Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘P. Glass’ Category

locandinapg1

Com’è curioso tenere un diario: le cose che vi si tacciono sono più importanti di quelle che vi si annotano.”

Questo è quello che dice Simone De Beauvoir in Una donna spezzata e ho sempre pensato che fosse una grande verità.

Per quanto ci sforziamo di essre sinceri, siamo noi stessi le persone a cui raccontiamo il maggior numero di palle.

E un diario, per quanto cominciato con le migliori intenzioni, finisce quasi inevitabilmente per trasformarsi nel luogo dell’insincerità per eccellenza, lasciando piuttosto spazio all’immagine che vorremmo avere di noi stessi a discapito di quello che realmente siamo.

Sheba Hart è una giovane e bella insegnante di arte che comincia a lavorare in un liceo alla periferia di Londra. Sposata con un suo ex professore universitario, due figli, una bella villa nella parte ricca della città.

Barbara Covett è un’attempata signora ormai prossima alla pensione che insegna nello stesso liceo. Sola, se non si conta la gatta. Piccolo appartamento in periferia. E i suoi diari.

Fin dall’inizio la voce narrante è quella di Barbara. Ma non esattamente la sua. Quella del suo diario. Tutta la vicenda è filtrata da quello che lei racconta e annota sulle pagine. Tutto è visto attraverso la sua percezione della realtà

E fin dall’inizio è evidente che c’è qualcosa che non torna. Uno sfasamento, una spaccatura tra quello che si vede e quello che si ascolta.

In tono con la risentita dichiarazione di solitudine con cui il monologo si apre, la voce di Barbara è dura, cinica, ostentatamente distaccata e indifferente. Pare che annoti per amor di cronaca, per passare il tempo, ma gradualmente emerge una sorta di progetto, di schema, al quale lei sta adattando la realtà degli avvenimenti, distorcendoli.

In particolar modo amplifica e fraintende (anche se forse non è neanche esatto come termine) le dinamiche relazionali tra lei Sheba, trasformando un’amicizia cordiale e poco più che formale nelle premesse di una relazione sentimentale.

Ed è sempre attraverso il vetro opaco di un presunto e mal interpretato rapporto di coppia che emergono anche i tratti della relazione pericolosa – questa fin troppo reale –  di Sheba con un suo studente, ancora minorenne.

Mi è sempre piaciuto tantissimo il modo in cui si incrociano le due storie. Perchè di fatto non hanno niente in comune, se non la volontà di Barbara di renderle in qualche modo correlate.

La volontà di Barbara, che deforma la realtà piegandola a quello che vorrebbe vedere e che agisce di conseguenza, in base a parametri che di fatto esistono solo nella sua mente.

Barbara è sicuramente il personaggio migliore del film. Non mi piace. Non è fatta per piacere. E riesce a distruggere anche quel poco di empatia che si potrebbe provare nei suoi confronti. Però è costruita magistralmente.

E’ un capolavoro di doppiezza a livelli sempre più profondi e radicati e questo la rende inevitabilmente crudele. Crede a quello che si racconta? Crede alle dinamiche relazionali che solo lei vede? Sì, indubbiamente sì. E trascrive su infiniti diari quello che crede di vivere per averne continua conferma. Per convincere e confortare prima di tutto se stessa.

Fa pena, Barbara, chiusa in una solitudine che si è costruita con le sue stesse mani e che, di fatto, difende più di quanto le piaccia ammettere; arroccata nella sua parte di perenne incompresa. E’ piena di rancore verso tutti quelli che la circondano e che lei presumibilmente incolpa di qualche non meglio identificato torto subito. Probabilmente anche del suo isolamento. E’ ostile verso chiunque provi ad essere gentile con lei.

Farebbe pena, Barbara, se non fosse una tale stronza manipolatrice.

