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Archive for the ‘Lars Von Trier’ Category

In uscita il 28 febbraio. Presentato fuori concorso a Cannes e, a quanto pare, grandemente apprezzato.

Regia di Lars Von Trier il che significa che lo aspetto e lo temo in egual misura.

E non perché abbia dubbi sulla qualità del prodotto – devo ancora trovarlo un film di Lars che non mi sia piaciuto – ma perché ho paura di quanto riesce sempre ad essere chirurgicamente crudele.

In ogni caso il trailer è oltremodo figo.

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La proposta da parte della ABC di realizzare una fiction TV con trama completa, un inizio e una fine ben delineati era semplicemente troppo allettante per poter resistere. (S. King).

Creata e (in parte) sceneggiata da Stephen King, Kingdom Hospital è una serie TV del 2004.

Originariamente la ABC aveva richiesto un soggetto originale ma, strada facendo, King non ha resistito alla tentazione di cimentarsi con il remake della miniserie danese Riget (The Kingdom) di Lars Von Trier.

Una sola stagione, 15 episodi (anche se in realtà la numerazione ne conta 13 perché il primo e l’ultimo sono divisi), un numero limitato di personaggi, un contesto chiuso, il Kingdom Hospital, appunto, un grande ospedale (manco a dirlo) del Maine.

Non conosco la serie originale ma conosco abbastanza Lars Von Trier per riconoscerlo in sottofondo e il mix King-Von Trier ha prodotto un risultato decisamente interessante e, per molti aspetti, diverso da tutto quello che ho mai visto o letto di questi due autori.

All’inizio è strana, Kingdom Hospital.

Parte in modo super Kinghiano, con la riproduzione – fedele fino ad essere inquietante – dell’incidente che SK stesso ebbe nel 2001, quando fu investito da un minivan che lo ridusse in fin di vita.

La scena è ricostruita in modo così preciso, così dettagliato che ci vogliono non più di due secondi per capire che lo sta facendo davvero. Sta mettendo su schermo il suo incidente e dai, cacchio, è geniale.

Non è una cosa nuova di per sé, perché di fatto è quello che fa da sempre, prendere la (sua) vita e tirarne fuori quel nocciolo di storia che vale la pena di essere raccontato, però solo lui poteva farlo così.

Anyway, Peter, il protagonista, ha un incidente e questo serve a farci portare subito al Kingdom Hospital. E qui si avverte immediatamente un lieve cambiamento di tono. Un cambiamento che, in definitiva, è coerente con quello che sta per essere raccontato.

Ci ho messo un po’ ad entrare nella dimensione surreale di quell’ospedale che sembra galleggiare in una realtà leggermente sfasata rispetto a quella esterna.

Una volta entrati al Kingdom però, si rimane catturati.

Dal dottor Hook e dai suoi corridoi sotterranei; dalla signora Druse e dalle sue sedute spiritiche abusive; da Otto, il custode, e dal suo cane Blondie; dalla piccola Mary e dal suo amico Antibus, un formichiere che mangia le malattie, una creatura misteriosa e bellissima, che cura e uccide, che ha una pelliccia lucente, occhi grandi e saggi e denti affilatissimi.

Il Kingdom Hospital ha più segreti di quanti non vogliano ammettere i suoi dottori. C’è il pianto di una bambina che si sente solo in ascensore. E ci sono scosse di terremoto che si avvertono solo nell’ospedale. E un’ambulanza fantasma che va e viene.

I personaggi e le dinamiche delle loro interazioni sono profondamente kinghiane mentre pare più degna di Von Trier la nota di surreale umorismo orrorifico che caratterizza alcuni momenti.

La dimensione strettamente ospedaliera del contesto viene gestita in modo quasi totalmente surreale mentre la logica si stringe intorno alle vicende che si dipanano parallelamente e che legano progressivamente tutti i personaggi.

E poi c’è il vecchio Kingdom.

E lo spazio vuoto di Swedenborg (che la signora Druse, dotata sensitiva, si ostina a pronunciare ‘suidinmborghi’).

E un passato che deve essere chiarito.

Il Kingdom Hospital è un posto dove la realtà è sottile e lo zio Steve si sente a casa sua.

