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Archive for the ‘M. Damon’ Category

Allora. I premi.

Miglior film drammatico

  • Revenant – Redivivo (The Revenant), regia di Alejandro González Iñárritu
  • Carol, regia di Todd Haynes
  • Il caso Spotlight (Spotlight), regia di Tom McCarthy
  • Mad Max: Fury Road, regia di George Miller
  • Room, regia di Lenny Abrahamson

Miglior film commedia o musicale

  • Sopravvissuto – The Martian (The Martian), regia di Ridley Scott
  • Un disastro di ragazza (Trainwreck), regia di Judd Apatow
  • La grande scommessa (The Big Short), regia di Adam McKay
  • Joy, regia di David O. Russell
  • Spy, regia di Paul Feig

Miglior regista

  • Alejandro González IñárrituRevenant – Redivivo (The Revenant)
  • Todd Haynes – Carol
  • Tom McCarthy – Il caso Spotlight (Spotlight)
  • George Miller – Mad Max: Fury Road
  • Ridley Scott – Sopravvissuto – The Martian (The Martian)

Migliore attrice in un film drammatico

  • Brie LarsonRoom
  • Cate Blanchett – Carol
  • Rooney Mara – Carol
  • Saoirse Ronan – Brooklyn
  • Alicia Vikander – The Danish Girl

Miglior attore in un film drammatico

  • Leonardo DiCaprioRevenant – Redivivo (The Revenant)
  • Bryan Cranston – L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo (Trumbo)
  • Michael Fassbender – Steve Jobs
  • Eddie Redmayne – The Danish Girl
  • Will Smith – Zona d’ombra (Concussion)

Migliore attrice in un film commedia o musicale

  • Jennifer LawrenceJoy
  • Melissa McCarthy – Spy
  • Amy Schumer – Un disastro di ragazza (Trainwreck)
  • Maggie Smith – The Lady in the Van
  • Lily Tomlin – Grandma

Miglior attore in un film commedia o musicale

  • Matt DamonSopravvissuto – The Martian (The Martian)
  • Christian Bale – La grande scommessa (The Big Short)
  • Steve Carell – La grande scommessa (The Big Short)
  • Al Pacino – La canzone della vita – Danny Collins (Danny Collins)
  • Mark Ruffalo – Teneramente folle (Infinitely Polar Bear)

Miglior film d’animazione

  • Inside Out, regia di Pete Docter
  • Anomalisa, regia di Charlie Kaufman
  • Shaun, vita da pecora – Il film (Shaun the Sheep Movie), regia di Mark Burton e Richard Starzak
  • Snoopy & Friends – Il film dei Peanuts (The Peanuts Movie), regia di Steve Martino
  • Il viaggio di Arlo (The Good Dinosaur), regia di Bob Peterson

Miglior film straniero

  • Il figlio di Saul (Salu fia), regia di László Nemes (Ungheria)
  • El club, regia di Pablo Larraín (Cile)
  • Dio esiste e vive a Bruxelles (Le tout nouveau testament), regia di Jaco Van Dormael (Belgio)
  • Miekkailija, regia di Klaus Härö (Finlandia)
  • Mustang, regia di Deniz Gamze Ergüven (Francia)

Migliore attrice non protagonista

  • Kate WinsletSteve Jobs
  • Jane Fonda – Youth – La giovinezza (Youth)
  • Jennifer Jason Leigh – The Hateful Eight
  • Helen Mirren – L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo (Trumbo)
  • Alicia Vikander – Ex Machina

Miglior attore non protagonista

  • Sylvester StalloneCreed – Nato per combattere (Creed)
  • Paul Dano – Love & Mercy
  • Idris Elba – Beasts of No Nation
  • Mark Rylance – Il ponte delle spie (Bridge of Spies)
  • Michael Shannon – 99 Homes