Non ha mai accettato la sua omosessualità e ha sempre cercato di viverla senza dichiararla apertamente neanche con se stessa. Si indigna, piena di cattiveria, verso chi, come la sorella, senza malizia o pregiudizio alcuno, provi invece ad alludervi esplicitamente. Vuole strappare relazioni dove non ci sono, elargire sentimenti dall’alto della sua superiorità. Il suo concetto di amore si sovrappone pericolosamente a quello di dominio.

Frutto di un’educazione repressiva e di condizionamenti ai quali non ha saputo ribellarsi? Viene fatto un solo rapido accenno alla sua giovinezza ma non se ne trae abbastanza per capire. E se anche qualcosa potesse intravedersi come spiegazione, non sarbbe comunque una giustificazione.

Judi Dench è fantastica nel ruolo. Le espressioni smarrite, nelle quali si intravede forse una ragazzina incapace di accettare quello che desidera, il bisogno disperato di affetto a tutti i costi, di qualcuno da amare. E poi la crudeltà, il gelo, l’ossessione insana.

Barbara, a conti fatti, è una figura profondamente triste. Ma non di quella tristezza che ti muove a compassione. Un esserino patetico, di fronte al quale non si può fare altro che scuotere la testa.

Un esserino patetico e senza speranza.

Anche Cate Blachett nei panni di Sheba è meravigliosa, al di là delle ovvie considerazioni estetiche. Fragile e fondamentalmente impreparata a tutto, Sheba non intuisce quello che sta succedendo con Barbara ma non capisce neanche fino in fondo quello che sta vivendo nella sua improbabile infatuazione per Steven, il suo allievo quindicenne.

Se lo si guarda dall’esterno, il personaggio di Sheba potrebbe forse essere un insieme fin troppo prevedibile di pillole di psicologia a buon mercato. Sostanzialmente immatura, con una madre che ammazzerebbe l’autostima a chiunque, un padre-modello ormai scomparso e un marito che, guarda caso, potrebbe essere suo padre, sembra abbia bisogno di recuperare qualcosa che ha perso, anche se non sa bene cosa e dove e sbaglia con l’ingenuità di un’adolescente.

La realtà è che però, nonostante i possibili luoghi fin troppo comuni, Sheba è vera e credibile. Va a lei tutta l’empatia che non si riesce a dare a Barbara.

Bill Nighy nei panni del marito, ed è sempre un piacere.

Andrew Simpson nei panni del quindicenne sedotto (?) che all’epoca delle riprese di anni ne aveva 16 contro i 36 di Cate – e, ora ridete pure finché volete, ma io non posso fare a meno di pensare tutte le volte a che botta di culo ha avuto quel ragazzino ad ottenere quella parte.

Colonna sonora di Philip Glass per la quale il film ha avuto nel 2007 una nomination agli Oscar insieme a quelle per miglior attrice protagonista e non protagonista e sceneggiatura non originale. Regia di Richard Eyre, tratto dal romanzo La donna dello scandalo di Zoë Heller, che prima o poi mi recupererò.

Da vedere e rivedere tantissime volte.

Cinematografo & Imdb.

Andrew-Simpson-C_-Blanchett_mid

02

Annunci

Read Full Post »

1357918675_secret-window-25

Mettere Stephen King su schermo è una di quelle cose che sono state fatte talmente tante volte da apparire persino ovvie. La realtà è che andare a pescare tra le storie del Re può rivelarsi una trappola bella e buona perché, se da un lato si ha la certezza di avere un materiale di partenza ricco e avvincente e una trama sviluppata, nella maggior parte dei casi, già quasi in modo cinematografico, d’altro canto se non c’è il supporto di un lavoro di sceneggiatura più che valido si rischia di perdersi in una miriade di dettagli che, se non sono scelti in modo oculato, risultano sconclusionati e fine e se stessi. O, peggio ancora (?) si rischia semplicemente di rendere il tutto mortalmente banale – che poi è un po’ quello che succede quando a scrivere le sceneggiature dei suoi libri ci si mette lo stesso zio Steve (che almeno uno ha la consolazione di constatare che a volte qualcosa viene male pure a lui – si veda, uno per tutti, Pet Sematary).