Le (auto)citazioni e i riferimenti abbondano, per la gioia dei fan, e King è il primo a spassarsela. Dalle copertine dei libri che vengono inquadrate, alle battute sulle situazioni che sembrano uscite da un romanzo di Stephen King, ai nomi più o meno esplicitamente evocativi – Hook, Jesse James, Johnny B. Goode – e via così.

Nel cast troviamo Jack Coleman (Peter) – il papà della cheerleader di Heroes, per capirci; Diane Ladd (Signora Druse) – la mamma (vera) di Laura Dern nonché candidata tre volte all’Oscar; Bruce Davison (l’odioso Dottor Stegman); Andrew McCarthy (Hook); Jamie Harrold (il goffo Dr. Traff) e Jodelle Ferland (che tra l’altro è anche la bambina fantasma di Silent Hill) nei panni dell’adorabile Mary.

Regia di Craig R. Baxley che è ormai affezionato alla vena seriale di King, avendogli già diretto Rose Red e La tempesta del secolo.

Tra gli sceneggiatori, oltre a King, anche sua moglie Tabitha e lo stesso Lars Von Trier.

Inquietante e divertente, horror, thriller, ghost story. C’è un po’ di tutto al Kingdom Hospital e, davvero, è stata una gran bella scoperta.

Penso che vi piacerà.

So che non lo dimenticherete mai.

E, come sempre: sogni d’oro.

– Stephen King

Imdb.

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Probabile che farò un picco di accessi con questo titolo.

Sì, il caro vecchio zio Lars.

Sì, tutti e due i volumi insieme, perché di fatto è un film unico e non riesco proprio a pensarli separatamente. Al massimo come primo e secondo tempo. Quindi mettetevi comodi, perché si va per le lunghe.

E ancora, sì, spoiler in grandi quantità perché a parlarne senza anticipare niente si finisce col non parlarne affatto e col rimanere confinati al punto di partenza.

Un uomo di mezz’età, camminando in un vicolo dietro casa sua, si imbatte in una donna reduce da un’aggressione. La donna è conciata male. L’uomo la porta a casa sua. Le offre un letto, un riparo. Le offre conforto. Le chiede cosa sia successo ma la risposta di lei non è semplice. Non può esserlo. Deve partire da lontano. Raccontargli chi è e perché si sia, secondo lei, meritata di finire esattamente dov’è finita. E’ una persona malvagia, sostiene, e il racconto della sua vita glielo dimostrerà oltre ogni ragionevole dubbio.

Lui si chiama Seligman (Stellan Skarsgård), lei Joe (Charlotte Gainsbourg). Lui non è disposto a credere, a prescindere, alla sua malvagità.

Così, in questo modo, con la costruzione di una situazione di cornice dai tratti fortemente teatrali, ha inizio il primo volume di Nymphomaniac, terzo capitolo della Depression Trilogy (suvvia, Lars è un allegrone, si sa) composta da Melancholia e Antichrist.

Ha inizio un balletto, una schermaglia lunga, sofferta, sfiancante e meravigliosamente geniale che alterna episodi – sempre di natura fortemente sessuale – della vita di Joe, rivissuti in flashback mentre lei racconta, alle discussioni che seguono, nella stanza da letto in cui Joe è ospite, suscitate dalle obiezioni che di volta in volta Seligman le muove per indurla a guardare e giudicare se stessa e la sua vita da nuovi punti di vista.

Seligman è l’interlocutore perfetto. Ha una cultura sconfinata e ad ogni episodio, ad ogni fatto più o meno discutibile che Joe racconta lui contrappone riferimenti storico-culturali-antropologici che cambiano la luce e la prospettiva sugli stessi episodi, mettendone in risalto la natura fondamentalmente logica, neutra, non condannabile ma totalmente giustificabile.

Nymphomaniac, entrambi i volumi perché di fatto la struttura non cambia mai, è prima di tutto una magistrale competizione dialettica. Ha un copione di rara complessità e genialità.

E il fatto che il catalizzatore di questa performance dialettica sia il sesso in una sua manifestazione estrema è fondamentale, significativo e, se ci si pensa un momento, praticamente inevitabile.

Perché una discussione che sia realmente tale presuppone una relativizzazione totale dei valori e dei parametri del pensiero corrente. E quale miglior territorio per mettere alla prova questa relativizzazione se non l’argomento che sembra spaventare più di qualsiasi altra cosa il pensiero del nuovo millennio?

