

Migliore sceneggiatura non originale

  • Graham MooreThe Imitation Game
  • Paul Thomas Anderson – Vizio di forma (Inherent Vice)
  • Damien Chazelle – Whiplash
  • Jason Hall – American Sniper
  • Anthony McCarten – La teoria del tutto (The Theory of Everything)

Miglior film straniero

  • Ida, regia di Paweł Pawlikowski (Polonia)
  • Leviathan (Leviafan), regia di Andrej Petrovič Zvjagincev (Russia)
  • Mandariinid, regia di Zaza Urushadze (Estonia)
  • Storie pazzesche (Relatos salvajes), regia di Damián Szifrón (Argentina)
  • Timbuktu, regia di Abderrahmane Sissako (Mauritania)

Miglior film d’animazione

  • Big Hero 6, regia di Don Hall e Chris Williams
  • Boxtrolls – Le scatole magiche (The Boxtrolls), regia di Graham Annable e Anthony Stacchi
  • Dragon Trainer 2 (How to Train Your Dragon 2), regia di Dean DeBlois
  • Song of the Sea, regia di Tomm Moore
  • La storia della principessa splendente (かぐや姫の物語), regia di Isao Takahata

Migliore fotografia

  • Emmanuel LubezkiBirdman
  • Robert Yeoman – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Ryszard Lenczewski e Lukasz Zal – Ida
  • Dick Pope – Turner (Mr. Turner)
  • Roger Deakins – Unbroken

Miglior scenografia

  • Adam StockhausenGrand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Maria Đurkovic – The Imitation Game
  • Nathan Crowley – Interstellar
  • Dennis Gassner – Into the Woods
  • Suzie Davies – Turner (Mr. Turner)

Miglior montaggio

  • Tom CrossWhiplash
  • Joel Cox e Gary D. Roach – American Sniper
  • Sandra Adair – Boyhood
  • Barney Pilling – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • William Goldenberg – The Imitation Game

Migliore colonna sonora

  • Alexandre DesplatGrand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Alexandre Desplat – The Imitation Game
  • Jóhann Jóhannsson – La teoria del tutto (The Theory of Everything)
  • Gary Yershon – Turner (Mr. Turner)
  • Hans Zimmer – Interstellar

Migliore canzone

  • Glory, musica e parole di John Stephens e Lonnie Lynn – Selma – La strada per la libertà (Selma)[5]
  • Everything Is Awesome, musica e parole di Shawn Patterson – The LEGO Movie
  • Grateful, musica e parole di Diane Warren – Beyond the Lights
  • I’m Not Gonna Miss You, musica e parole di Glen Campbell e Julian Raymond – Glen Campbell: I’ll Be Me
  • Lost Stars, musica e parole di Gregg Alexander e Danielle Brisebois – Tutto può cambiare (Begin Again)

Migliori effetti speciali

  • Paul Franklin, Andrew Lockley, Ian Hunter e Scott FisherInterstellar
  • Dan DeLeeuw, Russell Earl, Bryan Grill e Dan Sudick – Captain America: The Winter Soldier
  • Joe Letteri, Dan Lemmon, Daniel Barrett e Erik Winquist – Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie (Dawn of the Planet of the Apes)
  • Stephane Ceretti, Nicolas Aithadi, Jonathan Fawkner e Paul Corbould – Guardiani della Galassia (Guardians of the Galaxy)
  • Richard Stammers, Lou Pecora, Tim Crosbie e Cameron Waldbauer – X-Men – Giorni di un futuro passato (X-Men: Days of Future Past)

Miglior sonoro

  • Craig Mann, Ben Wilkins e Thomas CurleyWhiplash
  • John Reitz, Gregg Rudloff e Walt Martin – American Sniper
  • Jon Taylor, Frank A. Montaño e Thomas Varga – Birdman
  • Gary A. Rizzo, Gregg Landaker e Mark Weingarten – Interstellar
  • Jon Taylor, Frank A. Montaño e David Lee – Unbroken

Miglior montaggio sonoro

  • Alan Robert Murray e Bub AsmanAmerican Sniper
  • Martin Hernández e Aaron Glascock – Birdman
  • Brent Burge e Jason Canovas – Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate (The Hobbit: The Battle of the Five Armies)
  • Richard King – Interstellar
  • Becky Sullivan e Andrew DeCristofaro – Unbroken

