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Archive for the ‘B. Kingsley’ Category

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­Mi è piaciuta parecchio questa passeggiata di Zemeckis. Davvero.

Mi ha incuriosito da subito questo film. E poi vabbè, il nome del regista era comunque una garanzia. Però non sapevo bene cosa aspettarmi. Un po’ perché non sono per nulla preparata sulla figura di Philippe Petit, un po’ perché quando si va a parlare di imprese strane, il rischio del solito polpettone motivazionale sulla realizzazione-dei-propri-sogni-e-blablabla è sempre in agguato.

In realtà Zemeckis fa un film di stampo incredibilmente francese e molto distante dall’approccio americano al tema ‘sogno impossibile’.

The Walk è un film allegro, spensierato, coinvolgente, divertente. Molto in tono con il suo protagonista, da quel che ho potuto vedere dalla mia sommaria documentazione sul personaggio. E, tra parentesi, non riesco a capacitarmi di come possa venir definito ‘drammatico’ dalle categorizzazioni dei siti di cinema.

Si racconta la storia di Philippe Petit, il funambolo che il 7 agosto del 1974 tese un cavo d’acciaio tra le cime delle torri gemelle e ci passeggiò sopra. Che a dirla così sembra persino semplice.

Il film si divide abbastanza nettamente in due parti. Una di presentazione. Philippe parla in prima persona e si racconta. Parla della sua passione e di come abbia preso vita il suo sogno. Di come abbia scoperto il suo talento e di come lo abbia coltivato. Accanto a lui, la figura di papa Rudy (Ben Kingsley), funambolo circense da tutta la vita e suo mentore.

Questa prima parte è gradevole e garbata. A volte magari è un po’ lenta ma regala diversi momenti divertenti.

La seconda parte comincia quando parte il piano.

Quello che Philippe vuole fare è ovviamente illegale. Si è procurato dei complici. Hanno passato mesi di meticolosa preparazione. Hanno materiali e attrezzature. Hanno calcolato tutto. Pianificato tutto. E’ il 6 agosto 1974. Le torri sono ormai ultimate ma sono ancora mezze vuote.

Philippe e i suoi dovranno introdursi di notte, raggiungere le due terrazze, piazzare il cavo e, all’alba del 7 agosto, lui attraverserà lo spazio tra le due torri.

L’esito della vicenda è noto, dal momento che Petit è ancora vivo. Quello che è meno noto è come andò lassù.

Ora, già che non ne sapevo nulla, ho deciso di aspettare dopo il film per informarmi e tutto sommato non è stata una cattiva idea perché ho apprezzato appieno l’effetto di suspance e di sorpresa di questa seconda parte di film.

Il trailer in realtà in questo caso è un po’ fuorviante ma l’adrenalina non manca. Ti porta davvero lassù. Da un certo punto in poi sei davvero parte del piano. Da quando entrano nelle torri fino alla fine è una tirata unica, col fiato sospeso.

Nei panni del funambolo c’è un bravissimo Joseph Gordon-Levitt che si è avvalso della consulenza di Philippe durante la lavorazione del film – che, per la cronaca, è avvenuta per buona parte su fondi verdi, dato che tutto il contesto è ovviamente digitale.

Il film c’è anche in 3D e, anche se io l’ho visto in 2D, si vede che molte scene sono state girate pensando miratamente al 3D e sfruttando il vantaggio offerto dall’alta quota e dalla condizione di sospensione.

Alla base, c’è il libro di Petit, Toccare le nuvole (del titolo esistono diverse varianti), dal quale era già stato tratto un documentario, Man on Wire – Un uomo tra le Torri, di James Marsh, che vinse l’Oscar come miglior documentario nel 2009.

Inevitabile una punta di amarezza e di nostalgia per le due belle torri ormai scomparse. Inevitabile il pensiero sempre in sottofondo che forse può far leggere una cosa che Petit dice alla fine come un sottile e delicato omaggio. Un ringraziamento. Ma forse è solo una mia idea e non dico nient’altro perché ho detto che non spoileravo.

Da vedere.

E niente, adesso devo assolutamente recuperarmi un po’ di libri di Petit.

Cinematografo & Imdb.

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Vocee…

Voceeee….

Frances!

