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Archive for the ‘33TFF’ Category

Altro post cumulativo dal TFF, questa volta davvero l’ultimo.

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High-Rise. Regia di Ben Wheatley. Gran Bretagna.

Tratto da Condominium (1975) di J.G. Ballard.

Io ho un non-rapporto conflittuale con Ballard. Non ho mai letto nulla di suo. Ho visto solo la trasposizione di Crash di Cronenberg e l’ho odiata. Mi sono documentata sul romanzo e l’ho comprato ma non ho ancora avuto il coraggio di leggerlo. Non so, ho una specie di blocco.

Per aggirare la cosa ho comprato Il condominio perché la trama mi attirava moltissimo ma poi non ho ancora letto neanche quello.

Di nuovo. Non so. E’ un autore che mi attira e mi inquieta allo stesso tempo. Probabile anche che questo tipo di reazione fosse nelle sue intenzioni. Cioè, non nei miei confronti in particolare, ecco.

Ad ogni modo, non potevo fare a meno di vedere questo film. Anche solo per il cast. Tom Hiddleston, Jeremy Irons, Sienna Miller, Luke Evans.

Distopico. A partire dagli anni Settanta, quindi un ipotetico futuro come potevano immaginarselo da quella prospettiva, quindi un futuro molto anni Settanta. Un giovane rampante trova alloggio in un lussuoso condominio. Una struttura all’avanguardia e autosufficiente. Fornita di tutto il necessario per creare un microcosmo a sé stante. E una vera e propria società che si sviluppa verticalmente, con ogni piano che corrisponde ad un livello gerarchico. Una scala sociale in senso letterale. E un enigmatico architetto in cima.

Tutto molto interessante, surreale e grottesco. Non so dire quanto fedele negli avvenimenti ma mi par di intuire che lo sia abbastanza nell’approccio.

Non male ma secondo me, data l’idea di partenza e il cast, poteva venire un po’ meglio. A tratti è un po’ dispersivo. Visivamente accattivante ma in certi momenti si arena un po’. Comunque da vedere. Ovviamente in Italia non arriva. Mi sto esprimendo come un navigatore satellitare.

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Brooklyn. Regia di John Crowley (Boy A), tratto dal romanzo omonimo di Colm Tòibìn, sceneggiato da Nick Hornby.

Eillis abbandona l’Irlanda, un piccolo paesino e l’assenza di prospettive, in cerca di un futuro migliore in America. Il dolore dello sradicamento e della solitudine lasciano gradualmente il posto ad una nuova sicurezza e alla nascita di nuovi affetti e nuovi legami fin quando un lutto improvviso richiama la ragazza nel paese natale. Un paese che improvvisamente sembra volerle offrire tutto quello che prima le aveva negato.

Una storia di radici e di un’identità divisa in due. Una storia di emigrazione, di solitudine ma anche una storia delicatamente umana. Niente toni melodrammatici, niente enfasi eroiche. Realtà che si scontrano e scelte che non lasciano spazio a compromessi.

Gradevole e garbato. A tratti anche sinceramente spassoso – la figura della padrona della pensione è riuscitissima.

Molto brava Saoirse Ronan nel ruolo della protagonista che, peraltro, ha ricevuto anche la nomination ai Globes 2016 come miglior attrice in un film drammatico.

In Italia arriva il 4 febbraio.

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The Day of the Triffids. (1962). In italiano uscì come L’invasione dei mostri verdi (il vizietto della storpiatura dei titoli è vecchio). Regia di Steve Sekely. Tratto dall’omonimo romanzo di John Wyndham, del 1951.

Poche cose eguagliano la soddisfazione di un vecchio film di fantascienza visto al cinema alle 9 del mattino.

Come al solito avrei voluto inserirmi più classici in programma ma alla fine son riuscita a farcene stare soltanto due.

L’umanità assiste affascinata ad una pioggia di meteoriti. Il giorno dopo, tutti sono diventati ciechi, tranne coloro che, per qualche ragione, la notte precedente non avevano guardato il cielo. Parallelamente, si assiste ad un improvviso e abnorme sviluppo dei trifidi, piante carnivore e in grado di spostarsi sul terreno.