David Koepp prima che essere un regista è uno sceneggiatore (Carlito’s Way, Jurassic Park, La guerra dei mondi, Mission Impossible, Panic Room, tanto per dirne alcuni) e questo sicuramente ha deposto a favore dell’ottima riuscita della trasposizione.

Secret Window (2003) arriva da un racconto, Finestra segreta, giardino segreto,  contenuto nella raccolta Quattro dopo mezzanotte, del 1990. Siamo in quel filone kinghiano – che peraltro io amo moltissimo – che ha per protagonisti degli scrittori alle prese, in modo più o meno diretto, con i fantasmi del mestiere.

Non so bene come parlare della trama perché è molto a rischio spoiler.

Mort Rainey è uno scrittore affermato che sta attraversando un periodo di crisi a seguito della separazione dalla moglie. Si è da poco trasferito nella casa delle vacanze, un cottage piuttosto isolato sulle rive di un lago, e trascina le sue giornate in modo inconcludente tra un sonnellino e l’altro sul divano e poco convinti tentativi di rimettersi a scrivere.

Un giorno alla sua porta si presenta un inquietante individuo che lo accusa di aver rubato un suo racconto. Mort lo liquida sbrigativamente ma inutilmente.

Le accuse diventano più insistenti. Si trasformano in minacce e atti di intimidazione in quella che diventa una vera e propria persecuzione, mentre Mort cerca di districare la sua vita dagli strascichi di un divorzio che non riesce ad accettare, lo spettro di una precedente accusa di plagio (presumibilmente fondata) e – cosa più importante di tutte, una storia con un finale che deve essere assolutamente sistemato.

Johnny Depp – che qui ancora si meritava di esser stato nominato da Brando suo successore, prima di venire rapito dalla Perla Nera (che è dello stesso anno) – fantastico in un ruolo stralunato e un po’ surreale, nella sua vestaglia sgualcita e nei suoi abiti malconci che tiene su anche per dormire, perso in una dimensione di costante torpore, in un lungo sonnellino pomeridiano dal quale non riesce mai a svegliarsi del tutto. Realtà, sonno – ma non sogno. La storia che interferisce nella realtà fino ad essere essa stessa più reale di molte altre cose. La mente di uno scrittore, fertile ma non sempre controllabile. Fantasmi. Paure.

Horror nell’accezione più ampia e più inquietante del genere. Non il mostro sotto il letto o l’assassino fuori dalla porta. L’orrore che deriva dalle paure più profonde e più inconsce. Quelle che non confessiamo neppure a noi stessi. Quelle che si annidano nella parte più oscura di noi e si manifestano di fronte a uno specchio.

Ottimo anche John Turturro nei panni di John Shooter, l’accusatore squilibrato, dall’aspetto grezzo e dall’atteggiamento ottuso e folle di chi non vuole sentire ragioni.

Maria Bello nel ruolo di Amy, la ex moglie di Mort, è brava, forse fin troppo perché mi risulta antipatica come non mai.

C’è anche Timothy Hutton nel ruolo di Ted, il nuovo compagno di Amy, e, per chi ha familiarità con la filmografia kinghiana, è curioso vedere Thad Beaumont nel ruolo di un amante sfigato dopo averlo visto alle prese con la sua Metà Oscura (1992, G. A. Romero).

Colonna sonora di Philipp Glass.

Un gran bel film, tensione fino all’ultimo, finale cattivissimo e non scontato, momenti di ironia ben dosati. Piacerà anche a chi non è particolare amante né di King né dell’horror in generale perché più che i classici canoni di genere, mette al centro una storia avvincente e ben strutturata che procede spedita senza bisogno di interventi ad effetto.

Cinematografo & Imdb.

tumblr_meoj9pHQFe1rmafvho1_500

20090822212450!Secret_Window

secretwindow3

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: