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Manco a dirlo, sezione After Hours.

Regia di Pascal Laugier, per una produzione franco-canadese ma girata in inglese.

Vera e Beth sono in viaggio con la loro madre verso la casa di una zia.

Quando arrivano a destinazione trovano una vecchia dimora piena zeppa di anticaglie, oggetti recuperati da tutte le parti e tante, tantissime bambole.

E’ strana, quella casa.

La sera stessa le tre donne vengono aggredite da due folli conciati in modo bizzarro e devono lottare disperatamente per la loro salvezza.

A distanza di anni, Beth, ormai adulta, è un’affermata scrittrice di romanzi horror e ha deciso di raccontare quell’esperienza in un libro, Incident in a Ghostland.

Nel frattempo, qualcosa fa sì che si veda costretta a tornare nella vecchia casa, dove sono rimaste sua madre e sua sorella.

Vera è rimasta strana e piena di problemi. Sembra non aver mai davvero superato la notte dell’aggressione.

Beth si ferma con lei. Vuole aiutarla. E qualcosa comincia a non tornare. Qualcosa di quella notte che forse non si sono lasciate del tutto alle spalle.

Un bell’horror vecchia maniera. Con i cattivi psicopatici nascosti nel buio che ti fanno saltare sulla poltrona.

Ok, non è perfetto e delle pecche ci sono. Le ragazze urlano un po’ troppo e di villain ne ho visti di più spaventosi, però nel complesso il giudizio è più che valido.

Una buona scansione dei tempi dell’horror ti lascia entrare e ambientare con calma prima di mettere tutto in discussione. Ribaltamenti di prospettiva e piani di realtà che si incastrano come scatole cinesi.

Un po’ di jumpscare ma ben utilizzato, in modo funzionale alle situazioni.

Personalmente tendo a spaventarmi di più quando c’è di mezzo il sovrannaturale, mentre qui siamo più sul lato non-aprite-quella-porta dell’horror, però le bambole sono terribilmente inquietanti e, in ogni caso, la tensione si crea.

E con questo si conclude anche il mio TFF di quest’anno.

Ghostland arriva nelle sale oggi, con il titolo La casa delle bambole.

Cinematografo & Imdb.

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In concorso.

Regia di Markus Schleinzer.

Più ci penso e meno mi convince.

Quando sono uscita ero più propensa a muovere la sola critica di un’eccessiva lunghezza dell’ultima parte, tant’è che il voto del pubblico gliel’ho comunque dato. E però adesso, a freddo, mi rendo conto che non è solo una questione di lunghezza o lentezza. C’è qualcosa che non mi torna.

La vicenda e lo spunto sono molto interessanti. Si tratta della storia vera di Angelo Soliman.

Siamo in Europa, all’inizio del 1700. Angelo arriva dall’Africa e viene subito venduto ad una nobildonna (Alba Rohrwacher) che vuole dimostrare, per farla breve, che con la sua sublime educazione anche un selvaggio negro può imparare a comportarsi.

Questo approccio fornisce in ogni caso ad Angelo tutta una serie di possibilità insolite e lo porta a costruirsi una carriera peculiare come negro di corte.

Girato in luce naturale – cosa molto bella ma per me molto faticosa perché nelle scene con luce troppo bassa, tipo luce di candela, io non vedo una mazza – suddiviso in capitoli (3 o 5 è ancora da capire), Angelo alterna momenti coinvolgenti e parti un po’ troppo lunghe che sono sostanzialmente interlocutorie e allentano la presa sullo spettatore.

Bravi gli attori e belle le inquadrature lente, quasi fisse, in pieno stile Sorrentino.

Però avrebbe potuto essere fatto anche meglio e risultare un filo meno noioso.

Regia di Stanley Kwan. Sezione Festa Mobile.

Quando ho inserito questo in programma temevo di aver fatto una cazzata e di aver beccato una cosa troppo faticosa.

In realtà First Night Nerves è davvero gradevole.

A Hong Kong si prepara il debutto di uno spettacolo teatrale. Il ritorno sulla scena di una star da tempo dimenticata, le vite di attori, regista e membri dello staff in un turbine a metà tra il dietro le quinte e il gossip da tabloid.

Leggero e dinamico, un balletto della quotidianità condotto con grazia da un cast impeccabile dal primo all’ultimo elemento.

Bell le ambientazioni, belli i colori sgargianti dei vestiti.

Le dinamiche relazionali che si instaurano sono da un lato analoghe a quelle che potremmo trovare in un film di altra produzione ma d’altro canto sono veicolate e filtrate attraverso quell’affascinante velo di compostezza che caratterizza l’approccio orientale alla gestione delle emozioni.