Al centro della vicenda, un gruppo di sopravvissuti, ciascuno proveniente da una storia diversa, che fronteggerà la catastrofe in cerca di una soluzione.

Un classico della fantascienza di serie B.

Bellissimo. Anche nell’ingenuità e al tempo stesso nella lungimiranza del modo di rendere la dimensione distopica di un mondo privato della vista.

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Westworld. (1973). Primo esperimento di regia per Michael Crichton. In Italia uscì col titolo Il mondo dei robot.

Bellissimo. Un altro grande classico del genere.

La vacanza del futuro è arrivata. Siamo nel futuristico anno 2000 e Delos è un gigantesco parco a tema che offre ai suoi clienti emozioni al di là di ogni immaginazione. Si può scegliere tra la ricostruzione di tre periodi storici, il Medioevo, l’antica Roma e il vecchio West. Ognuno di questi mondi è popolato da robot di sembianze umane programmati per assecondare lo sfogo di qualsiasi fantasia degli ospiti, di qualunque natura essa sia. I robot possono anche essere uccisi, le pistole che vengono date in dotazione sono vere e i robot sono fatti per sanguinare e reagire come esseri umani.

Peter (Richard Benjamin) e John (James Brolin – che è il papà di Josh, come ho realizzato dopo aver passato mezz’ora a rimuginare sul fatto che i conti dell’età di Josh Brolin non mi tornavano se era già in questo film) scelgono Westworld.

Ad un certo punto, però, qualcosa comincia ad andare storto. Capita qualche incidente. Le macchine sembrano non funzionare bene. Gradualmente si capisce che le macchine non rispondono più e non fanno più ciò per cui erano state programmate.

Memorabile Yul Brynner nel ruolo del pistolero robot che da la caccia ai due protagonisti.

Pare che per il 2016 sia prevista una serie tv ispirata a questo film. Il titolo sarà sempre Westworld  nel cast ci sono anche Ed Harris e Anthony Hopkins.

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Oddio, la commedia culinaria con figaccione come protagonista.

Cosa dico?

Boh.

La prendo alla lontana.

(Che poi neanche tanto ma vabbè).

Ero in coda fuori dal Reposi che mi stavo spostando da una sala all’altra del festival. Il primo film della mattina era stato Burnt.

In un punto imprecisato della coda c’era qualcun altro che doveva essere a sua volta reduce da questo film e che si stava producendo in una rapida recensione telefonica.

Ora mi pare doveroso aprire una parentesi.

Il pubblico del film festival in linea generale mi riappacifica con il concetto di gente-al-cinema perché tendenzialmente è un pubblico che sa stare in sala. Nessuno che mangia durante i film. Nessuno che parla col vicino, nemmeno sottovoce.

Per contro, può capitare di imbattersi in una variante specifica della fauna da cinema, vale a dire l’intellettuale-a-tutti-i-costi. Quello che se banalmente gli chiedi ‘ti è piaciuto?’ ti risponde con una trattazione di tre quarti d’ora, cinque o sei citazioni da Fellini, Bergman e Kubrick e alla fine comunque non l’hai mica capito se il film gli è piaciuto o no.

Perché questa parentesi? Per cercare di contestualizzare l’affermazione del tizio in coda che recensiva Burnt.

Tono di voce tendenzialmente più alto del necessario, cadenza ostentatamente annoiata. L’impostazione vocale di chi ormai ha già visto tutto e niente più lo può stupire.

Punto chiave della recensione del tizio: ‘maaasssì, non è brutto…è che è coooosì mainstream’.

Ora.

Al di là del sorriso che mi ha strappato l’enfasi dei modi, devo mio malgrado ammettere di essere d’accordo con Mr. Mainstream.

Forse non l’avrei detto esattamente così, ma sul succo della questione ci ha preso.

Sicuramente non era un film da festival. Non c’entrava un tubo. Non so perché l’hanno inserito in programma. Forse perché negli Stati Uniti è stato un flop e ora provano a fargli fare il giro dei festival. E i festival vedono un po’ di nomi grossi che fan sempre richiamo e ci cascano. Non lo so. Sta di fatto che era abbastanza fuori luogo.

Detto ciò, come film in sé non è male. E’ una commediola standard senza infamia e senza lode. Classica storia americana da caduta&risalita, perdita&redenzione. E tutti hanno una seconda possibilità e basta crederci e tutto è possibile se lo vuoi abbastanza.