Migliore sceneggiatura

  • Aaron SorkinSteve Jobs
  • Emma Donaghue – Room
  • Tom McCarthy e Josh Singer – Il caso Spotlight (Spotlight)
  • Charles Randolph e Adam McKay – La grande scommessa (The Big Short)
  • Quentin Tarantino – The Hateful Eight

Migliore colonna sonora originale

  • Ennio MorriconeThe Hateful Eight
  • Carter Burwell – Carol
  • Alexandre Desplat – The Danish Girl
  • Daniel Pemberton – Steve Jobs
  • Ryūichi Sakamoto e Alva Noto – Revenant – Redivivo (The Revenant)

Migliore canzone originale

  • Writing’s on the Wall (Sam Smith, Jimmy Napes) – Spectre
  • Love Me Like You Do (Max Martin, Savan Kotecha, Ali Payami, Tove Nilsson, Ilya Salmanzadeh) – Cinquanta sfumature di grigio (Fifty Shades of Grey)
  • One Kind of Love (Brian Wilson, Scott Bennett) – Love & Mercy
  • See You Again (Justin Franks, Andrew Cedar, Charlie Puth, Wiz Khalifa) – Fast & Furious 7 (Furious 7)
  • Simple Song#3 (David Lang) – Youth – La giovinezza (Youth)

Premi per la televisione

Miglior serie drammatica

  • Mr. Robot
  • Empire
  • Narcos
  • Outlander
  • Il Trono di Spade (Game of Thrones)

Migliore attrice in una serie drammatica

  • Taraji P. HensonEmpire
  • Caitriona Balfe – Outlander
  • Viola Davis – Le regole del delitto perfetto (How to Get Away With Murder)
  • Eva Green – Penny Dreadful
  • Robin Wright – House of Cards – Gli intrighi del potere (House of Cards)

Miglior attore in una serie drammatica

  • Jon HammMad Men
  • Rami Malek – Mr. Robot
  • Wagner Moura – Narcos
  • Bob Odenkirk – Better Call Saul
  • Liev Schreiber – Ray Donovan

Miglior serie commedia o musicale

  • Mozart in the Jungle
  • Casual
  • Orange Is the New Black
  • Silicon Valley
  • Transparent
  • Veep – Vicepresidente incompetente (Veep)

Migliore attrice in una serie commedia o musicale

  • Rachel BloomCrazy Ex-Girlfriend
  • Jamie Lee Curtis – Scream Queens
  • Julia Louis-Dreyfus – Veep – Vicepresidente incompetente (Veep)
  • Gina Rodriguez – Jane the Virgin
  • Lily Tomlin – Grace and Frankie

Miglior attore in una serie commedia o musicale

  • Gael García BernalMozart in the Jungle
  • Aziz Ansari – Master of None
  • Rob Lowe – The Grinder
  • Patrick Stewart – Blunt Talk
  • Jeffrey Tambor – Transparent

Miglior miniserie o film per la televisione

  • Wolf Hall
  • American Crime
  • American Horror Story: Hotel
  • Fargo
  • Flesh and Bone

Migliore attrice in una mini-serie o film per la televisione

  • Lady GagaAmerican Horror Story: Hotel
  • Kirsten Dunst – Fargo
  • Sarah Hay – Flesh and Bone
  • Felicity Huffman – American Crime
  • Queen Latifah – Bessie

Miglior attore in una mini-serie o film per la televisione

  • Oscar IsaacShow Me a Hero
  • Idris Elba – Luther
  • David Oyelowo – Nightingale
  • Mark Rylance – Wolf Hall
  • Patrick Wilson – Fargo

Migliore attrice non protagonista in una serie, mini-serie o film per la televisione

  • Maura TierneyThe Affair
  • Uzo Aduba – Orange Is the New Black
  • Joanne Froggatt – Downton Abbey
  • Regina King – American Crime
  • Judith Light – Transparent

Miglior attore non protagonista in una serie, mini-serie o film per la televisione

  • Christian SlaterMr. Robot
  • Alan Cumming – The Good Wife
  • Damian Lewis – Wolf Hall
  • Ben Mendelsohn – Bloodline
  • Tobias Menzies – Outlander

Golden Globe alla carriera

  • Denzel Washington

E i miei commenti.

