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Archive for gennaio 2015

locandina

Un Tim Burton anomalo rispetto alla quasi totalità della sua produzione, è vero, ma pur sempre un Tim Burton da vedere. Certo, deluderà (e ha deluso) chi si aspettava la consueta dose di fantasy surreale e visionario ma non per questo il film è meno buono.

Che poi, se da un lato è vero che non si ha lo stile classico di Burton e che – se non vogliamo chiamare biografico Ed Wood – è probabilmente la prima volta che questo regista si cimenta con un film biografico, è anche vero che non è sicuramente la prima volta che Burton fa un film, per così dire, normale. Secondo canoni visivi e di genere comuni al filone in cui si inserisce. Uno per tutti, Planet of the Apes. Al di là del fatto che, secondo me, quel pianeta delle scimmie resta se non il suo peggior film poco ci manca, è un dato di fatto che si tratta semplicemente di un film di fantascienza. E una fantascienza tutto sommato piattina e poco personale. Però in quel caso nessuno si era lamentato della mancanza dell’impronta-Burton. Mah.

Forse in questo caso, a fuorviare un po’ le aspettative potrebbe esser stato il montaggio del trailer e l’indugiare su quell’unica scena in cui Margaret vede le donne intorno a sé con gli occhioni dei suoi quadri.

A me è piaciuto, questo Big Eyes.

E’ la storia – vera – della pittrice Margaret Keane, a lungo derubata di meriti, talento, fama e identità dallo squilibrato e prevaricante consorte che per anni si è attribuito la paternità dei suoi quadri.

Margaret, donna separata negli anni Cinquanta, fa fatica a tirare avanti da sola con sua figlia in un mondo che sostanzialmente non prevede l’anomalia di una donna sprovvista della tutela economica (e non solo) di un marito. Dipinge per strada. Vende i suoi quadri per pochi spiccioli. Dipinge sempre bambini dagli occhi enormi. Occhioni tristi e sproporzionati. Sguardi enormi.

Quando incontra Walter, rimane travolta dalla sua esuberanza e dal suo carisma e la sua proposta di matrimonio arriva come una benedizione, un’ancora di salvezza. Anche Walter dipinge e cerca qualcuno disposto a esporre i suoi quadri. E magari anche quelli di Margaret.

Quando qualcuno si dimostra interessato a comprare un quadro della moglie, la menzogna di Walter non ha neanche un secondo di esitazione e ha inizio così quella che sarà una truffa lunga anni e dal valore di migliaia di dollari.

E se l’esuberanza e l’atteggiamento istrionico di Walter, agli occhi degli spettatori, sono sospetti fin da subito, Margaret è invece succube della parlantina e dell’ostentata sicurezza del marito. Soffre fin dal primo istante per la bugia ma non riesce ad opporvisi. Resta incastrata. Prima solo dalla sua insicurezza, poi dall’ondata di una realtà soverchiante che non riesce a gestire. Perché più gli occhioni hanno successo e più lei sprofonda nel silenzio. Un silenzio fatto di ricatti e paura. Un silenzio di quadri dipinti di nascosto anche dalla propria figlia. Di soldi sporchi, di solitudine e di un senso di colpa che diventa un’ulteriore catena impossibile da spezzare. O quasi.

Amy Adams è bella e brava anche se il suo secondo Golden Globe mi pare un po’ stiracchiato. Avrebbe avuto decisamente più senso darle un Oscar l’anno scorso per American Hustle.

Christoph Waltz è bravissimo come sempre anche se devo dire che il suo personaggio risulta a volte persino un po’ troppo calcato. In certi momenti diventa quasi macchiettistico e di conseguenza un po’ forzato. Ricorda quasi un po’ il cattivo della Sposa Cadavere. Forse la sensazione di forzatura dipende anche un po’ dal contrasto che si crea: l’esagerazione del personaggio vorrebbe essere tale per fare ridere un po’, ma il personaggio stesso è talmente odioso, un tale bastardo impenitente, da rendere stridente qualsiasi moto di simpatia – seppur superficiale – nei suoi confronti (davvero, esci dal film e vuoi spaccare la faccia a Christoph Waltz, poveretto).

L’ambientazione anni Cinquanta/Sessanta è adorabile, perfetta e curata in ogni dettaglio e, quella sì, forse un po’ burtoniana, nelle tinte accese e nei toni brillanti.

Nel cast anche Krysten Ritter (che molti riconosceranno per Breaking Bad) e un inflessibile Terence Stamp.

Da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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The Imitation Game è stata una bella sorpresa. Ne avevo sentito parlare bene e mi incuriosiva. Mi aspettavo che fosse ben fatto ma non particolarmente sopra le righe. Quando si affrontano vicende storiche le incognite sono in agguato un po’ da tutte le parti. Meticolosità della ricostruzione e realismo spesso comportano il rischio di piattezza e scarso coinvolgimento; per contro, eccesso di interventi a fini narrativi rischiano di minare la credibilità.

The Imitation Game è invece un film di raro equilibrio. E’ fedele e preciso nel ripercorrere gli eventi storici, garbato e discreto nel definire i tratti romanzati dei personaggi, pur senza mai stravolgerli.

La storia è quella di Alan Turing, considerato uno dei padri dell’informatica moderna e celebre, tra le altre cose, per aver decifrato Enigma e averne svelato il funzionamento.

