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Archive for the ‘D. Cronenberg’ Category

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Avevo visto questo film in sala al tempo dell’uscita, nel 2005. E onestamente non saprei dire perché non lo abbia mai più rivisto da allora. Mi ci sono imbattuta un paio di settimane fa su Rai4 e sono rimasta piuttosto perplessa nel realizzare che era solo la mia seconda visione. Considerato che sono una discreta ossessiva delle visioni multiple e che questo film mi era piaciuto parecchio.

E piacerà anche a chi Cronenberg lo ama ma con riserva. A quelli che sì Cronenberg è bravo ma a volte esagera. A quelli che Cronenberg ok, però è troppo morboso.

Quello di History of Violence è un Cronenberg stilisticamente impeccabile e innegabilmente garbato nel presentare le sue ossessioni. Che ci sono. Ci sono eccome, anche se forse in veste, questo sì, meno morbosa.

Tratto da Una storia violenta, romanzo a fumetti di John Wagner e Vince Locke, il film racconta la storia di Tom, tranquillo padre di famiglia che un giorno viene coinvolto in una rapina, uccide gli aggressori e diventa una sorta di eroe locale. Il suo volto compare sui giornali e in televisione e, all’improvviso, si fanno vivi alcuni esponenti della malavita che sostengono che lui sia uno del loro ambiente, misteriosamente scomparso anni prima. Qualcuno con cui hanno dei conti in sospeso.

E’ vero? Non è vero?

Tom ha famiglia. Una bella moglie e un figlio. Modi quieti e pacati.

E una notevole prontezza nell’utilizzare un’arma in caso di aggressione.

E’ il problema dell’identità ad essere al centro di questa History of Violence. L’identità di Tom che rimane in sospeso fino all’ultimo in un equilibrio delicatissimo di indizi che spostano di continuo la prospettiva. Tom è chi dice di essere o è un perfetto sconosciuto per le persone che lo amano e vivono accanto a lui tutti i giorni? Tom è un estraneo per la sua famiglia o lo è anche per se stesso?

E poi la violenza. L’altra grande protagonista. Che sembra essere l’unica identità univoca che accomuna ed infetta ogni possibile versione della realtà americana. La violenza che sembra diventare l’unica chiave di lettura possibile della società americana – e, per estensione, occidentale – contemporanea.

L’ossessione per il passato che ritorna, qualunque esso sia.

L’impossibilità della fuga. Dal proprio passato ma soprattutto da se stessi.

Viggo Mortensen interpreta Tom e con lo sguardo sperduto e l’aspetto da onesto lavoratore della middle class conferisce al personaggio la giusta dose di credibilità e ambiguità.

Brava anche Maria Bello. Anche se di solito non amo molto questa attrice, la sua interpretazione dolce, ferita e arrabbiata costituisce un contrappunto perfetto per il ruolo di Mortensen, amplificandone le incoerenze e le ambivalenze. Facendo da cassa di risonanza per il dubbio e l’incertezza che si insinuano e crescono inarrestabili.

Nei panni dei cattivi abbiamo un ottimo Ed Harris, inquietante e glaciale, col volto sfigurato, e William Hurt, con un monologo finale da far venire la pelle d’oca.

Un film complesso, crudele, estremamente stratificato per quel che riguarda i livelli di significato.

Un Cronenberg perfetto, implacabile, chirurgico nel suo non concedere via di scampo a nessuno.

Cinematografo & Imdb.

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Maps to the Stars è bellissimo.

Crudele, impietoso, morboso anche, come ogni film di Cronenberg che si rispetti. Ma assolutamente, totalmente meraviglioso.

L’ho amato dall’inizio alla fine. Ogni dettaglio, ogni inquadratura, ogni parola. Forse, razionalmente, non so neanche spiegare del tutto questo amore così viscerale, resta il fatto che era parecchio che non rimanevo così folgorata da Cronenberg. Forse addirittura dai tempi degli Inseparabili.

La mappa delle stelle cui fa riferimento il titolo è il percorso tra le ville delle celebrità a Hollywood. Il percorso segnato sulle mappe per i turisti.