In realtà non è che possa poi dire granché perché ne ho visti poi solo due, ossia Carol e La grande scommessa.

E, per quel che vale, mi dispiace un po’ che nessuno dei due abbia preso nulla.

Sul perché La grande scommessa sia anche il grande ignorato della premiazione avrei anche un’ipotesi ma mi riservo di parlarne più in dettaglio domani nel post dedicato.

Per Revenant e Iñarritù sono contenta a prescindere. Amo il regista e sono ragionevolmente certa che il film mi piacerà.

Idem dicasi per Di Caprio, anche se mi astengo dal basare alcun pronostico per gli Oscar sull’assegnazione di questo globo perché, come già dicevo ieri, con il buon Leo le normali leggi della probabilità perdono ogni significato.

Il premio a Kate Winslet mi rende ancor più curiosa per lo Steve Jobs di Boyle e quello a Brie Larson mi rende invece mortalmente curiosa e impaziente per Room.

Non sono sicura di essere soddisfatta di tutti i premi a The Martian, che pure mi era piaciuto parecchio. Davvero, dovrei vederne qualcuno in più fra gli altri.

Anche il premio a Jennyferl Lawrence mi lascia qualche riserva. Lei mi piace molto ma mi pare anche che la concorrenza non fosse poi così spietata. Ok, c’era la fantastica Maggie Smith di Lady in the Van ma era persino un po’ scontato premiare lei. Non so.

Sempre un po’ scontati mi son parsi i premi a Morricone (per carità, son contenta per Tarantino, ma ha un che di banale premiare una colonna sonora di Morricone) a Inside Out (che pure è meraviglioso eh, però sa tanto di ti-piace-vincere-facile) e alla canzone di Spectre.

Un po’ di perplessità per Stallone (e se è per questo pure per il suo film) ma d’altronde non l’ho mai trovato questa gran cosa.

Sulle serie TV son vergognosamente impreparata ergo mi limito a stilare una bella lista di titoli da recuperare.

Mi fa sorridere il premio a Lady Gaga. Sapevo che aveva una parte in American Horror Story – Hotel ma non pensavo fosse un ruolo addirittura da premiazione. Anyway, a me lei è sempre stata simpatica quindi la cosa in sé non mi dispiace affatto.

 

E poi niente. L’euforia da Globes di quando mi sono alzata questa mattina è stata brutalmente stroncata dalla notizia di Bowie.

I post di cordoglio non sono nel mio stile. Neanche (soprattutto) quando la scomparsa mi tocca in modo particolare. E non sta per arrivare un ‘ma’.

Non farò niente, neanche in questo caso. Non dirò niente. Non mi metterò a ricordare quello che tutti ricordano.

Perché fa male e basta.

Perché ci sono cose che ti salvano la vita. E a volte sono parole o gesti che attraversano aria e tempo e arrivano per caso dove non potevano prevedere.

E le cose che ci cambiano per sempre avvengono senza che noi ce ne rendiamo conto.

 

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Ridley Scott lo si va a vedere perché è Ridley Scott. E alla fine va anche bene così. E’ comunque un dato di fatto che negli ultimi anni non é che abbia sfornato proprio dei capolavori. Tanto per rimanere in ambito spaziale, dopo Prometheus avevo ben più di una preoccupazione, andando a vedere questo The Martian.

Parentesi. E grazie come sempre per il sotto/sopra-titolo indispensabile. Già che c’erano potevano mettere il sopravvissuto su Marte, così lo spiegavano ancora meglio. Se proprio non potevano resistere alla tentazione di tradurlo, potevano almeno usare il titolo italiano del libro di Andy Weir, L’uomo di Marte – da cui il film è tratto – che andava tanto bene e, nel caso, chiariva subito l’equivoco specificando che si tratta di un uomo e non di una nuova creatura aliena. Ma vabbè. Chiusa parentesi.