Enigma era la macchina utilizzata dalle forze armate tedesche durante la seconda guerra mondiale, per trasmettere messaggi cifrati che, anche se intercettati, non potevano essere in alcun modo interpretati. Turing inventò un’altra macchina e definì i parametri e le impostazioni per fornire una chiave di lettura delle impostazioni di Enigma e, quindi, per decifrare i messaggi che vi transitavano.

Si calcola che l’aver avuto accesso alle comunicazioni tedesche abbia ridotto la durata della guerra di almeno due anni e che sia stato un elemento fondamentale per la vittoria.

Oltre alla storia del matematico Turing, c’è però anche la storia di dell’uomo Turing. La storia di Alan. La storia di un uomo che ha custodito per tutta la vita il segreto della sua omosessualità. Che, una volta scoperto, è stato condannato. Che di fronte alla scelta tra due anni di carcere e la castrazione chimica ha scelto quest’ultima, vi si è sottoposto per oltre un anno con conseguenze traumatiche finché, nel 1954 si è tolto la vita.

L’omosessualità è legale in Inghilterra solo dal 1967.

Soltanto nel 2009 il governo del Regno Unito ha presentato delle scuse ufficiali per l’accaduto. Ha concesso una grazia postuma e ha riconosciuto a Turing i suoi meriti. Anche se ci sono comunque volute una petizione e una raccolta di firme per far ammettere al governo l’iniquità del trattamento inflittogli.

Nei panni di Alan c’è Benedict Cumberbatch, in una prova davvero eccellente e del tutto meritevole della nomination a miglior attore protagonista. Che poi le probabilità che vinca siano scarse, vista la concorrenza di Redmayne, è un altro discorso.

Forse un po’ meno meritata invece la nomination per Keira Knightley come miglior attrice non protagonista, anche se rimane comunque molto brava.

In totale le candidature sono 8 e, sinceramente, non lo vedrei male né come miglior film né come miglior regia. Ovviamente tutte e due sono improbabili ma spero proprio che vinca qualcosa.

Morten Tyldum dirige un film davvero bello e toccante, senza sbavature sentimentalistiche o intenti eccessivamente celebrativi. Ok, c’è forse un po’ di indulgenza verso lo stile americano nell’impostazione di come viene rappresentata la ricerca, prima, e la soluzione del problema, poi. Un tocco di eroismo e fatalità che è di certo una concessione a Hollywood ma che non intacca minimante un film che rimane di altissimo livello.

Nel cast anche Mark Strong – quasi irriconoscibile tanto è dimagrito – e Matthew Goode.

Alla base del film c’è la biografia Alan Turing. Storia di un enigma di Andrew Hodges.

Cinematografo & Imdb.

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La scorsa settimana ho completamente trascurato il panorama eventi, quindi occorre fare un po’ il punto della situazione.

 

I Golden Globes.

 

Miglior film drammatico

  • Boyhood, regia di Richard Linklater
  • Foxcatcher, regia di Bennett Miller
  • The Imitation Game, regia di Morten Tyldum
  • Selma – La strada per la libertà (Selma), regia di Ava DuVernay
  • La teoria del tutto (The Theory of Everything), regia di James Marsh

Miglior film commedia o musicale

  • Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel), regia di Wes Anderson
  • Birdman, regia di Alejandro González Iñárritu
  • Into the Woods, regia di Rob Marshall
  • Pride, regia di Matthew Warchus
  • St. Vincent, regia di Theodore Melfi

Miglior regista

  • Richard LinklaterBoyhood
  • Wes Anderson – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Ava DuVernay – Selma – La strada per la libertà (Selma)
  • David Fincher – L’amore bugiardo – Gone Girl (Gone Girl)
  • Alejandro González Iñárritu – Birdman

Migliore attrice in un film drammatico

  • Julianne MooreStill Alice
  • Jennifer Aniston – Cake
  • Felicity Jones – La teoria del tutto (The Theory of Everything)
  • Rosamund Pike – L’amore bugiardo – Gone Girl (Gone Girl)
  • Reese Witherspoon – Wild

Miglior attore in un film drammatico

  • Eddie RedmayneLa teoria del tutto (The Theory of Everything)
  • Steve Carell – Foxcatcher
  • Benedict Cumberbatch – The Imitation Game
  • Jake Gyllenhaal – Lo sciacallo – Nightcrawler (Nightcrawler)
  • David Oyelowo – Selma – La strada per la libertà (Selma)

Migliore attrice in un film commedia o musicale

  • Amy AdamsBig Eyes
  • Emily Blunt – Into the Woods
  • Helen Mirren – Amore, cucina e curry (The Hundred-Foot Journey)
  • Julianne Moore – Maps to the Stars
  • Quvenzhané Wallis – Annie

Miglior attore in un film commedia o musicale

  • Michael KeatonBirdman
  • Ralph Fiennes – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Bill Murray – St. Vincent
  • Joaquin Phoenix – Vizio di forma (Inherent Vice)
  • Christoph Waltz – Big Eyes

Miglior film d’animazione

  • Dragon Trainer 2 (How to Train your Dragon 2), regia di Dean DeBlois
  • Big Hero 6, regia di Don Hall e Chris Williams
  • Boxtrolls – Le scatole magiche (The Boxtrolls), regia di Graham Annable e Anthony Stacchi
  • The LEGO Movie, regia di Phil Lord e Chris Miller
  • Il libro della vita (The Book of Life), regia di Jorge Gutierrez