Perché il sesso è un tabù. E’ inutile raccontarsela. E lo è ora molto più che in passato. E lo è in modo talmente radicato da essere inconscio. E’ l’esemplificazione più semplice e lampante del concetto di condizionamento comportamentale. E’ l’apoteosi del condizionamento di un contesto sul singolo.

Lars gira un film che è per metà dialogo filosofico e per metà un quasi porno. Dico quasi perché nonostante l’enorme quantità di inquadrature e sequenze esplicitamente pornografiche (sequenze girate da attori porno professionisti e poi montate digitalmente sugli attori), il tutto è gestito in modo tale da non risultare mai realmente provocante o provocatorio. Nymphomaniac non ti fa eccitare. Ti incuriosisce. E riesce nel suo intento perché di fatto, ti cambia gradualmente la prospettiva. Perché già dopo la prima mezz’ora – a dir tanto – di sesso e inquadrature di genitali ci si riallinea su un’ottica neutra che presuppone il corpo – e qualunque utilizzo si faccia di esso – esclusivamente come tale e non più come ‘corpo nudo’ o ‘corpo sessuale’. Spariscono le connotazioni sovraimposte dalla (presunta) moralità e rimangono solo le cose così come sono.

Ok, lo so, qui si va a finire nel discorso della percezione della sessualità legata a ciò che è nascosto/proibito e viceversa e sì, è un discorso banale, almeno dal mio punto di vista. Ma mi rendo conto che nella realtà di tutti i giorni è molto meno banale di quanto mi piaccia pensare.

In definitiva, Lars non mette tutto quel sesso per provocare o per stupire. Lars non gioca sporco (come un Malick con Tree of Life, tanto per capirci). Mette tutto quel sesso perché ne impone l’oggettività neutra e sostanzialmente a-morale, al pari di qualsiasi altra cosa.

Ed è per questo che diventa il mezzo più efficace e diretto per riportare un’ottica neutra, imparziale e a-morale su tutti gli altri argomenti che vengono affrontati e che spaziano in ogni campo dello scibile umano.

E’ l’essere umano stesso e la sua presunta facoltà di raziocinio, ad essere messo in discussione.

La prima parte è la più leggera. E’ la parte luminosa, la parte divertente, per così dire. L’unico momento cupo è rappresentato dalla morte del padre di Joe (Christian Slater) e l’ho trovato realmente doloroso.

In questo primo volume, ad interpretare Joe da giovane è Stacey Martin che esordisce sul grande schermo con un ruolo tutt’altro che semplice, con addosso un personaggio che si tratteggia attraverso il ricordo della sua futura se stessa e per questo ne risulta condizionato. Joe da ragazza non è simpatica. Non è un personaggio per cui si provi particolare empatia. E’ connotata da una durezza di fondo che non è ancora ben definita ma che istintivamente tiene lontani.

Il lui chiave di tutta la storia è interpretato da Shia LaBeouf – che ha dovuto mandare a Lars le foto del suo pene per fare il provino, cosa che mi fa sempre molto ridere ogni volta che mi viene ricordata e che come sempre è molto bravo.

L’unica cosa realmente disturbante del primo volume è Uma Thurman in una parte fortunatamente breve – come al solito ottima nell’interpretazione ma inguardabile a causa del botox che le ha ridisegnato – male – i lineamenti.

Cinematografo Vol I & Imdb Vol I

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La seconda parte, il Volume 2, invece, è la descensio.

Immagino si sia capito, mi è piaciuto moltissimo questo film, ma il secondo volume l’ho patito un po’. Sicuramente c’è un discorso di sensibilità personale, non lo metto in dubbio, ma è un fatto che si addentra sia visivamente che verbalmente in tematiche più delicate e dolorose. Affronta argomenti anche più scomodi. Non a caso la censura qui è stata molto più invasiva.

Non c’è pace per Joe. Non c’è limite all’istinto che la porta a seguire la sua natura oltre qualsiasi limite. Anche oltre se stessa. Qui a recitare anche nei flash back è proprio la Gainsbourg ed è immensa.