Che vuoi?! Stavo già dormendo da un po’…aspetta un momento…

Cosa?

Da quando mi chiami per nome?

Da quando non rispondi benché ti stia urlando addosso da un po’…

Magari era voluto, il fatto di non rispondere. Ma non è questo il punto.

E quale sarebbe il punto?

Lo sai che non mi garba che usi il mio nome.

Sì, lo so. Però non capisco perché. E un nome bellissimo.

Sì, ma è mio.

E quindi…?

E la mia privacy?

Oddio, adesso chiamare qualcuno per nome è una violazione della privacy?

In un certo senso…

Ouf, quanto la fai lunga, tanto ormai ti ho chiamato. E l’hanno sentito tutti. E poi dovevo pur dirtelo una buona volta: ho anche parlato di te mentre non c’eri.

Adesso ti dai pure al pettegolezzo… Un momento…non avrai mica detto anche qualcosa riguardo al mio aspetto?

Beh, non in dettaglio, ecco.

Sii più precisa, grazie.

Non mi ricordo.

Cazzate. Ti ricordi benissimo.

Mah, potrebbe forse essermi accidentalmente scappato qualcosa riguardo alla tua natura…

Definisci ‘natura’.

Categoria di appartenenza…?

Hai detto a qualcuno che sono una scimmia?!

L’hai detto tu. Io non ho detto niente.

Che stronza che sei.

Guarda che tanto qualcuno in rete che lo sapeva c’era già.

Sì, ma non girava da queste parti. Qui ho una reputazione da difendere.

Certo. Immagino. Ma senti…io non ti avevo chiamato per questo.

Lo so. Mi avevi chiamato come al solito perché non sapevi come iniziare il post e stavi cazzeggiando.

In effetti…

Quanto sei prevedibile. Allora. Seguiamo la procedura standard. Qual è il film di stasera?

Self/Less

Di cosa parla il film di stasera?

Di Damian (Ben Kingsley). Che è ricco e potente. Al centro di un grande impero finanziario. Abituato ad avere tutto quello che vuole. Abituato anche ad essere solo.

E…

E Damian ha una figlia a cui tiene molto ma con la quale quasi non parla. Ha un collaboratore che è anche il suo unico amico. E ha un cancro che non gli lascia più molto tempo.

In modo apparentemente casuale viene a conoscenza dello shedding, una terapia medica d’avanguardia, nota solo a pochi, che consente il trasferimento della coscienza da un corpo vecchio ad uno nuovo, ufficialmente creato in laboratorio per questo scopo.

Padre di questa tecnologia è Albright (Matthew Goode), giovane brillante, che segue Damian nell’intervento e lo assiste nel periodo successivo per accertarsi che non ci siano effetti collaterali.

Un corpo nuovo, giovane e forte. La ricchezza di prima, sapientemente amministrata e trasferita. Una vita nuova di zecca.

Sembra tutto perfetto. L’unica cosa che il nuovo Damian (Ryan Reynolds) deve fare è ricordarsi di prendere qualche pillola.

Però. Una pillola dimenticata. Qualcosa che filtra dove non dovrebbe. Damian vede immagini che non capisce. Realizza di avere ricordi non suoi. Non capisce ma vuole seguire la pista che sembrano tracciare quei ricordi. E al fondo di quella pista c’è una realtà piuttosto diversa da quella liscia ed asettica che Albright gli ha venduto insieme alla sua nuova vita.

Non sembra male…

No, è quello che ho detto anch’io quando ho visto il trailer…peccato che poi non ci sia molto di più.

Dove si va a parare lo si capiva già tutto dal trailer. Il resto è riempito da un po’ di scene d’azione e di inseguimenti. Un po’ di dilemmi morali, una donna e una bambina da salvare, valori e una scala di priorità da riorganizzare. Niente di nuovo e niente di che.

Ben Kingsley fa da specchietto per le allodole e anche in questo caso, il trailer concentra il grosso delle scene in cui c’è lui, ma di fatto viene sostituito abbastanza presto. Ryan Reynolds non mi dice granché e fa il suo mestiere senza infamia e senza lode.