Il tutto condito in salsa masterchef, che adesso va tanto di moda e il risultato sì, in effetti è parecchio mainstream ma nel complesso tranquillamente godibile. Momenti divertenti, momenti prevedibili. Ritmo abbastanza veloce, non si perde in inutili smancerie, gli attori son tutti bravi il che è sempre un elemento che aiuta.

E poi bon, non c’è molto altro da dire. Probabilmente non fosse stato in programma al Tff non sarei andata a vederlo.

Anche perché no, mi spiace discordare dalla maggioranza del pubblico femminile, ma l’obiezione ‘bè almeno c’è Bradley che è un figo’ per me non funziona. Apprezzo Bradley come attore ma decisamente non mi fa l’effetto di salvarmi un film solo con la sua maschia presenza (quello è l’effetto Robert Downey Jr., tanto per capirci, ma mi sa che sto andando fuori tema).

Poi vabbé, sì, i personaggi non è che siano questi campionari di originalità. Bradley-Adam Jones è una specie di Wolverine in versione Ratatouille.

Omar Sy sta lì perché ci deve stare ma non ci mette molto di suo. Ancora meno ci mette Scamarcio, e forse è pure meglio così (anche se ho visto cose in cui Scamarcio è persin capace di recitare).

Sienna Miller è a posto ma fa puramente da spalla a Bradley.

Ruolo più interessante e più riuscito per Daniel Bruhl, che riesce a tirar fuori un personaggio più vivo e non solo di cornice (avevo scritto ‘di contorno’ ma il livello della battuta era davvero pessimo quindi la lascio tra parentesi).

Parti minori anche per Emma Thompson, e Uma Thurman, che risulta ancora troppo appiattita dal botox.

Questo in sala è già anche arrivato (il giorno dopo l’uscita al festival – altro motivo di perplessità per la scelta di inserirlo) anche se non ho idea di come stia andando qui in Italia.

La regia è di John Wells, non propriamente un novellino (I segreti di Osage County, 2013).

Cinematografo & Imdb.

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(L-R) DANIEL BRüHL and SARAH GREENE star in BURNT.

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Regia di Antoine Bardou-Jacquet.

Siamo alla fine degli anni Sessanta. Gli Stati Uniti stanno per andare sulla Luna. E’ fondamentale che ci arrivino prima dei Russi. Ma non è che siano poi così pronti. Cosa succederebbe se la missione non dovesse andare a buon fine?

Gli Stati Uniti non possono permettersi di fare – cito testualmente – la figura dei coglioni e hanno bisogno di un piano B.

Il piano B consiste nell’avere pronto un filmato dell’allunaggio. E chi potrebbe girarlo meglio di Stanley Kubrick? Basta vedere che cosa è riuscito a combinare con 2001 Odissea nello Spazio…

La CIA ingaggia quindi Tom Kidman (Ron Pearlman), un veterano del Vietnam non del tutto equilibrato. La sua missione è quella di contattare l’agente di Kubrick, pagare una somma spropositata di denaro e far sì che il regista prepari il film nel giro di pochissimo tempo. E poi, possibilmente, non lasciare in circolazione nessuno che sia al corrente della faccenda.

Una serie di circostanze fortuite però si frappone alla buona riuscita del caso e sulla strada di Kidman si trova accidentalmente Johnny (Rupert Grint), aspirante produttore discografico, squattrinato, alle prese con una band scalcagnata e inseguito dai debitori. La valigetta di Kidman, strapiena di soldi, sembra un regalo piovuto dal cielo.

Commedia divertentissima, ironica, intelligente tra equivoci e situazioni paradossali. Si ride parecchio e il ritmo non cala mai dall’inizio alla fine. Semplice ma ben costruita. Molto azzeccata anche la coppia protagonista Pearlman-Grint.

Per ora, manco a dirlo, non è prevista un’uscita in Italia. A gennaio esce in Francia, Usa e Belgio, nel caso qualcuno fosse interessato. E a novembre è uscito pure in Giappone.

Vivamente consigliato il recupero.

Cinematografo & Imdb.

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Qui di seguito l’elenco dei premiati.

