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Archive for giugno 2015

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Mi guardo intorno in giro per la rete e, davvero, mi stupisco di quanto siano tiepidi, quando non addirittura ostili, i toni verso questo povero Jurassic World. A me è piaciuto. E anche tanto. Son proprio contenta che l’abbiano fatto.

E poi possiamo stare a discutere fino all’anno prossimo sull’invasione di seguiti e la mancanza di idee nuove e le operazioni commerciali e via così ma secondo me non è questo il punto. Non nel senso che questi aspetti non siano un dato di fatto ma di certo non dicono tutta la storia.

Ventidue anni fa, nel 1993, usciva nelle sale Jurassic Park.

Tratto dal romanzo di Crichton, diretto da uno Steven Spielberg che lo stesso anno era nelle sale con Schindler’s List, col risultato che l’edizione degli Oscar del 1994 gli valse dieci statuette – 7 per Schindler e 3 per Jurassic, tra cui migliori effetti speciali visivi e sonori – Jurassic Park ha fatto un pezzetto di storia del cinema. E a poco serve ostentare lo snobismo che oggi va tanto di moda riservare ai film d’azione.

Jurassic Park ha rappresentato un punto di svolta per molti aspetti. Ha cambiato la percezione di un certo filone di film d’azione e ha aperto la strada a quella spettacolarizzazione del mostro grande e grosso che adesso siamo abituati a dare per scontata e a trattare come il parente tamarro della famiglia cinematografica.

Da una decina d’anni a questa parte di mostri e creature gigantesche ne abbiamo viste in tutte le salse. Fatte sempre meglio, sempre più realistiche, sempre più grosse, sempre più distruttive. Animali o aliene che siano le creature che distruggono città o schiacciano umani sono ormai un must di un certo sotto-filone di film catastrofici. Il che fa sì che, oltretutto, i dinosauri, alla fin fine, siano ormai considerati pure un po’ scontati. Un po’ banali. Un po’ vecchio stile. E ci si dimentica che, quando è arrivato, Jurassic Park non aveva poi molti altri precedenti. Sì, ok, tanto per andare sui nomi celebri, c’era stato King Kong. E poi potrei mettermi a citare altri innumerevoli film con qualche creatura extra-large, ma nessuno le aveva mai fatte così. Nessuno aveva mai messo insieme i dinosauri e l’uomo e aveva reso entrambi protagonisti sullo stesso livello. Era una vera novità. Ed era fatta maledettamente bene. Ancora a vederlo adesso Jurassic Park è fatto benissimo, sia come costruzione sia come effetti.

Mi fermo qui perché altrimenti faccio che fare un post su Jurassic Park ma il succo è che il film del ’93 è, a ragione, un cult nel suo genere. Ha anche una forte connotazione generazionale, quello sì, ma il concetto di cult e di generazionale sono legati a filo doppio indipendentemente dall’ambito quindi la cosa non presenta particolari controindicazioni.

Jurassic World mi è piaciuto perché dà l’idea di sapere quello che sta facendo, nonostante la regia sia affidata al poco più che esordiente Colin Trevorrow.

Sa che sta andando a maneggiare una materia cui il pubblico è affezionato e piazza in modo intelligente citazioni, riferimenti, omaggi.

Sfrutta bene, in modo organico e consequenziale, gli spunti lasciati dal primo e costruisce un seguito plausibile e tutto sommato fedele nello spirito al punto di partenza.

Ok, la rielaborazione teorica del rapporto uomo-natura, che nel primo era incarnata dal personaggio di Ian Malcom, qui manca del tutto (o viene al massimo appiattita nella mancanza di consapevolezza di Claire) ma anche questo ci sta. Se il parco ha aperto, se è finalmente diventato la grande macchina da divertimento per famiglie in perfetto stile americano è anche perché tutta una serie di problematiche antropologiche e morali sono state definitivamente soffocate e messe da parte.

Nonostante tutto quello che è successo, il Jurassic Park è una gigantesca macchina da soldi dalle potenzialità infinite e non stupisce poi più di tanto che sia saltato fuori qualcuno che è riuscito alla fine a metterla in moto. Che poi la gestione sia sempre sulla lama di un rasoio è un altro discorso ma si sa, per il profitto si mettono a tacere tante cose.

Il parco è funzionante e consolidato ma l’attenzione del pubblico va tenuta viva e i laboratori funzionano senza sosta per creare nuove attrazioni. Ne creano una troppo attraente e le cose sfuggono di mano. Il nucleo non è niente di nuovo. Siamo alla vecchia storia che la natura trova sempre il modo.