Nel complesso non è male e il ritmo scorre veloce ma Tarsem Singh – regista di The Cell (che prima o poi dovrò recuperarmi perché me lo ricordo come una cosetta interessante) e del Curioso caso di Benjamin Button, avrebbe potuto sforzarsi un po’ di più in originalità, tanto più che il tema e il presupposto potevano offrire anche dei buoni spunti.

Quindi me lo consigli o no?

Non te lo consiglio ma non te lo sconsiglio neanche. Chiaro no? Si può vedere un po’ a tempo perso.

Cinematografo & Imdb.

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S_11859_R_CROP Academy Award winner Ben Kingsley stars as billionaire industrialist Damian Hale in Gramercy Pictures' provocative psychological science fiction thriller Self/less, directed by Tarsem Singh and written by Alex Pastor & David Pastor. Credit: Alan Markfield / Gramercy Pictures

S_10749_R_CROP (l-r.) Madeline (Natalie Martinez) and daughter Anna (Jaynee-Lynne Kinchen) flee with Young Damian (Ryan Reynolds) in Gramercy Pictures' provocative psychological science fiction thriller Self/less, directed by Tarsem Singh and written by Alex Pastor & David Pastor. Credit: Alan Markfield / Gramercy Pictures

S_09872_CROP (l-r.) Albright (Matthew Goode) is confronted by Young Damian (Ryan Reynolds) in Gramercy Pictures' provocative psychological science fiction thriller Self/less, directed by Tarsem Singh and written by Alex Pastor & David Pastor. Credit:Alan Markfield / Gramercy Pictures

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Come dice il proverbio: mi freghi una volta vergogna a te, mi freghi due vergogna a me, mi freghi tre vergogna a entrambi.

Ecco, qui non so se sono nel secondo o nel terzo caso, a seconda che si consideri solo Noah – se vogliamo rimanere in ambito strettamente biblico – o se consideriamo anche Godzilla (quello dell’anno scorso), in termini di action movie.

La parola chiave rimane comunque “fregatura”.

Ennesima fregatura che mi son presa perché mi son fatta abbindolare dal trailer.

Che poi, per carità, non è che mi aspettassi chissà cosa.

C’era una volta un mondo in cui il nome di Ridley Scott era una garanzia. Ma prima o poi tocca pure guardare in faccia la realtà e quel mondo ormai è finito. E da un bel pezzo per giunta. Ché abbiamo un bel ripeterci come un mantra sì-ma-è-il-regista-di-Blade-Runner-e-di-Alien…Blade Runner e Alien li ha diretti rispettivamente nel 1982 e nel 1979. Poi, per carità, non è che non abbia fatto altri film egregi dopo, però nel corso degli anni la sua produzione è diventata quanto meno altalenante.

Sto scorrendo avanti e indietro la filmografia di questo regista e ok, Il gladiatore (2000) ha fatto epoca ed era effettivamente un buon film nel suo genere, e anche American Gangster (2007) era un gran bel film, così come Nessuna verità (2008). Però in mezzo ci sono state cose come Le crociate (2005), discretamente imbarazzante, e Un’ottima annata (2006), che non ho visto ma sul quale ho sentito giudizi piuttosto perplessi.

E poi c’è l’ultimissima fase, che comincia dopo Nessuna Verità, con quel Robin Hood di cui non si sentiva assolutamente il bisogno e che ancora non ho digerito, con i suoi barconi da sbarco in Normandia ante-litteram. E Prometheus, che non ci sono vie di mezzo, è una cagata colossale.

E The Counselor, dell’anno scorso, che non è orrendo ma è piuttosto mediocre.

Niente da fare. Ridley sta perdendo colpi. E il fatto che nella programmazione del 2015 ci veda un Prometheus 2 forse è indice del fatto che non se ne sta mica rendendo troppo conto. Forse sarebbe carino che qualcuno glielo facesse cautamente notare.

Exodus – Dei e Re.

Allora. Va detto che questo filone neo-biblico-fantasy-catastrofico, proprio non riesce a piacermi. Però un film fatto male da uno fatto bene lo distinguo comunque, anche se il genere non mi aggrada.

E questo Exodus è fatto piuttosto maluccio, in verità.