Miglior film straniero

  • Leviathan (Leviafan), regia di Andrej Petrovič Zvjagincev (Russia)
  • Ida, regia di Paweł Pawlikowski (Polonia)
  • Mandariinid, regia di Zaza Urushadze (Estonia)
  • Turist (Force Majeure), regia di Ruben Östlund (Svezia)
  • Viviane (Gett: The Trial of Vivianne), regia di Ronit Elkabetz e Shlomi Elkabetz (Israele)

Migliore attrice non protagonista

  • Patricia ArquetteBoyhood
  • Jessica Chastain – A Most Violent Year
  • Keira Knightley – The Imitation Game
  • Emma Stone – Birdman
  • Meryl Streep – Into the Woods

Miglior attore non protagonista

  • J. K. Simmons – Whiplash
  • Robert Duvall – The Judge
  • Ethan Hawke – Boyhood
  • Edward Norton – Birdman
  • Mark Ruffalo – Foxcatcher

Migliore sceneggiatura

  • Alejandro González Iñárritu, Nicolás Giacobone, Alexander Dinelaris, Armando BoBirdman
  • Wes Anderson – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Gillian Flynn – L’amore bugiardo – Gone Girl (Gone Girl)
  • Richard Linklater – Boyhood
  • Graham Moore – The Imitation Game

Migliore colonna sonora originale

  • Jóhann Jóhannsson – La teoria del tutto (The Theory of Everything)
  • Alexandre Desplat – The Imitation Game
  • Trent Reznor e Atticus Ross – L’amore bugiardo – Gone Girl (Gone Girl)
  • Antonio Sanchez – Birdman
  • Hans Zimmer – Interstellar

Migliore canzone originale

  • Glory (John Legend e Common) – Selma – La strada per la libertà (Selma)
  • Big Eyes (Lana Del Rey) – Big Eyes
  • Mercy Is (Patti Smith e Lenny Kaye) – Noah
  • Opportunity (Greg Kurstin, Sia Furler e Will Gluck) – Annie
  • Yellow Flicker Beat (Lorde) – Hunger Games: Il canto della rivolta – Parte I (The Hunger Games: Mockingjay – Part 1)

Premi per la televisione

Miglior serie drammatica

  • The Affair
  • Downton Abbey
  • The Good Wife
  • House of Cards – Gli intrighi del potere (House of Cards)
  • Il Trono di Spade (Game of Thrones)

Migliore attrice in una serie drammatica

  • Ruth WilsonThe Affair
  • Claire Danes – Homeland – Caccia alla spia (Homeland)
  • Viola Davis – Le regole del delitto perfetto (How to Get Away with Murder)
  • Julianna Margulies – The Good Wife
  • Robin Wright – House of Cards – Gli intrighi del potere (House of Cards)

Miglior attore in una serie drammatica

  • Kevin SpaceyHouse of Cards – Gli intrighi del potere (House of Cards)
  • Clive Owen – The Knick
  • Liev Schreiber – Ray Donovan
  • James Spader – The Blacklist
  • Dominic West – The Affair

Miglior serie commedia o musicale

  • Transparent
  • Girls
  • Jane the Virgin
  • Orange is the New Black
  • Silicon Valley

Migliore attrice in una serie commedia o musicale

  • Gina RodriguezJane the Virgin
  • Lena Dunham – Girls
  • Edie Falco – Nurse Jackie – Terapia d’urto (Nurse Jackie)
  • Julia Louis-Dreyfus – Veep – Vicepresidente incompetente (Veep)
  • Taylor Schilling – Orange is the New Black

Miglior attore in una serie commedia o musicale

  • Jeffrey TamborTransparent
  • Louis C.K. – Louie
  • Don Cheadle – House of Lies
  • Ricky Gervais – Derek
  • William H. Macy – Shameless

Miglior mini-serie o film per la televisione

  • Fargo
  • The Missing
  • The Normal Heart
  • Olive Kitteridge
  • True Detective

Migliore attrice in una mini-serie o film per la televisione

  • Maggie GyllenhaalThe Honourable Woman
  • Jessica Lange – American Horror Story: Freak Show
  • Frances McDormand – Olive Kitteridge
  • Frances O’Connor – The Missing
  • Allison Tolman – Fargo

Miglior attore in una mini-serie o film per la televisione

  • Billy Bob ThorntonFargo
  • Martin Freeman – Fargo
  • Woody Harrelson – True Detective
  • Matthew McConaughey – True Detective
  • Mark Ruffalo – The Normal Heart

Migliore attrice non protagonista in una serie, mini-serie o film per la televisione

  • Joanne FroggattDownton Abbey
  • Uzo Aduba – Orange is the New Black
  • Kathy Bates – American Horror Story: Freak Show
  • Allison Janney – Mom
  • Michelle Monaghan – True Detective

Miglior attore non protagonista in una serie, mini-serie o film per la televisione

  • Matt BomerThe Normal Heart
  • Alan Cumming – The Good Wife
  • Colin Hanks – Fargo
  • Bill Murray – Olive Kitteridge
  • Jon Voight – Ray Donovan

Golden Globe alla carriera

  • George Clooney

 

Le nominations per gli Oscar.