TORINO 33

Miglior film a:
Keeper di Guillaume Senez (Belgio/Svizzera/Francia, 2015)

Premio Speciale della giuriaFondazione Sandretto Re Rebaudengo a:
La patota di Santiago Mitre (Argentina/Brasile/Francia, 2015)

Premio per la Miglior attrice a:
Dolores Fonzi per il film La patota di Santiago Mitre (Argentina/Brasile/Francia, 2015)

Premio per il Miglior attore a:
Karim Leklou per il film Coup de chaud di Raphaël Jacoulot (Francia, 2015)

Premio per la Miglior sceneggiatura ex-aequo a:
A simple goodbye di Degena Yun (Cina, 2015)
e
Sopladora de Hojas di Alejandro Iglesias Mendizábal (Messico, 2015)

Premio del pubblico a:
Coup de chaud di Raphaël Jacoulot (Francia, 2015)

TFFdoc

INTERNAZIONALE.DOC

Miglior film per Internazionale.doc a:
Fi Rassi Rond-Point di Hassen Ferhani (Algeria/Francia, 2015)

Premio Speciale della giuria per Internazionale.doc a:
Gipsofila di Margarida Leitão (Portogallo, 2015)

ITALIANA.DOC

Miglior Film per Italiana.doc in collaborazione con Persol a:
Il solengo di Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis (Italia, 2015)

Premio Speciale della giuria per Italiana.doc a:
La gente resta di Maria Tilli (Italia, 2015)

ITALIANA.CORTI

Premio Chicca Richelmy per il Miglior film
a:
Le dossier de Mari S. di Olivia Molnàr (Belgio, 2015)

Premio Speciale della giuria a:
La dolce casa di Elisabetta Falanga (Italia, 2015)

SPAZIO TORINO – CORTOMETRAGGI REALIZZATI DA REGISTI NATI O RESIDENTI IN PIEMONTE

Premio Achille Valdata per il Miglior cortometraggio in collaborazione con La Stampa – Torino Sette a:
Tram stories di Leone Balduzzi (Italia, 2015)

PREMIO FIPRESCI

Miglior film a:
Le loups di Sophie Deraspe (Canada/Francia, 2015)

PREMIO CIPPUTI

Premio Cipputi 2015 – Miglior film sul mondo del lavoro a:
Il successore di Mattia Epifani (Italia, 2015)

 

Ovviamente non ho visto quasi nessuno dei film premiati – anche perché volendo saltare un po’ in tutte le sezioni e non solo in quella principale del concorso, diventa fisicamente impossibile riuscire a vedere tutto – ma sono molto molto contenta per i premi a Coup de chaud cui, fra l’altro, avevo anche dato senza esitazione il mio voto (per il voto del pubblico).

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Regia di Raphaël Jacoulot.

Un piccolo paesino della campagna francese.

Un’estate che pare la più torrida del secolo. L’acqua scarseggia. I raccolti sono a rischio. La gente è irritabile, ipersensibile. Malsopporta il caldo, gli imprevisti e malsopporta l’arrogante esuberanza di Josef.

Josef è quello che in tempi meno politicamente corretti sarebbe stato definito un po’ come ‘lo scemo del villaggio’. E’ un ragazzo curioso, vivace. E’ chiaro che ha qualche problema emotivo, qualche difficoltà, per così dire, a tenere lo stesso ritmo degli altri. A volte è dispettoso, casinista. Di certo non dà l’idea di rendersene conto.

Ma probabilmente il ‘difetto’ più grande di Josef è quello di venire da una famiglia gitana. Una famiglia ai margini e che, dal canto suo, non sa neanche bene come gestire questo ragazzone buono ma a volte difficile.

Quello che succede è fin troppo tristemente prevedibile. Le dinamiche che si sviluppano nella piccola comunità sono rese in modo estremamente plausibile.

Gli abitanti del paesino cominciano a focalizzare su Josef tutto il loro malcontento, facendone così una sorta di capro espiatorio.

Contraddizioni ed equilibri fragili. Cattiveria e stupidità. La rappresentazione di quello che può fare la gente semplicemente convincendosi di qualcosa; del livello cui può arrivare la suggestione collettiva (perché in fin dei conti di questo si tratta) e delle sue tragiche conseguenze.