Agatha (Mia Wasikowska) arriva a Hollywood da sola, con poco bagaglio, cicatrici da ustioni sul volto e sul corpo, un passato con cui fare i conti, una limousine prenotata e un contatto “importante” rimediato su twitter. Alla guida della limousine c’è Jerome (Robert Pattinson), aspirante attore-sceneggiatore-qualcosa-purché-sia-Hollywood, con cui Agatha stringe amicizia.

Parentesi. Perché Cronenberg si sia poi così affezionato a Pattinson è cosa che non mi è del tutto chiara e che, secondo me, non è neanche del tutto giustificata dalla buona resa di Cosmopolis. Resta il fatto che ho trovato quanto meno buffo il fatto che l’abbia di nuovo chiuso in una limousine, anche se stavolta almeno gliela fa guidare. Chiusa parentesi.

La famiglia Weiss è ricca e socialmente affermata. Sanford Weiss (John Cusack) è una specie di fisioterapista-guru che predica e massaggia benessere in giro per le ville delle celebrità e tramite trasmissioni televisive; sua moglie Christina si occupa di gestire la carriera del figlio tredicenne, Benjie (Evan Bird) già star di Hollywood e già alle prese con una disintossicazione.

Havana Sergrand è un’attrice che probabilmente ormai si avvia al declino, ossessionata dal torbido e irrisolto rapporto con la madre (ormai defunta) e dal desiderio patologico di reinterpretare il ruolo che fu proprio di sua madre nel remake di un film di prossima lavorazione. Havana concentra la sua ossessione sull’ottenere quella parte come tappa di un percorso di liberazione dal fantasma materno. Percorso sul quale è guidata dal Sanford Weiss.

Quando, parlando del film in termini molto vaghi, prima di documentarmi, alla domanda “di cosa parla?” ho risposto con un generico “mah, gente con problemi”, tutto sommato non ero poi così distante dalla verità.

Una Hollywood da incubo, una galleria di personaggi psicotici, vuoti, ossessionati da se stessi. Una panoramica sulle varie declinazioni della bassezza e dell’opportunismo. Uno squarcio sulle dinamiche profondamente malate che mandano avanti quella macchina dell’oro che Hollywood. Sulla sua dimensione fondamentalmente disumanizzante. I dialoghi alle feste, su questo punto, sono crudelmente significativi. Quelli di Havana, che cerca di ottenere raccomandazioni per la parte ma, soprattutto, quelli di Benjie con i suoi colleghi e coetanei. Microcelebrità infarcite di soldi. Piccoli esemplari di ego ipertrofici nutriti di fama, istinto di competizione e disprezzo del prossimo. Un miscuglio di cattiveria infantile e disagio adolescenziale potenziati da una libertà sostanzialmente illimitata. Piccoli mostri insomma cresciuti come tali da mostri ben più grandi e più consapevoli.

E poi i segreti. I fantasmi. Quello che viene nascosto. Quello che non si può dire. L’incesto è un elemento dominante fin dall’inizio del film e, al di là delle singole vicende in cui emerge, è potente la sua valenza simbolica nel fare di tutta Hollywood una comunità incestuosa e, come tale, fondata e cresciuta nel male, nell’abiezione.

Cronenberg non è sicuramente il primo a puntare il dito sui peccati di Hollywood ma lo fa in un modo talmente viscerale da risultare qualcosa di completamente altro rispetto alla solita critica socio-economica.

Maps to the Stars è una lunga e struggente poesia. Sono i versi di Liberté di Paul Éluard (1942) che attraversano tutto il film, una sorta di filo rosso che simboleggia la condizione di prigionia fisica, mentale, chimica in cui si trovano costretti tutti i personaggi e che incarna l’esigenza e il presagio di una liberazione imminente.

Bellissimo il personaggio di Agatha, una sorta di angelo folle, incarnazione della Nemesi per tutti quanti.

Fantastica Julianne Moore, miglior attrice a Cannes, invecchiata ma pur sempre bellissima, in un ruolo devastante e difficilissimo.

Ottimo anche Evan Bird, in perfetto equilibro tra cattiveria e dolore.

In generale, uno degli elementi che contribuiscono a rendere perfetto questo film è la pacatezza del dramma. Non ci sono eccessi. Non c’è mai melodramma anche laddove si tocca il fondo della drammaticità fin quasi al parossismo.

