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Archive for the ‘T. Hanks’ Category

La Guerra del Vietnam è un argomento super inflazionato. E’ il simbolo affermato della Grande Menzogna Americana. E’ uno sfondo preconfezionato e sempre riciclabile. E’ un set cinematografico di sicuro effetto. E’ elicotteri e Creedence Clearwater Revival e strisce di nero mimetico sul volto. E’ follia e abisso. E’ giornalismo di guerra e eroismo tirato per i capelli per dimenticarsi che si andava al massacro. E’ la cattiva coscienza dell’America.

Tutte cose che si sanno. Che fanno parte del cliché di personaggi insonni e traumatizzati e di argomenti scomodi che mal si conciliano con i fuochi del 4 luglio.

E tuttavia non si sa niente.

Perché alla fine la ripetizione ossessiva di tutti questi aspetti ha contribuito a fare del Vietnam una sorta di luogo comune.

Perché alla fine ci si accontenta del pacchetto preconfezionato e si dimentica tutto quello che c’è dietro e sotto.

E, tanto per dire, si tende a non porre abbastanza l’accento sul fatto che il Vietnam non è stato un infelice episodio bellico fallito.

E’ stata una guerra che è durata vent’anni.

E a questo punto facciamo pure due conti in termini di vite umane.

Una guerra che, si sa, esser stata prima strumentalizzata dal governo americano poi precipitosamente disconosciuta e dimenticata.

Ma anche una guerra la cui genesi nasconde molto più di quanto si voglia ricordare.

Ed è in questa terra desolata di segreti sepolti e terribili che ha luogo la storia, vera, che Spielberg porta sullo schermo e che racconta dello scandalo che nel 1971 riportò prepotentemente sotto i riflettori dell’America la questione, tra le altre, della libertà di stampa.

Il presidente Nixon poco prima del Watergate.

Il Vietnam che si trascinava in una situazione stagnante e sempre più difficile da vendere all’opinione pubblica.

La più grande (per allora) fuga di notizie e documenti mai verificatasi dagli alti livelli governativi degli Stati Uniti.

Una donna, Katharine Graham, che si trova improvvisamente e senza preparazione a gestire il giornale di famiglia, il Washington Post, e che dovrà prendere una decisione enorme per sé e per la storia. Dell’informazione e non solo.

Un bel film teso e incalzante, che evita la solita retorica cui la tematica si presterebbe, si astiene da monologhi pseudo-idealistici o didascalici ma rimane rigorosamente attaccato ai fatti.

Un cast perfetto dal primo all’ultimo attore. Se la candidatura a miglior attrice protagonista dell’ottima Meryl Streep è persino un po’ ovvia – nel senso che probabilmente ci ha abituato troppo bene e non mi aspettavo niente di meno da lei – non sarebbe stata fuori luogo anche la nomination al bravissimo Tom Hanks. Ruoli minori ma non meno riusciti anche per Bob Odenkirk e Sarah Paulson.

Unica critica va alla versione italiana. Generalmente cerco di non unirmi al coro di chi inveisce contro il doppiaggio a prescindere. Ok, sono d’accordo che l’originale sia meglio per principio (perché è originale) ma ci sono sempre state e ci sono tuttora un sacco di ottime versioni doppiate. O magari ci sono vecchi film che so a memoria in italiano e alle cui battute sono particolarmente affezionata. O ci sono voci particolari che hanno davvero contribuito alla connotazione di un personaggio. Insomma, questo per dire che non ce l’ho col doppiaggio a prescindere. E tanto meno ce l’ho con Maria Pia Di Meo che è la doppiatrice storica di Meryl Streep. Sì la voce di Meryl mi piace di più ma, in generale, la Di Meo ha sempre fatto un buon lavoro.

Eppure in questo caso proprio non sono riuscita a digerirla. Non so perché ma è uno dei peggiori doppiaggi in cui mi sia imbattuta negli ultimi anni (e di porcate non ce ne sono poche eh).

E’ vero, il personaggio della Signora Graham è disorientato e spesso confuso dal suo sentirsi un pesce fuor d’acqua in un ambiente cui non è avvezza. Ma è confusa, spiazzata. Non ubriaca. Non svampita. La Di Meo doppia tutta la parte della Streep allo stesso modo in cui l’aveva doppiata nel Diavolo veste Prada ma solo nella scena in cui piange per l’imminente divorzio. E lì dunque ci poteva stare la voce impastata. Qui non c’entra niente porcadiquellaeva.