Ad ogni modo, preoccupata o meno, è andata a finire che ho dovuto rimangiarmi i miei pregiudizi, perché The Martian non è male per niente. Ed è anche un po’ insolito, per i canoni dello zio Ridley.

The Martian è un film allegro, a suo modo. Anche divertente a tratti. E’ un film positivo e avvincente.

L’astronauta Mark Watney, a causa di un incidente, si ritrova da solo in una stazione spaziale su Marte, abbandonata prematuramente dall’equipaggio di cui faceva parte anche lui. Ha di che sopravvivere ma non per molto. Deve aspettare la prossima missione. Si parla di anni.

Ha delle scorte ma non sono sufficienti. Deve ingegnarsi. Ha un’intera stazione spaziale e un sacco di bei giocattolini di marca Nasa con cui sbizzarrirsi. Ha le sue conoscenze di astronauta e di botanico. E ha tempo per capire come utilizzare tutto ciò per salvarsi.

Matt Damon è davvero bravo e dà vita ad un personaggio vivo, umano, vero. E’ un uomo dalla volontà ferrea. E’ forte ed è solo. La solitudine è palpabile e schiacciante. E’ il volto di Mark ed è il suo monologo alla telecamera. I momenti in cui si intravede la possibilità di arrendersi ma non si lascia che venga allo scoperto. L’interpretazione di Damon è intensa e discreta, priva di eroismi eccessivi o sentimentalismi.

Nel cast anche Jessica Chastain, di nuovo nello spazio dopo Interstellar, nei panni del capitano dell’equipaggio di cui faceva parte anche Mark.

Sul fronte Nasa abbiamo Jeff Daniels, Sean Bean (che, tra le altre cose, ad un certo punto regalano una piccola perla in termini di citazioni cinematografiche – e non solo) e Chiwetel Ejiofor (12 anni schiavo).

Il ritmo è veloce, prende dal primo momento. La parte scientifica è fluida e descritta quel tanto che basta per far da supporto allo scorrere della narrazione. Forse non accuratissima ma intuitivamente comprensibile e, in ogni caso, sufficientemente plausibile.

Bello anche visivamente, con le sconfinate ed ostili distese rosse di Marte che sono al tempo stesso cornice e amplificatore per la solitudine di Mark, minuscolo essere umano, unico essere vivente su un pianeta, prima ancora che scienziato, astronauta, botanico.

Bello. Consigliatissimo.

Cinematografo & Imdb.

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Matt Damon portrays an astronaut who faces seemingly insurmountable odds as he tries to find a way to subsist on a hostile planet.

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Interstellar è bellissimo.

Di quei film che esci dalla sala con l’occhio pallato, l’espressione vacua e incredula continuando a balbettare reiterate espressioni di sgomento e ammirazione.

Ok. E’ un film di Nolan e noi tutti lo si aspettava in diligente trepidazione sapendo che sarebbe arrivata una gran bella cosa. Ma, davvero, mi ha stesa. E’…troppo. E giuro che non è perché è Nolan e allora bisogna gridare per forza al miracolo – che tanto so già che sarà una delle obiezioni che andrà per la maggiore tra le critiche negative del film. E’ come guardare 169 minuti di sport estremo. Perché quello che fa Nolan è mettersi a giocare con un materiale che più esplosivo non potrebbe essere per moltissime ragioni. Perché tira in ballo i grandi, Kubrick in primis, e dichiara esplicitamente di volercisi confrontare, oltre che rendervi omaggio. Perché sei lì che guardi e dici, oddio, non andarti a cacciare in certi argomenti perché nove volte su dieci, per quanto bravo sia il regista, viene fuori un bagno di sangue. E invece lui ci si butta a capofitto e dimostra di essere quell’uno su dieci che non fa cazzate. Anzi. Perché sceglie un genere inflazionato e difficile e dimostra non solo di esserne all’altezza ma di saper anche dire qualcosa di nuovo.

