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Archive for the ‘Iperborea’ Category

perché un uomo felice non può avere il timore che la propria vita sia solo un vagare insensato verso una morte certa. Non ho ereditato né un dio né un punto fermo sulla terra da cui poter attirare l’attenzione di un dio. Non ho ereditato nemmeno il ben celato furore dello scettico, il gusto del deserto del razionalista o l’ardente innocenza dell’ateo. Non oso dunque gettare pietre sulla donna che crede in cose di cui io dubito o sull’uomo che venera il suo dubbio come se non fosse anch’esso circondato dalle tenebre. Quelle pietre colpirebbero me stesso, perché di una cosa sono convinto: che il bisogno di consolazione che ha l’uomo non può essere soddisfatto.
Io stesso sono a caccia di consolazione come un cacciatore lo è di selvaggina. Là dove la vedo baluginare nel bosco, sparo. Spesso il mio tiro va a vuoto, ma qualche volta una preda cade ai miei piedi. Poiché so che la consolazione ha la durata di un alito di vento nella chioma di un albero, mi affretto a impossessarmi della mia vittima.
Cosa stringo allora tra le mie braccia?
[…]
Ciò che cerco non è una scusa per la mia vita, ma il contrario di una scusa: l’espiazione. Mi coglie infine il pensiero che qualsiasi consolazione la quale non tenga conto della mia libertà è ingannevole, non è che l’immagine riflessa della mia disperazione.
[…]
L’unica cosa che m’importa è quella che non ottengo mai: l’assicurazione che le mie parole hanno toccato il cuore del mondo. Cos’è allora il mio talento se non una consolazione per la mia solitudine?
[…]
Uomini diversi hanno padroni diversi. Io, per esempio, sono a tal punto schiavo del mio talento che non ho il coraggio di farne uso per timore di averlo perso. Sono poi così schiavo del mio nome da non osare quasi scrivere una riga per paura di arrecargli danno. E quando infine sopravviene la depressione, sono schiavo anche di quella.
[…]
Ma la depressione ha sette scatole, e nella settima sono riposti un coltello, una lametta da barba, un veleno, un’acqua profonda e un salto da una grande altezza. Finisco per essere schiavo di tutti questi strumenti di morte.
[…]
In che cosa consiste dunque questo miracolo? Semplicemente nella scoperta improvvisa che nessuno, nessuna potenza e nessun essere umano, ha il diritto di esigere da me tanto da far dileguare la mia voglia di vivere.
[…]
Ma chi mi chiede di curarmi dell’eternità? La mia vita è breve solo se la colloco sul patibolo del calcolo del tempo.
[…]
Il tempo è una falsa misura per la vita. Il tempo è in fondo uno strumento di misura privo di valore, perché tocca esclusivamente le mura esterne della mia vita. 

Sitg Dagerman, Il nostro bisogno di consolazione, Iperborea 1991-2015

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Abitavano ai capi opposti di un grande caseggiato vicino al porto e tra i loro atelier c’era la soffitta, un’impersonale terra di nessuno di alti corridoi con porte di legno chiuse a chiave su entrambi i lati. A Mari piaceva passare per la soffitta, che inseriva una parentesi di necessaria neutralità tra i rispettivi territori. Poteva fermarsi nell’attraversarla ad ascoltare la pioggia sul tetto di lamiera, a guardare la città che accendeva le sue luci, o anche solo attardarsi per il gusto di farlo.
Nessuna delle due chiedeva mai all’altra: “Sei riuscita a lavorare, oggi?” Magari venti o trent’anni prima lo avevano fatto, ma col tempo avevano imparato a lasciar perdere. Ci sono spazi vuoti che vanno rispettati, periodi spesso lunghi in cui non si arriva a vedere l’insieme del disegno o a trovare le parole giuste e si ha bisogno di essere lasciati in pace.

Mari e Jonna. Due artiste. Due atelier. Un’isola e una barchetta troppo pesante per essere tirata in secco. Un’unica vita lunga quarant’anni, in mezzo al prima, al dopo, al mare.

Mari e le sue illustrazioni.
Jonna e la sua capacità di svegliarsi ogni mattina come a una nuova vita.
Mari e i garofani rossi di un burattinaio polacco che quasi non dorme.
Jonna, i western di serie B e i film di Fassbinder.
Mari e la fissa per i cimiteri.
Jonna e non dirmi cose che so già.
Mari e i suoi racconti mai finiti.
Jonna e i film con la Konica.
Mari e il senso della vita.
Jonna e le videocassette decorate.
Mari e le tempeste.
Jonna e i casi in cui una sana spietatezza è l’unica cosa giusta.
Mari e la rete di suo zio.
Jonna e gli scogli di notte.

Le serate in silenzio. I piatti sbagliati. Gli occhiali che non si trovano. Il pesce per il gatto. Le porte chiuse piano.

Mi sono imbattuta in questo libriccino sull’onda della mia attuale fissa per le edizioni Iperborea che mi sta portando a scoprire autori di cui ignoravo completamente l’esistenza.

Tove Jansson (1914-2001), finlandese, è autrice sia per adulti che per ragazzi. In Italia Salani ha pubblicato tutte le sue opere per bambini mentre i suoi romanzi si trovano tutti nel catalogo Iperborea.

Fair Play è un piccolo gioiello. Una storia che non è una storia. In parte autobiografico ma nel complesso molto di più. Mari e Jonna sono la stessa Tove  e Tuulikki Pietilä, sua compagna per quasi tutta la vita, ma al tempo stesso non lo sono, incarnando il senso profondo di qualcosa di molto più grande e molto più sfuggente. Qualcosa che si può forse intravedere nel susseguirsi di spaccati di vita, frammenti di ricordi, aneddoti e nel costante fluire di una conversazione incessante e vivissima.

Andare avanti, sempre e comunque, vivere, lavorare, amare.

Molto bella anche la postfazione di Ali Smith.

In fondo, quello che conta è questo: non stancarsi mai, non cadere nell’indifferenza, non perdere l’interesse né la propria inestimabile curiosità – sarebbe come arrendersi alla morte. E’ semplice, no?

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