Migliori costumi

  • Milena CanoneroGrand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Colleen Atwood – Into the Woods
  • Anna B. Sheppard e Jane Clive – Maleficent
  • Jacqueline Durran – Turner (Mr.Turner)
  • Mark Bridges – Vizio di forma (Inherent Vice)

Miglior trucco e acconciatura

  • Frances Hannon e Mark CoulierGrand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Bill Corso e Dennis Liddiard – Foxcatcher
  • Elizabeth Yianni-Georgiou e David White – Guardiani della Galassia (Guardians of the Galaxy)

Miglior documentario

  • Citizenfour, regia di Laura Poitras
  • Alla ricerca di Vivian Maier (Finding Vivian Maier), regia di John Maloof e Charlie Siskel
  • Last Days in Vietnam, regia di Rory Kennedy
  • Il sale della terra (The Salt of the Earth), regia di Juliano Ribeiro Salgado e Wim Wenders
  • Virunga, regia di Orlando von Einsiedel

Miglior cortometraggio documentario

  • Crisis Hotline: Veterans Press 1, regia di Ellen Goosenberg Kent
  • Joanna, regia di Aneta Kopacz
  • Nasza klatwa, regia di Tomasz Sliwinski
  • La parka, regia di Gabriel Serra
  • White Earth, regia di Christian Jensen

Miglior cortometraggio

  • The Phone Call, regia di Mat Kirkby
  • Aya, regia di Oded Binnun e Mihal Brezis
  • Boogaloo and Graham, regia di Michael Lennox
  • La lampe au beurre de yak, regia di Wei Hu
  • Parvaneh, regia di Jon Milano

Miglior cortometraggio d’animazione

  • Winston (Feast), regia di Patrick Osborne
  • The Bigger Picture, regia di Daisy Jacobs
  • The Dam Keeper, regia di Robert Kondo e Daisuke Tsutsumi
  • Me and My Moulton, regia di Torill Kove
  • A Single Life, regia di Joris Oprins

 

Appunti sparsi.

E anche quest’anno è andata.

Alla fine ieri ho ceduto verso le 3.30 – per mere ragioni tecniche, a dir la verità, perché in effetti ero ancora piuttosto garrula – il che significa che sono arrivata più o meno al miglior film straniero, se non faccio confusione con l’ordine dei premi.

Ho poi finito di vedermi la premiazione oggi e devo dire che, tutto sommato, non mi son neanche ridotta tanto male.

Ok, sì, Redmayne mi ha distrutta ma perché tra un po’ si metteva a piangere lui e così non vale, per forza poi io lacrimo. E anche la Julianne. Come si fa a rimanere impassibili? Eh?

Nel complesso sono soddisfatta di questa edizione. Forse ho sentito un po’ meno il pathos rispetto all’anno scorso ma non escludo che sia dovuto al fatto che l’anno scorso c’era di mezzo Dallas Buyers Club che è un film che mi ha coinvolto in modo tragicamente viscerale.

E poi c’erano Martin e Leo. E io che mi sentivo in colpa a fare il tifo per McConaughey.

E poi c’era stata l’incazzatura per Gravity – che, seppur in senso negativo, pure quello è pathos.

Quest’anno mi ha dato l’impressione che fosse tutto in qualche modo un po’ più calmo. Che i conflitti e le competizioni fossero meno aspri.

Patrick Harris si è rivelato un bravo conduttore, anche se non aveva sicuramente la verve di una DeGeneres.

Ho sinceramente esultato per quasi tutti i premi.

J.K. Simmons è stato quasi inaspettato. Sperato, e tanto, quello sì ma non ci credevo davvero. Meritatissimo. Per quanto ami Norton, Simmons con Whiplash è su un altro pianeta.

Still Alice non l’ho visto ma un premio a Julianne Moore mi fa esultare a prescindere. E, a forza di sentirne parlare, andrà a finire che mi andrò a vedere anche questo.

Forse mi avrebbe fatto piacere qualcosetta in più a Imitation Game ma non mi sentirei neanche di togliere niente di quello che è stato assegnato a Birdman o a Grand Budapest perché meritavano tutto.

Sono così contenta per miglior film e miglior regia a Birdman.

E anche per le quattro statuette a Grand Budapest, tra cui quella alla Canonero – il suo quarto oscar, tra l’altro.

Onestamente non avrei dato miglior attrice non protagonista a Patricia Arquette. Boyhood mi è piaciuto parecchio ma non ho trovato nessuna interpretazione così sopra le righe da meritare un oscar. L’avrei dato più volentieri a Emma Stone (e non solo perché ha gli occhioni 😛 ).

