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Archive for aprile 2018

E niente, in questi giorni ho la vivacità neuronale di un gibbone morto, quindi si va di trailer. Questa settimana va così.

Fuori concorso a Venezia 2017, in arrivo nelle sale il 19 aprile. Non sembra male.

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Il nuovo film di Soderbergh, in sala presumibilmente dal 10 maggio, anche se non ci sono due siti che diano la stessa data.

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Abel è un giovane naufrago, tratto in salvo da una nave inglese sulle spiagge del Siam. Non sa come sia arrivato lì, non sa chi sia. Non ricorda niente a parte il suo nome.

La nave lo porta a Plymouth, in Inghilterra, sulle orme di un capitano scomparso e accusato di tradimento, nella locanda gestita dalle sue tre figlie, ora rimaste sole.

La memoria di Abel non sembra volerne sapere di tornare ma nel frattempo il ragazzo impara a conoscere le tre sorelle che lo ospitano e la bellissima Rebecca, padrona di una casa d’appuntamenti.

Dalle parole di Teresa Radice e dalle illustrazioni di Stefano Turconi prende vita una storia delicata e avvincente che ha tutto il fascino delle avventure ottocentesche.

In un mosaico fitto di citazioni letterarie, musicali, cinematografiche, tra l’Isola del Tesoro di Stevenson e Master and Commander di Patrick O’Brien, tra versi di Blake, Coleridge, Wordsworth e vecchie canzoni marinaresche, tra rimandi biblici e leggende popolari, la storia di Abel cattura fin da subito, con la potenza emotiva di una fiaba avventurosa d’altri tempi.

Una storia che tocca corde profonde e sensibili e che lascia commossi e frastornati.

Una galleria di personaggi incredibilmente vivi, veri, indimenticabili come la bellissima Rebecca, con le sue ragazze e la sua chioma rossa, o Nathan, con la sua solitudine e la sua forza.

Una storia di vera bellezza, che ben si incarna nel tratto semplice ed efficacissimo dei disegni a matita, non inchiostrati, ricchissimi di dettagli e particolari.

Molto bella anche l’edizione di Bao Publishing, cartonata rigida, rilegata proprio come un vecchio libro d’avventure.

Un fumetto decisamente insolito, non una storia per ragazzi, non una graphic novel, forse un misto di entrambe, sicuramente una lettura consigliatissima.

Teresa Radice, Stefano Turconi, Il porto proibito, Bao Publishing 2015

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Restiamo nell’ambito del filone King-per-lo-schermo con questo B (ma anche C o D) movie del 1992 tratto da un romanzo mai pubblicato dello zio Steve – un testo nato molto probabilmente solo come supporto della sceneggiatura.

Sceneggiatura dello stesso King – e già questo definisce i parametri entro i quali ci muoviamo – regia di Mick Garris, poi regista anche de L’ombra dello Scorpione (1994), Stephen King Shining (1997) e Desperation (2006), tanto per rimanere in ambito kinghiano, senza contare altre numerosissime produzioni horror.

Una piccola cittadina della provincia americana. Un giovane di bell’aspetto, Charles, vi si è appena trasferito con la madre.

Questa l’apparenza.

In realtà madre e figlio sono anche amanti, nonché gli ultimi esemplari di una specie antica e mostruosa.

A metà tra mostri e vampiri, questi sleepwalkers si nutrono dell’anima di fanciulle vergini, possono mutare aspetto e modificare la realtà che li circonda. Temono i gatti, che ne riconoscono la vera natura e il cui graffio è per loro letale.

Charles e sua madre devono nutrirsi e per questo si spostano continuamente, hanno il giardino pieno di trappole per gatti e questa volta hanno messo gli occhi su Tanya, una compagna di scuola di Charles. Giovane, carina e presumibilmente pura.

Se non che Charles ha delle esitazioni, Tanya è più sveglia di quanto sembra e c’è un poliziotto che va sempre in giro con il suo gatto, stramberia che si rivelerà estremamente utile per far sì che le cose non vadano esattamente secondo i piani della coppia demoniaca.

Il pacchetto è esattamente quello che ci si aspetta che sia. La trama è prevedibile e il livello degli effetti decisamente basso – ok i tutoni di gomma alla fine sono un po’ oltre il limite dell’imbarazzante, così come la pannocchia-pugnale – però nel complesso non è male.