Gran cosa. Un equilibro enormemente difficile da ottenere quando stai trattando dei personaggi che sostanzialmente sono tutti dei casi umani uno peggio dell’altro.

L’autoreferenzialità di Hollywood a se stesso si spreca, come è logico che sia data l’ambientazione. A volte ho il sospetto che, per un regista, ambientare una storia inventata in un contesto così familiare sia un po’ come scrivere una fanfiction all’ennesima potenza.

Non manca neppure un bel riferimento ai Dodici Passi che generalmente sono degli Alcolisti Anonimi ma che di fatto sono applicabili a qualsiasi forma di riabilitazione da dipendenza. Al di là del fatto che io continuo ad essere perseguitata da questi benedetti Dodici Passi (Frey, King…etc., etc.) ho trovato geniale che il personaggio portatore del principio del fare ammenda fosse proprio Agatha. E con questo mi fermo, altrimenti spoilero.

Vedetelo, vedetelo assolutamente.

Libertà

Sui miei quaderni di scolaro
Sui miei banchi e sugli alberi
Sulla sabbia e sulla neve
Io scrivo il tuo nome

Su tutte le pagine lette
Su tutte le pagine bianche
Pietra sangue carta cenere
Io scrivo il tuo nome

Sulle dorate immagini
Sulle armi dei guerrieri
Sulla corona dei re
Io scrivo il tuo nome

Sulla giungla e sul deserto
Sui nidi sulle ginestre
Sull’eco della mia infanzia
Io scrivo il tuo nome

Sui prodigi della notte
Sul pane bianco dei giorni
Sulle stagioni promesse
Io scrivo il tuo nome

Su tutti i miei squarci d’azzurro
Sullo stagno sole disfatto
Sul lago luna viva
Io scrivo il tuo nome

Sui campi sull’orizzonte
Sulle ali degli uccelli
Sul mulino delle ombre
Io scrivo il tuo nome

Su ogni soffio d’aurora
Sul mare sulle barche
Sulla montagna demente
Io scrivo il tuo nome

Sulla schiuma delle nuvole
Sui sudori dell’uragano
Sulla pioggia fitta e smorta
Io scrivo il tuo nome

Sulle forme scintillanti
Sulle campane dei colori
Sulla verità fisica
Io scrivo il tuo nome

Sui sentieri ridestati
Sulle strade aperte
Sulle piazze dilaganti
Io scrivo il tuo nome

Sul lume che s’accende
Sul lume che si spegne
Sulle mie case raccolte
Io scrivo il tuo nome

Sul frutto spaccato in due
Dello specchio e della mia stanza
Sul mio letto conchiglia vuota
Io scrivo il tuo nome

Sul mio cane goloso e tenero
Sulle sue orecchie ritte
Sulla sua zampa maldestra
Io scrivo il tuo nome

Sul trampolino della mia porta
Sugli oggetti di famiglia
Sull’onda del fuoco benedetto
Io scrivo il tuo nome

Su ogni carne consentita
Sulla fronte dei miei amici
Su ogni mano che si tende
Io scrivo il tuo nome

Sui vetri degli stupori
Sulle labbra intente
Al di sopra del silenzio
Io scrivo il tuo nome

Su ogni mio infranto rifugio
Su ogni mio crollato faro
Sui muri della mia noia
Io scrivo il tuo nome

Sull’assenza che non desidera
Sulla nuda solitudine
Sui sentieri della morte
Io scrivo il tuo nome

Sul rinnovato vigore
Sullo scomparso pericolo
Sulla speranza senza ricordo
Io scrivo il tuo nome

E per la forza di una parola
Io ricomincio la mia vita
Sono nato per conoscerti
Per nominarti
Libertà.

Paul Éluard

Cinematografo & Imdb.

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Decisamente quest’anno non sono riuscita a seguirlo un granché.

Anyway. Ecco i vincitori.

