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Archive for the ‘1926’ Category

che doveva portare il principe Amgiad al palazzo del califfo. Ma il principe, avvolto nel suo mantello di porpora, se ne stava solo, sdraiato in coperta, sotto l’azzurro cupo del cielo notturno disseminato di stelle e il suo sguardo … ».

La piccola aveva letto fin lì ad alta voce; ora, quasi all’improvviso, le si chiusero gli occhi. I genitori si guardarono sorridendo, Fridolin si chinò su di lei, le baciò i capelli biondi e chiuse il libro che si trovava sulla tavola non ancora sparecchiata. La bambina lo guardò come sorpresa.

«Sono le nove,» disse il padre «è ora di andare a letto».  E poiché anche Albertine si era accostata alla bambina, le mani dei genitori si incontrarono sulla fronte amata mentre i loro sguardi si scambiavano un tenero sorriso, che non era rivolto più solo alla bambina. Entrò la governante e disse alla piccola di dare la buona notte ai genitori; lei si alzò ubbidiente, diede un bacio al padre e alla madre e si lasciò condurre docilmente dalla signorina fuori della stanza. Fridolin e Albertine, ora finalmente soli sotto il chiarore rossastro della lampada, ebbero a un tratto fretta di riprendere la conversazione cominciata prima di cena, su quanto era accaduto durante il ballo in maschera il giorno precedente.

Era stata quell’anno la loro prima festa da ballo e avevano deciso di parteciparvi quasi alla fine del carnevale.  Quanto a Fridolin, appena entrato in sala era stato salutato come un amico atteso con impazienza da due maschere in domino rosso che non era riuscito a identificare, sebbene esse conoscessero con sorprendente precisione ogni specie di storielle dell’epoca in cui era studente e praticante in ospedale. Si erano allontanate dal palco in cui lo avevano invitato con insinuante gentilezza, assicurando che sarebbero tornate poco dopo e senza costume, ma erano restate via così a lungo che Fridolin, impazientitosi, aveva preferito scendere in platea sperando d’incontrare di nuovo quelle due ambigue figure. Ma per quanto si sforzasse di guardarsi intorno, non era riuscito a scorgerle da nessuna parte; al posto loro qualcun altro si era attaccato, di sorpresa, al suo braccio: la moglie, appena liberatasi da uno sconosciuto dall’aria malinconica e blasé e dall’accento straniero, palesemente polacco, che l’aveva dapprima affascinata, poi all’improvviso offesa e addirittura spaventata con una insolente parolaccia. Così marito e moglie, contenti in fondo di essere sfuggiti a un banale e deludente scherzo di carnevale, si erano trovati ben presto al buffet tra ostriche e champagne, come due amanti fra altre coppie innamorate: avevano conversato divertiti, come se si fossero conosciuti solo allora, gettandosi in una commedia della galanteria, del diniego, della seduzione e della condiscendenza; e, dopo una veloce corsa in carrozza attraverso la bianca notte invernale, si erano abbandonati a casa l’uno nelle braccia dell’altra, amandosi ardentemente come non accadeva più da tempo. Un’alba grigia li aveva svegliati troppo presto. La professione imponeva al marito di essere già di buon’ora al capezzale dei suoi malati; i doveri di madre e di donna di casa non fecero riposare più a lungo neppure Albertine. Le ore successive erano così trascorse nella monotonia dei loro consueti impegni e occupazioni, mentre la notte passata, l’inizio come la conclusione, era impallidita nel ricordo. Solo ora, compiuto il lavoro quotidiano, poiché la bambina era andata a letto e non si aspettavano più di venire comunque disturbati, riaffiorarono i fantasmi del ballo in maschera, il melanconico sconosciuto e le figure in domino rosso; e quegli avvenimenti irrilevanti furono ad un tratto magicamente e penosamente avvolti dall’ingannevole parvenza di occasioni perdute. Si scambiarono domande ingenue eppure insidiose e risposte maliziose e ambigue; a nessuno dei due sfuggì che l’altro non era in fondo sincero e si sentirono, così, inclini a una moderata vendetta. Esagerarono nel valutare l’attrazione che gli sconosciuti partners del ballo in maschera avevano esercitato su di loro, si beffarono, negandoli, dei moti di gelosia che lasciavano vicendevolmente trapelare. Tuttavia dalla leggera conversazione sulle futili avventure della notte scorsa finirono col passare a un discorso più serio su quei desideri nascosti, appena presentiti, che possono originare torbidi e pericolosi vortici anche nell’anima più limpida e pura, e parlarono di quelle regioni segrete che ora li attraevano appena, ma verso cui avrebbe potuto una volta o l’altra spingerli, anche se solo in sogno, l’inafferrabile vento del destino. Sebbene la loro unione si fondasse su una perfetta compenetrazione di sentimenti e di idee, sapevano tuttavia che ieri li aveva sfiorati, e non per la prima volta, un’ombra di avventura, di libertà e di pericolo; trepidamente, tormentandosi, cercarono con sleale curiosità di carpirsi confessioni e, concentrandosi con angoscia sulla loro vita intima, ognuno ricercò in sé qualche fatto anche insignificante, qualche avvenimento anche inconsistente, che potesse esprimere l’ineffabile e la cui sincera confessione riuscisse a liberarli da una tensione e da una diffidenza che cominciavano a diventare a poco a poco insopportabili.

Arthur Schnitzler, Doppio sogno, 1926

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