Gianni Canova a seguire la telecronaca di Cielo è stata una gran bella cosa. Una di quelle cose che ti riappacificano con la critica cinematografica.

Le sue considerazioni sul fatto che in questa edizione degli oscar andava premiata la creatività (più che il biopic o la storia vera) visti gli esempi di grande livello che si presentavano (Birdman e GBH per l’appunto); l’essersi ricordato di Nolan e l’aver espresso il giusto rammarico per l’esclusione di Interstellar praticamente da tutto; l’aver fatto riferimento a Jersey Boys come esempio più significativo (rispetto ad American Sniper) della grandezza di Clint Eastwood. Ecco. Già solo queste considerazioni mi han fatto venir voglia di alzarmi e andare ad abbracciare la tv.

A seguire un po’ di foto random da red carpet e premiazione.

Ho volutamente evitato foto di Melanie Griffith e Dakota Johnson perché mi veniva un ictus ogni volta che le inquadravano.  Ma io non avevo mica capito che la monoespressiva interprete del purtroppo tanto reclamizzato 50 sfumature fosse la figlia di Melanie Griffith. E, a parte il fatto che se sentivo nominare ancora una volta quel titolo cominciavo a sbavare verde e a bestemmiare in sanscrito al rovescio, non mi ha turbato la parentela in sé – il cinema è pieno di figli d’arte tutt’altro che immeritevoli – ma mi ha infastidito il fatto che il nepotismo fosse così evidente perché privo di fondamento. La Dakota Johnson non è un attrice che viene da una famiglia di attori. E’ solo una che ha avuto un calcio in culo e ha tentato il colpo con una roba per casalinghe frustrate e tamarre con velleità (di cosa poi, rimane un mistero). E poi Melanie Griffith così rifatta e nerovestita sembrava veramente una strega/matrigna cattiva e la cosa mi è dispiaciuta.

Anyway, se mi è concesso di prolungare ancora un momento l’angolo del gossip, per me il vestito più bello rimane quello di Rosemund Pike.

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Notte degli Oscar e una volta tanto, per merito di Cielo, non dovrò sclerare dietro a streaming che si inchiodano e connessione che latita.

Resta il fatto che, se anche riesco ad arrivare alla fine della premiazione, non sarò comunque in grado di produrre un post questa sera perché a) con mio grande disappunto, qualche ora la devo pur dormire, e b) le premiazioni mi distruggono ed è molto probabile che arrivi alla fine ridotta ad un fagotto di copertine singhiozzante e totalmente incapace di esprimere un’opinione anche solo vagamente critica.

Cosa c’è da piangere per una premiazione? Niente. Lo so. Ma tant’è, appena qualcuno comincia a ringraziare io scoppio in lacrime.

Ciò detto, per il momento vi dovete accontentare del trailer di Into The Woods perché io son troppo distratta dal red carpet per mettermi a recensire qualcosa.

In uscita il 2 aprile. Meryl Streep candidata come Miglior Attrice non protagonista.

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Non lo so.

Castellitto in genere mi piace. Lo stesso dicasi della Mazzantini.

Jasmine Trinca è molto brava e Scamarcio, se ben diretto, ha già dato prova di essere un bravo attore.

Ma.

Onestamente il trailer mi sa più di Muccino che di Castellitto e, a monte, il libro Nessuno si salva da solo, secondo me non era tra i più adatti ad essere messo sullo schermo. Oltre a non essere tra i miei preferiti di Margaret, ma questo è un altro discorso ancora.

In realtà, per essere ancora più precisi, teoricamente  l’idea di base avrebbe potuto anche prestarsi al film, data l’impostazione quasi teatrale. Due protagonisti. Due ex coniugi. Uno scontro tra presente e passato. Dialoghi serrati a far venir fuori il non detto, sepolto sotto anni di incomprensione e incomunicabilità.

Però ricordo che lo avevo trovato un libro un po’ forzato. Ben scritto come sempre ma eccessivamente crudele, eccessivamente autocompiaciuto del proprio crogiolarsi nelle quotidiane miserie di una coppia sfasciata.

Insomma. Già il libro tendeva un po’ troppo ad insistere sullo squallore di quei casi umani stile Ultimo bacio e si salvava (lui sì) sostanzialmente per la buona scrittura dell’autrice. Sugli esiti del film sono decisamente poco ottimista.

Non so se andrò a vederlo al cinema.

 

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