 

Miglior film

  • American Sniper, regia di Clint Eastwood
  • Birdman, regia di Alejandro González Iñárritu
  • Boyhood, regia di Richard Linklater
  • Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel), regia di Wes Anderson
  • The Imitation Game, regia di Morten Tyldum
  • Selma – La strada per la libertà (Selma), regia di Ava DuVernay
  • La teoria del tutto (The Theory of Everything), regia di James Marsh
  • Whiplash, regia di Damien Chazelle

Miglior regia

  • Alejandro González Iñárritu – Birdman
  • Richard Linklater – Boyhood
  • Bennett Miller – Foxcatcher
  • Wes Anderson – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Morten Tyldum – The Imitation Game

Miglior attore protagonista

  • Steve Carell – Foxcatcher
  • Bradley Cooper – American Sniper
  • Benedict Cumberbatch – The Imitation Game
  • Michael Keaton – Birdman
  • Eddie Redmayne – La teoria del tutto (The Theory of Everything)

Miglior attrice protagonista

  • Marion Cotillard – Due giorni, una notte (Deux jours, une nuit)
  • Felicity Jones – La teoria del tutto (The Theory of Everything)
  • Julianne Moore – Still Alice
  • Rosamund Pike – L’amore bugiardo – Gone Girl (Gone Girl)
  • Reese Witherspoon – Wild

Miglior attore non protagonista

  • Robert Duvall – The Judge
  • Ethan Hawke – Boyhood
  • Edward Norton – Birdman
  • Mark Ruffalo – Foxcatcher
  • J. K. Simmons – Whiplash

Migliore attrice non protagonista

  • Patricia Arquette – Boyhood
  • Laura Dern – Wild
  • Keira Knightley – The Imitation Game
  • Emma Stone – Birdman
  • Meryl Streep – Into the Woods

Migliore sceneggiatura originale

  • Alejandro González Iñárritu, Nicolás Giacobone, Alexander Dinelaris e Armando Bo – Birdman
  • Richard Linklater – Boyhood
  • Dan Futterman e E. Max Frye – Foxcatcher
  • Wes Anderson – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Dan Gilroy – Lo sciacallo – Nightcrawler (Nightcrawler)

Migliore sceneggiatura non originale

  • Jason Hall – American Sniper
  • Graham Moore – The Imitation Game
  • Paul Thomas Anderson – Vizio di forma (Inherent Vice)
  • Anthony McCarten – La teoria del tutto (The Theory of Everything)
  • Damien Chazelle – Whiplash

Miglior film straniero

  • Ida, regia di Paweł Pawlikowski (Polonia)
  • Mandariinid, regia di Zaza Urushadze (Estonia)
  • Leviathan (Leviafan), regia di Andrej Petrovič Zvjagincev (Russia)
  • Timbuktu, regia di Abderrahmane Sissako (Mauritania)
  • Storie pazzesche (Relatos salvajes), regia di Damián Szifrón (Argentina)

Miglior film d’animazione

  • Big Hero 6, regia di Don Hall e Chris Williams
  • Boxtrolls – Le scatole magiche (The Boxtrolls), regia di Graham Annable e Anthony Stacchi
  • Dragon Trainer 2 (How to Train Your Dragon 2), regia di Dean DeBlois
  • Song of the Sea, regia di Tomm Moore
  • La storia della principessa splendente (かぐや姫の物語), regia di Isao Takahata

Migliore fotografia

  • Emmanuel Lubezki – Birdman
  • Robert Yeoman – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Ryszard Lenczewski e Lukasz Zal – Ida
  • Dick Pope – Turner (Mr. Turner)
  • Roger Deakins – Unbroken

Miglior scenografia

  • Adam Stockhausen – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Maria Djurkovic – The Imitation Game
  • Nathan Crowley – Interstellar
  • Dennis Gassner – Into the Woods
  • Suzie Davies – Turner (Mr. Turner)

Miglior montaggio

  • Joel Cox e Gary D. Roach – American Sniper
  • Sandra Adair – Boyhood
  • Barney Pilling – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • William Goldenberg – The Imitation Game
  • Tom Cross – Whiplash

Migliore colonna sonora

  • Alexandre Desplat – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Alexandre Desplat – The Imitation Game
  • Hans Zimmer – Interstellar
  • Gary Yershon – Turner (Mr. Turner)
  • Jóhann Jóhannsson – La teoria del tutto (The Theory of Everything)

Migliore canzone

  • Everything Is Awesome, musica e parole di Shawn Patterson – The LEGO Movie
  • Glory, musica e parole di John Stephens e Lonnie Lynn – Selma – La strada per la libertà (Selma)
  • Grateful, musica e parole di Diane Warren – Beyond the Lights
  • I’m Not Gonna Miss You, musica e parole di Glen Campbell e Julian Raymond – Glen Campbell: I’ll Be Me
  • Lost Stars, musica e parole di Gregg Alexander e Danielle Brisebois – Tutto può cambiare (Begin Again)

Migliori effetti speciali

  • Dan DeLeeuw, Russell Earl, Bryan Grill e Dan Sudick – Captain America: The Winter Soldier
  • Joe Letteri, Dan Lemmon, Daniel Barrett e Erik Winquist – Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie (Dawn of the Planet of the Apes)
  • Stephane Ceretti, Nicolas Aithadi, Jonathan Fawkner e Paul Corbould – Guardiani della Galassia (Guardians of the Galaxy)
  • Paul Franklin, Andrew Lockley, Ian Hunter e Scott Fisher – Interstellar
  • Richard Stammers, Lou Pecora, Tim Crosbie e Cameron Waldbauer – X-Men – Giorni di un futuro passato (X-Men: Days of Future Past)