Il secondo volume è la parte oscura del sesso. Non tutta, quello no, ma abbastanza per trasmettere la sensazione di profonda e inesorabile autodistruzione. Masochismo. Aborto. Pedofilia. Concetti scomodi, chi per un verso chi per l’altro.

Visivamente più provante, anche se suppongo che in questa mia percezione sia stato fondamentale l’impatto della scena in cui Joe si autopratica un aborto, dopo la quale ho dovuto stoppare perché son finita miseramente stesa mezza svenuta. Non ho tenuto il conto di quanto duri ma è abbastanza se si tiene conto che l’inquadratura e quasi sempre fissa sulla sua vagina insanguinata – in cui lei scava con ferri improvvisati – e che il tutto è accompagnato dalle sue urla, dal momento che è ovviamente senza anestesia.

E pesante anche la discussione che ne segue. Il principio è sempre lo stesso di tutto il film. Chiamare le cose col loro nome. Tirare giù le maschere. Smetterla di raccontarsela. Il che non è detto che venga necessariamente apprezzato.

Da quel che ho capito, nella versione censurata, non hanno tagliato solo la scena pratica dell’aborto ma hanno eliminato proprio tutto l’episodio, dialogo compreso. Non sono ancora riuscita ad appurare se sia stata una scelta totalmente epurativa o se Lars si sia impuntato a voler togliere tutto piuttosto che far vedere le cose a metà.

Anche l’episodio sul pedofilo è un discreto pugno nello stomaco, soprattutto per l’incontestabile lucidità delle osservazioni di Joe.

Poi vabbè, il sadomaso lo patisco un po’ quindi anche la silent duck me la sarei evitata, ma decisamente su quel fronte non si è andati troppo oltre.

Avrei preferito che Joe non diventasse madre ma perché è doloroso constatare l’inevitabilità dell’abbandono del figlio.

Così come avrei preferito anche che alla fine Seligman non provasse a scoparla.

Ora, all’inizio del secondo volume, nel momento stesso in cui Seligman si dichiara asessuale, si pensa che la ‘logica’ conclusione sarà che finiranno a scopare. Proprio perché la cosa è così ovvia avrei preferito che lui non ci provasse.

Perché fino a quell’ultima scena c’erano due personaggi bellissimi, forti e soli. Fuori da tutto, anche se in modi diametralmente opposti. Con quel patetico tentativo, Seligman vanifica tutto il suo personaggio. Lo rende fasullo, debole, insincero. E questo mi è dispiaciuto.

E’ pur vero, d’altro canto, che questo rappresenta la consacrazione definitiva di Joe.

Joe che è arrivata ad un punto morto e deve cambiare. Joe che ha appena deciso che sarà lei, quella persona su un milione – secondo le statistiche propinate dai gruppi di sostengo per sex addicted – in grado di reprimere e domare la propria sessualità. E come in ogni altra decisione che ha preso, Joe non torna indietro, se quella decisione è quello che sente realmente.

Joe è un personaggio meraviglioso. E’ fortissima. E’ radicatamente, intrinsecamente e totalmente amorale. E soprattutto è sempre, sempre, sempre consapevole di chi e che cosa è. Ed è sempre coerente con se stessa. E’ destinata ad una solitudine drammaticamente totale perché non c’è posto per lei, nel nostro mondo. Potrebbe essere tollerata se vestisse i panni del pentimento, della malattia, del disagio psichico. Ma lei non lo fa. Mai. Lei è sempre, fino in fondo, onesta e coerente con se stessa. Anche a costo di fare delle cose orribili. Anche con tutto il dolore che provoca intorno a sé.

Joe è veramente una su un milione. Chiunque altro verrebbe schiacciato. Non lei. La solitudine è il prezzo che paga per non tradirsi mai. E alla fine, forse, al di là di tutto, essere onesti con se stessi è davvero quanto di meglio si possa sperare di fare.

Ok. Ora la pianto e dico chiaramente che adoro Joe.

Ultime considerazioni random di cose che mi vengono in mente così.

Bella la colonna sonora. Ho amato i Rammstein all’inizio, così come i minuti di nero (per chi scarica i film: no, non è un file corrotto, sono davvero minuti di nero, è Lars che è un genio. Apprezziamo).