Il secondo e il terzo film vengono saltati e piè pari e siamo di nuovo su Isla Nublar, il primo sito. Come dicevo, molti, moltissimi i riferimenti e gli omaggi al primo film – la deviazione nella struttura del vecchio parco, che è rimasta identica, con le vecchie macchine e le vecchie attrezzature mi ha strappato non pochi squittii di compiacimento, manco mi fossi trovata a rivisitare i luoghi della mia infanzia.

Buono l’avvio, senza eccessiva fretta di aprire subito le danze dell’azione. Si entra bene nell’atmosfera del parco, si vede tutto che funziona, si vede tutto come avrebbe dovuto essere vent’anni prima. E’ tutto rappresentato in modo accuratissimo, dalle attrazioni in sé con gli animali veri e propri al modo in cui esse vengono gestite – basta visitare un qualsiasi parco a tema americano per rendersi conto che funzionano davvero in questo modo.

Anche qui abbiamo due ragazzini tra i protagonisti e anche qui bisogna gestire un’emergenza.

Ritmo buono dall’inizio alla fine, effetti speciali di altissimo livello – prima volta dei dinosauri generati in motion capture – compreso il 3D, che normalmente evito ma che non ci sta male per niente.

Qualche trovata ovviamente esagerata – tipo tutta la faccenda dei raptor addestrati – e un cattivo (il militare – Vincent D’Onofrio) un po’ piattino in verità, ma nulla che renda il film meno godibile.

Apprezzabile anche il fatto che sono piuttosto limitate le scene di puro scontro tra bestie – che se durano troppo mi annoiano subito – a favore di scene di suspance e azione costruite in modo un po’ più articolato.

Brava e bella Bryce Dallas Howard – che io amo particolarmente – e buono anche Chris Pratt, che ha il garbo di non atteggiarsi a eroe più di quel che richieda il minimo sindacale della parte.

Piccolo ruolo anche per Omar Sy.

Divertente. Per quel che mi riguarda, da vedere senza indugio.

Cinematografo & Imdb.

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Jurassic World

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Nuovo film di Robert Zemeckis.

A ottobre.

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Ullman era alto poco più di un metro e sessanta, e quando si muoveva aveva la rapidità scattante che sembra essere peculiare a tutti gli ometti grassocci. Aveva i capelli spartiti da una scriminatura impeccabile, e il completo scuro era sobrio, ma non severo. Sono un uomo al quale potete tranquillamente esporre i vostri problemi, diceva quel completo alla clientela solvente. Al personale stipendiato parlava invece in modo più sbrigativo: sarà meglio che filiate diritto, voialtri. All’occhiello spiccava un garofano rosso, forse per evitare che per la strada qualcuno scambiasse Stuart Ullman per il titolare dell’impresa di pompe funebri.

Mentre ascoltava Ullman, Jack ammise tra sé che, date le circostanze, con tutta probabilità non gli sarebbe piaciuto proprio nessuno, da quella parte della scrivania.

Ullman gli aveva posto una domanda che Jack non aveva afferrato. Molto male: Ullman era il tipo capace di archiviare uno sbaglio del genere in un suo schedario mentale per tornarci sopra in un secondo momento.

“Scusi?”

“Le ho chiesto se sua moglie ha capito esattamente quali saranno le sue responsabilità, qui. E poi c’è suo figlio, naturalmente.” Chinò lo sguardo sulla domanda di assunzione che gli stava di fronte. “Daniel. Sua moglie non è un tantino spaventata all’idea?”

“Wendy è una donna straordinaria.”

“E suo figlio? E’ straordinario anche lui?”

Jack sorrise di un largo sorriso da pubbliche relazioni. “Ci compiacciamo di crederlo, direi. E’ abbastanza indipendente, per essere un bambino di cinque anni.”

Ullman non ricambiò il sorriso. Tornò a infilare in una cartellina la domanda di assunzione di Jack e la ripose in un cassetto. Ora il ripiano della scrivania era sgombro, fatta eccezione per un tampone, un telefono, una lampada orientabile e un cestello per la corrispondenza in arrivo e in partenza. Anche i due scomparti del cestello erano vuoti.

Ulmann si alzò e si avvicinò allo schedario posto in un angolo della stanza. “Per favore, giri attorno alla scrivania, signor Torrance. Daremo un’occhiata alla planimetria dei vari piani dell’albergo.”

