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Archive for the ‘1984’ Category

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Un pomeriggio stavamo ascoltando il notiziario di Radio Montecarlo, quando a un certo punto lo speaker disse – un po’ tra le righe, fra le curiosità, che in America era stato scoperto l’autore di un omicidio grazie agli insetti presenti nella stanza in cui si era consumato il delitto: le larve sul corpo della vittima, infatti, erano servite a stabilire il momento esatto del decesso. La notizia mi colpì molto, e rimase a dormire dentro la mia memoria in attesa di germogliare.
[…]
Nel frattempo l’idea degli “insetti-detective” continuava a farmi visita: dopo aver sentito quella notizia alla radio avevo preso a documentarmi con sempre maggiore interesse, fino al giorno in cui m’imbattei negli studi del professor Marcel Leclercq – il vero pioniere dell’entomologia forense. Scoprii così che era davvero possibile utilizzare gli insetti per stabilire le cause di morte alla base di alcuni fatti di cronaca rimasti irrisolti. Ad esempio se si sigilla una stanza in cui è stato commesso un omicidio e si analizzano le forme di vita presenti nell’ambiente, è possibile capire se è stato esploso un colpo d’arma da fuoco (alcuni microrganismi muoiono in corrispondenza di un proiettile che attraversa l’aria), o se la vittima è stata avvelenata (il cadavere rilascia una serie di sostanze che intossicano un tipo particolare di insetti).

Phenomena è l’ottavo film di Dario Argento e per chi ne è un cauto estimatore e apprezza con riserva la sua produzione, si colloca in quel punto controverso della sua filmografia in cui molti identificano l’inizio della sua decadenza.

Nell’87 seguì Opera che, se è vero che ebbe comunque una notevole risonanza (e alcune sue scene fanno tuttora parte di un certo tipo di immaginario horror condiviso), è pur vero che a molti non piacque.

Con Phenomena si ritorna un po’ alle atmosfere di Suspiria, per il fatto che l’ambientazione è di nuovo un istituto femminile.

Protagonista una giovanissima e ancora sconosciuta Jennifer Connelly – al suo primo vero ruolo dopo la piccola parte in C’era una volta in America – che veste i panni di Jennifer Corvino, ricca figlia di un noto attore americano, abituata ad interagire con gli assistenti di suo padre e con il personale assegnatole più che con il padre stesso, riservata, un po’ solitaria, e dotata di una curiosa capacità di entrare in sintonia con gi insetti. Gli insetti non le fanno del male. Le vogliono bene. La sentono.

Nelle vallate circostanti il collegio, alcune ragazze sono misteriosamente scomparse. Finora sono state ritrovate solo parti di alcuni corpi.

Ad aiutare la polizia nelle indagini c’è un anziano entomologo paralitico (Donald Pleasence) che vive assistito da Inga, uno scimpanzè ammaestrato.

Lo scienziato analizza le larve e gli insetti presenti sui resti ritrovati per fornire ulteriori informazioni sulle possibili circostanze della morte (parte, questa, costruita in base alle teorie apprese da Argento nella sua fase di documentazione).

Per tutta una serie di circostanze – in cui anche l’elemento del sonnambulismo ha una parte rilevante – Jennifer entra in contatto con questo entomologo che, oltre a spiegarle la reale natura del suo legame con gli insetti, le chiederà di servirsene per aiutarlo a smascherare l’assassino.

Il 1984 fu l’anno delle mosche.

In un primo tempo, per le sequenze in cui era prevista la loro presenza, avevo pensato di ricorrere a degli insetti meccanici. Ma le prove che avevo visto non mi soddisfacevano affatto […]. Allora mi venne in aiuto Maurizio Garrone, che era stato fondamentale quando in Suspiria si era trattato di realizzare la famosa scena delle larve che cadono dal soffitto. Fu proprio lui, infatti, a mettersi in contatto con diversi entomologi e allevatori, e alla fine riuscì a procurarsi circa sei milioni di larve di mosca.
[…]
Mi spiegarono che non era possibile esporre le mosche sotto i riflettori per più di pochi minuti: il calore sviluppato dalle luci avrebbe finito per bruciare i loro corpicini.
[…]
Mi resi però ben presto conto di quanto fosse impossibile dare indicazioni sceniche a un insetto […].
[…]
Soltanto in una scena ricorremmo a un trucco, rudimentale ma efficace: lo sciame che assale il collegio frequentato da Jennifer fu ottenuto versando del semplice caffè macinato in una grande vasca colma d’acqua. Il diffondersi della polvere di caffè nel liquido, e la successiva sovrapposizione in ralenti di questa ripresa alle immagini del collegio, simularono alla perfezione l’attacco degli insetti.

