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Archive for the ‘M. Kunis’ Category

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Haggis è un buon regista e un ottimo sceneggiatore e, cosa più importante, è capace di essere entrambe le cose contemporaneamente senza creare sbilanciamenti. Ricoprire due ruoli così primari nella creazione di un film comporta un rischio spesso sottovalutato. Un po’ come dirigere e interpretare insieme. O sei veramente bravo, o viene fuori una sbrodolata di ego.

Con Third Person Haggis ritorna a quello che gli è più congeniale e che fa emergere al meglio la sua capacità di fusione dei due ruoli. Ritorna alla struttura di Crash – Contatto fisico (Oscar come miglior film e miglior sceneggiatura originale nel 2006).

Storie parallele, totalmente scollegate, almeno in apparenza.

Punti di contatto che sembrano emergere in modo accidentale.

Vite che si intrecciano, si sovrappongono, si confondono.

E un quadro finale che prende vita e corpo solo negli ultimi perfetti istanti di rivelazione.

Ho amato moltissimo questo film.

E trovo irritanti e riduttivi i maldestri tentativi di riassumerne la trama che si trovano un po’ dappertutto sui siti di programmazione cinematografica e che riducono il tutto a qualcosa che suona un po’ tipo “tre storie d’amore che si intrecciano”.

No. Non è vero.

Non sono storie d’amore. C’è tanto in questo film, ma di amore ce n’è poco.

Ci sono relazioni. Relazioni che sono tutto tranne che espressione di amore.

Colpa, rimorso, rabbia, sogni spezzati.

Desideri di rivalsa e fantasmi a cui bisogna dare un nome perché se ne possa parlare. Posti da cui fuggire e nascondigli in cui rifugiarsi.

Sono storie di segreti, verità sepolte e ferite che continuano a sanguinare nel profondo delle viscere, dove nessuno può vederle, dove nessuno può immaginarle, vestite di un abito rosso firmato, celebrate da centinaia di rose bianche.

Sussurri che perseguitano attraverso lo spazio e il tempo e distanze che si annullano in finestre temporali destinate a cedere.

Guardami.

Tre città. Parigi, New York, Roma.

Ma la distanza geografica è solo un pretesto. Una cornice.

E questo direi anche che è un bene perché, se voglio proprio essere onesta, un piccola pecca questo film ce l’ha. E per quanto faccia ostinatamente finta di dimenticarmela – perché, davvero, ho adorato il film – rimane comunque lì, latente, ai margini del campo visivo, a disturbarmi la contemplazione dell’insieme. E la pecca è, manco a dirlo, Roma. Cioè, non Roma in sé, ci mancherebbe. Roma (e l’Italia) rappresentata come succede sempre quando veniamo rappresentati da qualche regista straniero. L’Italia ridotta a nient’altro che un triste stereotipo di superstizioni dozzinali, arretratezza e ignoranza bifolca. Il tutto peraltro perfettamente incarnato dal personaggio del barista burino interpretato da Scamarcio. Che però risulta persino esagerato. Per dire, neanche il peggio tamarro ignorante caprone del più remoto paesino dimenticato dalla storia avrebbe bisogno di un americano per sapere che la birra si beve fredda.

Segue momento di sconforto.

In definitiva la parte italiana si salva perché è italiana solo di ambientazione e, tolto un primo pezzo, coinvolgendo insieme ad Adrien Brody, il personaggio di una zingara, assume tratti piuttosto impersonali e tecnicamente riciclabili un po’ dovunque.

Però mentirei se dicessi che non ho patito questo scivolone un po’ meschino di Haggis. Una grezzata che non mi sarei aspettata da un regista del suo livello.

Ciò detto, il film rimane ottimo e la costruzione – impeccabile in ogni minuscolo dettaglio e in ogni più sottile sfumatura – culmina in un finale che amplifica la bellezza struggente di tutto l’insieme, perfetto quanto inaspettato.

Ogni particolare ha un preciso significato. Ogni storia può e deve essere raccontata. Ogni vita può essere una o infinite storie.

Cast di altissimo livello, con Liam Neeson e Olivia Wilde per la parte parigina, Mila Kunis, James Franco e Maria Bello a New York, Adrien Brody e Moran Atias a Roma. Piccola parte anche per Kim Basinger.