Coup de chaud è un film crudele e terribilmente realistico. E’ un film che colpisce dritto al cuore della cattiva coscienza di una società che sotto la lustra superficie di equilibrio conserva intatta una ferocia primordiale.

Notevole l’interpretazione di Karim Leklou nel ruolo, tutt’altro che semplice, di Josef e meritatissimo il premio come miglior attore.

Cinematografo & Imdb.

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Post cumulativo, come avevo preannunciato.

Anche perché non è pensabile che dedichi un post ad ogni film che ho visto in questi giorni, a meno che non voglia andare avanti per un mese solo a base di tff, ma al tempo stesso mi dispiace non dire neanche due parole su tutti quanti.

In generale, direi che è stata una buona annata per quel che riguarda la mia selezione perché su sedici film – alcuni dei quali scelti proprio un po’ a occhi chiusi – ne ho beccati solo due che non mi hanno detto granché. E nemmeno uno che non mi sia piaciuto in modo categorico (per dire, non sono incappata in nulla che mi abbia provocato attacchi di odio come N-Capace l’anno scorso).

Un breve giro su Imdb mi conferma quel che temevo e cioè che nessuno dei film che seguono arriverà nelle sale. Di certo non in Italia ma nemmeno in altri paesi. Tristezza.

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Nasty Baby. U.S.A. Regia di Sebastiàn Silva.

Freddie e Mo sono una coppia che sta cercando di avere un figlio con l’aiuto di Polly, la loro più cara amica. La gravidanza non arriva subito, nonostante i ripetuti tentativi. Risulta che Freddie non è adatto come donatore e sarebbe forse più semplice provare con Mo. Tensioni e frustrazioni all’interno di una relazione a tre atipica, che ha tutte le carte in regola per funzionare in un sistema isolato ma che si trova a scontrarsi con continue pressioni che arrivano dall’esterno. La famiglia di Mo, che evidentemente non ha ancora accettato del tutto la sua omosessualità. L’inevitabile giudizio sociale cui viene sottoposta l’idea stessa di una famiglia con tre genitori. Lo strano vicino di casa squilibrato, che mette a dura prova l’emotività dei tre. E l’incombente presenza di un baratro in cui si può sprofondare da un momento all’altro.

Nel complesso è un film interessante. Forse qualcosa avrebbe potuto essere fatto meglio e magari qualche parte è un po’ lenta, ma il rapporto tra i tre protagonisti è reso benissimo la storia risulta coinvolgente.

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Under Electric Clouds. Russia/Ucraina/Polonia. Regia di Alexey German Jr.

Costruzione per episodi. Sette capitoli. Un grattacielo incompiuto. Storie e personaggi che partono da punti lontanissimi e finiscono per intrecciarsi, in modo più o meno accidentale. L’idea dell’affresco mi piace a prescindere, forse per questo mi aveva attirata.

In realtà mi è pesato parecchio. Non so, forse se fossi russa l’avrei capito meglio.

Non mi sento di dire che è brutto perché si vede che c’è del mestiere. C’è tecnica e c’è sostanza. E c’è tutta la disillusione di una Russia che affonda nelle macerie delle sue speranze e contempla il cadavere del suo futuro al di là di ogni possibilità di redenzione.

Però non mi ha coinvolto. Ho faticato a seguirlo e mi ha lasciata piuttosto distaccata.

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Evolution. Francia/Spagna. Regia di Lucile Hadzihalilovic. Esterni girati a Lanzarote, che non necessita di alcun intervento perché già di suo sembra un posto fuori dal tempo e dallo spazio.

E la dimensione è quella. Fuori dal tempo e dallo spazio.

Mare. Rocce nere. Piccole case bianche e tutte uguali. Bambini. Tutti maschi. Giovani donne diafane e tutte uguali.

Ritmi scanditi dal nulla. Ripetizione metodica e instancabile delle stesse azioni. E una medicina per i bambini. Per rinforzarli in vista del cambiamento del loro corpo.

Nicolas però non è come gli altri. Disegna cose che sull’isola non ci sono. Vede che le donne la sera li lasciano soli e si radunano. Cosa fanno? E cosa succede nella strana clinica in cui i bambini vengono ricoverati senza motivo apparente?