Nel complesso, non lo trovo tra i più spaventosi dei film di Argento, anche se la tensione c’è e molti elementi sono inquietanti. Più che altro è disturbante da un punto di vista strettamente visivo. Non c’è lo splatter sanguinolento di Suspira o di Tenebre – in cui prevalgono gli effetti da arma da taglio, per così dire – ma ci sono moltissimi dettagli di cadaveri in putrefazione. Gli insetti di per sé possono essere un elemento macabro. Personalmente non ho reazioni schifate per l’insetto o la mosca, ma le larve mi fanno piuttosto schifo e quindi tutti gli effetti dei pezzi di cadaveri brulicanti mi han sempre suscitato il sano ribrezzo da horror (molto più che non il mostro finale, per dire).

Famosissima a questo proposito – anche per chi non ha visto il film – è la scena in cui la povera Jennifer Connelly finisce (in modo non proprio strettamente logico, se vogliamo essere pignoli, ma vabbè) a sguazzare in una vasca di pezzi di cadaveri putrescenti – e che, per quanto eccessiva, ha il suo perché in termini di resa perché stai proprio fisicamente male per lei.

Per ricreare la vasca sotterranea che ribolle di cadaveri putrescenti, riempimmo una piscina colma d’acqua riscaldata con la vermiculite, un minerale che opportunamente trattato suggeriva l’idea di larve e lombrichi galleggianti. Oltre a qualche manichino – i resti umani – aggiungemmo all’intruglio yogurt, menta e cioccolato. Al di là dell’aspetto, dunque, per la protagonista starvi immersa non era poi tutta questa tortura.

Mah, se lo dice lui.

Personalmente credo che non sarei più riuscita ad avvicinarmi a nessuno dei tre alimenti per almeno un paio d’anni.

A curare gli effetti speciali compare per la prima volta Sergio Stivaletti, che collabora con Argento ancora oggi.

Nel cast anche Daria Nicolodi – nei panni della rigida Signora Bruckner (che a me continua a ricordare la Frau Blucher di Frankenstein Junior, non posso farci niente, e, se anche non è fatto apposta, non posso credere che non sia venuto in mente a nessuno durante la lavorazione del film) – e Fiore Argento per la sequenza iniziale.

Cinematografo & Imdb.

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e gli orologi segnavano l’una. Winston Smith, col mento sprofondato nel bavero del cappotto per non esporlo al rigore del vento, scivolò lento fra i battenti di vetro dell’ingresso agli Appartamenti della Vittoria, ma non tanto lesto da impedire che una folata di polvere e sabbia entrasse con lui.

L’ingresso rimandava odore di cavoli bolliti e di vecchi tappeti sfilacciati. Nel fondo, un cartellone a colori, troppo grande per essere affisso all’interno, era stato inchiodato al muro. Rappresentava una faccia enorme, più larga d’un metro: la faccia d’un uomo di circa quarantacinque anni, con grossi baffi neri e lineamenti rudi ma non sgradevoli. Winston s’avviò per le scale. Era inutile tentare l’ascensore. Anche nei giorni buoni funzionava di rado, e nelle ore diurne la corrente elettrica era interrotta. Faceva parte del progetto economico in preparazione della Settimana dell’Odio. L’appartamento era al settimo piano, e Winston, che aveva i suoi trentanove anni e un’ulcera varicosa sulla caviglia destra, saliva lentamente, fermandosi ogni tanto per riposare. A ciascun pianerottolo, proprio di fronte allo sportello dell’ascensore, il cartellone con la faccia enorme riguardava dalla parete. Era una di quelle fotografie prese in modo che gli occhi vi seguono mentre vi muovete. IL GRANDE FRATELLO VI GUARDA, diceva la scritta appostavi sotto.