Molto molto carino.

Regia di Sébastien Bertbeder. Sezione Festa Mobile.

Garbata commedia degli affetti, dall’impronta tipicamente francese.

Ulysse è un artista ormai ritiratosi, che vive in solitudine e che ha troncato i legami con tutti.

Mona è una studentessa di arte che si è fissata con lui e vuole parlarci.

Il caso vuole che i due si trovino quando a Ulysse viene diagnosticato un male incurabile.

L’artista chiede allora aiuto alla ragazza per fare una sorta di giro dei saluti e per fare ammenda con le persone che ha ferito nel corso della sua esistenza.

Se la tipologia di relazione alla base della storia non è sicuramente una novità, è vero però che qui l’alchimia tra i due funziona bene. I toni sono leggeri, anche quando sono tristi e il ritmo è coinvolgente.

Consigliato, se e quando arriverà in distribuzione.

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Sezione After Hours. Regia di Claire Denis, per la prima volta in inglese e alle prese con la fantascienza.

Prigionieri nello spazio.

Condannati a morte o all’ergastolo cui viene proposta l’opzione di scontare la propria pena nello spazio, cavie per una missione che non ha possibilità di rientrare – anche se nessuno lo dice esplicitamente.

Una bolla di vita persa nel nulla, diretta verso un buco nero, che manda resoconti ad una terra che non risponde e che, per quanto ne sanno, potrebbe ormai anche essere morta.

Macchine mute, contrapposte all’intensità della vita che, nonostante tutto, si crea a bordo.

Il gruppo di prigionieri è male assortito e problematico.

A tenere – si fa per dire – le redini è la Dottoressa Dibs, ossessionata dai suoi esperimenti sulla riproduzione artificiale cui sottopone i giovani prigionieri.

Tra di loro, Monte, votato alla castità.

Nel ruolo della dottoressa, una strepitosa Juliette Binoche che per me ormai rimarrà in eterno la sciamana dello sperma, altro che Chocolat (diretto peraltro sempre dalla Denis).

Nel ruolo di Monte un bravissimo Robert Pattinson – che ancora una volta dimostra di avere ottime potenzialità, se ben diretto e se non si prende ruoli di merda.

Morboso e bellissimo – alcune scene sono struggenti – High Life lascia a margine la fantascienza vera e propria per concentrarsi su questo ostinato baluardo di vita chiuso che cerca disperatamente di generare altra vita. Autoconservazione oltre ogni limite. Vita ad ogni costo. Amore (forse) ad ogni costo.

Sezione Festa Mobile.

Diretto e interpretato – anche se non da protagonista – da Ralph Fiennes.

La storia del ballerino Rudol’f Nureev prende forma attraverso un puzzle apparentemente caotico di flashback piazzati in modo sparpagliato.

La nascita sul vagone di un treno. Il successo. La profonda e lacerante spaccatura che si crea nel giovane Rudol’f che ama sinceramente il suo paese ma, sostanzialmente, non capisce perché questo debba impedirgli di amare anche tutto il resto.

La sua passione incrollabile, la determinazione fino all’obiettivo e anche oltre.

La conflittualità della situazione che nasce quando l’Unione Sovietica si rende conto che non può tenerlo nascosto ma non può neanche farne la sua marionetta di regime.

Oleg Ivenko regala un’interpretazione perfetta e toccante di un personaggio duro e inflessibile fino alla crudeltà ma animato da una forza inesauribile.

Un quadro inquietante del clima di quegli anni getta luce su retroscena di cui generalmente si sa piuttosto poco.

Ovviamente ottimo anche Fiennes nel ruolo del maestro di Ruldol’f.

Spero che arrivi nelle sale perché merita davvero.

Sezione Onde. L’unico che ho messo di questa sezione.

Regia di Jie Zhou. Cina.

Una ragazza perde suo marito, investito da una macchina. Riceve un risarcimento di cui non sa bene cosa fare. Lavora, fa la spesa, si prende da bere. E comincia a pensare. E comincia a contare.

Quanto vale la vita di un uomo? Quanto valeva la vita di suo marito?

Tutto viene contato. Tutto si può quantificare in Yen. E allora?

Mentre facciamo avanti e indietro tra i numerosi flashback (non segnalati esplicitamente) che ricostruiscono la vita della protagonista fino ad oggi, quello che spicca è la progressivamente crescente tendenza a monetizzare tutto, cose e persone.

Delicato, curato, fortemente espressivo. Triste ma non strappalacrime. Forse solo un po’ lenta la parte finale.