E io che non amo particolarmente né la fantascienza né le ambientazioni spaziali mi sono trovata ad amare incondizionatamente ogni secondo di questo film. Ogni dettaglio, ogni inquadratura. Ogni implicazione.

Interstellar è un film estremamente complesso, impegnativo.

Non come poteva esserlo Inception, la cui difficoltà – pur essendo anch’esso un film a suo modo perfetto – risiedeva soprattutto nella molteplicità dei livelli di trama. In questo caso è una complessità che riguarda più la sfera dei significati.

Il punto di partenza è distopico. Siamo in un futuro in cui l’umanità è dovuta regredire ad un’economia essenzialmente agricola. Un mondo minacciato da tempeste di sabbia e da una piaga che brucia le coltivazioni. Una distopia anche qui, fuori dal canone standard, senza particolari effetti visivi o scene di catastrofe. Si comincia con la fotografia di un’umanità rassegnata. Con il fantasma incombente di un’estinzione in sordina.

E un fantasma pare abitare anche nella stanza di Murph, figlia minore di Cooper, ingegnere, ex pilota e ora, come tutti, agricoltore. Un fantasma che fa cadere i libri e che crea strani accumuli di sabbia. Che sembra comunicare qualcosa con la forza di gravità. Con l’alfabeto morse e forse in qualche altro modo.

Tentare di riassumere la trama in modo lineare vorrebbe dire svelare troppi risvolti che si chiariscono solo alla fine.

Cooper deve partire. In quanto pilota – uno dei migliori piloti di cui la NASA disponesse prima dei cambiamenti – è chiamato a prendere parte ad un estremo tentativo di salvare l’umanità trovando un nuovo mondo. Un nuovo pianeta in grado di sostenere la vita.

Mi rendo conto che detta così, la faccenda sembra banale, o quanto meno già sentita. E forse sì, il punto di partenza è la solita vecchia ricerca di salvezza per un’umanità sull’orlo dell’estinzione. E’ questo ma è anche tanto, tantissimo altro.

Il viaggio spaziale presuppone l’attraversamento di un wormhole, il che implica che si va a tirare in ballo il concetto di relatività del tempo. E poi buchi neri, gravità e fisica quantistica.

Ora, non mi azzardo neanche lontanamente a cercare di addentrarmi nella parte scientifica perché, benché sia sempre stata estremamente affascinata da questi argomenti, è purtroppo una realtà innegabile che non ne so un bel niente. E anche quel poco che posso capire da profana, non sarei in grado di esporlo a mia volta.

Mi limito a dire che tra i produttori figura Kip Thorne, che è anche, di fatto, creatore del soggetto, e, da quel che ho letto, la plausibilità scientifica dei presupposti alla base di tutta la teoria esposta è più che solida.

Il che conferma anche l’impressione, che si ha durante tutto il film, di qualcosa che magari non si capisce fino in fondo ma che ha una sua credibilità. Per dire, anche se non conosci un argomento, ti rendi conto quando in un film le stanno sparando grosse – e qui, mi spiace, ma parte inevitabilmente l’esempio di Gravity, con il suo cumulo di invenzioni più che dozzinali. Parentesi. Altra cosa inevitabile è stata pensare, quando la parte spaziale del film entra nel vivo, qualcosa che suonava molto come: ‘ecco, Alfonso, ti sarebbe piaciuto vero fare una cosa così, eh? Era vagamente questo quello a cui aspiravi? Bè, guarda come si fa e impara’. Tanto per dire. Che poi io non ce l’ho neanche particolarmente con Cuaròn. Ce l’ho col fatto che Gravity ha ricevuto tutti quei premi immeritati. Chiusa parentesi.

Torniamo al film.