Da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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Ricostruire la bibliografia completa (e soprattutto priva di strafalcioni) di tutte le storie ambientate nella terra di Oz è impresa più ardua di quello che potrebbe sembrare, anche volendosi limitare alle sole opere di L.F. Baum, che del Meraviglioso Mondo è il creatore.

Qui potete trovare a grandi linee (è una voce da verificare per molti aspetti, ma per dare un’idea può andare) l’elenco dei libri principali, a partire dai quattordici di Baum, nucleo di partenza.

Mi sembra quindi logica conseguenza che, con una così vasta scelta di materiale a cui attingere, la Disney sia riuscita a fare un film genericamente tratto “dalle opere di L.F. Baum” ma che di fatto non è la trasposizione di nessun libro in particolare – sempre che non abbia preso una colossale cantonata, in tal caso, si apprezzano segnalazioni.

No, scherzi a parte, davvero, mi sta sorgendo il dubbio che quello di Oz sia il regno più movimentato della letteratura fantastica, sia dal punto di vista delle vicende sia dal punto di vista del traffico di autori che vi ha messo mano in una forma o nell’altra.

Esaurite le questioni di ordine filologico, resta comunque un giudizio positivo sul film – si può dire quel che si vuole, ma è un dato di fatto che la Disney rappresenta una garanzia dal punto di vista delle trame. Poi si può stare a discutere di quanto siano standardizzate e/o moraleggianti, ma comunque funzionano.

Probabilmente in vista di un futuro remake de Il Mago di Oz, quello della vicenda classica di Dorothy (tratto dal primo libro Il Meraviglioso Mago di Oz, 1900) – che, per inciso, è sempre stato tra le mie fiabe preferite fin da piccola – ci troviamo qui di fronte ad una sorta di prequel dove si racconta di come Oz sia diventato il mago e sovrano del regno che porta il suo nome.

Anche in questo caso si parte dal Kansas – terra che per me, quando ero bambina, è sempre stata fiabesca e irreale quanto il regno di Oz, non avendo io alcuna percezione concreta dell’esistenza né dell’una né dell’altro – dove Oz – diminutivo di Oscar – è un mago da fiera imbroglione, dongiovanni e dallo scarsissimo successo.

Anche in questo caso arriva un uragano che coglie Oz mentre è in fuga su una mongolfiera e lo trasporta nel regno.

Da qui partono una serie di vicende che, per quanto al di fuori del canone, si integrano bene con gli aspetti più noti della vicenda di Dorothy e spiegano la storia dei personaggi che vi prenderanno parte. Oltre a capire come Oz diventa il Mago di Oz, vediamo chi erano in origine le streghe cattive dell’Est e dell’Ovest, così come la strega buona del Sud.

Molte delle creature sono quelle che già si conoscono. C’è una scimmia alata, c’è una fugace apparizione di un leone incidentalmente definito codardo e ci sono spaventapasseri animati.

Bellissimo inoltre il personaggio della bambina di porcellana.

Nei panni di Oz c’è James Franco, che se la cava bene, con un personaggio che è molto più autoironico di quanto non sembri ad una prima occhiata.

Le streghe. Mila Kunis – oltre ad essere bellissima, ma questo è un commento poco tecnico – interpreta Theodora, che, se all’inizio mi ha lasciato qualche perplessità perché sembra un personaggio fin troppo svampito, si riscatta ampiamente con un’evoluzione inaspettata.

Rachel Weisz – anche lei bella e brava come sempre – veste i panni di Evanora e per Glinda c’è Michelle Williams, che avrà pure interpretato Marilyn ma a me continua a non piacere granché. Non che reciti male, ma in questo caso il suo aspetto rende forse un po’ troppo stucchevole il personaggio.

La regia è di Sam Raimi e le musiche di Danny Elfman.

Visivamente è molto bello e molto ben fatto. Si sono sbizzarriti a dar vita a creature e ambientazioni un po’ prese dai testi e un po’ – almeno così mi pare – elaborate ad hoc. Anche il 3D ci sta bene. E’ divertente e ben sfruttato – con un paio di scene dove ti ritrovi un bestio non meglio identificato che ti salta fuori all’improvviso davanti al naso facendo fare un salto ai bambini presenti in sala. E ovviamente alla sottoscritta.

Morale. Andate a vederlo.

Per quel che mi riguarda, ogni volta che rientro per qualche motivo in contatto con il Mondo di Oz, mi riprende la fissa, per cui parto a caccia di libri e film che non ho visto o che ho visto anni addietro. Ergo, probabilmente seguiranno sviluppi sul tema.

