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Archive for the ‘F. Flanagan’ Category

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Inevitabilmente con spoiler, perché è un po’ riduttivo cercare di parlarne solo dall’esterno, però non subito, quindi chi vuole leggere proceda pure, quando comincio a spoilerare avviso.

L’ambito è sostanzialmente quello della casa stregata.

Grace vive con i suoi due bambini in un’enorme villa sull’isola di Jersey, tra l’Inghilterra e la Francia. Siamo nel ’45, alla fine della seconda guerra mondiale, e Grace ha resistito da sola, con un marito al fronte che probabilmente non tornerà e la malattia dei due figli che la costringono a vivere in una costante oscurità. Anne e Nicholas sono fotosensibili. La minima esposizione alla luce mette a rischio la loro sopravvivenza. La casa è grande, piena di finestre e di porte e la luce rischia di filtrare a tradimento, come fosse acqua. Per questo Grace chiude sempre tutte le porte a chiave. Nessuna porta deve essere aperta prima che l’ultima sia stata chiusa, come dice lei stessa. I pesanti tendaggi devono essere sempre tirati, quando passano i bambini. Anne e Nicholas non possono uscire ed è la stessa Grace ad occuparsi della loro istruzione e della preparazione ai sacramenti, dal momento che ormai, neanche il prete passa più da loro. Grace conduce una vita, che lei stessa definisce, a volte, insopportabile.

Dopo che anche i domestici se ne sono andati, alla sua porta si presentano la signora Mills, il signor Tuttle e la giovane Lydia e si offrono come persone di servizio. Hanno già lavorato in quella casa e la conoscono bene.

La prima a notare qualcosa di strano è Anne. Vede un bambino. Ci parla. Vede altre persone che girano per casa. Che dicono che quella è casa loro. Che minacciano di togliere le tende.

Anne viene punita dalla madre per le storie che si inventa. Costretta a leggere brani della Bibbia e a chiedere perdono in base ad una sorta di distorto fervore religioso che caratterizza Grace.

Poi anche Grace stessa comincia a sentire qualcosa. Le stranezze sono tali che non possono essere ignorate.

E la signora Mills sembra saperla più lunga di quel che dovrebbe.

La tensione si crea, altissima, fin da subito. L’atmosfera oppressiva della casa contagia e il fragile equilibrio emotivo di Grace contribuisce ad accentuare la sensazione di precarietà.

Il cileno Amenàbar costruisce un horror che è in equilibrio tra il ghost-movie e lo psicologico. Non utilizza effetti di nessun tipo, né visivi né sonori, ma gioca con le inquadrature, con gli sguardi dei personaggi, con l’insinuazione di un dubbio che si fa sempre più prepotente e delineando i contorni confusi del fantasma di un ricordo che vuole tornare allo scoperto.

[SPOILER]

La costruzione è perfetta e risulta tanto più magistrale alla luce del finale. Se già di per sé The Others è un ottimo film, diventa veramente qualcosa di più con la risoluzione della vicenda. Il ribaltamento di prospettiva è, di fatto, l’elemento più agghiacciante e spaventoso di tutto il film. E arriva in modo assolutamente spiazzante e al tempo stesso perfettamente logico.

Siamo nel 2001 e The Others si piazza al fianco del Sesto senso nello sdoganare definitivamente l’inversione di prospettiva in questo genere di film. Quanto meno per quel che riguarda la filmografia degli ultimi quindici-vent’anni. Si guarda dal punto di vista del fantasma, in parole povere.

Che, a pensarci, è un espediente che ormai abbiamo interiorizzato a tal punto da considerarlo quasi scontato, ma che negli anni in cui sono arrivati questi due film, non lo era affatto. E’ un po’ come le inquadrature rallentate di Matrix o le piogge di frecce del Signore degli Anelli. Sono stati film che in qualche modo hanno variato il canone di un genere. Il modo in cui gli elementi vengono utilizzati.

Nel caso specifico, The Others, avendo un’impostazione più classica rispetto al Sesto Senso – che è comunque un film di Shyamalan e meriterebbe un discorso a sé, oltre a non poter essere definito univocamente un horror – lascia ancora più spiazzati quando arriva il ribaltamento. E non è solo l’effetto sorpresa della prima visione. Anche rivedendolo più volte, la struttura risulta perfetta in ogni dettaglio. Per tutto il film si pensa di assistere alla storia di una casa infestata da qualche presenza. E si pensa che i domestici ne sappiano qualcosa o, addirittura, ne siano complici o responsabili. Per tutto il film ci si aspetta di scoprire cosa tormenta i protagonisti.

Poi, per carità, a me piace rivedere più volte i film a prescindere, però in questo caso, rivederlo sapendo già il finale ha il suo perché in quanto dà la possibilità di apprezzare tutta una serie di finezze di sceneggiatura. Dalle battute del marito a – soprattutto – quelle della signora Mills.

La Kidman è bellissima e perfetta nei panni di Grace. Ogni suo gesto trasmette precarietà. Rende benissimo l’immagine di qualcuno che stia cercando disperatamente di tenere insieme tutti i pezzi della sua normalità. Ma che in fondo sa di aver perso in partenza. E’ un personaggio fragile e contraddittorio ed è incarnato alla perfezione da una Nicole pre-botox in tutta la sua algida e statuaria bellezza.

Parimenti ottima Fionnula Flanagan nei panni della signora Mills. Coprotagonista di bravura e importanza pari a quelli di Grace. E’ un personaggio inquietante e accattivante al tempo stesso e il modo in cui sono interpretati l’equilibrio e l’ambivalenza dei suoi gesti, degli sguardi, delle risposte è assolutamente determinante.

Adoro questo film.

Cinematografo & Imdb.

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