Concorso

  • Palma d’oro: Kış Uykusu, regia di Nuri Bilge Ceylan (Turchia, Germania, Francia)
  • Grand Prix Speciale della Giuria: Le meraviglie regia di Alice Rohrwacher (Italia)
  • Prix de la mise en scène: Bennett Miller per Foxcatcher (USA)
  • Prix du scénario: Andreï Zviaguintsev e Oleg Negin per Leviathan (Russia)
  • Prix d’interprétation féminine: Julianne Moore per Maps to the Stars (USA)
  • Prix d’interprétation masculine: Timothy Spall per Mr. Turner (UK)
  • Premio della giuria (ex-æquo): Mommy, regia di Xavier Dolan (Canada) e Adieu au Language, regia di Jean Luc Godard (Svizzera)

Un Certain Regard

  • Premio Un Certain Regard: White God, regia di Kornél Mundruczó (Ungheria, Germania, Svezia)
  • Premio della Giuria: Force majeure, regia di Ruben Östlund (Svezia)
  • Menzione Speciale: The Salt of the Earth, regia di Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado (Brasile, Francia, Italia)

Settimana Internazionale della Critica

  • Gran Premio Settimana Internazionale della Critica: The Tribe, regia di Myroslav Slaboshpytskkiy (Ucraina)
  • Premio SACD: Hope, regia di Boris Lojkine (Francia)

Quinzaine des Réalisateurs

  • Premio Art Cinéma: Les Combattants, regia di Thomas Cailley (Francia)
  • Premio Europa Cinema Label: Les Combattants, regia di Thomas Cailley (Francia)
  • Premio SACD: Les Combattants, regia di Thomas Cailley (Francia)

Altri premi

  • Caméra d’or: Party Girl, regia di Claire Burger, Samuel Theis e Marie Amachoukeli (Francia)
  • Premio Fipresci:
    • Concorso: Kış Uykusu, regia di Nuri Bilge Ceylan (Turchia)
    • Un Certain Regard: Jauja, regia di Lisandro Alonso (Argentina)
    • Quinzaine des Réalisateurs: Les Combattants, regia di Thomas Cailley (Francia)
  • Premio della Giuria Ecumenica: Timbuktu, regia di Abderrahmane Sissako (Mauritania, Francia)
    • Menzione Speciale della Giuria Ecumenica (ex-æquo): The Salt of the Earth, regia di Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado (Brasile, Francia, Italia) e Le Belle Jeunesse, regia di Jaime Rosales (Spagna)
  • Queer Palm: Pride, regia di Matthew Warchus (Regno Unito)
  • Trofeo Chopard:
    • Rivelazione femminile: Adèle Exarchopoulos (Francia)
    • Rivelazione maschile: Logan Lerman (USA)
  • Premio François Chalais: Timbuktu, regia di Abderrahmane Sissako (Mauritania, Francia)
  • Dog Palm: Luke e Body per White God di Kornél Mundruczó (Ungheria, Germania, Svezia)

Devo recuperare una marea di arretrati. Per ora mi limito a rallegrarmi grandemente per Julianne Moore. Tralasciando il fatto che fino alla scorsa settimana mi ero completamente persa che dovesse uscire un nuovo film di Cronenberg e questo non mi fa onore, amo tantissimo la Moore e Maps to the Stars è sicuramente tra gli obiettivi della settimana.

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Sicuramente è un film impegnativo. A tratti anche faticoso. Ma d’altronde non è che ci si potesse aspettare tanto di meno dal binomio Cronenberg/DeLillo (autore del romanzo omonimo del 2003).

L’ho lasciato sedimentare un po’ prima di parlarne perché a caldo sarei stata forse fin troppo entusiasta a causa del fantastico monologo finale di Paul Giamatti che riesce quasi a far dimenticare la lentezza esasperante della parte intermedia.

Ambientazione quasi unica e impostazione molto teatrale. Un giovane multimilionario esponente di spicco della finanza internazionale attraversa Manhattan sulla sua limousine per andare dal barbiere.

Nello spazio di questo tragitto fisico e (probabilmente è fin troppo banale dirlo ma lo dico lo stesso) simbolico si susseguono una serie di eventi/non-eventi che hanno fondamentalmente la funzione non tanto di cambiare il corso degli eventi quanto quello di fornire continui appigli all’incessante monologo di questo personaggio a tratti drammatico e a tratti quasi grottesco.

Le valenze metaforiche sono molteplici. Dal punto di vista estetico/visivo ci sono scene di notevole bellezza e potenza. La componente dell’assurdo è prepotente. Tra i personaggi di contorno compaiono Juliette Binoche e Samantha Morton.