Il diverso scorrere del tempo nelle diverse dimensioni dello spazio crea il presupposto per lo sviluppo parallelo di diversi piani che si trovano a coesistere sempre più sfasati eppure sempre, in qualche modo, connessi.

La storia personale di Cooper e Murph non smette mai di essere determinante, anche quando il centro della narrazione si sposta.

Interstellar è un film di un’umanità straziante nella sua concretezza. E’ un film di legami e solitudine.

E’ un film dalle immagini potenti e visionarie.

Gli omaggi a 2001: Odissea nello spazio sono tanti ed espliciti, a partire dalla prima sequenza di rotazione.

Bellissima anche la colonna sonora, di Hans Zimmer.

Il cast. Eh, cosa si può dire ancora di buono su Matthew McConaughey che non abbia già detto? Non lo so, ma è sempre più bravo ad ogni pellicola che vedo. Non so se voglia puntare ad un altro oscar, in ogni caso è sulla strada buona con un’interpretazione che lascia senza parole in un ruolo fortemente emotivo, fortemente empatico ma sempre in perfetto equilibrio, senza mai un eccesso o una sbavatura né di sentimentalismo né di eroismo.

Accanto a lui Anne Hataway, Michael Caine e una sempre meravigliosa e perfetta Jessica Chastain. E una piccola parte anche per Matt Damon.

Bon, mi fermo prima di cedere alla tentazione di esprimermi su altri dettagli e finire così col rivelare troppo.

Da vedere. Più e più volte.

Cinematografo & Imdb.

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Il giudizio generale si può tranquillamente riassumere in: mpf.

Non che sia un film brutto. Solo non è niente di che. E’ carino, è curiosa la storia, loro sono tutti molto bravi ma niente di più. Non che mi aspettassi chissà cosa, sia chiaro, solo che, nel complesso, l’ho trovato un po’ inutile. E anche un po’ sprecata la regia di George Clooney.

In effetti, sulla carta, la storia – basata su fatti realmente accaduti – suona interessante. E’ una di quelle vicende rimaste relativamente ai margini della narrazione storica perché soffocate dall’enormità delle vicende belliche vere e proprie. Una di quelle storie collaterali, ma non per questo poco importanti.

Siamo poco dopo lo sbarco in Normandia e un gruppo di esperti d’arte, guidato dall’ufficiale americano Frank Stokes parte per un’improbabile caccia al tesoro per recuperare l’immenso patrimonio di opere d’arte trafugato dai nazisti in tutta Europa. Una corsa contro il tempo, perché Hitler, ormai alle strette, ha dato ordine di distruggere tutto quello che rischia di andare perduto, perché i Russi che riescono a mettere le mani su parte di quel bottino non hanno nessuna intenzione di restituirlo ai legittimi proprietari e perché nello stesso esercito americano, fondamentalmente non frega niente a nessuno della missione di questi Monuments Men, come loro stessi si sono ribattezzati.

Il materiale di partenza, quindi, come dicevo, non è male. Poteva venire fuori anche una cosa interessante.

Solo che il risultato è un po’ un flop. Il film non decolla mai veramente. Chiaramente Clooney non ha voluto insistere su scene di guerra vere e proprie e le poche che ci sono risultano incredibilmente goffe. Si capisce che l’intenzione sarebbe quella di un bilanciamento tra la simpatia cameratesca dei membri della squadra e il pathos di alcuni momenti particolarmente significativi che servono a ricondurre il tutto alle dimensioni effettive dell’orrore della seconda guerra mondiale, ma i due piani non si amalgamano molto bene, con l’effetto di rendere il tutto un po’ slegato. Le dinamiche tra di loro sono ragionevolmente divertenti, anche se è impossibile non notare che i siparietti Clooney-Damon portano sfacciatamente il marchio Ocean,  forse persino un po’ troppo. I momenti di maggior tensione emotiva – la perdita di alcuni compagni, il ritrovamento dei denti d’oro degli ebrei – sono forse un po’ troppo affrettati, con effetto controproducente per un reale coinvolgimento.