Miglior sonoro

  • American Sniper
  • Birdman
  • Interstellar
  • Unbroken
  • Whiplash

Miglior montaggio sonoro

  • American Sniper
  • Birdman
  • Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate (The Hobbit: The Battle of the Five Armies)
  • Interstellar
  • Unbroken

Migliori costumi

  • Milena Canonero – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Mark Bridges – Vizio di forma (Inherent Vice)
  • Colleen Atwood – Into the Woods
  • Anna B. Sheppard e Jane Clive – Maleficent
  • Jacqueline Durran – Turner (Mr.Turner)

Miglior trucco e acconciatura

  • Bill Corso e Dennis Liddiard – Foxcatcher
  • Frances Hannon e Mark Coulier – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Elizabeth Yianni-Georgiou e David White – Guardiani della Galassia (Guardians of the Galaxy)

Miglior documentario

  • Citizenfour, regia di Laura Poitras
  • Alla ricerca di Vivian Maier (Finding Vivian Maier), regia di John Maloof e Charlie Siskel
  • Last Days in Vietnam, regia di Rory Kennedy
  • Il sale della terra (The Salt of the Earth), regia di Juliano Ribeiro Salgado e Wim Wenders
  • Virunga, regia di Orlando von Einsiedel

Miglior cortometraggio documentario

  • Crisis Hotline: Veterans Press 1, regia di Ellen Goosenberg Kent
  • Joanna, regia di Aneta Kopacz
  • Nasza klatwa, regia di Tomasz Sliwinski
  • La parka, regia di Gabriel Serra
  • White Earth, regia di Christian Jensen

Miglior cortometraggio

  • Aya, regia di Oded Binnun e Mihal Brezis
  • Boogaloo and Graham, regia di Michael Lennox
  • La lampe au beurre de yak, regia di Wei Hu
  • Parvaneh, regia di Jon Milano
  • The Phone Call, regia di Mat Kirkby

Miglior cortometraggio d’animazione

  • The Bigger Picture, regia di Daisy Jacobs
  • The Dam Keeper, regia di Robert Kondo e Daisuke Tsutsumi
  • Winston (Feast), regia di Patrick Osborne
  • Me and My Moulton, regia di Torill Kove
  • A Single Life, regia di Joris Oprins

 

Considerazioni sparse.

Sono contenta delle nomination per American Sniper ma, onestamente, non faccio il tifo per Clint. Perché continuo a non provare empatia per il protagonista e perché non credo meriti degli oscar.

Non vedo l’ora di vedere Birdman. Adoro Inarritù e mi aspetto parecchio.

Sono anche molto contenta delle sorti di Grand Budapest Hotel. Per il Globe e per le nominations. Ho qualche dubbio che abbia delle reali possibilità per Miglior Film perché è persino troppo leggero per gli standard dell’Academy e visto il tenore degli altri concorrenti, ma magari miglior regia potrebbe anche spuntarla e non sarebbe immeritato. Sono dell’idea che Wes Anderson vada premiato a prescindere.

Mi sono persa Boyhood e la cosa mi fa oltremodo incazzare, dato che è stato nelle sale tantissimo. Dovrei riuscire comunque a mettere le zampe sul dvd prima della cerimonia degli Oscar.

Molto, molto felice anche per le nominations ad Imitation Game. Non sono ancora riuscita a parlarne decentemente ma ho amato molto questo film e spero che qualcosa si porti a casa.

Lieta anche di vedere il nome di Julianne Moore, anche se di Still Alice non so quasi nulla.

Non eccessivamente meritato invece il Globe a Amy Adams per Big Eyes. Meritava sicuramente di più di essere premiata l’anno scorso per American Hustle. Anche di Big Eyes dovrei riuscire a parlare dei prossimi giorni, se una volta tanto riesco a mantenere un programma per una settimana.

Sulle candidature della Teoria del tutto per ora non mi pronuncio. Ho visto il film e anche questo è tra i post della settimana quindi non mi dilungo adesso. Mi limito a dire che la nomination a Redmayne – così come il Globe – è ovviamente meritata e, altrettanto ovviamente darà di nuovo il via al solito ritornello dello stravolgimento fisico=premio assicurato.

Molto delusa invece per la quasi totale esclusione di Interstellar. Sette oscar, l’anno scorso, a quella cagata colossale di Gravity e neanche una nomination decente per questo qui. Almeno miglior sceneggiatura originale potevano dargliela.

Per la sezione film d’animazione sono smodatamente contenta della nomination per Song of the Sea di Tomm Moore. L’ho visto nell’ambito del festival Sottodiciotto ed è veramente adorabile. Gli storyboard del film sono opera di Alessandra Sorrentino e Alfredo Cassano, torinesi e miei carissimi amici. E lo so che in concorso ci sono Dragon Trainer2 e Big Hero6, ma, per quel che mi riguarda, io faccio il tifo per Song of the Sea.

E un po’ di trailer.

 

Questo dovrebbe uscire il 22 gennaio. In realtà mi pare persino un po’ troppo drammatico e un po’ troppo classico nella sua drammaticità. Se vado a vederlo è proprio solo per Julianne.

In uscita il 5 febbraio. Il che significa che dovrei riuscire a vederlo prima della premiazione.

E questo invece me lo perdo per forza, almeno prima della cerimonia, perché esce il 5 marzo.

E questo spero tanto che arrivi anche in Italia.