Paul Giamatti è l’unico invece a ricoprire un ruolo che abbia lo status di personaggio a tutti gli effetti e lo incarna con una maestria che lascia senza fiato.

C’è una parte centrale in cui la tensione creata dalla stranezza della situazione lascia il posto ad una snervante attesa di capire dove tutto questo voglia andare a parare; attesa che viene protratta (non escluderei intenzionalmente) fino allo sfinimento creando così una sorta di buco che spezza un po’ l’unità del film prima dell’ottima ripresa finale.

Di positivo c’è senz’altro che si scopre che Robert Pattinson, se diretto da un regista degno di tal nome, non è stato irrimediabilmente rovinato da Twilight ma sa persino recitare. E nient’affatto male in verità, dal momento che si regge quasi tutto il film praticamente da solo in un ruolo che può forse essere pesante per lo spettatore ma di sicuro non è facile per chi lo deve interpretare.

In definitiva.

E’ un buon film?

Sì, seppur con qualche pecca (non so dire se dovuta al film in sé o alla materia prima da cui deriva).

Mi è piaciuto?

Sì, ma non credo che lo rivedrei a breve.

Vorrei dire che è mia intenzione procurarmi il libro per fare un confronto come si deve ma DeLillo (come Wallace) è uno di quegli autori per i quali mi ci va uno stato d’animo particolarmente adatto che per ora non pare manifestarsi.

Cinematografo e Imdb

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Erano davvero parecchi anni che accarezzavo l’idea e finalmente quest’anno – grazie ad una favorevole congiunzione di ferie e calendario delle proiezioni – sono riuscita ad andare all’apertura della Mostra del Cinema di Venezia.

Se dal punto di vista della location il fatto di dover migrare al Lido spezza un po’ la magia dell’atmosfera della laguna, il clima elettrizzato dell’evento costituisce una buona ricompensa.

Fatto tutto quanto il rito richiede – red carpet, foto, video, autografi (compatibilmente con gli schieramenti compatti delle orde di sedicenni in piena tempesta ormonale) e, naturalmente, film.

La favorevole congiunzione di cui parlavo prima è consistita nel fatto che, durante i tre giorni trascorsi lì, hanno presentato esattamente i tre film che avevo puntato prima ancora di vedere il calendario, ossia The Ides of March di Clooney, Carnage di Polanski e A Dangerous Method di Cronenberg. Come seconde proiezioni W.E. di Madonna e Un etè brulant di Philippe Garrel.

Partiamo dal fondo.

Un etè brulant è di fatto l’unico brutto film che ho visto in questi tre giorni. Non ci sono altre parole per descriverlo. E’ proprio brutto. E, nonostante i miei pregiudizi, non è neanche colpa della Bellucci – che quando parla in francese risulta un filo più vicina alla parola recitazione di quanto non sia in italiano. Luis Garrel – che aveva dato una prova più che discreta nei Dreamers di Bertolucci – sotto la direzione del padre tenta pietosamente di riciclare quanto imparato da BB e il risultato è una patetica scimmiottatura di se stesso con un repertorio di al massimo due espressioni facciali.

Gli altri attori è praticamente come se non ci fossero.

La trama è slegata, sconclusionata, pretestuosa. Di bollente non c’è proprio nulla, neanche la tanto decantata nudità della Bellucci che concede (e per fortuna direi) una sola scena in asciugamano da doccia ma nulla di più.

In sala è stato un continuo fuggi fuggi per tutta la durata del film.

W.E. di Madonna invece non mi è dispiaciuto affatto, nonostante le critiche che ha raccolto (in parte sicuramente dovute al fatto che lei sul red carpet non si è avvicinata al pubblico ma si è limitata ad un veloce saluto, cosa che ha contrariato non poco fans e giornalisti – come se Madonna avesse ancora bisogno di approvazione da parte della stampa). Sarà che non nutrivo particolari aspettative, ma l’ho trovato delicato e nel complesso gradevole. Per carità, si vede che lei non fa la regista di mestiere e per molti aspetti è forse un tantino “scolastico”, ma il risultato non è male.