Dai giudizi in sala mi è parso di capire che questo film non è piaciuto quasi a nessuno. Io l’ho adorato. Inquietante, visionario, bellissimo. Terribile nella sua risoluzione, angosciante e liquido nelle sue immagini pure e ipnotiche.

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Lo scambio. Italia. Regia di Salvo Cuccia.

Anni Novanta. Sicilia. Una coppia di mezz’età che affronta una crisi. Due ragazzi freddati al mercato. Un’indagine e un bambino rapito. Mafia. Violenza. Equilibri di potere.

Recitazione non particolarmente degna di nota, così come gli attori. Il dialetto salva buona parte dei dialoghi perché rendendo la parlata più fortemente connotata sopperisce alle pecche di interpretazione.

Buona l’idea di fondo di costruire un quadro, per così dire, al contrario. Perché nulla cambia ma ad un certo punto si capisce che nulla è come era apparso. Tutti i ruoli sono invertiti, la prospettiva ribaltata, il senso sradicato dalle fondamenta.

In realtà non ho ancora capito se mi è piaciuto o no e non l’ho votato come pubblico. Però era interessante.

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Interruption. Grecia. Regia di Yorgos Zois. Presentato anche a Venezia quest’anno.

Una compagnia teatrale sta mettendo in scena una versione postmoderna dell’Orestea. Ad un certo punto il coro – nelle vesti di un solo attore – interrompe lo spettacolo e comincia a coinvolgere attivamente alcuni spettatori.

Comincia così una sorta di balletto delle prospettive. Attori e spettatori che vedono invertite le loro posizioni. Personaggi e persone che vedono mischiate le loro identità. Teatro nel teatro. Cinema nel teatro. Riprese nei corridoi e voci che si sentono. Inquadrature che non si allargano ma si allontanano fisicamente dal luogo dell’azione. Distanze colmate dalla voce. Quanto lonotano ci si può spingere per guardare? Dove finisce il limite dell’interpretazione? Dov’è il confine tra dentro e fuori dal teatro? Dentro e fuori dalla storia?

Dov’è il confine tra realtà e finzione? Esiste il confine tra realtà e finzione? Elementi classici snaturati eppure immutati. Commistione di elementi e la ricerca di tutte le possibili angolazioni di visione.

Un lavoro sperimentale sull’atto del guardare in sé. Scatole cinesi di occhi che guardano sempre più a fondo o sempre più da lontano. Catarsi? Forse.

Questo è il secondo film che ho faticato a portare alla fine.

Gli attori sono molto bravi e ci sono un sacco di idee tecnicamente molto sofisticate ma non sono riuscita ad entrarci veramente.

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Credo che dovrò organizzare dei post cumulativi per arginare la quantità di considerazioni che mi sento assolutamente in dovere di propinarvi.

Vedo per domani cosa riesco a fare.

Nel frattempo un po’ di horror dal Festival.

Questo in Italia non arriva. A dir la verità pare che non arrivi da nessuna parte perché non c’è neanche un calendario di uscite. Solo qualche partecipazione a festival, tra cui questo e quello di Toronto, a settembre.

Ed è un peccato, davvero.

Secondo lavoro del regista Sean Byrne.

Astrid, Jesse e Zooey sono un’allegra famigliola in cerca di una casa più grande in cui trasferirsi.

Jesse è un pittore che tenta di affermarsi, dipingendo nel frattempo su commissione per sbarcare il lunario.

Metallaro nell’animo e nell’aspetto, ha trasmesso la sua passione anche alla figlia Zooey.

Trovano la casa. E’ grande, non costa molto e ha un granaio perfetto per farci lo studio di Jesse.

Una sera però bussa alla porta uno strano individuo. Si chiama Raymond, non sembra starci molto con la testa. E’ il figlio dei precedenti proprietari, morti da poco proprio in quella casa.

Raymond ha dei problemi. E deve suonare la sua flying V ad un volume altissimo per non sentirlo. Per cercare di non fare quello che Lui gli ordina.

Le linee della storia sono due. La casa, con Jesse che comincia a percepire qualcosa di strano e con i suoi quadri che diventano sempre più cupi e disturbanti. E Ray, con le sue voci, il suo squilibrio e la sua ossessione per la ragazzina che vive nella sua ex casa.

