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Archive for the ‘M. Lewis’ Category

locandina

Con quattro candidature ai Globes – miglior film, miglior attore Bale e Carrel, miglior sceneggiatura – e nessuna vittoria, La grande scommessa rimane, come anche Carol peraltro, tagliato fuori nonostante le discrete aspettative create dal lancio pubblicitario.

Il cast di nomi importanti ha di certo agito da richiamo, unitamente ad un trailer montato per trasmettere l’impressione del più dinamico dei colpacci per diventare ricchi.

Ora, premetto che a me il film è piaciuto. E pure molto. Resta il fatto che è risultato essere una cosa un tantino diversa da quel che sembrava.

Non mi metterò a raccontare in dettaglio la trama perché rischierei di incorrere in qualche deplorevole strafalcione, ma il tema di cui stiamo parlando è il crollo economico che nel 2008 ha travolto l’economia americana e che ancora oggi minaccia la stabilità del sistema.

Anni prima dell’esplosione di questa bolla finanziaria e della conseguente crisi, alcuni investitori particolarmente acuti e lungimiranti, primo fra tutti Michael Burry (Christian Bale), identificano le falle di una struttura finanziaria destinata al collasso inevitabile. Falle che si annidano in profondità nei meccanismi di investimento che riguardano il settore immobiliare.

La voce fuori campo di Ryan Gosling – narratore ed egli stesso protagonista della storia – ci guida sempre più in profondità, nei meandri di una realtà finanziaria sempre più astratta e ai limiti del paradossale.

La grande scommessa è un film difficile, su questo direi che non ci sono dubbi. Perché parla di argomenti lontani, astratti e complessi. Argomenti che, con tutta la buona volontà, è difficile trattare in modo divulgativo e corretto allo stesso tempo. A maggior ragione trovo riuscito l’equilibrio che si crea tra storia vera e propria e brevi intermezzi chiarificatori, giustificati appunto dalla voce narrante di Gosling.

Ritmo serratissimo. Alternarsi di diversi personaggi che costituiscono alcuni dei tasselli di un quadro che va via via assumendo proporzioni mostruose.

Molta ironia, dissacrante e cattiva.

Non avrei effettivamente assegnato premi agli attori, se non altro perché, per quanto tutti eccellenti, non c’è nessun ruolo veramente grosso da consentire a qualcuno di spiccare in modo particolare. Miglior film anche, mi pare un po’ esagerato. Ma almeno la sceneggiatura gliel’avrei data. Han fatto un gran lavoro rendendo fluido e assolutamente avvincente un materiale di partenza così astruso.

E invece niente. E se nel caso di Carol non mi sento di ipotizzare nulla di più che una normale questione di concorrenza, in questo caso ho idea che un film del genere non possa venir premiato. Tanto meno ad un evento made in USA.

Mancano eroi. Mancano vincitori. Manca un lieto fine, o almeno una sua imitazione. E poi va a toccare nervi ancora troppo scoperti. E’ tutto troppo recente e, soprattutto, troppo irrisolto.

Non c’è niente che dia ragione di pensare che sia cambiato qualcosa nel sistema bancario americano, agenzie di rating comprese.

E’ uno spiraglio che si apre su una realtà che si intuisce immensa e fuori controllo. Una realtà di marcio e di truffa, contaminata così in profondità da non lasciare spazio per nulla al di fuori di sé.

Non ci sono vincitori. Solo superstiti.

Non c’è rivalsa. Solo sopravvivenza.

Non c’è scampo.

Basato su avvenimenti recenti e documentati, tratto dal libro The Big Short – Il grande scoperto di Michael Lewis.

Da vedere.

Cinematografo  & Imdb.

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Moneyball

Fatte le dovute proporzioni, suppongo che il baseball per gli americani sia l’equivalente del calcio in Italia/Europa. Non c’è ragazzino americano che sia cresciuto senza aver acchiappato qualche tiro con un guantone un po’ come da noi non ce n’è uno che non abbia mai dato quattro calci a un pallone. Resta il fatto che, sarà pure la vecchia storia dell’erba del vicino, ma di film sul baseball (o sul football americano se è per questo) ne ho visti una discreta quantità mentre è fuor di dubbio che non resisterei cinque minuti di fronte ad un qualsivoglia film di argomento calcistico. E’ anche vero che – per fortuna –  non mi risulta ce ne siano poi molti.

Moneyball in realtà è carino ma non è niente di particolarmente notevole. Senza infamia e senza lode, trae sicuramente vantaggio dalla presenza di due attori come Brad Pitt e Philip Seymour-Hoffman.

Decisamente esagerate le sei candidature agli Oscar nel 2012 tra cui miglior film – forse si sentivano in colpa per non aver premiato Miller per Truman Capote? – miglior attore protagonista Brad Pitt – con tutte le parti che ha fatto sicuramente questa non è poi così rilevante – e non protagonista Jonah Hill – forse un incoraggiamento a non fare più i film semi-demenziale di cui pullula il suo curriculum?

Resta comunque un film gradevole perchè è curiosa la storia che viene raccontata. Una vicenda personale apparentemente insignificante che è andata ad intrecciarsi con la storia di uno degli sport nazionali d’America.

Tratto dal libro di Michael Lewis, ripercorre la carriera di Billy Beane, giocatore mancato, General Manager degli Oakland Athletics che, nel 2002, per cercare di risollevare le sorti della sua squadra cambia radicalmente metodo sia nella scelta dei giocatori sia nell’attribuzione loro dei ruoli in campo. Cercando di districarsi in un mondo di atleti strapagati e inarrivabili, Billy si avvale dell’aiuto di un giovane economista – il classico nerd a cui nessuno dà retta – che gli propone l’impiego di una teoria basata su numeri e formule e che rivoluziona alla base i principi per la formazione delle squadre.

Ci sono un po’ tutte le situazioni del caso, i contrasti, l’ostilità che Billy incontra da parte di coloro che hanno effettivamente più esperienza di lui, la sfiducia, il conflitto con se stesso e con i fantasmi del suo passato. Si apre uno spaccato su quello che è il dietro le quinte di quel complicato meccanismo gestionale e burocratico che manda avanti i grandi sport.

E poi c’è il salto. Gli Oakland che cominciano a vincere. La proposta da Boston (parliamo di Red Sox). La possibilità di concretizzazione di quella parte di sogno americano che è la realizzazione personale. Il successo. Indipendentemente da come poi vada a finire.

Il metodo adottato da Billy si dimostra vincente. Si diffonde. Cambia per sempre le regole del management del baseball.

Apprezzabile il fatto che il regista abbia evitato tutta una serie di cliché da situazione sportiva pre o post partita e abbia invece dato più spazio all’aspetto umano e conflittuale della vicenda senza tuttavia cedere alla tentazione di scenografici picchi emotivi di esaltazione o disperazione.

Cinematografo & Imdb.

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