Il filone principale della storia si svolge in modo forse eccessivamente lineare, senza particolari picchi.

Ripeto, non è che sia uscita dal cinema scontenta di averlo visto, e neanche particolarmente delusa, solo molto indifferente.

Nel cast c’è anche Cate Blanchett, in una parte relativamente minore, e questo è comunque un bene.

Bill Murray invecchia veramente male mentre Matt Damon pare che ormai si sia ibernato e non cambia più dai tempi di Bourne.

E il fatto che io sia qui a disquisire dello stato di conservazione del cast suggerisce che non c’è poi molto altro da dire.

Un film da tempo perso.

Non saprei neanche dire se sia il caso di parlare di occasione sprecata, per quel che riguarda il soggetto. Forse nelle mani di un regista meno posato – e più visceralmente americano – di Clooney avrebbe potuto venir fuori l’ennesima vicenda super eroica, enfatizzata e amplificata, ma non so se sarebbe stato poi meglio.

Cinematografo & Imdb.

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Sono perseguitata dagli Champs Elysees, in una forma o nell’altra.

La cosa buffa è che mentre davo per scontato che l’origine del nome che dà il titolo al film fosse ovvia, una consistente serie di commenti captati in sala prima e dopo la proiezione mi ha costretto a ricredermi.

La cosa più innocua che ho sentito è arrivata da una tizia che si chiedeva ma-chissà-perché-quel-nome-non-c’è-nessun-personaggio-che-si-chiama-così.

L’ignoranza è un bene diceva Cypher di Matrix. Resta da capire per chi.

Anyway. Arriviamo al punto. Ho visto di meglio.

Per carità, ho visto anche di molto peggio eh, però siamo sempre lì, date le premesse poteva uscire qualcosa di più.

Se con District 9 Blomkamp aveva incuriosito per una certa originalità visiva e narrativa pur nell’affrontare un genere non esattamente nuovo, con Elysium si lascia abbagliare dal miraggio di una maggior notorietà e, per evitare di correre dei rischi, si rifugia negli standard già visti e rivisti del canone distopico/fantascientifico.

Siamo nel futuro. La Terra è ormai invivibile ed è trasformata in un’enorme favela. Piccola parentesi di costume: è degno di nota vedere come nella percezione (più o meno conscia è poi da chiarire) dell’America la catastrofe equivalga senza il minimo dubbio alla trasformazione in messicani/sudamericani. Chiusa la piccola parentesi di costume.

Dicevamo. Terra invivibile. Chi ha i soldi si trasferisce su Elysium, una sorta di satellite sul quale è stato ricreato un habitat che fondamentalmente si può descrivere come Beverly Hills. Ricchezza, agio e, soprattutto, cure per tutte le malattie.

Max (Matt Damon) è cresciuto povero e sfruttato. Coltiva il sogno di andare su Elysium fin da bambino e gli eventi sembrano evolversi in modo tale da non lasciargli altra scelta che tentare.

Ora, di positivo c’è sicuramente che il film ha un buon ritmo, si segue bene, cattura nonostante le numerose pecche e rimane tutto sommato plausibile evitando grossi strafalcioni fantascientifici.

Di negativo c’è che la trama è veramente molto standard (=si capisce come va a finire dopo le prime tre scene) e anche i personaggi avrebbero potuto essere caratterizzati un po’ meglio mentre risultano piuttosto tagliati con l’accetta.

C’è Jodie Foster (sempre brava e bella a prescindere da tutto) nei panni della cattivissima che con le sue politiche anti-immigrazione in difesa di Elysium vuole presumibilmente strizzare l’occhio alle problematiche contemporanee di una certa fetta di mondo, ma è troppo rigida e manca del tutto di profondità.