Cinematografo & Imdb.

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Sono minacciata da un raffreddore che sto cercando di allontanare affidandomi alle mie – scarse e confuse – nozioni di chimica, e questo – data la mia ben nota capacità di sopportazione – non fa che rendere il mio umore ancora meno incline del solito alla condiscendenza.

Il che vorrebbe dire?

Che sono polemica.

Più del solito?

Di solito non sono affatto polemica.

No, certo.

Ok, sì, decisamente più del solito.

Su cosa, in particolare?

No, niente.

Il che sarebbe…

Dinamiche.

Dinamiche in che senso? (ecco, se, per favore, poi la pianti di rispondere a monosillabi magari arriviamo anche da qualche parte)

Dinamiche in rete.

Del tipo?

Del tipo picchi di accessi o di like in concomitanza con non meglio identificate nominations/premiazioni/awards o simili da parte di chi molto probabilmente non ha neanche letto il/i post ma vuole esclusivamente seminare il proprio link in giro al solo scopo di aumentare i propri accessi/like o simili.

Ti senti meglio ora che l’hai detto?

Non particolarmente. Ma dovevo dirlo.

Anyway, parlando d’altro, devo ancora decidere se essere incuriosita o preoccupata da questo.

Sinceramente non ho capito che cosa hanno combinato, ma di sicuro non è la storia classica del Mago di Oz. Resta da vedere se è comunque in qualche modo inserita nel filone – magari con riferimento a qualcuno degli altri libri della serie – o se hanno semplicemente preso il nome di Oz come pretesto per l’ennesima Wonderland digitale in cui far rientrare un po’ di tutto – sbaglio o si vede una creaturina terribilmente simile ai folletti della Cornovaglia di Harry Potter?

Resta il fatto che è pur sempre di Sam Raimi. E che c’è anche Mila Kunis.

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Andando a parafrasare un ben noto proverbio si potrebbe dire che le giornate di merda sono come le chiappe: ognuno ha le sue. Ecco. Che poi, diciamo la verità. Fosse la giornata, ma la realtà è che questa settimana è cominciata male che di più non si può e se va avanti di questo passo il video di venerdì sarà qualcosa di Nick Cave – cosa che, va da sè, è indice di condizioni mentali pessime.

Detto ciò, cercando di non soffermarmi su quelle curiose dinamiche che inevitabilmente rendono i rapporti interpersonali materia deteriorabile e sull’altrettanto inevitabile tendenza che hanno gli ombrelli a scomparire, manco fossimo in una puntata di X-Files (uh, X-Files, un giorno o l’altro ci farò un mega post – ti prego, darling, non esagerare con gli off topics – oh, ok) ed evitando anche di dilungarmi ulteriormente su quanto il mio cattivo umore sia ancora in piena fase crescente (ecco, a questo punto hai perso un buon trenta percento dei lettori se non altro perchè questa frase sta diventando davvero troppo lunga), passo finalmente al post di oggi. Sempre che riesca a rimanere concentrata e a non ficcarci in mezzo qualche altro sproloquio.

Il Cigno Nero, 2010. Darren Aronofsky.

Visto al cinema appena uscito e rivisto nel weekend. Che mi fosse piaciuto me lo ricordavo. Non mi ricordavo quanto questo film fosse incredibilmente bello in ogni dettaglio.

Nina Sayers (Natalie Portman) è una ballerina professionista fragile e bella. Vive esclusivamente per il balletto, in una dimensione al tempo stesso ovattata e ossessiva, alla costante ricerca della perfezione tecnica dei suoi gesti. Unica presenza nella sua vita, la madre. Ex ballerina lei stessa, custode e carceriera che proietta sulla figlia le frustrazioni per il fallimento della sua carriera, ma al tempo stesso non riesce ad accettare neanche l’idea che la figlia raggiunga quel successo che lei non ha avuto. Il suo atteggiamento è in qualche modo sospetto fin da subito, ma se all’inizio può esservi il dubbio di una semplice tendenza iperprotettiva, gradualmente emergono elementi sempre più inquietanti.

La scena della torta, da questo punto di vista, rappresenta una sorta di spartiacque. Quel breve scambio di battute in cucina – la madre che si offende perché Nina ha lo stomaco chiuso per la tensione e non vuole assaggiare la torta, quindi, con un improvviso gesto di stizza, fa per buttarla via e le scuse precipitose di Nina – costituisce uno dei primi momenti estremamente rivelatori di tutto il film. Erica è fondamentalmente pazza e Nina è totalmente succube di questa figura instabile, possessiva, squilibrata.