Ripeto, non mi aspettavo chissà cosa. Mi aspettavo che la vicenda fosse una specie di pretesto per dare il via allo sbizzarrirsi di effetti speciali, battaglie e quant’altro. Mi aspettavo una carnevalata action divertente e piena di catastrofi scenografiche.

E invece no.

Ridley se la prende a cuore, la vicenda di Mosè. La racconta in dettaglio (non necessariamente un dettaglio fedele all’originale) e imbastisce una trama di gelosie di palazzo degna di un feuilleton.

Il tutto alternato all’evoluzione della coscienza di Mosè che prima rifiuta la sua appartenenza al popolo ebraico, poi vede Dio, si illumina e comincia a fare cose che prima non avrebbe mai fatto, apparentemente contro ogni buonsenso.

Il risultato è che il film si trascina un po’ per i primi due terzi, tra intrighi, strategie ed elucubrazioni, e concentra tutta l’azione vera e propria nella parte finale, con l’effetto di sciupare buona parte degli effetti speciali e dell’impatto scenografico.

Le piaghe d’Egitto arrivano in sequenza, una dopo l’altra, velocemente, senza che si abbia il tempo di assimilarle in un contesto, il che fa sì che perdano buona parte della loro potenza. Non è che visivamente siano fatte male, è solo che sono tirate via malamente, senza spazio, quasi senza pathos.

Sì, quella del Nilo rosso è bella ed è venuta particolarmente bene, ma le altre si susseguono troppo rapidamente perché possano essere apprezzate.

Anche la scena dell’onda gigante – che sì, dai, siamo andati tutti a vedere il film per quella cazzo di ondona – non è che sia poi chissà che.

Da un punto di vista di plausibilità, è sicuramente molto azzeccata la scelta di far ritirare il Mar Rosso in una sorta di bassa marea estrema e innaturale, piuttosto che rifare i muraglioni d’acqua dei Dieci Comandamenti del 1956.

Però resta il fatto che l’onda che arriva dopo non è fatta particolarmente bene. Ok, l’acqua è una rogna da digitalizzare decentemente, ma, come effetto, pare di non essersi evoluti poi molto rispetto a Deep Impact.

E poi è innegabile che ogni volta che si assiste a grandi scene di catastrofi o battaglie, il pensiero che colpisce la mente prima che lo si possa fermare è che sì, ok, figo, ma Peter Jackson l’avrebbe fatto meglio (e intanto Jackson non è stato così sprovveduto da andarsi a impelagare con gli effetti d’acqua).

Fatte le dovute proporzioni con i tempi, il film del ’56 era molto più avanti come tecniche ed effetti, rispetto a questo qui.

Nel complesso non offre niente che non si sia già visto e rivisto. Le battaglie sono sempre quelle del Signore degli Anelli, le piogge di frecce idem, solo meno coinvolgenti.

Il cast è prevalentemente valido ma non spicca e si limitano tutti a fare il loro mestiere. Da Christian Bale nel ruolo del protagonista, purtroppo sempre doppiato da Adriano Giannini e quindi sempre tendente al romanesco, a Ben Kingsley; da Sigourney Weaver a John Turturro. Joel Edgerton nei panni di Ramses riuslta invece piuttosto stonato. Non fa una gran figura, questo faraone. E non perché non è un personaggio positivo, ma perché sembra proprio un po’ scemo. Sempre con sta faccia stralunata, queste espressioni appiccicate e questo sembrare sempre capitato per caso nel posto in cui si trova. Parte relativamente minore anche per Aaron Paul (Jesse di Braking Bad).

Poteva essere carina l’idea di rappresentare il tramite di Dio che parla a Mosè  come un bambino. Non che fosse ‘sto picco di originalità da un punto di vista iconografico, ma almeno era un po’ insolito in ambito cinematografico. Peccato che abbiano scelto un ragazzino che tutto ispira tranne che simpatia. Figuriamoci devozione e obbedienza.

Morale. Mah, non è proprio un brutto film, alla fine ‘sti 150 minuti passano pure. Però se ne può fare tranquillamente a meno.

Cinematografo & Imdb.

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Voce dove sei?

—-

Voce?

mmm, che c’è?

Cerca di non essere troppo entusiasta eh

Son quasi le tre di notte, non so che pretendi

Sono irrequieta

Perché sono quasi le tre di notte e non hai ancora scritto il post? Fai bene. Lo sarei anch’io.