Le capsule mediche cura-tutto sono un’utopia fin troppo facile, mentre la faccenda del passaggio di file criptati da un cervello all’altro è forse un po’ stiracchiata.

Ben riuscita invece l’idea dell’esoscheletro.

Insomma, niente di che ma tranquillamente guardabile. Prodotto inevitabile di un genere decisamente inflazionato e ormai un tantino moribondo.

Ultima considerazione per chi ha visto il finale: sì, ok, e adesso?

Cinematografo & Imdb.

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In uscita il 29 agosto.

Il regista è Neill Blomkamp, lo stesso di District 9, del quale tutto si può dire ma non che non fosse un po’ diverso dai soliti schemi del genere.

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Gus Van Sant è un regista che amo molto anche per la sua capacità di cambiare continuamente generi e tematiche. Difficilmente si ripete, e il suo stile ben si adatta di volta in volta al nuovo contesto. E’ un regista dall’impronta delicata, non invasiva, capace di raccontare le realtà più diverse in modo coinvolgente ma senza inutili eccessi di pathos.

A quindici anni esatti di distanza da Will Hunting, ritorna a lavorare con Matt Damon per raccontare la storia di due rappresentanti di una grande multinazionale del gas che girano per le campagne povere degli stati centrali degli Stati Uniti per comprare dai contadini, spesso già in difficoltà, la terra da trivellare per installare i pozzi. Vendono il gas come l’unica speranza per il futuro. Vendono il sogno di milioni di dollari. Vendono l’emancipazione dai vincoli economici e dalle necessità. Vendono un futuro che presentano come l’unica possibile alternativa ad un lungo declino.

Steve (Matt Damon) è bravo nel suo lavoro e, quel che è più importante, crede davvero in quello che fa. Viene lui stesso dalla campagna e ha un’esperienza personale a supporto delle sue motivazioni. La sua collega, Sue (Frances McDormand) è forse un po’ meno motivata di lui ma non si fa domande, non si pone troppi problemi. A casa ha un figlio da cui tornare. Quello che fa è solo lavoro.

All’inizio sembra tutto fin troppo facile, l’accoglienza calorosa, gli abitanti della piccola città interessati, quasi entusiasti. Poi gradualmente tutto comincia a scricchiolare. Ci sono i dati diffusi su internet che contrastano con le parole di Steve. Ci sono le voci sui danni irreparabili causati alla terra dalle trivellazioni. C’è un professore che insinua il dubbio nei propri concittadini e un ambientalista che mette in atto una campagna serrata contro questa enorme società.

C’è l’assolutismo con cui inizialmente Steve abbraccia la sua causa che comincia a  vacillare di fronte a realtà e verità che forse per primo aveva scelto di ignorare. Molto bello il modo in cui è reso questo passaggio evolutivo del personaggio, senza troppe parole, senza un vero capovolgimento di quelli che siamo abituati a vedere in molti film americani, ma con un discreto mutare di gesti ed espressioni fino ad un episodio – uno solo – che segna veramente un punto di svolta nella vicenda.

Ottima come sempre Frances McDormand, in un ruolo duro ma molto ricco e anche Matt Damon offre un’interpretazione impeccabile, basata molto su un’espressività discreta e molto impregnata del non-detto.

Accompagnato da una buona dose di polemiche – i petrolieri americani che non volevano farlo uscire, gli arabi che figurano invece nella produzione (Imagenation Abu Dhabi Fz) – se per la tematica può riportare alla mente Erin Brockowich, di fatto si sviluppa in tutt’altra direzione e si limita a ritrarre una situazione ancora ben lontana dal trovare una soluzione.

Non c’è lo schema classico di redenzione-ribellione-vittoria. C’è il divario sempre più evidente tra la realtà che Steve crede di conoscere e quella che invece si trova a dover fronteggiare con sempre meno frecce al suo arco. E c’è la scelta che tutti devono fare, la decisione che alla fine tutti devono prendere.

Da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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