E’ vero, non c’è nulla di particolarmente originale nella trama ma The Devil’s Candy è un buonissimo film. Funziona dal primo all’ultimo fotogramma. Non perde neanche un colpo e ti tiene incollato dall’inizio alla fine.

Molto metal e molto satana, come da standard orrorifico, ma il binomio non si declina in modo convenzionale.

Bellissimi i personaggi. La coppia padre-figlia è molto ben connotata e Jesse (Ethan Emby) in particolare è fighissimo. E non lo dico per gli addominali e i tatuaggi. E’ tutto l’insieme a renderlo figo come personaggio, compreso uno sguardo stralunato che in certi momenti ricorda un po’ Woody Harrelson.

Ho piantato diversi salti sulla poltrona e non perché hanno fatto un botto con la colonna sonora.

E’ un film in cui tutti gli elementi sono molto ben equilibrati.

In realtà, a pensarci bene, il canone principale è più quello da ‘assassino-psicopatico-che-ti-insegue’ che non quello del paranormale vero e proprio. Il paranormale c’è – e la voce satanica fuori campo è parecchio inquietante – ma viene mantenuto su un filo di ambiguità che rende ancora più disturbanti le azioni concrete.

Cinematografo & Imdb.

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Sto vedendo davvero un sacco di cose fighissime.

Questo qui in Italia arriva. E anche presto. Esce il 3 dicembre. Con un titolo di merda ma esce. Si intitolerà Quel fantastico peggior anno della mia vita. Non so se volevano fare una cosa tipo il grasso e grosso matrimonio greco. Boh.

In ogni caso, meno male che l’ho visto qui al festival perché col titolo italiano non l’avrei neanche preso in considerazione.

E’ strano parlare di questo film. Continuo a ripetere che è bellissimobellissimobellissimo ma mi sa che dovrò fare uno sforzo e provare ad articolare un po’ la cosa.

Regia di Alfonso Gomez-Rejon. Tratto dall’omonimo romanzo di Jesse Andrews.

Greg è un adolescente-tipo all’ultimo anno di liceo.

E’ emotivamente insicuro e socialmente disagiato.

Un adolescente-tipo, come dicevo.

Rifugge la socialità e i luoghi comuni, proprio nel senso che evita le aree adibite all’uso comune, come la mensa o simili.

Aspira all’invisibilità.

Occupa parte del suo tempo libero con Earl. Che non è che sia proprio suo amico. E’ più un collega. Insieme dirigono versioni parodistiche dei grandi classici del cinema.

Apro una parentesi e la chiudo subito. In originale le storpiature dei titoli famosi sono geniali, in traduzione ho seri dubbi che riescano a rimanere così efficaci.

A scombinare il delicato equilibrio della sua esistenza arriva Rachel. La ragazza che sta morendo.

In realtà Greg e Rachel si conoscono a mala pena di vista e non si sono mai frequentati. Però Rachel si è ammalata di leucemia e la mamma di Greg si fissa che il figlio debba far per forza far qualcosa per lei.

Morale. Greg chiede a Rachel se, per favore, possono frequentarsi un po’, non perché lui provi pietà per la sua malattia, ma perché così almeno sua madre smetterà di dargli il tormento.

Poi, ovviamente, le cose vanno avanti da sole. Anche se assolutamente non come ci si aspetterebbe. E nel quadro si aggiunge anche Earl.

Me and Earl… è un film che ha dentro tutto il possibile.

E’ strano a dirsi, visto che una dei protagonisti è gravemente malata, ma è un film divertentissimo. In particolare sulla prima metà c’è da rotolarsi veramente dal ridere.

E’ spassosissimo ed è senza dubbio una delle commedie più intelligenti che abbia visto negli ultimi anni.

Ed è un film molto toccante, senza mai essere stucchevole – cosa enormemente difficile vista la situazione.

E’ equilibratissimo, perfetto nel dosare i toni.

E’ geniale per molti versi.

E’ un film che ti porta fuori tutto lo spettro delle emozioni possibili e ti lascia con un sorriso stampato in faccia.

Da non perdere assolutamente.

Ha pure la colonna sonora originale di Brian Eno.

Cinematografo & Imdb.

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