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the20walki

Come si intuirà, Phenomena non son riuscita a riguardarmelo.

Però mi sono accorta che non ho ancora parlato del fatto che sì, finalmente anch’io sono approdata ai Walking Dead. E direi che mi ci sono pure discretamente infognata.

Come ho già avuto modo di esprimere in altra sede, gli zombie non sono tra le mie creature orrorifiche preferite. Anzi. Sono abbastanza al fondo della scala (appena sotto i licantropi, ché neanche quelli mi fanno impazzire se devo dire la verità). Con tutte le opzioni che ci sono per impiegare un’eventuale condizione di non morte, bisogna proprio ridursi a cascare a pezzi?

Ciò detto, è anche vero che la dinamica dello zombie-movie finisce sempre bene o male per catturarmi. Se non altro perché l’epidemia zombie presuppone quanto meno una bella dimensione distopica che non guasta mai. E poi si instaura il classico meccanismo cacciatori-prede che, se ben gestito, è una carta piuttosto sicura per tirar fuori un po’ d’azione coinvolgente.

E infatti la realtà è che ho divorato e tendo a divorare tuttora quintalate di zombie-movie.

The Walking Dead, per quelle due o tre persone residue al mondo che non sono già alla quinta stagione – sì lo so, il ritardo, i miei ritmi e bla bla bla, non so cosa farci, ok? – è tratto dall’omonima serie di fumetti scritta da Robert Kirkman e illustrata da Tony Moore e Charlie Adlard. Serie che dovrò procurarmi quanto prima dato che quest’anno è cominciato sotto il segno di un mio ritorno piuttosto compulsivo al fumetto dopo lunga latitanza – anche se questo è un argomento di cui parlerò un po’ meglio in un altro momento. Anyway. WD è anche ideata da Frank Darabont regista che adoro, oltre ad essere tra i migliori in circolazione per quel che riguarda le trasposizioni kinghiane.

La prima stagione è corta, solo sei episodi, ma fin da subito si vede che il livello è alto, assolutamente cinematografico.

L’inizio vero e proprio è già distopico. Poi c’è un flash back del prima, per introdurre almeno un minimo le relazioni tra i personaggi. E poi si riparte con il presente, a epidemia ormai diffusa. I dettagli sul prima non sono molti, così come non sono eccessivamente frequenti i flash back. Non si sa cosa sia successo. Però è successo e la situazione ora è questa. Sopravvivenza. Con tutto quello che ne consegue. Aggregazione più o meno casuale di gruppi di persone che creano così il presupposto per lo svilupparsi di dinamiche relazionali tipiche da sistema chiuso. Esasperazione. Mancanza di opzioni.

La trama richiama (e omaggia) i classici più o meno grandi del genere, piazzando di tanto in tanto scene che per contenuto o anche solo per costruzione risultano esplicitamente dei piccoli tributi.

L’azione è ben bilanciata e non risulta eccessiva, lasciando il giusto spazio all’approfondimento dei personaggi.

Lo splatter c’è – è connaturato nella nozione stessa di zombie – ma è tutto sommato contenuto. Poi non so se nelle prossime stagioni aumenterà, ma sta di fatto che a forza di beccare in giro screenshot dei WD con scene e dettagli raccapriccianti mi ero aspettata che fosse una specie di concentrato di macelleria mentre è tranquillamente approcciabile anche mentre si mangia. Piacciono tanto gli spari in testa, ma anche quello è un tratto del genere. I dettagli dei corpi sono fatti benissimo e c’è almeno una scena un po’ più splatter in ogni puntata anche se poi, alla fin fine, è più quello che si intuisce che quello che si vede davvero.

I canoni del genere vengono ampiamente sfruttati, unitamente a quelli del genere distopico vero e proprio, per lo meno per quel che riguarda le dinamiche tra i personaggi, e se, da un lato, un po’ di prevedibilità degli sviluppi non manca, è anche vero che il ritmo è buono e gli intrecci reggono e sembrano solidi.

Il cast è valido e il protagonista principale, Andrew Lincoln, nei panni dello sceriffo Rick Grimes, risulta equilibrato e adatto a suscitare empatia. E’ palesemente l’eroe della situazione ma è tagliato in modo tale da rimanere sempre un pelo sotto le righe, senza eccessi di eroismo. Non trovo particolarmente adatta la voce di Iansante all’aspetto di questo personaggio ma pazienza, finirò con l’abituarmici.

E’ curioso che nel cast compaiano anche Laurie Holden e Melissa McBride, che avevano già recitato insieme proprio in The Mist di Darabont.

E niente. Ora ho cominciato la seconda stagione e, per il momento, continua a migliorare ad ogni puntata.

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Siamo a metà scarsa di gennaio e io sono già in ritardo con tutto. Non quel ritardo da cominciare a dare i numeri ma comunque in ritardo. Dovrei parlare dei Golden Globes. Dovrei rivedere Phenomena perché mi sono fissata che devo assolutamente parlarne. Dovrei leggere tipo il doppio di quello che sto leggendo e andare di più al cinema – perché sembra che sia sempre in un cinema ma intanto Boyhood sono riuscita a perdermelo. E la cosa mi fa incazzare. Dovrei parlare di un sacco di libri e film arretrati e magari dormire anche un numero di ore tale da fare in modo di non addormentarmi sulla scrivania in ufficio (anche se quello mi sa che è dovuto più alla noia che alla mancanza di sonno). Dovrei smetterla di cazzeggiare e cercare di cominciare a scrivere prima dell’una di notte. Dovrei sapere che quando comincio a divagare così è perché c’è qualcosa di cui non so bene come parlare, probabilmente perché mi ha ferita. O almeno colpita di striscio. Dovrei evitare di cascare nelle liste di propositi e buone intenzioni. E dovrei anche imparare a finire shampoo e balsamo contemporaneamente. Anche se questo credo sarebbe una sfida alle leggi della fisica.