Un film che solleva interrogativi enormi e lascia con un retrogusto agrodolce di bellezza e di perdita.

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Trionfo di Paul Dano, dunque, per questa edizione del TFF. C’è chi immancabilmente brontola perché è una produzione statunitense con gli attoroni famosi e puzza inevitabilmente di mainstream. Personalmente mi limito ad essere contenta perché è un gran bel film e perché, una volta tanto, sono riuscita a vedere il film premiato.

Tra gli altri premi, miglior attore ex aequo a Jakob Cedergen di The Guilty, di cui parlavo l’altro giorno, e a Rainer Bock per Atlas di cui parlo adesso.

Diretto da David Nawrath, Germania.

Walter lavora come traslocatore per una ditta di recupero crediti legata alla malavita. Si occupa di svuotare appartamenti che poi vengono rivenduti per riciclare denaro sporco.

Poi, un giorno, si trovano a bussare alla porta dell’ennesimo appartamento da sgombrare e cominciano i problemi.

Problemi perché i proprietari – una giovane coppia con un figlio piccolo – non vogliono andarsene.

Problemi perché in ditta è arrivato un nuovo elemento, figlio di uno dei malavitosi che tirano le fila, violento e irascibile.

Problemi perché improvvisamente per Walter tutto cambia.

Un noir dai toni cupi e violenti, dalle luci fredde e spietate. Una storia cruda e – inaspettatamente – dolcissima al tempo stesso, caratterizzata dal forte contrasto tra le azioni di Walter e le motivazioni che lo spingono ad agire.

Bravissimo Bock, intensamente espressivo nella sua imperturbabilità.

Molto contenta che sia stato premiato.

E a Temporada è andato il premio per la miglior attrice a Grace Passo.

Regia di Andrè Novais Oliveira, Brasile.

Una storia senza una storia, in realtà.

La telecamera segue la quotidianità di Juliana, impiegata comunale alle prese con le operazioni di sensibilizzazione per la prevenzione della diffusione della febbre Dengue.

Non succede niente di eclatante eppure non è né lento né noioso.

Perché gradualmente ci si appassiona alla quotidianità di Juliana. Che non è niente di eccezionale, è solo una vita come tante, con le sue felicità e le sue catastrofi. Un quadro di movimento relativo, autosufficiente e chiuso in se stesso eppure perfettamente funzionante.

Lei è davvero molto brava.

La regia è asciutta, misurata, molto reale, di quella realtà che crea vicinanza, che ti prende per mano e ti fa sentire a casa.

Bellissima la decadenza di alcune ambientazioni.

Catharsys or the Afina Tales of the Lost World.

Sezione after Hours, anche se non mi spiego ancora bene perché. L’avrei visto forse meglio in Festa Mobile, ma è ancora da capire.

Regia di Yassine Marco Marroccu, produzione italo-marocchina.

Siamo in un futuro non troppo lontano. L’acqua è finita e un potente e carismatico presentatore radiofonico prende dalla strada un uomo apparentemente qualsiasi per portarlo in radio a raccontare al mondo la sua vita e la su storia.

Costui è Jamal Afina, una contraddizione vivente, dal momento che il suo nome significa Bello Brutto.

E Afina racconta, incalzato dalle domande del presentatore, e attraverso il suo racconto ripercorriamo la storia di un mondo oppresso e sprofondato nella sete, nella miseria e nella sottomissione.

Idea interessante e realizzazione buona per, diciamo, tre quarti.

Perché visivamente è notevole, con scenari alla Mad Max e un universo steampunk ricco di dettagli intriganti. Ha una colonna sonora molto coinvolgente e montata benissimo. Il presentatore-guru è un personaggio che sembra uscito dritto da un romanzo di Garcia Marquez ed è effettivamente molto di impatto.

Tutto bene fin oltre la metà, quando si capisce perfettamente dove voglia andare a parare ma, lungi dall’andarci davvero, la tira per le lunghe in modo decisamente eccessivo e si perde un tantino. Cala la tensione e sciupa alcuni dei buoni spunti che si erano disseminati nella fase precedente.

In definitiva, mi è un po’ pesato per questo discorso del finale ma rimane comunque pieno di idee interessanti su diversi piani.

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Sezione After Hours, questo decisamente è un horror a tutti gli effetti. Non di altissimo livello ma comunque horror.

Diciamo che è più il classico elemento di serie c che ti passa la Notte Horror di Italia 1 quando si è già giocata i titoli grossi.

Cominciamo con un bell’antefatto di impostazione super canonica: la giovane coppia che si infratta nei boschi in macchina per trovare un po’ di intimità e trova invece una morte sanguinosa.