La debolezza di Nina nel rapporto con la madre è un altro elemento chiave.

Quando la ragazza ottiene dal direttore artistico e suo maestro (Vincent Cassel) nella compagnia di ballo il ruolo di Odette nella nuova versione de Il lago dei cigni, si scatena in lei una lotta che va ben oltre i limiti del dramma psicologico. La necessità di dover interpretare due ruoli diametralmente opposti, il Cigno Bianco e il Cigno Nero, la fa sprofondare in un abisso interiore dove ogni nascondiglio crolla e i suoi fantasmi escono allo scoperto.

Il Cigno Bianco è totalmente adatto a lei. E’ la purezza, la perfezione tecnica, la bellezza algida. Il Cigno Nero rappresenta invece una torbida e prepotente sensualità che Nina non riesce a tirare fuori perchè vorrebbe dire liberare la parte cattiva, la parte egoista, la parte non succube delle costrizioni che lei per prima si impone. Si scatena dunque – con il discutibile ma a suo modo efficace incoraggiamento del suo maestro – una lotta che è tanto mentale quanto fisica tra le due parti che coesistono nel corpo di Nina e che sembrano non riuscire più a condividere lo stesso involucro di carne.

La fisicità è fondamentale in tutto il film. Quella realistica e impietosa delle ferite e dei dolori provocati dagli allenamenti. Quella simbolica ma anch’essa concretissima della metamorfosi di Nina da Cigno Bianco a Cigno Nero. Il Cigno Nero si fa fisicamente strada dentro il corpo di Nina per emergere, per raggiungere la superficie dalle profondità in cui lei lo aveva relegato. Che molte di queste manifestazioni fisiche siano di fatto una sorta di allucinazione non è rilevante. Esse vengono vissute come reali da Nina e pertanto sono anch’esse reali.

L’assoluta parità, a livello di rappresentazione, tra il piano allucinatorio e quello reale man mano che la condizione psichica della ragazza si fa sempre più vicina al punto di rottura, è uno degli aspetti che rendono questo film di grande valore per il fatto di essere ben più di una mera scelta stilistica ma un elemento intrinsecamente legato al significato.

La valenza simbolica della duplicità del ruolo potrebbe essere quasi banale se riassunta in breve ma è il modo in cui essa viene interpretata a sfruttarne magistralmente le potenzialità.

E’ un capolavoro di morbosità, un thriller psicologico che, oltretutto, presenta diverse (parecchie in verità) concessioni ai canoni dell’horror – le due scene di Beth all’ospedale, la visione, sempre di Beth, in cucina, l’ambiguità della figura di Lily (Mila Kunis) – una reale persecutrice o l’ennesima proiezione mentale di Nina? – le immagini negli specchi.

In generale in tutto il film c’è una quantità enorme di riprese riflesse negli specchi, non solo per le scene più inquietanti, ma per accentuare ulteriormente la frammentazione e la relatività della realtà in cui vive la protagonista. Non si sa mai se quello che si guarda è l’oggetto in sè o il suo riflesso, o il riflesso di un riflesso che magari lo capovolge e lo distorce.

Oscar più che meritato per Natalie Portman che, oltre ad essere bellissima e fisicamente perfetta per il ruolo, dimostra una bravura impressionante. Sul suo volto – e nel suo corpo – si legge ogni singolo passaggio di tutto il dramma interiore che la sta lacerando. La scena dell’ultimo trucco in camerino, con il cerone bianco spalmato sulle lacrime è qualcosa di fantastico per il modo in cui sembra che lei non stia applicando solo un trucco ma proprio un’espressione sul suo volto.

Bè, dai, visto che sono arrivata alla fine del post senza metterci in mezzo altre cazzate posso premiarmi e aggiungerne ancora qualcuna (se proprio insisti…sia mai che ti sia scappato qualcosa di intelligente sul film e ne rimanga traccia).

Cose che possono ancora andare storte prima che la settimana finisca (limitiamoci alle prime tre che ti vengono in mente, pleeeeease).

Che non riesca a sconfiggere Kyrie.

Che le ff che seguo non vengano aggiornate.

Che si inchiodi internet.

Cinematografo & Imdb.

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