Morale. Un ottimo film. Se riuscite, vedetelo in originale perché c’è una differenza sensibile.

Meritata anche la candidatura a miglior film anche se non riesco a sbilanciarmi in pronostici perché mi mancano ancora tre titoli.

Cinematografo & Imdb.

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Regia di Spielberg e un cast che di per sè è una garanzia tanto quanto il regista.

Di sei nominations non ne ha portata a casa neanche una e, se è vero che può esserci il rischio di un’impostazione eccessivamente tradizionale, resta il fatto che tra le uscite imminenti è uno di quelli che mi attira di più.

Nelle sale dal 1 febbraio.

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Sono le ore 15.24.56 del 15 gennaio 2009.

Il volo US Airways 1549 decolla dall’aeroporto La Guardia di New York, diretto al Charlotte/Douglas in Carolina del Nord.

A bordo ci sono 150 passeggeri e 5 membri dell’equipaggio, compresi il pilota, Chesley ‘Sully’ Sullenberger, e il copilota, Jeffrey B. Skiles, per un totale di 155 anime.

Alle ore 15.27.01 un bird strike – impatto con uccelli – causa la perdita di entrambi i motori, costringendo il pilota ad improvvisare una manovra d’emergenza e ad ammarare sul fiume Hudson 5 minuti e 8 secondi dopo il decollo.

Prima del decollo, sugli aerei, ti spiegano cosa fare in caso d’emergenza, in particolar modo, ti spiegano cosa fare se si finisce in acqua.

Quello che non ti dicono è che, normalmente, nessuno sopravvive a un ammaraggio.

Nessuno, a parte le 155 persone a bordo del volo 1549, in quello che è diventato da subito un caso unico nella storia, una sorta di miracolo.

L’Airbus A320-214 plana sulle acque e nel giro di meno di mezz’ora, tutti coloro che si trovano a bordo escono dall’aereo sulle ali e sugli scivoli galleggianti e vengono tratti in salvo dapprima da alcuni battelli che si trovano nelle vicinanze e poi dai mezzi di soccorso sopraggiunti nel frattempo.

Il caso ha un’enorme risonanza mediatica. Quanto è accaduto ha del miracoloso e il pilota, Sully, è un eroe acclamato da tutti.

O quasi.

Perché nonostante sia andato tutto bene al di là di ogni ragionevole aspettativa, l’Airbus è distrutto. E, per dirla in parole povere, c’è una compagnia aerea che deve delle spiegazioni all’assicurazione.

E quindi Sully e il copilota si trovano sotto i riflettori dapprima osannati come eroi e poi indagati e costretti a difendersi in una caccia all’errore umano che in certi momenti assume tratti surreali.

Clint Eastwood mette insieme un film perfetto e tesissimo.

Ricostruisce i fatti in modo meticoloso e impeccabile, lasciando fuori eroismi e sentimentalismi e affidando tutto all’espressività essenziale di un Tom Hanks incrollabilmente lucido anche quando lacerato dal dubbio, e che meriterebbe anche una candidatura agli Oscar (benché, come ho da poco appreso, i Globes l’abbiano del tutto snobbato).

L’ennesima prova di altissimo livello di Eastwood.

Molto consigliato.

Cinematografo & Imdb.

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Mah. Stavo per esordire con un ‘pensavo peggio’ ma in realtà non è vero. Non pensavo un granché e basta, a proposito di questo Inferno. Speravo che fosse meglio di Angeli e Demoni e più simile al Codice da Vinci ma in effetti ero più curiosa che speranzosa.

Terzo capitolo di una saga che di fatto non è mai decollata davvero, per lo meno non sullo schermo, e che procede per episodi chiusi incentrati sulle avventure del professore esperto di simbologia religiosa Robert Langdon.

Di per sé il presupposto presenta risvolti interessanti e la costruzione di thriller che ruotino intorno ad enigmi storico-religiosi offre la possibilità di attingere a bacini di spunti pressoché illimitati.

Eppure.

Eppure evidentemente l’idea non è sufficiente.

Ora, io non ho mai letto i libri di Dan Brown e non so dire se i difetti siano all’origine o siano propri della versione cinematografica.

Sta di fatto che Inferno non funziona.