Viene ripercorsa la vicenda di Wallis Simpson e del re Edoardo III accostando gli eventi di allora alla vita di una Wally contemporanea che trova nella sua omonima di sessant’anni prima un modello, un conforto, una qualche forma di speranza per affrontare un matrimonio claustrofobico e, di fatto, morto.

Molto “femminile”, forse un po’ troppo impegno nel cercare il pathos, ma tutto sommato coinvolgente.

A Dangerous Method. Cronenberg. Viggo Mortensen, Vincent Cassel, Michael Fassbender, Keira Knightley. Manco a dirlo il red carpet di quella sera è stato un delirio; un po’ a causa delle summenzionate orde di sedicenni (che stazionavano lì dalle 7 del mattino e che – per inciso – non avrebbero neanche visto il film dato che sono tutti vietati ai minori di 18 anni) un po’ anche a causa del fatto che i divi in questione sono arrivati tutti insieme e tutti abbastanza tardi creando non poca confusione tra sicurezza, pubblico e stampa. L’unica a non avvicinarsi ai fans benché chiamata a gran voce è stata Keira Knightley; l’unico a non essere praticamente chiamato da nessuno è stato Cronenberg – e questo la dice lunga reale passione cinefila della massa (ebbene sì, lo ammetto, ci avevo sperato, mi sono portata dietro la cover degli Inseparabili ma non sono riuscita a farmela autografare…sigh).

Il film. Molto ben fatto e molto bravi gli attori, con una particolare nota di merito per Keira Knightley che interpreta Sabine Spielrein tra Jung (Fassbender – medico e amante) e Freud (Mortensen) negli anni cruciali della collaborazione, della sperimentazione e infine della rottura tra i due grandi rappresentanti della psicanalisi. Il personaggio della Spielrein è difficile, sia come figura in sé sia da un punto di vista interpretativo e KK riesce bene a renderne la complessità, divisa tra la passione e il talento per la psicanalisi, le turbe sessuali legate ai traumi infantili e la lucida consapevolezza del suo stato di malattia.

Volendo fare un’osservazione (che non è necessariamente una critica), A Dangerous Method non sembra neanche tanto un film di Cronenberg – sì c’è la morbosità del comportamento della protagonista ma mancano molti di quegli elementi – visivi e non – che marcatamente contraddistinguono i suoi film.

Carnage. Polanski. Kate Winslet, John c. Reilly, Cristoph Walz e (assente) Jodi Foster.

Red carpet divertente e ragionevolmente rilassato. Tutti molto gentili e disponibili (Kate Winslet è quella che si è fermata più di tutti con i fans). Polanski ovviamente assente per ragioni legali.

Il film è il mio preferito in assoluto dei tre giorni. E’ geniale, ironico e in certi momenti realmente spassoso. Tratto dall’omonima pièce teatrale di Yasmina Reza, Carnage vede due coppie di genitori che si ritrovano per appianare civilmente una lite sorta tra i due rispettivi figlioli, uno dei quali ha fatto saltare i denti all’altro mentre se le suonavano di santa ragione.

Viene messo in scena il progressivo degenerare dei comportamenti e dei rapporti interpersonali di pari passo con il crollare delle inibizioni dettate dalla formalità e con l’allontanarsi sempre di più dal politically correct in favore della spontaneità. Una volta che le maschere vengono definitivamente calate e i protagonisti si rivelano per quello che sono la civile e formale riunione tra persone di “un certo livello” sfocia in quella che altro non è che una vera e propria carneficina, appunto.

Decisamente il mio favorito. Sarei veramente felice se stasera si portasse a casa il Leone d’Oro.

E arriviamo così al film d’apertura. The Ides of March.

Clooney dà un’ottima prova di regia, migliore ancora di quella di Good Night and Good Luck (In amore niente regole non l’ho visto). Ottimo Ryan Gosling nei panni del protagonista, molto al di sopra delle sue precedenti interpretazioni, mentre Evan Rachel Wood è brava ma non spicca particolarmente.

Il film racconta la progressiva descensio morale e ideologica di un politico americano di pari passo con il progredire della sua posizione. Il ritmo è serrato e veloce e non lascia spazio a cali di tensione. I riferimenti alla politica americana contemporanea sono evidenti come lo è il tono di esplicita denuncia, in quella che è la fotografia di una dimensione politica molto prossima alla caduta libera.

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