Vizio di forma. Tratto da Thomas Pynchon.

L’idea di mettere su schermo un libro di Pynchon è qualcosa che mi fa venire l’ansia a prescindere e mi suscita una reazione del tipo oddio-in-cosa-sono-andati-a-cacciarsi.

Tengo a freno le mie inquietudini perché il cast promette bene e ho molta (enorme e sconfinata) fiducia (adorazione) in (per) Paul Thomas Anderson.

In arrivo il 26 febbraio.

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Forse avrei fatto meglio a parlarne a caldo, di questo American Sniper. Forse, nell’immediato, l’onda emotiva avrebbe coperto il rumore di fondo di tutti i punti interrogativi che invece, col passare dei giorni, si fanno sempre più pressanti, fino ad essere impossibili da ignorare.

Forse sarebbe stato più facile, perché, appena uscita dal cinema, American Sniper era solo un film. Un altro ottimo film di Clint Eastwood.

Perché su quello penso ci sia poco da discutere. E’ un ottimo film. Tecnicamente e non solo. Ecco. Forse è più facile se comincio a parlare degli aspetti strettamente cinematografici. American Sniper è costruito benissimo. Bilancia perfettamente la realtà dei fatti che racconta con la giusta dose di tributi alle immancabili esigenze più prettamente narrative.

Le scene d’azione sono tante, ben più della metà del film, e sono strutturate in modo maniacale. Non è l’azione tanto per l’azione che nella maggior parte dei film di guerra – e non solo – si risolve in riprese accelerate, cambi di inquadratura velocissimi per creare la sensazione del caos, esplosioni, polvere o fumo che limitano la visuale fino alla ripresa su una situazione di arrivo calma senza che però si siano illustrati i passaggi consequenziali che vi hanno portato. Qui abbiamo un’azione concitata ma sempre dettagliata. Non si perde mai la nozione di quello che sta succedendo. E’ sempre tutto estremamente chiaro e realistico e innegabilmente adrenalinico. E lo dico non essendo per nulla una fan di film di guerra. Il film di guerra di per sé, dove la guerra è un teatro come un altro per un action movie non mi ha mai esaltata. Apprezzo il contesto dove ci sia un senso nel rappresentarlo. Com’era stato per Hurt Locker o per Zero Dark Thirty. E qui siamo in questo genere di film di guerra.

Bradley Cooper è bravissimo e riesce a rimanere chiuso nel suo personaggio senza sbilanciarlo mai, senza mai una sbavatura, senza mai un indizio che possa riportarlo in qualche modo ad una dimensione quotidianamente più comprensibile o più vicina. Non mi ha disturbato neanche il doppiaggio di Christian Iansante, che di solito non amo particolarmente. Iansante ha una voce chiusa, bassa, una pronuncia stretta che influisce molto sulla percezione dei personaggi che doppia. Qui era persino adatta. Intonata alla rigidità e alla chiusura del personaggio di Kyle e alla stessa massiccia fisicità di Cooper/Kyle.

Brava anche Sienna Miller, in un ruolo che poteva sfociare nel cliché patetico ma che rimane invece quietamente aderente ad una realtà che resta pur sempre meno scenografica di quello che esigerebbe un copione.

E poi. E poi non lo so.

Perché addentrarsi nel modo in cui vengono rese le psicologie dei personaggi – di Kyle, ovviamente, prima di tutto – significa non poter rimanere nei confini di un discorso esclusivamente cinematografico.

Ok. Non è il primo film tratto da una storia vera né sarà l’ultimo. Ma questa considerazione non ne smorza per nulla le implicazioni.

Dovunque si cerchi Chris Kyle, la prima cosa che si legge è che è stato il cecchino più letale della storia americana. Con 255 uccisioni presunte, di cui 160 confermate. E’ stato ucciso nel 2013 da un commilitone che soffriva di stress postraumatico. Negli Stati Uniti pare che sia una specie di eroe nazionale. Dico ‘pare’ perché non sono informata in dettaglio sulla vicenda e mi riservo di credere che la prima impressione ricevuta in termini di opinione pubblica non sia l’unica versione dei fatti. Ad ogni modo. Forse questa non sarà tutta la storia. Forse non sarà la visione più oggettiva della storia. Ma la storia questa rimane.

E io, davvero, non lo so.

Non lo so forse perché a me mancano dei pezzi.

Mi manca la capacità di capire realmente tutto ciò che riguarda l’ambito militare. Non razionalmente, quello no. Parlo di una comprensione effettiva di quello che comporta tutto ciò che ruota intorno alla vita militare e alle figure che ne fanno parte.

Mi manca la capacità di aderire ad una causa che non abbia un rapporto immediato di causa-effetto nella realtà.