Il Codice da Vinci, al di là dell’inutile polverone mediatico che gli si era sollevato intorno – piuttosto gratuitamente, in verità – mi era piaciuto. C’era la novità, c’era la cura nella costruzione e nell’introduzione dei personaggi. Ed era un onesto thriller che faceva il suo lavoro e ti teneva lì a vedere come si sarebbe sbrogliata la faccenda.

Angeli e Demoni, per contro, non mi era piaciuto per niente. Seppur costruito bene, aveva un grossa, enorme, gigantesca falla in termini di plausibilità. Per quanto tecnicamente ben strutturato in termini di azione, ritmo e via dicendo, la storia dell’antimateria stroncava sul nascere qualsiasi tentativo di sospensione dell’incredulità e rendeva difficile godersi la trama.

Inferno, al contrario, non presenta grosse assurdità ma è un prodotto complessivamente inferiore.

E’ girato peggio, sceneggiato peggio, diretto peggio. E pure recitato peggio.

Poi ok, la trama è esile ma di per sé fila abbastanza. Anzi, forse anche troppo – è talmente scarna che, a pensarci bene, quasi quasi fa rimpiangere pure un po’ l’antimateria.

Ron Howard cerca palesemente di sfruttare l’ultima scia del fenomeno editoriale ma non si impegna più di tanto.

I personaggi – a partire da Langdon stesso – sono connotati grossolanamente.

La coppia investigativa Robert-Sienna si forma in modo troppo improvvisato e pretestuoso.

Dopo appena una breve introduzione di storia, i due cominciano a correre qua e là in giro per l’Italia, sciorinando enigmi, citazioni in latino mal pronunciato seguendo un percorso di tracce sottili quanto le indicazioni delle cartoline del Monopoli.

Andate all’inferno senza passare dal via.

Robe così.

Il cattivo di turno è forse uno dei più banali e meno carismatici che siano passati sugli schermi negli ultimi quindici anni. E’ un cattivo generico, che guarda un po’, si mette in testa di voler salvare il pianeta sterminando buona parte dell’umanità.

Se per la prima metà il film è solo piatto – neppure Tom Hanks pare credere più di tanto a quello che sta facendo – la seconda parte diventa pure un tantino confusa, con tutta una serie di ribaltamenti che paiono infilati uno dietro l’altro come per spuntare la lista della spesa e che vorrebbero essere dei colpi di scena ma, di fatto, sembrano più un modo per allungare la durata del film – dato che, in definitiva, non sono neanche abbastanza complicati da confondere le idee.

L’ambientazione italiana offre un ennesimo scorcio di come l’Italia venga vista dall’anglosassone medio – anche se fortunatamente, non viene calcata troppo la mano sui soliti cliché.

La versione originale offre il triste (o buffo, a seconda dei momenti e forse anche dell’umore di chi guarda) spettacolo di Hanks e compagnia alle prese con la pronuncia di latino e italiano.

Nei panni di Sienna, una insipida Felicity Jones, che nelle intenzioni dovrebbe ricalcare il personaggio di Audrey Tatou del Codice ma che, di fatto, non ci si avvicina neanche lontanamente. Per la cronaca, sono giunta alla conclusione che Felicity Jones mi sta cordialmente sul culo.

Piccola parte anche per Omar Sy-quello-di-quasi-amici.

Morale: deludente. Un po’ una perdita di tempo.

Cinematografo & Imdb

Tom Hanks and Sidse Babett Knudsen star in Columbia Pictures' "Inferno," also starring Felicity Jones.

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Langdon (Tom Hanks) with Sinskey (Sidse Babett Knudsen) and Harry Sims (Irrfan Khan) in Columbia Pictures' INFERNO.

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Regia di Spielberg, sceneggiatura dei fratelli Coen, protagonista Tom Hanks.

Sei candidature agli Oscar, tra cui miglior film, miglior attore non protagonista per Mark Rylance e miglior sceneggiatura originale.

Ora, non credo che meriti addirittura di vincere qualcosa ma di sicuro le candidature ci stavano. Lo so che c’è un qualcosa di perverso in questi miei ragionamenti del non-merita-l-oscar-ma-merita-la-candidatura ma la candidatura va considerata una sorta di riconoscimento di per sé, tant’è che le nomination sono a tutti gli effetti menzionate nello status di un film o nel curriculum di un attore.

Basti vedere quello di Di Caprio.

Va bene, la smetto.

No, non la smetto. Andrò avanti così fino agli oscar, mettetevi l’anima in pace.

Ma si diceva, il film.