Dentro all’appartamento una voce dolciastra leggeva un elenco di cifre che aveva qualche cosa a che fare con la produzione della ghisa. La voce veniva da una placca di metallo oblunga, simile a uno specchio opaco, che faceva parte della superficie della parete di destra. Winston girò un interruttore e la voce si abbassò un poco, ma le parole si potevano distinguere, tuttavia, sempre assai chiaramente. Quell’apparecchio (che veniva chiamato teleschermo) si poteva bensì abbassare ma non mai annullare del tutto. Si diresse alla finestra, piccola fragile figuretta, la cui magrezza era accentuata dalla tuta azzurra in cui consisteva l’uniforme del Partito. I capelli erano biondi, molto chiari, il colorito della faccia lievemente sanguigno, la pelle raschiata da ruvide saponette e da lamette che avevano perso il filo da tempo, e dal freddo dell’inverno che proprio allora era finito.

Fuori, anche attraverso i vetri chiusi della finestra, il mondo pareva freddo. Giù, nella strada, mulinelli di vento giravano polvere e carta straccia a spirale e, sebbene splendesse il sole e il cielo fosse d’un luminoso azzurro, nessun oggetto all’intorno sembrava rimandare il colore, con l’eccezione dei cartelloni che erano incollati da per tutto. La faccia dai baffi neri riguardava da ogni angolo. Ce n’era una proprio nella casa di fronte. IL GRANDE FRATELLO VI GUARDA, diceva la scritta, mentre gli occhi neri fissavano con penetrazione quelli di Winston. Più sotto, a livello della strada, un altro cartellone, stracciato a un angolo, sbatteva col vento, scoprendo e nascondendo, alternativamente, la parola SOCING. Lontano, un elicottero volava fra un tetto e l’altro, se ne restava librato per qualche istante come un moscone, e poi saettava con una curva in altra direzione. Era la squadra di polizia, che curiosava nelle finestre della gente. Le squadre non erano granché importanti tuttavia.

Quella che soprattutto contava era la polizia del pensiero, la cosiddetta Psicopolizia.

George Orwell, 1984, 1949

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Devo dire che sono molto soddisfatta di come è cominciato quest’anno sotto il profilo cinematografico. Passare davanti ad un multisala e constatare di aver visto tutti i film in programmazione è cosa che mi riempie d’orgoglio. Poi, probabilmente, qualcuno penserà che ho i miei problemi e non si può dargli neanche completamente torto, ma tant’è. Son soddisfazioni.

Frankenweenie.

Dopo aver rimandato per anni, finalmente Burton rimette mano ad un progetto nato nel 1984 e realizzato allora solo in forma di cortometraggio.

Una piccola e tranquilla cittadina (che ricorda molto quella di Edward mani di forbice); un ragazzino, il piccolo Victor, con il suo affezionatissimo cagnolino Sparky; i compagni di scuola, ciascuno con il suo animaletto domestico; un sindaco antipatico e un professore di scienze decisamente insolito. Un giorno Sparky viene investito da un’auto e Victor, ispirato dagli insegnamenti del suo professore, mette in pratica un peculiare esperimento.

Come sempre a metà strada tra fiaba e grottesco, Burton riprende la grafica di Nightmare before Christmas e la tecnica della stop motion animation già sperimentata con Mars Attak (1996) e con La Sposa Cadavere (2005) e mette in scena una sorta di parodia in versione infantile della storia di Frankenstein.

Tutto in bianco e nero, in 3D e costellato di citazioni cinematografiche, Frankenweenie non sarà forse all’altezza di una Sposa Cadavere ma è simpatico e divertente, sia per la storia sia per tutti i particolari e le trovate geniali che come sempre connotano i personaggi di Burton – le predizioni del gatto mi hanno fatto ridere tantissimo, così come ho trovato assolutamente deliziosa l’apertura sul filmino casalingo che Victor mostra ai suoi genitori.

Musiche come sempre di Danny Elfman.

Per chi fosse curioso, qui, trovate il cortometraggio originale con Shelley Duvall.

Cinematografo & Imdb.

La citazione del titolo è di Frankenstein Junior (1974, Mel Brooks).

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