Tornò allo schedario e ne tolse cinque grandi fogli che posò sul lucido ripiano di noce della scrivania. Jack gli si pose accanto e avvertì intensamente il profumo dell’acqua di colonia di Ullman. Tutti i miei uomini usano “Cuoio Inglese” oppure niente, gli venne fatto di pensare senza nessun motivo particolare, e dovette mordersi la lingua per non scoppiare in una sonora risata. Oltre la parete giungevano i rumori attutiti della cucina dell’Overlook Hotel che smobilitava dopo il pranzo.

“Ultimo piano,” disse brusco Ullman. “E’ la soffitta. Non c’è assolutamente niente lassù, a parte qualche cianfrusaglia. L’Overlook ha cambiato parecchie volte proprietario dalla fine della seconda guerra mondiale in poi, e a quanto pare i vari direttori che si sono succeduti hanno sbattuto in soffitta tutto quello che non era di loro gusto. Voglio che vi siano piazzate trappole per topi ed esche avvelenate. Le cameriere del terzo piano sostengono di aver udito dei fruscii, là sopra. Io non ci credo affatto, ma non dev’esserci nemmeno una probabilità su cento che resti un solo topo all’Overlook Hotel.”

Jack, secondo il quale qualsiasi albergo ospitava almeno un paio di topi, si guardò bene dal ribattere.

“No, no,” disse Jack, e tornò ad abbozzare il suo largo sorriso da pubbliche relazioni. Che situazione umiliante! Quello stronzo intrigante credeva sul serio che avrebbe permesso a suo figlio di bighellonare in una soffitta abitata dai topi e zeppa di vecchie carabattole e Dio sa che altro?

Ullman scartò la planimetria della soffitta e la infilò sotto la pila degli altri fogli.

“L’Overlook si compone di centodieci alloggi,” disse con tono pedante. “Di questi, trenta, tutti appartamentini, si trovano al terzo piano. Dieci nell’ala ovest, incluso l’appartamento presidenziale, dieci nel corpo centrale e dieci nell’ala est. E da tutti si gode di una vista spettacolosa.”

Stephen King, Shining, 1977

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Tratto dal libro Beware the Night di Ralph Searchie e Lisa Collier Cool, basato sulla (presunta) storia vera degli avvenimenti vissuti dal sergente Searchie che si trovò alle prese con una serie di crimini apparentemente inspiegabili.

Di film su demonio-male-possessioni-demoniache & co ne escono di continuo e, se è vero che le tematiche più inflazionate generalmente offrono ben poco di nuovo o originale in termini di rielaborazione, è anche un fatto che questa realtà è doppiamente vera nel caso dell’horror.

Nel caso specifico, la possessione demoniaca è forse una delle declinazioni dell’orrore maggiormente sfruttate nell’ultimo decennio. Vuoi perché il pubblico, nonostante tutto, pare apprezzare più l’inquietudine del male in agguato rispetto allo splatter chiaro e diretto, vuoi perché, per sua natura, l’argomento offre margini più ampi di variazione, sta di fatto che il demoniaco è un po’ come il nero, non passa mai di moda.

Scott Derrickson, regista del più che discreto The Exorcism of Emily Rose (2005), conosce la materia, è consapevole di muoversi su un terreno minato di ovvietà e se la gioca con intelligenza, partendo subito con un bell’omaggio a quello che è, se non cronologicamente, di certo sostanzialmente, il capostipite di questo filone in ambito cinematografico, vale a dire L’esorcista di Friedkin del ’73. Perché siamo onesti. Tutto quello che c’era da dire sulle possessioni e sugli esorcismi lo ha detto Friedkin. E, finora, rimane quello che lo ha detto meglio di tutti.

Anche qui partiamo dall’Iraq. Anche qui a ritornare indietro non sono solo persone ma anche qualcosa di innominabile.

E ancora. Tributo nel tributo, oltre alla scelta del luogo da cui far partire tutto, un altro rimando friedkiniano è il fotogramma con la scritta malefica che si fa appena in tempo a cogliere, come le svariate immagini del volto del demonio che appaiono nelle zone d’ombra in casa MacNeil.

Ambientazioni prevalentemente notturne, poca luce, pioggia, ombre che si spostano. Uno scenario urbano cupo e decadente. Una violenza che sembra permeare tutto. Un’oscurità dilagante che preme per inghiottire la luce.