Il ponte delle spie racconta la storia vera di James Donovan avvocato americano che prima, nel 1957, si trovò a dover difendere d’ufficio Rudolf Abel, accusato di essere una spia dell’Unione Sovietica e poi, nel 1962, condusse il negoziato per lo scambio di Abel con il pilota americano Francis Gary Powers, catturato in territorio sovietico e a sua volta condannato per spionaggio.

Siamo in piena guerra fredda, la tensione tra USA e URSS è al culmine. Quando Abel viene catturato, l’opinione pubblica è ancora esasperata e resa ipersensibile dallo strascico del caso Rosenberg, del 1953.

L’esecuzione dei coniugi Rosenberg sulla sedia elettrica ha profondamente scosso la coscienza americana. Più di quanto l’America stessa fosse pronta ad ammettere.

Nel momento in cui Abel viene catturato l’America ha bisogno di conferme. Ha bisogno di vedere all’opera quello stesso sistema giudiziario che ha condannato a morte i Rosenberg e ha bisogno che esso conduca inevitabilmente alle stesse conclusioni.

Perché l’ipotesi di un errore o anche solo di una relativizzazione non è contemplabile, neanche inconsciamente.

Da qui, la costruzione del processo ad Abel, fortemente viziato dall’esigenza di un esito che non può essere incerto perché equivarrebbe a mettere in discussione le basi stesse del patriottismo americano. A mettere in discussione quei valori assoluti che hanno gravato le coscienze degli americani del peso irreversibile della morte dei Rosenberg.

Però la difesa è affidata a Donovan. E Donovan è un uomo tutto d’un pezzo, come lo definisce Abel stesso. Che sa muoversi nel sistema ma che sa, sempre e comunque, quali debbano essere le ragioni fondanti di quel sistema. E Donovan sa, oltre ogni dubbio, che ogni uomo ha diritto a una difesa. E che i valori di giustizia e uguaglianza di cui l’America si fa paladina, debbono essere universali e non spendibili all’occorrenza, solo per cittadini americani.

La lungimiranza e la tenacia di Donovan daranno i loro frutti e lo vedranno artefice di negoziati altrimenti destinati al fallimento, se fossero stati condotti attraverso le vie ufficiali della politica.

Il ponte delle spie è un gran bel film. Coinvolgente e realistico.

La parte a Berlino Est è impressionante. E’ un pugno nello stomaco, un promemoria di una realtà storica che sembra lontana secoli ma che è appena alle nostre spalle.

Anche il modo in cui viene trasmessa l’atmosfera che si respirava in quegli anni negli Stati Uniti è estremamente efficace.

Così come è sconfortante l’immediatezza dell’analogia che inevitabilmente prende forma con la condizione attuale, per lo meno per quel che riguarda i meccanismi delle masse. Alla fine, l’unica cosa che conta è avere un nemico. Possibilmente grande, cattivo e ben identificabile. Qualcosa che plachi la cattiva coscienza della sedicente democrazia occidentale e che per contrasto soffochi le incongruenze di fondo.

Ma probabilmente sto divagando.

Ottima costruzione sotto tutti i punti di vista, struttura solida e ritmo sostenuto.

Ottimo come sempre Tom Hanks, con la sua espressività posata ma penetrante e davvero degna di nota l’interpretazione di Rylance.

Da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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Uscita dell’Uci Cinema Lingotto (Torino), Interno 8Gallery, Sera.

Una tizia palesemente in ritardo per qualcosa si precipita fuori dal cinema e si fionda dentro l’antistante Feltrinelli dove punta una commessa e con occhi lucidi e arrossati bofonchia qualcosa che probabilmente alla malcapitata suona come

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Dato lo sguardo vacuo della commessa, la tizia ritiene sia il caso di schiarirsi la voce, dimenticarsi per un attimo il corso intensivo di dizione-Bellamy a cui si sta sottoponendo in vista di futuri eventi musicali e provare a scandire.

Sto cercando il libro da cui è tratto cloud atlas

Al che la commessa capisce, sfodera un odioso sorrisetto condiscendente del tipo gioia-penserai-mica-di-essere-l’unica e con malcelata soddisfazione comunica che è finito.

Morale della favola. Causa ristampa in occasione dell’uscita del film la tizia deve ancora riuscire a mettere le mani sul libro in questione (David Mitchell, 2004) e da una settimana sta presidiando svariate librerie in attesa di intercettarne la consegna. Quando riuscirà nel suo intento, probabilmente recensirà anche il libro. Per ora si deve limitare al film.