Diciamo che non si fa molto mistero di chi sia l’assassino perché viene subito inquadrata una disturbante figura solo vagamente umana.

Insomma, nel bosco c’è qualcosa e, a suo modo, questo qualcosa è affamato.

Stacco.

Una famiglia in viaggio verso una casa isolata nei boschi. In vacanza ma non solo. Il padre è malato di cancro e la madre si è incaponita di poterlo aiutare o curare grazie alle energie derivanti dal suolo su cui la casa è costruita.

Parallelamente, una puntata di Inside Crime trasmessa in televisione, ricostruisce e racconta un sanguinario fatto di cronaca avvenuto proprio in quella casa. Una sorta di flash forward parziale, in cui si anticipa quello che è stato trovato ma non si spiega cosa sia effettivamente successo. E che, per inciso, ricorda un po’ l’impostazione di AHS Roanoke.

E poi una donna misteriosa trovata nei boschi. La famiglia la porta in casa per aiutarla ma lei comincia a comportarsi in modo piuttosto strano ed arrogante.

Antichi poteri dimenticati – sembra un po’ il ritornello del terreno sacro di Pet Sematary – evocazioni e patti con forze oscure.

Una bella accetta – che non si nega a nessuno – arti mozzati e sangue a volontà, di quello che schizza a fontanella dalle amputazioni.

Un horror piuttosto prevedibile e assolutamente nei limiti del canone ma comunque non sgradevole. La trama funziona e si fa seguire, l’impostazione è un po’ slasher e questo crea comunque il giusto minimo di tensione.

Cast piuttosto sconosciuto, se non per Barbara Crampton.

Imdb.

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Allora.

Ieri ho passato mezz’ora a pianificare la suddivisione dei film del TFF nei vari post cumulativi di questa e della prossima settimana.

Adesso, come è mio costume, mando allegramente affanculo la programmazione perché sono reduce da due film che mi sono piaciuti veramente troppo per aspettare a parlarne.

In concorso.

Danimarca. Regia di Gustav Möller.

Interprete (quasi) unico Jakob Cedergren.

Durata 86 minuti.

Un poliziotto di Copenhagen addetto al servizio telefonico di assistenza per le emergenze riceve una chiamata da una donna che fa capire di essere stata rapita. Gli indizi che fornisce sono pochi, anche perché alle orecchie del suo rapitore deve sembrare che lei stia parlando con la figlioletta a casa. E’ in un furgone bianco. C’è la geolocalizzazione satellitare ma di più non c’è.

Il poliziotto è inchiodato al suo telefono e tutto quello che può fare lo può fare per telefono. Avvertire i vari dipartimenti perché mandino pattuglie, risalire all’abitazione della donna e via così.

Una storia costruita praticamente con niente e sul niente e un risultato a dir poco fenomenale.

Cedergren è ottimo, con la telecamera piantata in faccia che riprende ogni minima contrazione del suo viso.

La tensione si crea fin da subito, ti prende e ti rimolla solo a cose fatte.

Un piccolo capolavoro (quasi) inaspettato. Uno stato di grazia di recitazione e sceneggiatura.

Consigliatissimo.

Anche questo in concorso.

E anche questo votato senza indugio.

Esordio alla regia di Valerio Mastandrea.

Di nuovo mi scontro con il mio pregiudizio per i film italiani e di nuovo mi devo ricredere, questa volta senza neanche una riserva piccola piccola.

Carolina rimane vedova prematuramente quando Mauro, suo marito, resta ucciso in un incidente sul lavoro.

Carolina è sola con suo figlio Bruno e deve affrontare tutta la burocrazia del lutto, unita al fatto che l’incidente ha avuto un forte richiamo mediatico.

Senza mai entrare realmente nel dettaglio della vicenda, lo spettro delle morti sul lavoro incombe su tutto il film e lo pervade con la sua presenza.

L’attenzione è però sull’oggi. Su quello che deve affrontare chi rimane – a chi rimane è proprio la dedica a fine film.

E quindi seguiamo Carolina, che deve confrontarsi con amici e parenti e che deve conciliare l’immagine che gli altri si aspettano del suo dolore con quello che lei prova realmente.

Carolina che non riesce a piangere.

Con toni leggerissimi da commedia, Mastandrea riesce a restituire un quadro umano e delicatissimo toccando un tema scottante senza però caricarvi alcuna pesantezza.

Un film divertente e serissimo al tempo stesso, interpretato più che egregiamente da una Chiara Martegiani pulita ed essenziale nella sua recitazione.