Ruolo relativamente piccolo ma sempre gradito per Willem Dafoe, già marito di Charlotte in Antichrist (che, tra l’altro, credo che ormai mi recupererò perché vorrei completare la trilogia anche se al tempo l’avevo snobbato un po’ intimorita dalle voci che circolavano sugli svenimenti causati da un certo utilizzo delle forbici che Charlotte pratica sulle sue parti intime – ma povera, se Lars non la mette a massacrarsi non è contento).

Concludo questo mezzo poema epico e ribadisco che merita. Assolutamente da vedere. Non è una passeggiata ma va visto.

Cinematografo Vol II & Imdb Vol II

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Raramente sono uscita da un film di Lars Von Trier così soddisfatta. Sempre emotivamente provata ma anche estasiata. Melancholia è veramente bellissimo, a partire proprio dal piano meramente estetico. C’è una ricerca della bellezza e dell’armonia delle inquadrature che è quasi una novità per il regista che di solito – escludendo forse Dogville – predilige un’estetica più dimessa e immagini in apparenza meno costruite.

Kirsten Dunst è davvero molto brava e la Palma d’oro di Cannes come miglior attrice non è immeritata. Di Charlotte Gainsbourg è quasi superfluo parlare.

Il film ruota intorno a Justine e Claire. Due sorelle, molto diverse ma molto legate. La narrazione è divisa in due atti. Il primo è Justine e il suo matrimonio, organizzato dalla sorella nella sontuosa tenuta dove vive insieme al marito. Questo primo capitolo è un capolavoro di claustrofobia famigliare. Fa venir voglia di scappare dal momento stesso in cui gli sposi arrivano e vengono rimproverati per il ritardo. L’organizzatore tirannico, il cognato-finanziatore, l’orribile madre delle due sorelle sembrano essere all’inizio motivi più che sufficienti a giustificare lo strano comportamento della sposa. Però gradualmente si intuisce che qualcosa non va. Proprio nella sposa.

Nel secondo atto, incentrato su Claire, la malattia di Justine è ormai evidente. Una depressione che la allontana dalla realtà e la rende incapace di vivere; ma che paradossalmente le fornisce una sorta di canale preferenziale nel rapportarsi con l’ipotesi di una catastrofe imminente. Ipotesi che invece terrorizza Claire. Concreta, sana. Attaccata alla vita e alla bellezza materiale e fisica della vita. Nella sua dimora ricchissima e sconfinata.

Mentre nel primo atto la catastrofe è quella del matrimonio e l’osservazione del cielo è un elemento marginale di cui non si capisce esattamente il ruolo, nel secondo si parla finalmente di Melancholia. Un pianeta che secondo alcuni scienziati si avvicinerà soltanto alla Terra per uno spettacolare “passaggio ravvicinato”, mentre secondo altri, travolgerà e annienterà la Terra che si trova sulla sua traiettoria.

L’attesa di questo evento diventa gradualmente centrale e catalizza anche le dinamiche tra le due sorelle. Mentre Justine ha bisogno dell’aiuto di Claire per affrontare la vita in ogni sua minima parte, Claire ha bisogno di Justine per rapportarsi all’idea della possibilità della morte.

Non c’è un solo momento in tutto il film in cui il mondo esterno entri nel castello. Cacciati gli invitati al matrimonio alla fine del primo atto, si hanno solo brevi sprazzi di quella che potrebbe essere la realtà effettiva tramite i collegamenti a internet di Claire. Poi neanche più quelli, quando la corrente salta.

Non arriva nulla di come il mondo si prepari anche solo alla possibilità della sua fine. Non arriva nulla da nessuno. Ma non è importante. Anzi. Questo rende ancora più suggestivo il tutto. E’ un po’ come se Justine e Claire fossero già da un’altra parte rispetto al resto del mondo.

Bellissimo davvero.

Ho amato moltissimo la scena in cui Kirsten Dunst cambia tutti i libri d’arte esposti nello studio del cognato, sceglie altri libri e li apre, in modo apparentemente casuale su altre pagine, su altre opere. L’inquadratura non si sofferma particolarmente sui quadri che sceglie, ma molti di questi richiamano la carrellata delle immagini iniziali, a loro volta costruite come altrettanti quadri. Una sorta di anticipazione. Di squarcio sulla dimensione privilegiata di consapevolezza di Justine.

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