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Archive for 13 maggio 2015

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Il mezzo più efficace per imparare il giapponese mi parve insegnare il francese. Lasciai un annuncio al supermercato: “Lezioni private di francese, prezzo interessante.”
La sera stessa squillò il telefono. Prendemmo appuntamento per l’indomani, in un caffè di Omote-Sando. Io non capii come si chiamava lui, lui non capì come mi chiamavo io. Quando riattaccai mi resi conto che non avevo idea di come lo avrei riconosciuto, e lui idem. E poiché non avevo avuto la presenza di spirito di chiedergli il numero di telefono, chissà come avremmo fatto. “Probabilmente mi richiamerà” pensai.
Non mi richiamò.

Amélie ha 21 anni e ritorna nel suo amato Giappone, che non vedeva dai tempi dell’infanzia, per studiare e cercarsi un lavoro.
A prendere lezioni di francese da lei si presenta Rinri, vent’anni, studente universitario.
Una relazione dai tratti surreali, divertenti e dolcissimi.
Un viaggio attraverso una terra e una cultura così irrimediabilmente altre eppure così vicine, oltre il filtro delle parole di Amélie.
Adoro quando parla del Giappone. Ho sempre voluto andarci ma ogni volta che la leggo mi viene l’istinto di partire immediatamente.
Mi ha fatto un curioso effetto leggere questo libro avendo già letto La nostalgia felice. Come pezzi di un puzzle che vanno al posto giusto in modo del tutto casuale.
Il Giappone è protagonista di questa storia tanto quanto Rinri e Amélie.

Schopenhauer vede nell’amore un trucco dell’istinto di procreazione: non riesco a spiegare l’orrore che mi ispira questa teoria. Nell’amore, io vedo un trucco del mio istinto per non assassinare l’altro: quando sento il bisogno di uccidere una determinata persona, un meccanismo misterioso – un riflesso immunitario? una fantasia di innocenza? la paura di finire in galera? – fa sì che io mi cristallizzi intorno a quella persona. Ed è per questo che a quanto ne so non ho ancora omicidi al mio attivo.

Il linguaggio e i suoi limiti. E le domande negative.
E gli alberi di cachi sommersi dalla neve.
E il monte Fuji e il rituale della sua scalata, per potersi dire veri giapponesi.
L’attesa dell’alba e la corsa, che è comunque salvezza, qualunque cosa voglia dire.
Una bufera di neve e una stufa da abbracciare col corpo insensibile che non riesce a bruciarsi.
L’arte della conversazione.
Scrivere alle quattro di mattina, prima ancora di pensare che questo potrebbe davvero voler dire qualcosa.
E le cose che si capiscono senza quel penoso rituale che sono le spiegazioni.

E’ tecnicamente impossibile raccontare il sublime. O non è interessante, o è comico.

Ombre di fallimenti e fantasmi che ossessionano un intero popolo.
La differenza tra koi e ai.
E l’okonomiyaki, che adesso devo provarlo per forza.
E Hiroshima mon amour, con le sue lacrime versate e il suo messaggio frainteso.
E Le relazioni pericolose e la povera Madame de Toruvel.
Templari e rônin.
E l’abbraccio fraterno del samurai.

Dicono che fuggire non sia un gesto molto nobile. Peccato, è così piacevole. La fuga dà la più grande sensazione di libertà che si possa sperimentare.

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