Buono anche il resto del cast – i due ragazzini, Arturo Marchetti e Mattia Stramazzi sono davvero spassosi – con una parte anche per Renato Carpentieri.

Anche questo molto consigliato.

Dovrebbe addirittura arrivare nelle sale.

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Per la sezione After Hours.

Regia di Joel Potrykus.

Interprete quasi unico Joshua Burge.

Data la sezione di appartenenza speravo che ammiccasse un po’ di più all’horror ma in realtà di horror non ha quasi niente.

Siamo in un punto imprecisato del 1999. Si parla di Millennium Bug e circolano profezie di catastrofi.

Ma ad Abbie tutto questo non interessa. Perché lui non si schioda dal divano. Deve giocare a i videogiochi, battere record ma, soprattutto, vincere le sfide che Cam, suo fratello, continua ad imporgli.

Un rapporto malato lega i due fratelli. Cam è sadico e si accanisce perversamente sul fratello che chiaramente manca di stabilità psico-emotiva.

E arriva la sfida definitiva. Superare il livello 256 di Pac Man, battere il record assoluto, vincere 100 milioni di dollari. Il tutto senza mai alzarsi dal divano.

E poi Cam se ne va. E Abbie non può mollare. Perché sarebbe un perdente.

E allora gioca. E cerca di procurarsi da mangiare. E gioca. E cerca di fare qualsiasi cosa sempre rimanendo seduto sul divano.

Non sa che giorno sia. Non sa da quanto sia lì. Ogni tanto qualcuno entra servendosi della chiave di riserva ma nessuno sblocca la situazione.

Grottesco ma non tanto da essere disturbante, a tratti davvero divertente, Relaxer che, per inciso, sembra essere piaciuto solo a me in sala domenica pomeriggio, è un trionfo di citazioni nerd anni Ottanta/Novanta. Dai videogiochi ai film, alla subcultura pop di un certo inconscio collettivo.

Forse sul finale vira un po’ troppo sul surreale, ma nel complesso rimane un film interessante e divertente. Ottimi dialoghi – da cui viene fuori tutto ciò che non si vede. Ottima costruzione della tensione. Ottimo Burge sul divano.

Sezione Festa Mobile.

Regia di Duccio Chiarini.

Nonostante il mio pessimo rapporto con i prodotti italici ho trovato questo filmettino davvero gradevole.

Guido e Chiara. Un preservativo rotto. Lo spettro di una gravidanza. E tutto precipita.

Guido va via di casa per un po’, ospite un po’ dei suoi e un po’ di varie altre coppie di amici, anche loro con le loro dinamiche e i loro problemi.

Panoramica dello stato emotivo e relazionale della generazione dei (quasi) quarantenni di oggi, tra insicurezze, cliché e insoddisfazioni.

Tematica forse un po’ a rischio di cadere nello stucchevole ma, nel complesso, gestita molto bene.

E’ un po’ il genere di film alla Muccino senior ma fatto bene, per capirci, senza le scenate di urla, pianti e isteria di Muccino e senza eccessive mielosità.

Recitazione non perfetta, soprattutto per quanto riguarda i personaggi femminili, ma comunque contenuta.

Bravo Daniele Parisi (Guido).

Alcuni momenti davvero spassosi.

Cameo di Brunori Sas che ammicca un po’ a tutto un certo filone di intellettualismo italico che non apprezzo particolarmente, ma pazienza, era una cosetta di pochi minuti.

Tracce della coproduzione francese nella gestione degli interni, con appartamenti e ambientazioni bellissime.

Di nuovo sezione After Hours.

Di nuovo niente horror, anche se avrebbe dovuto.

Tyler finisce con un suo amico ad una festa di compleanno in uno chalet isolato in montagna.

Tyler è l’unico ragazzo nero ed è l’unico che non conosca già tutti gli altri.

Ecco, ora, a leggere il riassunto della trama sul programma, l’idea sarebbe quella che all’inizio sembra andare tutto bene ma poi la situazione degenera e il fatto che Tyler sia nero comincia a pesare. A tal proposito si fa anche il paragone con Get Out.

Il condizionale rimane d’obbligo perché, di fatto, in questo film non succede niente. E non solo niente di quello che ci si aspetta. Proprio niente e basta.

Sì, ok, Tyler si sente a disagio – come in fin dei conti è normale in una compagnia già affiatata. Tyler si sente escluso o minacciato a seconda dei momenti. Non si trova bene, e questo è un fatto. Ma non c’è altro. E giuro che non ho dormito.

Poi, per carità, non è un brutto film e non è fatto male.

Solo che è completamente inutile. Vuoto.

Visto di meglio.

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