Mi manca la capacità di capire una visione d’insieme che porti alla creazione di una strategia per un presunto fine ultimo e nobile. Un presunto bene superiore. Che sia la giustizia. La salvezza della patria. O altro. Non che sminuisca o disprezzi ideali di nobili e alti valori. In linea di principio è tutto molto ammirevole. Ma mi manca il passaggio alla realtà. C’è un sempre un punto, da qualche parte, in cui la nobile causa si perde per strada e diventa semplicemente un vuoto baluardo dietro cui nascondere qualsiasi altra cosa. C’è sempre un punto in cui la nobile causa diventa solo una presa per il culo. Mi sto impantanando in un discorso che rischia di diventare una valanga di banalità ma non so proprio cosa farci.

Probabilmente il tempo in questi casi serve davvero. Quando la storia ha bene o male operato una sorta di selezione naturale e la distanza aiuta a mettere in prospettiva ciò che valeva davvero la pena e ciò che era inutile. Forse da lontano è davvero più facile identificare le correlazioni tra gli eventi.

Le guerre del passato sembrano più facili da capire. Perché hanno già una bella etichetta sotto. Utile/Inutile. Giusta/Sbagliata. Anche se sono comunque etichette relative.

Ma adesso. Adesso la guerra dei nostri anni è quella di American Sniper. Di Zero Dark Thirty e indietro a risalire nella filmografia.

E io non la capisco.

Riesco a capire le azioni – giuste o sbagliate – di singoli uomini. Le loro motivazioni. Riesco a capire la situazione individuale, singola. Il perché un determinato essere umano è arrivato a compiere determinate azioni. Il che non vuol dire che necessariamente le giustifichi, ma riesco in qualche modo a capire l’insieme di elementi che hanno portato qualcuno in un certo punto della sua esistenza, a determinate scelte o non scelte, a determinati incroci. Fin lì riesco.

Nel caso specifico, posso anche capire la figura di Kyle. Perché era quello che era. La parte prodotto di un certo contesto socio-culturale e la parte propria della sua natura – ché ridurre tutto all’opera della società è banale quando sciocco. Posso credere che lui fosse davvero convinto di fare quello che faceva per proteggere la sua patria. Alla fine, ognuno sceglie in cosa credere.

Ma non riesco a provare alcuna empatia. Non posso provare alcuna ammirazione. L’orrore di tutto il contesto è troppo predominante per lasciare spazio alle celebrazioni degli eroi.

Eastwood viene accusato di non essersi schierato.

Appena visto il film avrei smentito questa affermazione in modo categorico.

Perché la prima cosa che ho letto nella rigidità di Cooper/Kyle, nel suo categorico rifiutare anche solo la possibilità del dubbio (la scena de ‘la lettera l’ha ucciso’ dopo il funerale del compagno, la scena a proposito della Bibbia e del credere che abbia un senso quello che stanno facendo lì), è stata la consapevolezza di non poter dubitare. Pena il dover fare i conti con la possibilità di non aver commesso atti eroici ma solo assassinii. Di non aver salvato vite in patria ma di averne solo spente altrove.

Però. Più passano i giorni e più dubito di questa interpretazione.

E se questa coscienza repressa e violentemente tacitata fosse solo qualcosa che io volevo vedere a tutti i costi? Qualcosa che avevo bisogno di vedere perché, nonostante tutto, sarebbe stato comunque meno orribile che credere alla realtà di una persona che non risente di alcun effetto emotivo ammazzando altre persone. Che rimane indifferente. Anzi, è soddisfatto del proprio lavoro.

E se la progressiva disumanizzazione di Kyle non nascondesse niente ma fosse solo quello che è?

Bianco e nero. Buoni e cattivi. Patria e nemici della patria. Niente sfumature. Niente domande. Niente rimorsi.

Non mi sento di dire che Eastwood non si è schierato. Ha fatto un film che è sostanzialmente unilaterale ma perché lo esigeva la prospettiva della storia che stava raccontando, ma non ha neppure messo in piedi l’ennesima celebrazione dell’orgoglio americano. O meglio. La celebrazione dell’orgoglio americano emerge ma come conseguenza del contesto, non come tesi del film.

Il fatto di essere estremamente realistico, secondo me, lo salva da un’eccessiva indagine sul discorso dello schieramento.

Anche perché la realtà che emerge è comunque un dramma.

Alla fine, che tu ci creda o non ci creda in questa dannata causa, quello che rimane sono solo vite distrutte.

 

Nota a margine che probabilmente mi farà apparire snob, misantropa e quanto meno poco simpatica. Una consistente parte della gente che vedrà questo film non capirà un cazzo. Peggio. Lo capirà nel senso più sbagliato possibile. La complessità delle implicazioni della figura di Kyle c’è, ma emerge in modo sottile. Vengono poste delle domande. Non vengono date risposte. La mia esperienza in sala è stata purtroppo tristemente esemplificativa di molte situazioni che ho sentito ripetersi frequentemente – dai racconti di altre persone andate a vedere il film. Molti tamarri richiamati dalla tematica militare che escono esaltati dal fatto che il protagonista era un figo, uno con due palle così, perché ne ha fatti fuori un casino. Punto. Il resto è rumore di fondo.

E se normalmente mi limiterei ad un’alzata di spalle rassegnata, perché in fondo non c’è nulla di nuovo nel tamarro-che-non-capisce-un-film, in questo caso, con quello che sta succedendo e con tutto l’odio che sembra non aspettare altro che un’occasione per sfogarsi, ecco, rimango agghiacciata. Terrorizzata.

Cinematografo & Imdb.

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