Forse saranno i ventisei anni ad attribuire fascino vintage alla pellicola, o forse sarà il mio essere di parte per ciò che arriva da King, sta di fatto che questi Sonnambuli non mi sono dispiaciuti, anzi, ho trovato il film onestamente divertente.

Come molti esponenti di pari categoria, è più un horror di nome che di fatto. Ci sono i mostri che danno la caccia alla giovane vergine e c’è del sangue, ergo, horror. Da lì a dire che ci si spaventi davvero è un altro discorso, però noi ci si diverte lo stesso.

Cameo rituale per King, che questa volta è il custode svampito di un vecchio cimitero e – piccola chicca per appassionati – fa la sua comparsata insieme a Tobe Hooper (Non aprite quella porta, Le notti di Salem, Poltergeist, The Mangler) e Clive Barker (Hellraiser, Candyman) in veste di tecnici della scientifica, in una scena che da sola vale decisamente tutto il film.

Nel cast anche Ron Pearlman (che ritornerà a King con Desperation).

E un sacco di gatti.

Cinematografo & Imdb.

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Che. Figata. Totale.

Bom. Fine della recensione.

No. Non è vero. Ora dico anche qualcosa di più articolato.

Però il succo rimane sempre quello.

Una. Figata. Totale.

Quando ho visto il trailer mi sono ovviamente subito esaltata ma ho anche, a stretto giro, placato i miei entusiasmi perché ormai è pieno di trailer fighissimi – soprattutto quando si tratta di action/fantasy o robe così – che poi però si rivelano nettamente inferiori alle aspettative.

E’ anche vero che qui c’era la regia di Spielberg a rendere un filo più giustificato il fatto di sperare per il meglio.

Anyway, come che sia, Ready Player One non mi ha deluso per nulla. Anzi. Ne sono uscita proprio felice come un gatto di fronte ad una ciotola di panna incustodita.

La trama è palesemente un pretesto e segue uno schema ampiamente collaudato. Futuro distopico post crisi, una realtà difficile in cui tirare avanti, una realtà virtuale che offre da un lato una via di fuga, dall’altro l’idea di avere un’altra possibilità. E che essa sia data a tutti. Basta accumulare monete.

Oasis è un gioco ma è anche un mondo. Una dimensione dove tutto è possibile ma, soprattutto, dove è possibile essere chi si vuole essere.

Oasis è anche un’operazione dal valore inestimabile e il lascito del suo creatore, prima di morire, è una competizione. Una gara composta da più prove per trovare le tre chiavi per aprire le porte di Oasis e diventare quindi proprietari del pacchetto azionario.

Al gioco partecipano un po’ tutti. Singoli, gruppi organizzati e una grande multinazionale che vuole a tutti i costi assumere il controllo.

Ci troviamo quindi con la classica contrapposizione ragazzino-nerd-squattrinato-super-abile vs multinazionale-ottusa-ricchissima-incapace.

Che poi si evolve in piccola banda di nerd vs grande esercito della multinazionale. Ricerca e scoperta. Redenzione e rivoluzione. Solitudine e amicizia. Avatar e persone reali. Ripeto, niente che non si sia già visto, sulle tracce di un creatore che è un po’ una versione sfigata e decisamente più simpatica di Steve Jobs e sulla falsa riga di una realtà dalla consistenza morbida e dai confini incerti.

Ma quello che rende grande Ready Player One non è l’idea di per sé.

E’ il fatto che è un imponente inno alla cultura pop degli anni Settanta, Ottanta e Novanta. E’ un parco giochi per chiunque di quella cultura si sia nutrito, per chiunque ci sia vissuto. E’ un regalo a due-tre generazioni di amanti di tutto quell’universo dell’intrattenimento fatto di musica, cinema, cartoni, videogiochi e chi più ne ha più ne metta. Parentesi. A tal proposito va detto che, benché il contesto sia quello di una realtà virtuale e di un videogioco, i riferimenti e la struttura di base sono molto più da cinefili che non da gamers – il che non vuole essere una critica, solo una constatazione. Chiusa parentesi.

E niente. Due ore abbondanti di gioia per gli occhi e le orecchie a seguire i protagonisti in giro per questo gigantesco tempio della pop culture, con la sensazione di guilty pleasure di andare a ficcare il naso in casa d’altri e la curiosità di avanzare al livello successivo per vedere la prossima sorpresa.