No, non c’entra. Sono irrequieta per altri motivi.

Il che significa che qualcosa ti ha fatto incazzare.

Non è vero.

—-

Non proprio incazzare. Mi ha infastidito.

E immagino che tu mi abbia svegliata per farmi chiedere che cos’è che ti turba giusto?

Ovviamente no. Per il puro piacere della tua compagnia.

Sì. Quindi, cos’è che ti ha infastidito?

Mah, come al solito. Dinamiche. Stereotipi.

Tipo?

Tipo questo:

Tardo pomeriggio, esterno, portici.

Personaggi: Io e una vecchia conoscenza che non vedevo da anni, che per comodità indicheremo come vccnvda

vccnvda – cosa fai?

io – vado al cinema

vccnvda – a vedere cosa?

io – Iron Man 3

vccnvda – (con palese irrigidimento di tutta la sua persona oltre che della sua espressione) ah, no, io infliggo a tutti il cinema del dolore

io – (con una risata che forse non era appropriata visto che suonava un po’ come un ma vaff…) mah, io invece guardo qualsiasi genere di film, basta che non siano i cinepanettoni.

vccnvda – (l’irrigidimento a questo punto è talmente esteso che si ripercuote anche sulla corretta articolazione delle parole) ehm, sì, in effetti…potrebbe essere anche interessante guardare questo genere di film…

La conclusione della conversazione non è importante.

Temo di aver capito dove vuoi andare a parare.

La classica posa da io-sono-un-cazzo-di-intellettuale-e-per-dimostrarlo-guardo-solo-roba-troppo-impegnata-che-il-mainstream-mi-fa-orrore-e-vuoi-mica-che-al-cinema-mi-capiti-di-divertirmi-e-poi-iron-man-è-un-produttore-d’armi-americano-e-io-sono-un-cazzo-di-intellettuale-stiamo-scherzando?!?

Pesantezza a tutti i costi perché fa figo. Ho superato la fase tipo al liceo o giù di lì.

Direi che hai reso l’idea.

Ma alla fine Iron Man ti è piaciuto?

Sì. Con qualche riserva ma mi è piaciuto.

Le riserve sono fondamentalmente dovute al fatto che si vede un po’ troppo la presenza della Disney alla distribuzione. Il che significa che il Tony Stark cazzuto e politically uncorrect lascia il posto ad un personaggio apparentemente non proprio cambiato, ma di fatto più leggero, meno stronzo e meno problematico. Ci sono molte più battute e molti più momenti divertenti e alcuni sono obiettivamente un po’ a sproposito, soprattutto durante alcune scene d’azione. Le schermaglie tra Tony e Pepper non sempre risultano convincenti – lo era molto di più la situazione di tensione e di non detto prima che si mettessero ufficialmente insieme – e in generale si è un po’ persa la cinica ironia del personaggio per lasciare il posto a battute immediate quanto – a volte – meno significative. Restano per fortuna la faccia e le espressioni di Robert Downey Jr. a controbilanciare il tutto.

C’è stato evidentemente un lieve slittamento nel target del film, in direzione della categoria “film per famiglie”.

Anche la colonna sonora ne risente. Se pretendere che fosse all’altezza del primo – che si apre con Back in Black degli AC DC e continua con un gran bel repertorio rock-metal – sarebbe stato obiettivamente troppo, si poteva almeno sperare in qualcosetta in più rispetto al gran casino di trombe e tamburi quasi privi di melodia e dall’effetto molto standard – e anche molto vecchiotto – che accompagnano quasi tutte le scene d’azione, il che vuol dire quasi tutto il film.

Tolto questo, comunque, resta un film divertente.

Tantissima azione. E’ di fatto la vera protagonista del film. Ben fatta. Non di quella dove ci son solo esplosioni e basta e non capisci cosa sta succedendo. Di quella buona, con un sacco di trovate. Ok, sì, forse la faccenda di indossare le armature al volo e di richiamarne i pezzi a distanza l’hanno sfruttata persino troppo – o comunque l’hanno spiegata poco – però nel complesso ci sta. Di ottimo livello anche il 3D.

Sul cattivo di turno non dico niente perché finirei per forza con lo spoilerare qualcosa.