Our lives are not our own. From womb to tomb, we are bound to others. Past and present. And by each crime and every kindness, we birth our future. 

Sei diversi momenti nello spazio e nel tempo.

Metà Ottocento. Su una nave in viaggio dalle isole del Pacifico verso San Francisco.

Anni Trenta – Scozia – il momento della composizione di The Cloud Atlas Sextet

Anni Settanta – California

2012 – Inghilterra

2144 – Nuova Seoul

2300 – Oltre il futuro

Sei diverse storie e sei diversi intrecci di personaggi e vicende.

A rendere chiara fin da subito la connessione tra tutte le narrazioni è il fatto che i personaggi, nelle varie epoche, sono interpretati sempre dagli stessi attori (il cast – nel quale troviamo, Tom Hanks, Halle Berry, Jim Broadbent, Hugo Weaving, Susan Sarandon, Hugh Grant, tanto per dirne alcuni – è relativamente limitato in proporzione alla quantità di ruoli). A questo si unisce tutta una serie di particolari, di dettagli che, seppur in forme diverse, ricorrono ad incarnare fisicamente, in ogni momento storico, la realtà di un legame con tutto ciò che è stato e tutto ciò che seguirà.

Fear, belief, love phenomena that determined the course of our lives. These forces begin long before we are born and continue after we perish. 

I fratelli Wachowski (Matrix) e Tom Tykwer (Profumo), tornano nelle sale con un lavoro senz’altro ambizioso ma anche estremamente valido.

Cloud Atlas è un film molto articolato ma non contorto. Se anche all’inizio si ha una sensazione di spiazzamento dovuta ai repentini salti spazio-temporali, non ci si mette molto ad abituarsi ai cambi di storie e personaggi e subentra anche la curiosità di riconoscere gli attori, sotto i vari travestimenti. Dal punto di vista della trama è sicuramente più complicato da spiegare che non da seguire perchè alla fine tutte le storie coinvolgono e in tutte le storie si ha la chiara consapevolezza del legame con tutte le altre.

E poi è un film di una bellezza disarmante. Bellezza visiva di scenari e ambientazioni, da quelle storiche a quelle nel futuro. Bellezza narrativa, che non si riesce a descrivere semplicemente parlando della trama e delle sue implicazioni perchè suona banale. Di per sè, il concetto di una connessione superiore al di là e al di sopra dello spazio e del tempo, unito all’idea che le conseguenze delle nostre azioni non sono limitate all’ambito delle nostre esistenze in quanto parte di un quadro generale più ampio, ecco, questi concetti non sono nuovi di per sè. Ma sono raccontati con estrema delicatezza, rappresentati, nelle diverse storie, in modo tale da renderne tutta la potenza emotiva.

Mi dispiace un po’ la totale esclusione dagli oscar. Come dicevo all’inizio, non ho letto il libro ma, a naso, una candidatura come miglior sceneggiatura non originale non sarebbe stata immeritata.

Una curiosità. A chi ha visto Matrix sicuramente non può sfuggire l’autocitazione (parecchio esplicita in verità) verso la parte finale in Nuova Seoul.

Bellissimo. Da vedere, da vedere e ancora da vedere.

And all becomes clear. Wish I could make you see this brightness. Don’t worry, all is well. All is so perfectly, damnably well. I understand now, that boundaries between noise and sound are conventions. All boundaries are conventions, waiting to be transcended. One may transcend any convention, if only one can first conceive of doing so. Moments like this, I can feel your heart beating as clearly as I feel my own, and I know that separation is an illusion. My life extends far beyond the limitations of me. 

Un’ultima cosa. La tematica di realtà diverse e lontane nello spazio e nel tempo ma indissolubilmente legate tra loro, il ripetersi di elementi uguali eppure diversi che incarnano questi legami e, soprattutto, il modo in cui tutto ciò è stato rappresentato mi ha ricordato tantissimo Gli dei di pietra di Jeanette Winterson. Mentre ascoltavo le parole di Sonmi continuavo a sentire anche le parole di Spike.

Ogni cosa porta per sempre in sè l’impronta di ciò che è stato prima. 

Questo è un universo quantico […] non è né casuale, né predeterminato. Ogni secondo dischiude una nuova possibilità. Tutto quello che puoi fare è intervenire.

Cinematografo & Imdb.

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