Parlare di riferimenti e citazioni è persino riduttivo in quanto si entra dentro una realtà culturale esattamente come i protagonisti entrano in Oasis – la parte di Shining è qualcosa di meraviglioso, tanto per dirne una, ma potrei andare avanti per un’altra oretta abbondante a elencare cose che mi hanno fatta saltellare sulla poltrona immotivatamente orgogliosa, manco l’avessi fatta io, la cultura pop.

Il che, tra l’altro, lascia aperta la curiosa domanda di quanto abbia speso il buon Spielberg in diritti perché oltre ad essere il parco giochi del pop è anche la fiera del copyright.

Cast piccolino ma onesto, con Tye Sheridan (Mud, 2012 oltre che essere il nuovo Ciclope in X-Men Apocalypse) nel ruolo del protagonista, Olivia Cooke (Quel fantastico peggior anno della mia vita, 2015) e Ben Mendelsohn, senza infamia e senza lode nel ruolo del Cattivo-e-basta. Unico nome di rilievo, Mark Rylance nei panni di Halliday, il creatore di Oasis.

Tratto dall’omonimo libro di Ernest Cline, del 2011.

Cinematografo & Imdb.

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La storia vera – e, da quel che mi par di capire, anche piuttosto poco romanzata – di Tonya Harding, campionessa di pattinaggio artistico sul ghiaccio divenuta celebre per essere stata la seconda donna al mondo – la prima statunitense – ad aver eseguito un triplo axel in una competizione ufficiale.

E anche per esser finita coinvolta nell’aggressione ad una sua collega e avversaria, Nancy Kerrigan, cui venne spezzato un ginocchio prima delle Olimpiadi del ’94.

Se è vero che la storia e la persona di Tonya offrono già di per sé un materiale di partenza quanto mai ricco e, per così dire, vivace, va indubbiamente riconosciuto il merito di Craig Gillespie per aver dato forma ad un biopic piuttosto atipico e prepotentemente coinvolgente.

Strutturato sull’alternanza di stralci di interviste – modellate fedelmente su quelle realmente registrate con i veri protagonisti della vicenda – e ricostruzione degli eventi, Tonya parte fin da subito con un ritmo serrato e incalzante e rende immediatamente partecipe lo spettatore che è al tempo stesso interlocutore dell’intervista e pubblico cui vengono rivolti (cauti) ammiccamenti nel corso degli eventi.

Fondamenta granitiche di tutta la struttura sono le due immense interpretazioni di Margot Robbie e Allison Janney, rispettivamente Tonya e LaVona, la sua orribile madre.

Entrambe nominate (protagonista e non protagonista) sia ai Globes sia agli Oscar, solo la Janney ne è uscita vincitrice (in entrambi i casi) ma la candidatura della Robbie rimane comunque meritata dal primo all’ultimo fotogramma.

Un ruolo difficile, quello di Tonya. Cattiva ragazza, incarnazione dello spirito di un’America rimasta indietro, a raccogliere solo le briciole del grande sogno. Figlia di un’America in cui in teoria tutti hanno un’opportunità ma in cui, in pratica, l’immagine che si vuole esaltare è quella dei valori classici, alto-borghesi e benpensanti. Un’America che si vanta di premiare il talento ma dove il talento, da solo, è bel lontano dall’essere sufficiente. A questo si aggiunga una situazione familiare ai limiti – e forse anche oltre – del disastrato.

Da tutto questo viene fuori Tonya. Con la sua vitalità, la sua bravura, la sua testardaggine, la sua rabbia.

Un mix esplosivo di forza e fragilità. Di ingenuità e potenza. Di puro talento, determinazione e arroganza.

Un mix che Margot Robbie riesce a rendere in modo perfetto, regalando alla figura di Tonya un’intensità umana ed emotiva di potenza devastante.

Di pari, enorme bravura anche Allison Janney, alle prese con un personaggio negativo al di là di ogni possibilità di appello eppure in grado di creare comunque una forte empatia  – cosa tutt’altro che scontata.

Nel cast anche Sebastian Stan, nel ruolo del marito di Tonya, e una bravissima – seppur trascurata dalla critica – Julianne Nicholson nei panni dell’allenatrice di Tonya.

Bellissimo, assolutamente da non perdere.

Ci sarebbe stata anche una candidatura a miglior film (magari al posto di Get Out, tanto per dirne una).

Cinematografo & Imdb.

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