La trama non è particolarmente sopra le righe ma non è nemmeno troppo debole. E’ vero che in certi momenti viene il dubbio che sia la trama a supportare l’azione e non viceversa, però non ci sono incoerenze e la narrazione si svolge in modo coerente e lineare. Moltissimi i riferimenti agli Avengers.

Siccome siamo al terzo capitolo, come Peter Parker e Batman insegnano, la tradizione Marvel vorrebbe che il supereroe di turno entrasse in crisi con sé, la propria identità, il proprio passato. Qui probabilmente lo zampino Disney fa sì che Tony se la cavi con un accenno in voce fuori campo a come in passato si sia creato il suo demone. Poi per il resto non pare particolarmente travagliato.

Nel cast ci sono anche Guy Pearce e Ben Kinglsey.

Cinematografo & Imdb.

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Non sono mai stata né particolarmente pro né particolarmente contro il 3D. L’ho sempre trovato un di più, divertente ma non indispensabile. E sicuramente sopravvalutato, soprattutto se si pensa che non è questa novità assoluta come invece la si presenta – basti pensare agli esperimenti di Hitchcock nel 1954 con Il delitto perfetto, originariamente girato interamente in 3D e uscito nelle sale con solo un paio di scene tridimensionali prima delle quali compariva sullo schermo l’avviso di indossare gli occhialini. Poi, per carità, sotto l’aspetto qualitativo non c’è neanche da fare paragoni, ma questo vale un po’ per tutti gli aspetti tecnici.

Con Scorsese non dico che mi sono ricreduta sull’argomento – continuo ad essere convinta che tra al massimo 2-3 anni la bolla del 3D si sarà sgonfiata del tutto – ma ho assistito ad uno migliori 3D che abbia mai visto finora e soprattutto ad un 3D assolutamente integrato nella struttura del film.

Allo stesso modo in cui nel libro di Selznick le immagini non sono un’illustrazione della vicenda narrata ma parte della narrazione stessa, così l’aspetto visivo del film di Scorsese è un elemento fondamentale e costitutivo. E lo è doppiamente se si pensa anche al genere di storia che viene raccontata. Oltre ad essere una fiaba dal sapore di altri tempi, Hugo Cabret è prima di tutto una lunga dichiarazione d’amore per il cinema. Per la storia del cinema. Per la sua enorme portata creativa, soprattutto alle origini. Per il suo legame affascinante con l’arte dell’illusionismo. Per la sua componente di magia. Forse non è dunque un caso che a cimentarsi in questa trasposizione sia stato proprio Scorsese, da sempre appassionato cultore della storia del cinema, impegnato nel recupero e nel restauro dell’immenso patrimonio della cinematografia degli albori. Posso immaginare che il regista si sia divertito non poco a riprodurre le immagini dei vecchi film, a partire dal treno che i fratelli Lumiére spedirono contro gli spettatori nel 1895. E chissà se si sarebbe divertito anche Geroge Méliès a vedere le riproduzioni dei suoi film – dai fotogrammi colorati a mano! – a partire dal famosissimo Voyage dans la lune (1902), con l’aggiunta dell’ultimo trucco di magia del 3D in quella che risulta al tempo stesso una fusione divertente e un singolare omaggio.

Ottimo cast, con Ben Kingsley, Christopher Lee e Asa Butterfield (Il bambino con il pigiama a righe) molto bravo e molto adatto a ruolo.

Per quel che riguarda le numerose candidature agli oscar, se forse sarebbe un po’ sprecato attribuire la statuetta per la miglior regia a Scorsese proprio per questo film perché saprebbe un po’ troppo di premio alla carriera, di sicuro le nomination tecniche sono ampiamente meritate, soprattutto per quel che riguarda effetti visivi, costumi e scenografie –  ma d’altronde quando spunta fuori il nome di Dante Ferretti parlare di oscar è quasi d’obbligo: sullo sfondo della vicenda di Hugo prende vita una Parigi dei primi anni Trenta struggente e bellissima. Molto meritata secondo me anche la nomination come miglior sceneggiatura non originale, proprio per l’ottima trasposizione del legame tra narrazione e immagini che già caratterizzava il libro.

Qui e qui le solite info.

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