Il maggior pregio di tutto il film è sicuramente il perfetto equilibrio che si crea tra il filone poliziesco e quello sovrannaturale. La prospettiva è quella di Searchie. E’ un poliziotto. Conduce indagini concrete. Il progressivo insinuarsi del sovrannaturale passa attraverso l’analisi razionale di quelli che sono indizi inspiegabili e scene del crimine piene di incongruenze.

Bravo Eric Bana, eroe dimesso, forse un po’ scontato con i suoi fantasmi ma comunque credibile nella parte. E bravo anche Edgar Ramìrez, nel ruolo di un prete forse un po’ troppo ostentatamente anti-convenzionale ma ben riuscito in ogni caso.

Fortunatamente limitati gli accenni al cattolicesimo e alle origini italiane di Searchie, il che vuol dire limitati gli inevitabili cliché del caso.

Buono il ritmo e ben strutturato lo scatto di prospettiva dell’indagine con l’introduzione del paranormale. Poi vabbè, le scene di esorcismo son quelle che sono e non lo dico perché siano malfatte ma perché è obiettivamente difficile che si veda qualcosa di nuovo in quello che fa un posseduto. Sì, ok, qui il tizio in questione allunga e disarticola il collo all’indietro, che forse (ma dico forse) è una cosa che non si era ancora vista fatta proprio così, però, ecco, non è neanche quello il punto.

Coinvolgente e inquietante. L’avevo un po’ snobbato all’uscita in sala ma non è male per niente.

Cinematografo & Imdb.

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Tratto da Né di Eva né di Adamo di Amélie Nothomb, Tokyo Fiancée – mi rifiuto categoricamente di usare quell’orrendo (nonché inutilmente ammiccante visto che il riferimento andrà perso per l’ottanta percento) titolo italiano – comincia bene, cercando fin da subito di attenersi all’impronta della voce di Amélie.

Un po’ surreale, un po’ scanzonato, esteticamente bello e pulito, conformemente all’immagine che emerge dalle pagine del libro. Manco a dirlo, mi ha fatto venire voglia di partire per il Giappone (non che ci vada chissà che a farmi venir voglia di partire eh, ma questo è un altro discorso).

L’incontro di Amélie e Rinri e buona parte degli aneddoti rappresentati sono fedeli a quanto raccontato sulla carta. Ci sono alcuni elementi in più, piccoli episodi aggiunti che però per tenore e plausibilità potrebbero benissimo far parte di tutta la grande quantità di esperienze vissute che Amélie ha taciuto nel suo romanzo.

Anche l’ordine di alcuni episodi è stato leggermente cambiato e si è glissato un po’ su alcuni spigoli relativi alle differenze culturali.

Un po’ Lost in Translation, un po’ Favoloso mondo di Amélie, se mi si passa il gioco di omonimia, in definitiva è un film garbato e gradevole. Un po’ romantico ma sufficientemente autoironico per non essere stucchevole. Divertente ma non ridicolo. Forse persino più serio di quello che potrebbe sembrare ad un primo sguardo. C’è un nucleo di forza vibrante, nascosto nel bel volto di Pauline Etienne, bella, brava e adattissima alla parte.

L’unica cosa che continua a non convincermi è la scelta di cambiare il finale. Ora. Non è un thriller e non si scopre chissà cosa, ma non voglio spoilerarlo comunque. Resta il fatto che, quasi senza preavviso, dopo quasi tutto il film, come dicevo, piuttosto aderente al testo, la vicenda vira in una direzione totalmente diversa. Inaspettata ma, soprattutto, a mio avviso, un po’ forzata. E non è neanche tanto una questione di avvenimenti in sé. E’ come se avessero voluto appiccicare al finale una motivazione diversa da quella reale. Come una sorta di giustificazione. Che però risulta, appunto, appiccicata.

E non ne vedo la ragione. O meglio. Sì, ce la posso anche vedere perché quello della fuga è un po’ un concetto tabù, un concetto che si porta dietro una connotazione negativa, però non mi basta come scusa. Cambiando il finale hanno snaturato un parte sostanziale della protagonista e delle dinamiche del rapporto dei due e, anche se il film, nel complesso, non ne risente, davvero, si poteva evitare.

Ad ogni modo, molto molto carino.

Vedetelo. Possibilmente dopo aver letto il libro perché è divertente vedere alcuni passaggi resi proprio letteralmente.

Cinematografo & Imdb.

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E niente, Tom ce lo siamo definitivamente giocato.

Che poi, continuare a fare missioni impossibili è ancora la cosa meno dannosa. Ho visto un Top Gun 2 in programmazione. Ecco, quelle son cose che non si fanno.

19 agosto.

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